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| opera di Alberto Giacometti (1947 ) |
Nel suo studio di rue Hippolyte-Maindron, non lontano dal cimitero di Montparnasse, Alberto Giacometti contemplava uno dei suoi primi omini filiformi. Investito dell'alito vivifico dell'arte, l'omino di bronzo presunse immediatamente di andarsene per i fatterelli suoi: ma quando capì che i suoi piedi erano imprigionati in un basamento ne dedusse odio mortale al suo artefice, contro il quale, distraendo materia dalle guance, esplose uno sputo metallico che assotigliò uteriolmente la sua testolina. Allibito, Giacometti si chinò quel tanto da schivare il proietto, che continuando nel proprio impeto perforò una parete, e poi un'altra, e poi un albero, e poi tutto quello che incontrò nella sua orbita intorno alla terra senza mai rallentare, orbita dopo orbita finchè un giorno della primavera seguente, in Spagna, non penetrò nel collo di George Orwell. Solo allora, avendo assaggiato il sangue di un uomo giusto, il bolo si placò, e ritornò materia inerte, inconoscibile segno di rancore che fu.
Michele Mari,
Tutto il ferro della torre Eiffel, ed.Einaudi