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sabato 1 luglio 2023

FELLINI E LA FANTASIA

 

Sto leggendo un interessante libro pubblicato per la prima volta circa quarant'anni fa dalla Einaudi, si intititola "Fare un film". Il testo  raccoglie una serie di scritti in cui Federico Fellini parla di sé, del suo immaginario, della genesi dei suoi film, film straordinari, suggestivi, ma  dimenticati, tanto che fino al 2020, centenario della nascita del regista,  era un'impresa procurarseli in dvd!

 Fellini era uno degli autori più amati da Giuliano, coautore di questo blog e purtroppo scomparso più di due anni fa. Giuliano, in uno dei suoi altri blog, giulianocinema ha dedicato a Fellini e ai suoi film 89 post. Da una di queste pubblicazioni ho tratto l'articolo di Enzo Biagi che riporto e che Giuliano aveva accuratamente ricopiato. Buona lettura!





 FELLINI E LA FANTASIA

di Enzo Biagi, corriere della sera-7, febbraio 1998

Lo hanno iscritto, quelli della BBC, nella lista dei personaggi, cento in tutto, che hanno fatto la storia culturale del secolo. C'è anche un certo Hirst, che ha esibito, come opera d'arte, «una pecora intera morta e latte di mucca in contenitori trasparenti pieni di formalina». Mah. Strana compagnia: con lui ci sono Albert Camus, Walt Disney, Francis Bacon; ma tra gli esclusi John Ford, Marguerite Yourcenar, Luigi Pirandello, Giorgio Morandi e Amedeo Modigliani. Ma si sa: tutte le classifiche comportano anche una dose di faziosità.

Federico Fellini diceva: 
«Quante volte ho sentito definire i miei film “fantastici". Debbo quindi considerarmi un uomo che vive, che commercia con la fantasia. Ma non mi sono mai chiesto che cos'è. Provo l'imbarazzo, diciamo: la vergogna, di un palombaro al quale chiedessero che cos'è il fondo del mare e non sapesse che cosa dire. Già: ma forse io sono un palombaro che sa dire com'è. Per un momento avrei la tentazione di cavarmela così: “La fantasia è un ghiribizzo"».
Poi ci ripensava e si lasciava andare. «Voglio spudoratamente raccontare che cosa mi succedeva quando avevo sette od otto anni. Avevo battezzato i quattro angoli dei mio letto con i nomi dei quattro cinematografi di Rimini: Fulgor, Opera Nazionale Balilla, Savoia (come si chiamava quell'altro?...) e Sultano. Andare a letto era per me una festa, allora».

Mi sembra la rivelazione del segreto della sua arte.

«Non ho mai fatto capricci per restare alzato la sera: tutto quello che dicevano i grandi attorno alla tavola esauriva presto ogni interesse per me, sicché, appena potevo, correvo nella mia camera e mi infilavo sotto le lenzuola, spesso, anzi, con la testa sotto il cuscino. Chiudevo gli occhi, aspettavo buono buono col fiato trattenuto e un po' di batticuore, fino a quando, di colpo, silenziosissimo, cominciava lo spettacolo. Uno spettacolo tra i più straordinari. Che cos'era? Difficile raccontarlo, descriverlo: era un mondo, una fantasmagoria rutilante, una galassia di punti luminosi, sfere, cerchi lucentissimi, stelle, fiamme, vetri colorati, un cosmo notturno e scintillante che si proponeva, prima immobile, poi in un movimento sempre più vasto e avvolgente, come un immenso gorgo, un'abbagliante spirale. Ero succhiato e stordito in mezzo a questa esplosione, in una specie di vertigine che non mi dava nausea. Durava un tempo che non saprei stabilire, non troppo a lungo in ogni caso; infine si esauriva silenziosamente com'era venuto, perdendo forza come gli ultimi bagliori del fuoco che si spegne. Aspettavo qualche minuto, poi andavo a mettere la testa in un altro angolo, e le immagini riprendevano. La terza volta erano più sbiadite, avevano smalti meno lucidi. Raramente lo spettacolo notturno si ripeteva quattro volte. Alla fine, un po' stanco, ma soddisfatto e ancora riverberato da tutto quel bombardamento di stelle e di scintille solari, sprofondavo nel sonno».


Enzo Biagi, Corriere della sera, 7 febbraio 1998

lunedì 4 luglio 2022

Latebra

 

 Ho uno strano ricordo di mia nonna. Dovevo avere circa quattro anni, forse anche meno. (...)  abbiamo mangiato nella veranda, seduti a tavola uno di fronte all'altro. Non ricordo che cosa stessimo mangiando, ma ricordo noi due seduti a un tavolo dipinto di rosso, e il quadrato scintillante di sole che entrava dal vetro e colpiva il tavolo e me. E mi ricordo  mia nonna che mi chiedeva perchè non mi spostavo più in là, così non mi prendevo un'insolazione. E l'ho fatto (...). Non so quanto tempo è  passato (...) quando all'improvviso un pannello di vetro è uscito dalle guide e si è schiantato sul tavolo e sulla panca, proprio dove prima ero seduto io. (...). Ho sempre voluto chiederglielo. Se lo ricordava anche lei? Era successo davvero? Si era presa uno spavento micidiale, oppure, come me bambino, credeva che l'amore portasse naturalmente alla chiaroveggenza? Però non gliene ho mai parlato. Forse temevo che parlandone, trasformando il ricordo in parole, potesse svanire o decomporsi come certi fragili e preziosi oggetti antichi che si sbriciolano appena tornano alla luce.

da "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron


fotogramma di "Roma" di F. Fellini   (clicca qui )

 qui e qui uno scritto di Giuliano sulla sequenza di "Roma" di F. Fellini, relativa al ritrovamento di una antica abitazione romana ipogea 



sabato 6 ottobre 2018

L'uomo cavallo ( I )


(Francia 1475, il Sagittario)
(...) Mi parla a lungo anche di "zio Nardu", un bizzarro vecchio che diventava cavallo. Abitava in una povera bicocca fuori Nuoro. Fellini ci andò accompagnato da un pretino in fama di buon esorcista. Arrivati alla casa di zio Nardu, dovettero aspettare due ore perché lui non voleva aprire. Alla fine si spalancò la porta e zio Nardu apparve, un vecchietto di settant'anni, all’apparenza niente di straordinario. Come vide il prete, si fece il segno della croce. Salutò in tono piuttosto servile. Subito il pretino lo redarguì severamente: « Ti vuoi convertire finalmente? La devi smettere di trasformarti in bestia! Altrimenti finirai all’inferno...». E lui diceva di sì, era pentito, prometteva di non farlo più, lacrime gli colavano dagli occhi. 
A questo punto intervenne Fellini: il pretino, continuando così, gli avrebbe rovinato tutto quanto. « Sì, zio Nardu, tu devi convertirti - disse il regista. - Sono venuto apposta da Roma per parlare con te. Ma, per dimostrarti la sua benevolenza, la Chiesa ti dà il permesso di diventare bestia ancora una volta.» 
A quelle parole zio Nardu si rianimò, fece una grande risata, poi si mise a parlare velocemente, non si capiva una parola, sembrava recitasse una filastrocca di nomi messi insieme senza nesso. All’improvviso cominciò a nitrire, non a emettere suoni simili a nitriti, ma a nitrire veramente come un cavallo. Ben presto avvenne una metamorfosi mostruosa. La faccia divenne un muso, il muso si allungò a vista d’occhio assumendo fattezze equine; gli occhi si ingrandirono, divennero interamente neri e lucidissimi, appunto come gli occhi dei cavalli, le orecchie si spostarono in alto, così da sporgere dalla sommità del capo. Perfino il corpo, sembrò a Fellini, acquistava un certo che di cavallino. Allora, sempre cacciando altissimi nitriti di gioia, l’uomo-cavallo cominciò a scalciare furiosamente. E il pretino a recitare le formule sacre dell’esorcismo. Fino a che l’altro si quietò e nel giro di pochi secondi riacquistò sembianze umane. 
Al termine dell’inusitata scena, Fellini si trattenne a discorrere con zio Nardu. «Spiegami un po’ - gli chiese - perché ti piace fare il cavallo?». « Ma il cavallo è più buono, è più onesto degli uomini - rispose il vecchio con entusiasmo - Non c'è niente di più bello di un cavallo. Sì, per questo io voglio diventare un cavallo. Sì, sì, io sono un cavallo. » Zio Nardu è morto recentemente, del tutto felice perché nella suprema agonia aveva avuto una delle sue crisi, tramutandosi in destriero. E i suoi ultimi rantoli furono nitriti. Un matto, insomma, ma fuori della norma dei matti. Del resto, mi ha fatto notare Fellini, la pazzia in certi casi è “materializzante” cioè l’uomo finisce per assomigliare alla persona o alla cosa in cui si illude di essere trasformato. Così c'è il pazzo che può assomigliare a Napoleone, il pazzo che assume le forme di un uccello e così via. (...)


Dino Buzzati, da "I misteri d'Italia", edizione Mondadori 1978. (pubblicato sul Corriere della Sera nell'agosto 1965)