martedì 30 giugno 2020

Città morte

Mahendraparvata, Cambodia | Ancient cities, Ancient ruins, Ancient ...
rovine di Mahendraparvata

Queste città giacciono, sprofondate in mezzo a orribili foreste, sotto i cieli deserti e bianchi. Le liane, le erbe, i rami morti coprono e ingombrano i sentieri che furono grandi viali popolosi, da cui il rumore dei carri, delle armi e delle canzoni è svanito.
Niente aliti di vento, niente fogliame, non una fontana nel silenzioso orrore di quelle regioni. Perfino i bengalini, qui, si allontanano dai vecchi ebani, che altrove sono i loro alberi. Tra le macerie, accumulate nelle radure, si slanciano immense e mostruose eruzioni di fiori altissimi - striati d'azzurro, con sfumature di fuoco, venati di cinabro, simili alle radiose spoglie di una miriade di pavoni dispersi -, calici funesti dove ardono, sottili, gli spiriti del Sole.


Villiers de l'Isle-Adam, Racconti crudeli, ed. Mondadori
Traduzione di Giuseppe Montesano

domenica 28 giugno 2020

Valzer triste


Un gatto, che ripensa a un passato felice tra le rovine di una casa. Ma ormai anche quel gatto è solo un ricordo, destinato a scomparire, come la sua casa. E' così che Bruno Bozzetto immagina il "Valzer triste" di Jan Sibelius (1865-1957, finlandese), uno dei brani da concerto più famosi e più eseguiti, nel film "Allegro non troppo" del 1978. (qui per vedere e ascoltare)



giovedì 25 giugno 2020

Animali misteriosi

dipinto di Ettore Tito

Quanto ai pochi libri di testo usati dalla scolaresca, bastava darci un'occhiata per aver l'impressione di fare un salto indietro in pieno secolo diciannovesimo. C'erano tre libri soltanto di cui ogni alunna aveva una copia. Uno era un manuale di aritmetica uscito prima della Grande Guerra ma ancora discretamente servibile, e un altro era un pessimo libriccino intitolato Cento pagine di storia patria, un brutto volumetto in dodicesimo dalla copertina marrone granulosa e dal frontespizio che raffigurava Boadicea con la bandiera nazionale drappeggiata sulla parte anteriore del cocchio. (...)

La data del libro era 1888. Dorothy, che fino a quel giorno non aveva mai visto un'opera storica del genere, la esaminò con un senso di stupore che rasentava il raccappriccio. C'era infine una straordinaria "piccola antologia" che risaliva al 1863. Era composta per la maggior parte di brevissimi brani tolti da Fenimore Cooper, dal dottor Watts e da Lord Tennyson, e alla fine c'erano le più strampalate "noterelle di storia naturale", con illustrazioni in xilografia. Una di queste raffigurava un elefante e sotto, a caratteri minuti, si leggeva:" L'elefante è un animale sagace. Trae diletto dall'ombra dei palmizi, e quantunque sia più forte di sei cavalli, si lascia guidare da un bambino piccolo. Suo cibo sono le banane" E così via, fino alla balena, alla zebra, al porcospino e al " camelopardo ".

George Orwell, La figlia del reverendo, ed. Garzanti
Traduzione di Marcella Bonsanti

martedì 23 giugno 2020

Il cagnolino bianco


... la tapparella si abbassò, uno di quei cosi marrone sporco, tutti arrotolati, e io là che gettavo la palla a un cagnolino bianco, vedi caso. Alzo la testa, chissà poi perché, e la vedo venir giù. Chiuso e finito, finalmente. Rimasi a sedere ancora per pochi istanti, con la palla in mano e il cane che saltava e abbaiava, voleva farmi giocare. (pausa) Istanti. Gli istanti di lei, i miei istanti. (pausa) Gli istanti del cane. (pausa) Alla fine ho allungato la mano e lui l'ha presa tra i denti, con dolcezza, con dolcezza. Una vecchia palla nera, piccola e dura, di gomma piena. (pausa) La sentirò nel palmo della mano fino alla fine dei miei giorni. (pausa) Avrei potuto tenermela. (pausa) Ma l'ho data al cane. (pausa) Insomma...


Samuel Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, ed. Einaudi 1976, traduzione di Carlo Fruttero


( Fernand Khnopff, 1916 )

sabato 20 giugno 2020

Illusioni ottiche



Foto di Arna Bee
Dall’oblò si vedevano i gabbiani agitarsi nel grigiore lattiginoso di un mattino che non voleva decidersi, mi alzo, non mi alzo, e si sentivano le loro grida aspre e bestiali.  Si crede sempre che i gabbiani abbiano un peso sul cuore, ma questo non vuol dire assolutamente nulla, è solo la vostra psicologia che vi fa quell’effetto. Vedete dovunque cose che non esistono, ma succede tutto dentro di voi, diventate una specie di ventriloquo che fa parlare le cose, i gabbiani, il cielo, il vento,  tutto quanto. Sentite un asino ragliare, un asino dannatamente felice come solo un asino potrebbe esserlo, ma voi dite: mio Dio quanto è triste. Il raglio dell’asino vi spezza il cuore, ma è solo perché il vero asino siete voi. E adesso vi mettete nei panni dei gabbiani. Tutto quello che vogliono dire, i loro versi strazianti, è che da qualche parte c’è la tubatura della fogna, e quelli si stanno solo passando la notizia. Illusioni ottiche, nulla di più.

Romain Gary, Addio, Gary Cooper, ed. Neri Pozza

giovedì 18 giugno 2020

Su queste rose


Su queste rose, sbocciate nella notte, riposa in questo letto profumato, o mio diletto Faust, riposa!
Nel sonno tuo voluttuoso, dove vermigli baci ti sfioreranno, dove i fiori apriranno sopra il tuo giaciglio le loro corolle, il tuo orecchio intenderà le divine parole. Ascolta, ascolta! Gli spiriti della terra e dell'aria, per il tuo sogno, cominciano un soave concerto.
(Hector Berlioz, La dannazione di Faust, parte seconda, l' aria di Mefistofele che introduce il sogno di Faust)
(Beatrix Potter, 1896)

Voici des roses,
De cette nuit écloses.
Sur ce lit embaumé,
Ô mon Faust bien-aimée,
Répose!
Dans un voluptueux sommeil
où glissera sur toi plus d'un baiser vermeil,
où des fleurs pour ta couche ouvriront leurs corolles,
ton oreille entendra de divines paroles.
Écoute! Écoute!
Les esprits de la terre et de l'air
commencent, pour ton rêve, un suave concert.
(La Damnation de Faust, testo di Gérard de Nerval, Héctor Berlioz, L.Gandonnière, tratto dal Faust di Goethe).
qui  e qui  per l'ascolto

lunedì 15 giugno 2020

Sonnet to sleep


Negli anni del Secondo conflitto mondiale, Benjamin Britten compose tre cicli di liriche per Peter Pears, il tenore di cui si stava innamorando. Si tratta di Les Illuminations, di Seven Sonnets of Michelangelo e di Serenade.
Il terzo e ultimo ciclo di liriche, Serenade, è costituito da sei poesie di autori inglesi ( Cotton, Tennyson, Blake, un anonimo del XVsecolo, Ben Jonson, Keats ) tutte vertenti sullo stesso tema, il rimpianto dell'età dell'innocenza.
La composizione di Keats che Britten sceglie è Sonnet to sleep.
Il sonetto è un'invocazione.
Il poeta chiede al lieve e premuroso sonno di chiudergli gli occhi, perchè la luce non possa ferirlo e, una volta al buio, di serrare lo scrigno in cui riposa la sua anima quieta, perchè la curiosa e molesta coscienza, come una talpa, non possa scavare nel suo cuore procurandogli sofferenza.



Qui per l'ascolto

Sonnet to sleep

O soft embalmer of the still midnight,
Shutting, with careful fingers and benign,
Our gloom-pleas'd eyes, embower'd from the light,
Enshaded in forgetfulness divine:
O soothest Sleep! if so it please thee, close
In midst of this thine hymn my willing eyes,
Or wait the "Amen," ere thy poppy throws
Around my bed its lulling charities.
Then save me, or the passed day will shine
Upon my pillow, breeding many woes,--
Save me from curious Conscience, that still lords
Its strength for darkness, burrowing like a mole;
Turn the key deftly in the oiled wards,
And seal the hushed Casket of my Soul.


John Keats

venerdì 12 giugno 2020

Carmelina


Appena ciattaccava a cianciana o iattu Carmelina scappava pi tutta a casa per farisi pigghiari. E saddivitteva e sammazzava de risati a fari du iocu. A sentiri da musica di festa e di chiantu che la cercava.
U sapeva ca du iattareddu dipendeva di idda e che lavissa seguita fino in capo o munnu. E sammucciava e curreva. E cera e non cera.
"Carmelina chiffai? Lassa stari da povera bestia. Veni cà. Aiutami"
Ma Carmelina non cinnaveva vogghia di suvvizza e di sacrifici. Iucava a farisi acchiappari. A pigghiari e lassari. E accussì crisciu.

Appena attaccava il campanellino al gatto Carmelina iniziava a volare per casa per farsi prendere. Si divertiva e rideva soddisfatta per quel gioco. Nel sentire quel suono di festa e quel miagolare come di pianto che la cercava. Sapeva che quel gattino dipendeva da lei e che l'avrebbe seguita ovunque. E si nascondeva e correva. E c'era e non c'era. "Cosa fai Carmelina? Lascia in pace quella povera bestia. Vieni qui. Aiutami" Ma Carmelina non aveva voglia di lavori di casa e di privazioni. Giocava a farsi acchiappare. A prendere e a lasciare. E così crebbe. 

Dario D'Angelo, marzo-aprile 2020

 
(Renoir, ritratto di Julie Manet)
 


lunedì 8 giugno 2020

Il pane di Matera




"... Maddalena Tataranni, la sera prima, dopo aver cenato col marito e i suoi due figli, avendo deciso di preparare il suo pane per il primo forno, aveva tirato fuori dalla credenza il lievito messo da parte la settimana precedente e, con tutta l'arte del caso, l'aveva impastato con farina e acqua tiepida.
Qualche ora dopo, era scivolata dal letto nel massimo silenzio, per non disturbare il sonno dei suoi familiari. Aveva acceso il fuoco e aveva messo a riscaldare l'acqua. Su due sedie, poste l'una di fronte all'altra, aveva poggiato il "tavoliere" o madia, dopo averlo pulito con tutta l'accortezza possibile, data la scarsa luce con cui il lume a petrolio illuminava la grotta.
Non tutte le case dei Sassi, infatti, disponevano della corrente elettrica, che solo in alcune ore era miracolosamente fornita da una magica manopola di ceramica ( peraltro " a forfait", cioè a costo fisso e basso, ma anche a bassissima illuminazione. ).
"Mamà, ce ste faj?" ( "Mamma che stai facendo "? ). Uno dei figli di Maddalena si era svegliato. " Nidd, durm. Ié sibt ancar " ( "Niente, dormi. E' presto ancora").
Scampato il pericolo di ritrovarsi con un moccioso da accudire nel momento in cui si compiva il sacro rito del pane, la donna aveva riversato la farina sul "tavoliere", formando una piccola montagna bianca. Aveva quindi affondato la mano destra nella montagna e, ruotandola lentamente, aveva scavato un cratere fino al legno del "tavoliere". Qui aveva deposto il lievito e, versando un po' alla volta dell'acqua salata, aveva cominciato a mescolarlo con la farina.
Maddalena Tataranni aveva imparato a fare il pane da sua madre, sua madre dalla nonna e la nonna dalla bisnonna... "

Nicola Rizzi, C'era una volta il forno di una volta ed. BMG







Qui un video molto bello sulla mia città d'origine
A Matera si sforna ancora oggi il pane "alto". La forma pietrosa, il colore di terra, d'argilla, il profumo caldo, materno somigliano a quelli dei Sassi e della Gravina.




Info 

Nicola Rizzi
Matera ( nelle parole di Nicola Rizzi )
Pane e frittata ( da Basilicata Coast to Coast )


sabato 6 giugno 2020

I gufi di Baudelaire


Les hiboux

Sous les ifs noirs qui les abritent,
Les hiboux se tiennent rangés,
Ainsi que des dieux étrangers,
Dardant leur oeil rouge. Ils méditent.
Sans remuer ils se tiendront
Jusqu'à l'heure mélancolique
Où, poussant le soleil oblique,
Les ténèbres s'établiront.
Leur attitude au sage enseigne
Qu'il faut en ce monde qu'il craigne
Le tumulte et le mouvement,
L'homme ivre d'une ombre qui passe
Porte toujours le châtiment
D'avoir voulu changer de place.

Da "Les Fleurs du Mal" di Charles Baudelaire. (1821-1867)
messo in musica da Déodat de Severac (1872-1921) nel 1913  (qui)
 
(Brehm, edizione 1882)


I  gufi, da "I Fiori del Male"
 
Sotto i neri tassi che li ricoverano
i gufi si tengono allineati
come degli dèi stranieri,
dardeggiando il loro occhio rosso. Meditano.
Senza muoversi staranno in piedi
fino all'ora malinconica
in cui, spingendo il sole obliquo,
le tenebre si fisseranno.
Il loro atteggiamento insegna al saggio
che bisogna in questo mondo che abbia paura
del tumulto e del movimento,
l'uomo ebbro d'un'ombra che passa
porta sempre il castigo
d'aver voluto cambiare di posto.

mercoledì 3 giugno 2020

Meleagrina

Meleagrina

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,
Che cosa sai di queste mie membra molli
Fuori del loro sapore? Eppure
Percepiscono il fresco e il tiepido,
E in seno all'acqua impurezza e purezza;
Si tendono e distendono, obbedienti

immagine reperita in rete
A muti intimi ritmi,Godono il cibo e gemono la loro fame
Come le tue, straniero dalle movenze pronte.
E se, murata fra le mie valve pietrose,
Avessi come te memoria e senso,
E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?
Ti rassomiglio più che tu non creda,
Condannata a secernere secernere
Lacrime sperma madreperla e perla.
Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,
Giorno su giorno la rivesto in silenzio.



da Ad ora incerta di Primo Levi

lunedì 1 giugno 2020

Il cane di Guido

Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso. Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente. Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e carne. Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch’io con piacere saltellare per l’ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro. Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, così rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido fornì di non essere degno di dirigere una casa commerciale. Ciò provava un’assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere. Perciò mi parve di dover dedicarmi io all’educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c‘era. Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l’avessi urtato per errore. Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v’era pace. Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi. Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò più di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido. - Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te. I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane. (...)

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, pag. 351 edizione Dall'Oglio 1976

 
(dipinto di James Barenger, 1780-1831)
 

giovedì 28 maggio 2020

Lo scimpanzé e il baratro

( fonte )
 Mettiamo uno scimpanzé in una gabbia troppo piccola, chiusa con delle traverse in cemento. L’animale diventerà pazzo furioso, si scaglierà contro le pareti, si strapperà il pelo, Si infliggerà dei morsi atroci, e nel 73 per cento dei casi finirà per uccidersi. Adesso creiamo un’apertura in una delle pareti, posta in corrispondenza di un precipizio senza fine. Il nostro simpatico quadrumane di riferimento si avvicinerà al bordo, guarderà in basso, resterà a lungo immobile a contemplare il baratro, ritornerà più volte, ma in genere non vi si getterà; in ogni caso, il suo nervosismo verrà radicalmente placato.

Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, ed. La nave di Teseo

Qui un articolo di Elena Gramman sul romanzo di Houellebecq




domenica 24 maggio 2020

Il romanzo alla fine del XX secolo


( fonte )

A volte ci si intrattiene con conversazioni affannose sugli aspetti generali della vita; a volte ci si abbandona a un abbraccio carnale. Certo, ci si scambia il numero di telefono, ma in genere ci si richiama poco. E, anche se ci si richiama, e ci si rivede, la delusione e il disincanto prendono rapidamente il posto dell’entusiasmo iniziale. Credete a me, la vita la conosco: le cose vanno proprio così.
Questo progressivo stemperarsi dei rapporti umani non manca di creare qualche problema al romanzo. Come si potrà, infatti, proseguire la narrazione di passioni focose, sviluppate nel corso di diversi anni e talvolta in grado di far sentire i propri effetti su diverse generazioni? Il meno che si possa dire è che siamo lontani da Cime tempestose. La forma romanzesca non è concepita per ritrarre l’indifferenza, né il nulla; si dovrebbe inventare un’articolazione più piatta, più  concisa e più dimessa.

Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, ed. La nave di Teseo

venerdì 22 maggio 2020

Gabbiani monogami e piccioni camminatori


Per fortuna arrivano i gabbiani: "cocài, cocài, cocài, cocài, cocài...". Mi fa:
- Guarda, quela xe una femina.
Gli tira un tocco di pane e la gabbiana vola via contenta, cocài cocài.
- E quello è il maschio, suo marito.
- E dai, Gatto, anche il marito?
S'infervora:
- I xe monogami, i gabiani. I sta in coppia fissa, marito e moglie, tutta la vita. Però i ga imparà, tra moglie e marito, che xe meglio lassarse un fià de spazio uno con l'altro, se no i xe sempre là che i se toca, i se rompe, i se rovina. Meglio star larghi, respirar tutti e due, no come i piccioni che xe tutti rotti, fatti, desfài, che i domanda la carità in piazza San Marco, te i ga visti, "dame qualcosa, dame qualcosa, dame qualcosa", i pare in attesa del pusher quotidiano. Se gli tiri qualcosa da mangiare, al piccione in piazza San Marco, non vola mica, no: cammina. Beh, certo, Venezia è l'unica città dove volano i leoni e camminano i piccioni...

da Il Milione, quaderno veneziano di Marco Paolini, anno 1998, a 1h50' dall'inizio
  (qui per vedere e ascoltare)

 
(Magritte 1946, autoritratto)
 

martedì 19 maggio 2020

Il sole sul lago


...la parte alta del lago con la barca, fatto il bagno sulla riva, poi spinto la barca al largo e via alla deriva. Lei era distesa sul fondo con le mani sotto la testa e gli occhi chiusi. Sole abbagliante, un filo di brezza, acqua un po' mossa, come piace a me. Ho notato un graffio sulla sua coscia e le ho chiesto come se l'era fatto. Cogliendo uvaspina, ha detto. Ho ripetuto che secondo me non avevamo speranza, che era inutile continuare, e lei ha fatto segno di sì, senza aprire gli occhi. (pausa) Le ho chiesto di guardarmi e dopo pochi istanti... (pausa) ... dopo pochi istanti lo ha fatto, ma gli occhi erano due fessure per via del sole. Mi sono curvato su di lei per farle ombra e allora si sono aperti. (pausa. A voce più bassa). Mi hanno fatto entrare. (pausa) Andavamo alla deriva in mezzo alle canne e ci siamo arenati. Come si piegavano, sospirando, davanti alla prua! (pausa) Mi sono disteso su di lei, la faccia sul suo petto, la mano su di lei. Stavamo là, sdraiati, senza muovere. Ma sotto di noi tutto si muoveva e ci muoveva, dolcemente, su e giù, da un lato all'altro. (pausa) Dopo mezzanotte. Mai sentito...

Samuel Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, ed. Einaudi 1976, traduzione di Carlo Fruttero

 
(Frederick Childe Hassam, 1893 )

venerdì 15 maggio 2020

L'orco delle gravine




Le gravine sono profonde incisioni carsiche diffuse tra Puglia e Basilicata; quelle di cui ho esperienza diretta, per averle esplorate da ragazza con un gruppo di amici, sono quelle di Laterza e Matera. Sulle loro pareti si aprono cavità, grotte che non sono state visitate solo dalla fauna tipica della Murgia ma abitate anche da monaci e eremiti che hanno modellato il loro interno fino a ottenere giacigli, nicchie, altari, sedili di pietra e che hanno lasciato sulle pareti calcaree affreschi con soggetti religiosi.




Mi ha riportato alle gravine e all’atmosfera remota che è loro peculiare un film di qualche anno fa di Matteo Garrone, “Il racconto dei racconti”.  Garrone rivisita in chiave cinematografica tre narrazioni della raccolta di fiabe di Gianbattista Basile, Lo cunto de li cunti.
Per rappresentare la terza storia, quella narrata ne La pulce, Garrone sceglie come scenario Castel del Monte e le gravine pugliesi.


Un orco, dopo aver sciolto un impossibile indovinello posto da un re, riceve in premio la mano della figlia del sovrano, Viola.  Il re resta solo e beffato e Viola viene trascinata dall’orco verso un luogo inaccessibile e remoto, una grotta scavata su un’altura rocciosa.
Con sorpresa, osservando l’orco scalare la ripida parete e raggiungere la sua dimora con in spalla la povera, terrorizzata Viola, ho provato il piacere ( mettendo da parte per un momento la pena provata per la principessa )  di riconoscere i tratti tipici delle gravine.


 La conferma mi è stata data dalla visione degli interni di quella che sarebbe diventata la prigione della sfortunata Viola.




Le sequenze sono molto belle; Garrone riesce a restituire i tratti tipici dell’ambiente del quale elementi essenziali non sono solo la roccia e la macchia mediterranea (la memoria olfattiva mi ha fatto sentire l’odore del timo, del cappero, del fico.. ) ma anche e soprattutto  il silenzio interrotto dal volo del greppio e del grillaio o dal fremito appena percettibile delle piante basse radicate al suolo; anche il cielo, se rapportato alla grigia e severa massa calcarea che grava  sul paesaggio, pare più leggero e azzurro.


Bellissimo  il momento in cui Viola viene salvata da una famiglia di acrobati che tendono un filo tra le pareti della gravina e consentono alla principessa ( ma solo per poco ) di sfuggire all’orco.


Mi piacerebbe raccontare anche dell’indovinello del re  che ha a fare con il titolo della fiaba di Basile, La pulce;  magari lo farò un’altra volta..




Qui un'intervista a Matteo Garrone
Qui una sequenza del film ( una scena girata nel federiciano Castel del Monte )
Qui info sulle gravine

Le immagini sono fotogrammi del film "Il racconto dei racconti"  di Matteo Garrone


mercoledì 13 maggio 2020

Tigli


Si udivano allora i passi affrettati sulla banchina lungo il treno, l'affaccendarsi e il discutere presso il bagagliaio, le parole di quelli che avevano accompagnato i partenti, il quieto chiocciare delle galline e il fruscio degli alberi nei giardinetti delle stazioni.
Allora, come un telegramma spedito in viaggio o come un saluto arrivato da Meljuzeev, entrava dal finestrino un profumo ben noto, che sembrava diretto proprio a Jurij Andreevic, rivelandosi a lui nel suo angolo con con silenziosa intensità. Quel profumo si manifestava con calma superiorità da chissà quale angolo appartato, e proveniva da un’altezza insolita per i fiori dei campi e delle aiuole. Per la ressa, il dottore non poteva avvicinarsi al finestrino. Ma, anche senza guardare, li vedeva quegli alberi. Crescevano certo lì vicino e protendevano tranquilli verso i tetti dei vagoni i loro rami fronzuti col fogliame polveroso per il passaggio dei treni e denso come la notte, fittamente ricoperto dalle piccole ceree stelle delle infiorescenze. Per tutto il tragitto fu sempre la stessa cosa. Dappertutto folla che rumoreggiava, dappertutto tigli che fiorivano. L'incessante alitare di quel profumo sembrava precedere il treno in corsa verso il nord, come una voce di popolo che volava sui caselli, sulle stazioni perdute, e che i viaggiatori ritrovavano sempre diffusa ovunque e confermata.

(Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.129 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate)

(da "Che fiore è questo?" , ed. Franco Muzzio)
(n.3 Tilia platyphyllos, n.4 Tilia cordata)