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lunedì 22 ottobre 2018

La predica di sant'Antonio ai pesci


Sant'Antonio da Padova predica alla gente, ma la gente non lo ascolta; così, come san Francesco, va a predicare agli animali. Si rivolge ai pesci invece che agli uccelli del cielo; i pesci accorrono, ascoltano, sono estasiati, che cose belle che sta dicendo il santo. Però, poi, la predica finisce e tutto torna come prima: è una poesia popolare tedesca, riportata da Arnim e Brentano nella raccolta "Des Knaben Wunderhorn" (1806-1808) e poi messa in musica da Gustav Mahler  (qui). Il motivo musicale alla base di questo Lied verrà poi ripreso da Mahler nella sua Sinfonia n.2 (il terzo movimento, "Scherzo"). (qui)


PREDICA DI ANTONIO DA PADOVA AI PESCI

Va Antonio alla chiesa, la gente non viene;
ai pesci dei fiumi la predica tiene.
Le code dimenano, al sole sfavillano.
Le carpe panciute son lì radunate,
spalancan la bocca, l'arringa le tocca.
Mai predica udita alle carpe fu tanto gradita.
I lucci puntuti, da gran combattenti,
son svelti venuti e ascoltano intenti.
Mai predica udita ai lucci fu tanto gradita.
Quei pesci un po’ pazzi che fanno il digiuno,
intendo stoccafissi, son pronti al raduno.
Mai predica udita ai lucci fu tanto gradita.
Anguille e storioni, gran cibo ai ricconi,
si muovon soltanto per udire il Santo.
Mai predica udita a loro fu tanto gradita.
Testuggini e gamberi dal lento messaggio
risalgono rapidi e ascoltano il saggio.
Mai predica udita a loro fu tanto gradita.
I pesci più vari, distinti e ordinari,
il capo han levato perché han ben capito.
Dio l’ha voluto, Antonio hanno udito.
Antonio ha finito, van tutti all’uscita.
Rapinano i lucci, si aman le anguille.
La predica piace e lor si dan pace.
Di sbieco il granchio va, è grasso il baccalà,
la carpa è già affamata, la predica ha scordato.
La predica piace e lor si dan pace.

domenica 2 luglio 2017

Il pappagallo di Mahler


Porlok - Mahler- 1902



Accadono prodigi. Nient’altro che questo voleva dire il dottor Pollak: Ogni tanto accadono prodigi. Come adesso nel suo caso. In un soffio era stato elevato a capufficio nelle ferrovie imperiali. Un prodigio. I prodigi, osservò, non accadono mai senza fondamento. Taluni accadono per necessità, perché il prodigio appare come l’unica soluzione naturale. Altri accadono per pura coincidenza, il prodigio e il caso sono allora esattamente la stessa cosa. Ma i prodigi più grandi accadono perché qualcuno li vuole, qualcuno li mette in moto, qualcuno utilizza una qualche forza misteriosa e il prodigio accade.


Nel racconto di Torgny Lindgren ( qui ), la forza misteriosa che rende possibile il prodigio ha un nome e un cognome, è Jacob Emil Schindler, padre di Alma - allora una ragazzina - destinata  anni più tardi a sposare Gustav Mahler. Jacob Schindler ottiene, insieme alla riconoscenza di Pollak, un pappagallo. E’ lo stesso Schindler ad averlo chiesto per poterne studiare il piumaggio e dipingerlo.


Però mi piacerebbe avere un’ara per poterne studiare il piumaggio! Una settimana dopo, Theobald Pollak arrivò con l’ara. Il pappagallo era chiuso dentro un’alta gabbia di filo metallico laccato di verde. Aveva il becco nero, era blu sul dorso e giallo aranciato sul petto e aveva le guance bianche. Ma di parlare non era capace. Si chiama Quelle, disse Pollak. Non ne ho trovato altri nel tempo che avevo a disposizione. Però canta. E cantare, cantava per davvero. O forse piuttosto fischiava. Cinque note che ripeteva in continuazione, una melodia lamentosa, densa di faunistica esperienza della vita. Mi dispiace, disse Pollak. Sì, disse Schindler. Un canto molto singolare. Il signor Kohn, che me l’ha venduto, affermava che è stato l’uccello stesso a inventare questo piccolo brano, disse Pollak. Non mi stupirebbe, disse Schindler.



Alma passa intanto ore e ore seduta al pianoforte; si esercita, compone.


Brani per pianoforte semplici e puliti, forse un tantino romantici. A Pollak aveva detto una volta (nel ringraziarlo per un cestino di rafia pieno di dolcetti di marzapane): Io diventerò la donna più grande e influente della storia della musica. Adesso, negli ultimi giorni prima della partenza per Sylt, aveva trascritto la melodia senza pretese e tuttavia commovente dell’ara. L’ aveva anche sviluppata così che riempiva un’intera pagina del suo quaderno di musica segreto. Do – re – mi – sol – la. In alto alla pagina aveva scritto: Lied eines gefangenhaltenen Vogels.


disegno del musicista Paul Hindemith



Molti molti anni più tardi in un libro di poesie cinesi, Die Chinesische Flöte che la moglie Alma aveva ricevuto in dono da Pollak, Mahler troverà la pagina con la melodia dell’ara che Alma aveva strappato dal suo quaderno di musica segreto e usato come segnalibro.



Prima di andare a letto, Mahler rimase un lungo momento assorto a riflettere su quel pezzo di carta. Il mattino seguente, mentre era in cammino verso il suo quaderno di musica e il suo pianoforte, Mahler s’imbattè in uno dei contadini del villaggio. Grüss Gott dissero entrambi. Poi Mahler sentì il contadino fischiettare un motivetto dall’angolo della bocca. Si fermò ad ascoltare. Curioso, disse tra sé, Curioso.

Il contadino spiega a Mahler che il motivetto era quello cantato da un uccello variopinto che dei signori di Vienna gli avevano regalato, stanchi di averlo.

Grazie, disse Mahler. Vi sono infinitamente grato. Oh fece il contadino. Di niente.
Fu ciò che diede l’avvio al lavoro.



Lindgren, l’autore del racconto, mette quindi Mahler all’opera e gli fa trovare nella melodia dell’ara l’inizio necessario di una composizione che aveva in buona parte già realizzato, Das Lied von Erde, Il canto della terra
Questa la versione dei  fatti di Torgny Lindgren. Se sia attendibile proprio non so :-)






Goding -Mahler al tempo della composizione del Canto della terra-
Per saperne di più sul Canto della terra fai clic qui

Per l’ascolto qui


I brani in corsivo sono tratti dalla raccolta di racconti "Il pappagallo di Mahler" di Torgny Lindgren

domenica 2 aprile 2017

I gatti di Mahler

Siamo a Steinbach, in Austria, al tempo della composizione della Terza Sinfonia, nel 1896. 

(...) a Steinbach trovai Mahler disponibile come non lo avevo ancora mai visto. Qui, in mezzo alla natura, non disturbato dalle noie del Teatro dell'Opera di Vienna, concentrato solo sui suoi pensieri e sulle sue creazioni, si sentiva libero (...). Sul prato, tra il lago e la locanda in cui aveva preso alloggio, aveva fatto alzare quattro pareti e un tetto, per formare una stanza. In questa "casetta per comporre", fittamente rivestita di edera, il cui mobilio consisteva in un pianoforte, un tavolo, una sedia e un divano, e la cui porta, aprendosi, scrollava giù dall'edera innumerevoli maggiolini su chi entrava, passava le sue mattine, per lavorare non disturbato dai rumori della casa e della strada. (...) Vero piacere gli procuravano alcuni gattini e non si saziava mai di osservare il loro comportamento. Nelle passeggiate più brevi li portava con sè nelle tasche grandi della giacca, per divertirsi durante le soste con la loro presenza sempre interessante; le bestiole erano così abituate a lui che perfino il giocare a nascondersi veniva premiato da un pieno successo, della quale cosa non era meno orgoglioso. Era affezionato di cuore a tutte le altre creature: cani, gatti, uccelli; gli animali del bosco lo divertivano e destavano allo stesso tempo il suo più serio interesse. (...) Mi raccontava di non essere capace di dimenticare una volta quando, di notte in campagna, lo aveva colpito dolorosamente il muggito profondo e prolungato dei buoi, come una voce della natura proveniente dall'animo sordo dell'animale.
(Bruno Walter, "Gustav Mahler"; pagine 55-56 edizione Studio Tesi 1981, traduzione Piera Di Segni)