lunedì 22 ottobre 2018

La predica di sant'Antonio ai pesci


Sant'Antonio da Padova predica alla gente, ma la gente non lo ascolta; così, come san Francesco, va a predicare agli animali. Si rivolge ai pesci invece che agli uccelli del cielo; i pesci accorrono, ascoltano, sono estasiati, che cose belle che sta dicendo il santo. Però, poi, la predica finisce e tutto torna come prima: è una poesia popolare tedesca, riportata da Arnim e Brentano nella raccolta "Des Knaben Wunderhorn" (1806-1808) e poi messa in musica da Gustav Mahler  (qui). Il motivo musicale alla base di questo Lied verrà poi ripreso da Mahler nella sua Sinfonia n.2 (il terzo movimento, "Scherzo"). (qui)


PREDICA DI ANTONIO DA PADOVA AI PESCI

Va Antonio alla chiesa, la gente non viene;
ai pesci dei fiumi la predica tiene.
Le code dimenano, al sole sfavillano.
Le carpe panciute son lì radunate,
spalancan la bocca, l'arringa le tocca.
Mai predica udita alle carpe fu tanto gradita.
I lucci puntuti, da gran combattenti,
son svelti venuti e ascoltano intenti.
Mai predica udita ai lucci fu tanto gradita.
Quei pesci un po’ pazzi che fanno il digiuno,
intendo stoccafissi, son pronti al raduno.
Mai predica udita ai lucci fu tanto gradita.
Anguille e storioni, gran cibo ai ricconi,
si muovon soltanto per udire il Santo.
Mai predica udita a loro fu tanto gradita.
Testuggini e gamberi dal lento messaggio
risalgono rapidi e ascoltano il saggio.
Mai predica udita a loro fu tanto gradita.
I pesci più vari, distinti e ordinari,
il capo han levato perché han ben capito.
Dio l’ha voluto, Antonio hanno udito.
Antonio ha finito, van tutti all’uscita.
Rapinano i lucci, si aman le anguille.
La predica piace e lor si dan pace.
Di sbieco il granchio va, è grasso il baccalà,
la carpa è già affamata, la predica ha scordato.
La predica piace e lor si dan pace.




DES ANTONIUS VON PADUA FISCHPREDIGT
Nach Abraham a St. Clara. Judas, der Erzschelm, I.S.253

Antonius zur Predig
Die Kirche findt ledig,
Er geht zu den Flüssen,
Und predigt den Fischen;
Sie schlagn mit den Schwänzen,
Im Sonnenschein glänzen.
Die Karpfen mit Rogen
Sind all hieher zogen,
Haben d’ Mäuler aufrissen,
Sich Zuhörens beflissen:
Kein Predig niemalen
Den Karpfen so gfallen.
Spitzgoschete Hechte,
Die immerzu fechten,
Sind eilend herschwommen
Zu hören den Frommen:
Kein Predig niemalen
Den Hechten so gfallen.
Auch jene Phantasten
So immer beym Fasten,
Die Stockfisch ich meine
Zur Predig erscheinen.
Kein Predig niemalen
Den Stockfisch so gfallen.
Gut Aalen und Hausen,
Die Vornehme schmausen,
Die selber sich bequemen,
Die Predig vernehmen:
Kein Predig niemalen
Den Aalen so gfallen.
Auch Krebsen, Schildkroten
Sonst langsame Boten,
Steigen eilend vom Grund,
Zu hören diesen Mund:
Kein Predig niemalen
Den Krebsen so gfallen.
Fisch große, Fisch kleine,
Vornehm’ und gemeine
Erheben die Köpfe
Wie verständge Geschöpfe:
Auf Gottes Begehren
Antonium anhören.
Die Predigt geendet,
Ein jedes sich wendet,
Die Hechte bleiben Diebe,
Die Aale viel lieben.
Die Predig hat gfallen,
Sie bleiben wie alle.
Die Krebs gehn zurücke,
Die Stockfisch bleiben dicke
Die Karpfen viel fressen,
Die Predig vergessen.
Die Predig hat gfallen,
Sie bleiben wie alle.


(da "Des Knaben Wunderhorn", raccolta di poesie popolari tedesche a cura di Achim von Arnim e Clemens Brentano, ed.BUR 1985, pag.134) (versione italiana a cura di Marina Cavalli e Dario Del Corno)


(il disegno di Oskar Laske è del 1919)

sabato 20 ottobre 2018

I cani di Milano


Lunedì mattina ho scoperto di colpo che nella mia casa abitano molti cani, non come si pensa di solito, cioè cani da padrone da guardia o da compagnia, proprio cani che hanno in mano il loro regolare contratto d'affitto. Gli inquilini sono loro. Al quinto piano c'è da oltre cinque anni una coppia di Schnautzer che mi salutano quando vanno al mercato, tenendo al guinzaglio una bambina fulva. Sono fra gli inquilini più anziani e se non si tolgono il cappello o mi aprono la porta è perché, come si dice, sono dei diversi, tutto qui. Al sesto c'è una lupessa nera, giovane e su di giri, di quelle che però ci tengono alla forma: ogni volta che la incontro solleva la zampotta come se dovessi baciargliela. Mi sembra eccessivo, mi scosto semplicemente e accenno a un inchino. Al secondo, Scala A, vive un bestione tutto muscoli che sfreccia via trascinandosi una signora col cappello (prima il contratto era intestato a lei) che fa resistenza, punta i piedi, cerca di attardarsi sotto il portone per fare due chiacchiere.



Questi nuovi inquilini prediligono l'ascensore, e sono di solito allegroni. Fare «bù!» per scherzo all'una di notte è uno dei loro giochi preferiti, come trotterellare per le scale con il guinzaglio sciolto che fa tic tic tic, o muovere le grandi orecchie fissandoti con occhi tristi nell’attesa sculettante che una porta si apra. Inquilini felici e non malevoli, custodi neanche tanto zelanti delle serrature e dei chiavistelli, delle chiavi doppie e triple, degli impianti antifurto, del «chi è?» soffiato con titubanza dietro la porta dell’appartamento. E' gran brava gente e al prete che viene a benedire la casa non fanno mai mancare una busta di Fido. I tre squisiti Raf-Terrier del settimo, marito moglie e nipotino, hanno anche due gatti, un tigrato di razza londinese e una soriana castrata di tre anni. Anche loro, come i padroni Terrier, leggono ogni mattina «Il cane nuovo» e appena possono sgusciano fuori fra le sbarre del cancello, per andare a messa.Diffido solo di un volpino col collare, un frociarolo nouveaux-riche che mi guarda di traverso; spesso, rientrando, scorgo nella sua cassetta delle lettere «Zampa continua».

Giovanni Gandini, Caffè Milano. Edizioni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987




(le tazzine sono opera di Eleonor Bostrom)

giovedì 18 ottobre 2018

Calvin e Hobbes





Bill Watterson è quasi mio coetaneo: nato il 5 luglio 1958, ci dividono poco meno di due mesi (lui è più vecchio). Lui è nato a Washington e io a Como, quindi non siamo andati a scuola insieme: ma questi sono dettagli. La vera differenza - purtroppo per me - è che lui è un grande artista, e io no. 

martedì 16 ottobre 2018

Siamese


Mi quand nassi un'altra volta / nassi un gatt de portinara
scriveva Delio Tessa un centinaio d'anni fa, in una delle sue poesie più simpatiche ("ol gatt del scior Pinin"). 

E appunto un "gatt de portinara" era il nostro siamese perché nato in casa di mia zia Maria, che a Parma faceva appunto la portinaia di uno stabile insieme al marito zio Aldo (zia Maria abita ancora lì). Un'inquilina che stava traslocando le aveva regalato una coppia, e la coppia ovviamente non aveva perso tempo. I gattini erano belli e andavano a ruba, così un giorno mia sorella (all'epoca diciottenne) decise che dovevamo assolutamente avere un gatto; la zia prese il più bello (parole sue) e noi tutti ci ritrovammo inopinatamente nella primavera 1975 con un gatto in casa. 
Andò a finire così: il gatto e mia sorella non andarono mai d'accordo, mia sorella di lì a poco cominciò a pensare ad altro (matrimonio), e intanto il siamese si era affezionato a tutti noi, e noi a lui. Si era affezionato a ognuno di noi in un modo diverso: mio padre, immediatamente riconosciuto come Capo, era una specie di divinità ma affettuosa; il Siamese lo aspettava religiosamente ogni pomeriggio dopo le 17, quando tornava a casa dal lavoro, e prendevano il caffè insieme - cioè, mio padre prendeva il caffè mentre il gatto no, il gatto andava a dormirgli sulle gambe rendendogli difficoltoso bere il caffè, ma così funzionava senza il minimo problema. Mia mamma era ovviamente la Mamma, l'unica a cui abbia mai fatto le fusa; mio fratello maggiore era il Fratello che aspettava la sera per andare a dormire (se tardava, il siamese diventava inquieto). Quanto a me, oltre che compagno di giochi ero diventato il suo punto di riferimento musicale; l'ho avuto compagno fedele di ascolto per quasi un decennio e aveva gusti molto precisi - ma per chi fosse interessato forse è meglio leggere qui. Mio papà non c'è più dal 1981, una malattia veloce e terribile (chi ci è passato sa cosa voglio dire); il gatto ne sofferse molto, anche più di noi se possibile, dopo sei anni di amore assoluto. Il siamese visse ancora un paio d'anni, ma non era più la stessa cosa: mio fratello si era sposato, io lavoravo ed ero sempre fuori casa, era arrivato un bambino nuovo, il gatto stava bene ma era spesso in casa da solo. Le cose cambiano, anche per i gatti.






PS: io dico e scrivo Siamese, oggi i noiosi vorrebbero "pointed black" perché era un gatto muscoloso e robusto, un piccolo puma, quindi non flessuoso e sottile come i siamesi degli allevamenti; ma lui (lo so per certo) si ricordava ancora dei suoi antenati nelle giungle dell'Indocina, almeno nei suoi sogni, pur essendo gatt de portinara; e quindi Siamese sia per sempre, ancora oggi, nel mio ricordo e in quello della mia famiglia.


Pensa ed opra,
varda e scolta,
tant se viv e tant se impara;
mi, quand nassi on'altra volta,
nassi on gatt de portinara!
Per esempi, in Rugabella,
nassi el gatt del sur Pinin... (...)


(dall'edizione in due volumi delle poesie di Delio Tessa, a cura di Dante Isella, ed.Einaudi 1999, pag.83)





domenica 14 ottobre 2018

I quattro cardini del mondo

Sali sul tetto... chinati verso i quattro cardini del mondo, protendendo la mano. 
Sole... Acqua... Nuvole... Fiamma... 
Tutto quanto c’è di bello nel mondo.  
[...] Si spengono nel tempo, affondano nello spazio
i pensieri, gli eventi, i sogni, le navi... 
E io intanto porto nel mio viaggio dei viaggi 
il migliore fra i miraggi terreni

Maks Vološin  (qui e qui )


Di Maks Vološin ( 1877-1932 ), poeta e pittore russo,  non conoscevo nulla; mi ci ha messo sulle tracce Marina Cvetaeva che  in un suo scritto lo descrive così:.


Se si potesse rappresentare plasticamente ciascun uomo, Maks sarebbe una sfera.
Veniva sempre voglia di toccarlo, di  accarezzarlo   





venerdì 12 ottobre 2018

Pioggia


Ho avuto spesso occasione di intervenire in dibattiti con gli spettatori ed ho notato che quando affermo che nei miei film non ci sono simboli e metafore ogni volta il pubblico esprime la sua decisa incredulità. Di continuo mi domandano con grande passione cosa significhi, ad esempio, nei miei film la pioggia. Perché essa ricorre in ogni film, perché si ripetono le immagini del vento, del fuoco, dell’acqua? Io rimango imbarazzato davanti a tali domande...





mercoledì 10 ottobre 2018

La volpe sul ghiaccio

Quella figura universale che è la Dama Celeste, l’Amante Soprannaturale, in Cina assume l'aspetto di una donna volpina, che non è necessariamente una perfida ladra di sessi, anzi può essere un’amante di sogno che largisce estasi, fortuna e poteri soprannaturali al prescelto. Ma, essendo soprannaturale, è imprevedibile, capace di tutto.
Perché i cinesi la ravvisano in forma di volpe o di donna volpina? Jilek mi rammenta la collezione di storie di volpi soprannaturali opera di Pu Song-Ling, che usci in versione inglese a New York nel 1946  (Chinese Ghost and Love Stories) con una prefazione di Martin Buber. Buber invitava a considerare i significati che germogliano nella mente osservando una volpe che d’inverno attraversa un fiume o un lago ghiacciati. Mentre trotta, di continuo abbassa il capo per cogliere con l'orecchio i fruscii delle correnti nascoste sotto il lastrone: vive nel mondo superiore, luminoso, yang, ma nello stesso tempo ascolta i moti nascosti della tenebra, yin; è consapevole dell’una e dell’altra sfera. Media. Lo spirito volpino appartiene al mondo delle pure energie, dello spirito, ma cala nel nostro, nella materia, attraverso la porta dei sogni. Se lo fa con dispetto e perfidia, addio sesso. (...)

Elémire Zolla, dal Corriere della Sera 22 febbraio 1988 (Un morbo mitico in Thailandia)
(poi pubblicato nel volume "Lo stupore infantile", ed. Adelphi)

 
(Ohara Koson, 1930 circa)
 

lunedì 8 ottobre 2018

L'uomo cavallo ( II )



(Annie Oakley, 1901, Milano)

Il giovane e candido Amédée de Saint-Gapour, vista che ebbe la giovane donna, se ne innamorò perdutamente e giurò seduta stante a se stesso d’ottenerne i supremi favori. La dama altri non era che la legittima consorte d’un capitano delle dogane di un piccolo porto della Normandia che le più elementari convenienze mi vietano di designare a tutte lettere. Gioì non poco, la bella capitana, nel vedere il povero Saint-Gapour così infiammato, e poiché le distrazioni in provincia sono alquanto rare, ella si ripromise di trarne un certo svago, almeno per una parte dell’estate.
- Mio povero amico, diceva, voi mi amate, voglio crederlo, ma io che posso farci?
- Diamine! farfugliava Saint-Gapour, lo sapete benissimo.
- Credo, in effetti, d’indovinare che cosa vi aspettiate da me. E se mio marito ci sorprendesse?
- Faremo in modo che non ci sorprenda.
- Faremo in modo, faremo in modo... Sempre la solita storia: si fa in modo, e poi si vien pizzicati lo stesso. Ma lo sapete, se ci cogliesse sul fatto, con che cosa mio marito ci trapasserebbe il corpo?

sabato 6 ottobre 2018

L'uomo cavallo ( I )


(Francia 1475, il Sagittario)
(...) Mi parla a lungo anche di "zio Nardu", un bizzarro vecchio che diventava cavallo. Abitava in una povera bicocca fuori Nuoro. Fellini ci andò accompagnato da un pretino in fama di buon esorcista. Arrivati alla casa di zio Nardu, dovettero aspettare due ore perché lui non voleva aprire. Alla fine si spalancò la porta e zio Nardu apparve, un vecchietto di settant'anni, all’apparenza niente di straordinario. Come vide il prete, si fece il segno della croce. Salutò in tono piuttosto servile. Subito il pretino lo redarguì severamente: « Ti vuoi convertire finalmente? La devi smettere di trasformarti in bestia! Altrimenti finirai all’inferno...». E lui diceva di sì, era pentito, prometteva di non farlo più, lacrime gli colavano dagli occhi. 
A questo punto intervenne Fellini: il pretino, continuando così, gli avrebbe rovinato tutto quanto. « Sì, zio Nardu, tu devi convertirti - disse il regista. - Sono venuto apposta da Roma per parlare con te. Ma, per dimostrarti la sua benevolenza, la Chiesa ti dà il permesso di diventare bestia ancora una volta.» 
A quelle parole zio Nardu si rianimò, fece una grande risata, poi si mise a parlare velocemente, non si capiva una parola, sembrava recitasse una filastrocca di nomi messi insieme senza nesso. All’improvviso cominciò a nitrire, non a emettere suoni simili a nitriti, ma a nitrire veramente come un cavallo. Ben presto avvenne una metamorfosi mostruosa. La faccia divenne un muso, il muso si allungò a vista d’occhio assumendo fattezze equine; gli occhi si ingrandirono, divennero interamente neri e lucidissimi, appunto come gli occhi dei cavalli, le orecchie si spostarono in alto, così da sporgere dalla sommità del capo. Perfino il corpo, sembrò a Fellini, acquistava un certo che di cavallino. Allora, sempre cacciando altissimi nitriti di gioia, l’uomo-cavallo cominciò a scalciare furiosamente. E il pretino a recitare le formule sacre dell’esorcismo. Fino a che l’altro si quietò e nel giro di pochi secondi riacquistò sembianze umane. 
Al termine dell’inusitata scena, Fellini si trattenne a discorrere con zio Nardu. «Spiegami un po’ - gli chiese - perché ti piace fare il cavallo?». « Ma il cavallo è più buono, è più onesto degli uomini - rispose il vecchio con entusiasmo - Non c'è niente di più bello di un cavallo. Sì, per questo io voglio diventare un cavallo. Sì, sì, io sono un cavallo. » Zio Nardu è morto recentemente, del tutto felice perché nella suprema agonia aveva avuto una delle sue crisi, tramutandosi in destriero. E i suoi ultimi rantoli furono nitriti. Un matto, insomma, ma fuori della norma dei matti. Del resto, mi ha fatto notare Fellini, la pazzia in certi casi è “materializzante” cioè l’uomo finisce per assomigliare alla persona o alla cosa in cui si illude di essere trasformato. Così c'è il pazzo che può assomigliare a Napoleone, il pazzo che assume le forme di un uccello e così via. (...)


Dino Buzzati, da "I misteri d'Italia", edizione Mondadori 1978. (pubblicato sul Corriere della Sera nell'agosto 1965)



giovedì 4 ottobre 2018

Il tarlo del domani


"... Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse : - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo? La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: - Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita.
La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.
Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.
La nutrice le dava da mangiare in silenzio.
La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere."

da  La canzone del domani di R.L.Stevenson   in "Favola crudele" ed. Fiabesca

dipinto di Felice Casorati

martedì 2 ottobre 2018

Il giardino indifeso

Ci si va calpestando il pietrisco, i calcinacci, i mattoni in cocci, scavalcando i binari della decauville. C'era qui, appena un mese fa, il Vecchio Ospedale Fatebenefratelli. Oggi è demolito. Ai margini, laggiù, lungo un alto muro glabro, è venuto a nudo un giardinetto che prima era chiuso in qualche cortile interno dell’ospedale. Le piante, arse e impolverate, ti danno un senso di timidezza, di pudore violato, paion raccogliersi in gruppo per non farsi veder dalla gente, non sono state abituate al chiasso della città; i rumori giungevano a loro spenti. Sotto questi rami... bisbigli di suore, passi di infermieri, soste di convalescenti e null’altro.Avvicinandosi ai giardini ci si accorge che è un piccolo bosco. C’è una scala a pioli appoggiata a un tronco. Statue mozze, raccolte in un angolo, per qualcuno che le esamini se convenga tenerle o buttarle via. A sfondo, c'è il muro di un caseggiato messo a nudo lui pure da poco e che presenta i soliti rettangoli di tappezzeria a mezza aria di locali che furon stanze abitate. Mi par di scorgere per terra i segni di sedili di pietra divelti. Gli operai son venuti sin qui ma hanno risparmiato il bosco non avendo ordini. Ma così queste piante non possono stare, avevano una cintura di muraglie un tempo che era per esse come un abito ed ora si vedon nude in faccia a tutti. Come potranno utilizzarle lasciandole in piedi? L'area su cui campano vale ben più della loro vita. Le abbatteranno. Il fogliame è spesso, l’ombra è cupa qua sotto e non c'è aria. Il riverbero acre del pietrame morde gli occhi. Si può essere sfrattati rimanendo al proprio posto? Sì, quando la casa se ne va e tu resti.
Non guardatele troppo le povere piante, aspettano la notte che le fasci, che le isoli, potranno ancora illudersi d’esser a casa loro, nel loro cortile segreto; riudranno in sogno i passi cauti nelle sale, le voci sommesse nei corridoi. Qualche lume si spegnerà... ma due... tre... rimarranno... vegliando sempre. In una corsia... un lamento... Ma il vecchio ospedale è morto e le sue piante son come suore di clausura cui abbian tolto i voti colla violenza.

Delio Tessa, da "Ore di città" (1938-39), ed Scheiwiller 1984, pag.48

( il dipinto è di Camille Pissarro )

domenica 30 settembre 2018

L'ape che fuma pepe


L'ape che fuma pepe
lo stipa nella pipa.
(Toti Scialoja, Versi del senso perso)

Una volta, quando ancora andavo a scuola, ho fatto leggere un nonsense a un compagno di classe, uno di quelli di cui mi fidavo. Avevo da poco scoperto i limericks e mi piacevano molto, così glielo avevo fatto leggere.
- Ma che cosa significa?
- Niente, è un nonsense, cosa vuoi che significhi? Lo dice la parola stessa, "non-sense", un nonsenso.
Ho ripetuto l'esperimento una sola volta, in seguito, molti anni dopo: sempre con lo stesso risultato e la stessa domanda.
- Sì, ma cosa significa?
- Non significa niente, è un nonsense...
Una volta, con una mia carissima amica con cui andavo molto d'accordo (avrei voluto sposarla, per dire le cose come stanno) mi capitò di citare un gioco di parole di Marcello Marchesi, questo: «Anche un cretino può scrivere un saggio, viceversa non è possibile.» Se la prese molto, disse che le avevo dato della cretina, lei aveva scritto un saggio ma io non lo sapevo, né avrei mai accostato il suo nome a quella parola; mi tenne il broncio per un'oretta, poi le cose si aggiustarono ma insomma.
Da allora, evito accuratamente di parlare di limericks e di nonsense con chiunque.



Vango le virgole, rivolto i punti,
col punto e virgola faccio una zappa;
coltivo apostrofi, levo maiuscole,
poi le ripianto ma solo le A;
con le minuscole raccolgo cavoli,
con i tre punti mi fermo qua;
e poi riparto, son uomo colto,
qui vango e semino, farò raccolto.
Ma le parole, si sa, nascon da sole
e vanno e vengono come Dio vuole
come le erbacce lambite dal sole
belle e robuste e ben rigogliose:
ne vengon tante, qui, quando piove.
Costano poco versi e parole
in questa vigna baciata dal sole.
(e, intanto, scappa via una lucertola...)









(le tre immagini, trovate in rete, sono purtroppo senza indicazioni; la fotografia ha una data, è degli anni '20)




venerdì 28 settembre 2018

Si è seduto il vento


...ed ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c'è il sole
nel petto ti resta un pugnale.
Tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l'orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.
Di te resterà soltanto
il dolore e il pianto che tu hai regalato
... ma il sangue che hai versato
su te è ricaduto -
la tua guerra è finita, vecchio soldato.
(Testo di Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo, dal primo 33 giri del "Banco del Mutuo Soccorso", anno 1972)  Per ascoltare, qui



- Ha un testo molto triste, - mi dice Maura, - ma è una bella canzone.
Sono d'accordo, e anzi dire che è triste forse è ancora poco: qui ho omesso la parte iniziale, si tratta della descrizione di un'antica battaglia, con tutto quello che di solito si tace. Ma la guerra è proprio questa cosa qui, e a me fa impressione vedere e ascoltare sempre più persone che non se ne rendono conto. Siamo in pace da quasi 75 anni, in questa parte d'Europa: non era mai successo. A molte persone, anche nei governi europei, sembra una cosa da poco, e io mi chiedo che cosa hanno nella testa, loro e quelli che li mandano al potere. Però, per ora, si è seduto il vento e anche noi possiamo contemplare ciò che rimane di una battaglia del passato: sperando che si possa continuare a coniugare al passato tutto questo scempio. Non è detto che debba andare così, ma ci sono brutti segnali.





(disegno di Sergio Toppi, da Alterlinus)
 

mercoledì 26 settembre 2018

Due scoiattoli


I sei morti erano stesi a terra, uno a fianco all'altro. Noi li contemplavamo, pensierosi. Presto o tardi, sarebbe venuto, anche per noi, il nostro turno. Ma il capitano Canevacci era troppo contento. Si era fermato accanto al cadavere del caporale e gli diceva:
- Eh, mio caro, se avessi imparato a comandare la pattuglia, non saresti qui. In servizio di pattuglia, il comandante deve, innanzi tutto, vedere...
Lo interruppe il capitano della 9°. Con un dito sulla bocca e un filo di voce, lo invitava a tacere. Di fronte a noi, nella stessa direzione in cui era caduta la pattuglia, ma più vicino, ci veniva un rumore, come un bisbiglio di persone che bisticcino. Il capitano guardava di fronte. I tiratori scelti puntavano i fucili. Anche il comandante di battaglione ed io ci portammo silenziosamente sulla linea e guardammo.
Il rumore proveniva dal tronco di un grosso abete che i raggi del sole, fra le cime degli altri abeti, illuminavano a tratti. Con salti, due scoiattoli apparvero sul tronco, a qualche metro da terra. Veloci, si rincorrevano, si nascondevano, si rincorrevano ancora e si rinascondevano. Piccoli strilli, come risa mal contenute, salutavano il loro incontro ogni volta che, dalle opposte parti del tronco, si slanciavano a balzi, l'uno verso l'altro. E ogni volta che si fermavano, in un disco di sole riflesso sul tronco, si drizzavan, sulle zampe posteriori e, con le altre zampe, a guisa di mani, sembravano farsi complimenti, carezze e feste. Il sole rischiarava il ventre bianco e i ciuffi delle code, ritti in alto, come due spazzole.
Uno dei tiratori scelti guardò il capitano della 9° e mormorò:
- Tiriamo?
- Sei pazzo?- rispose il capitano sorpreso - Sono tanto carini.
Il capitano Canevacci si avvicinò ai morti allineati.
- Il comandante di pattuglia deve vedere e non essere visto... - disse, riprendendo il sermone al caporale bosniaco.

Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, ed. Einaudi







lunedì 24 settembre 2018

Carpe


I pesci rossi, in fin dei conti, non sono altro che delle carpe.

La carpe
Dans vos viviers, dans vos etangs,
carpes, que vous vivez longtemps!
Est-ce que la mort vous oublie,
poissons de la mélancolie.

La carpa
Nei vostri vivai, nei vostri stagni,
Carpe, come vivete a lungo!
La morte forse vi dimentica,
Pesci della malinconia.

Francis Poulenc, da "Le bestiaire" (versi di Guillaume Apollinaire) Traduzioni di Mario Pasi, da un programma della Scala anni '80  

Per ascoltare, qui

 
(Ohara Shoson, 1939)

sabato 22 settembre 2018

L'arcobaleno


Da casa mia (c'è ancora un po' di bosco, e c'è il torrente che scorre un po' sotto) l'arcobaleno si vede spesso, d'estate dopo il temporale. Ma la bambina è troppo piccola e non lo sa ancora, e quando le diciamo "guarda, c'è l'arcobaleno" lei risponde come fanno spesso i bambini: "Lo so, l'ho già visto". Però, per fortuna, l'arcobaleno non dura un attimo ma resiste per parecchi minuti; così la bambina ha il tempo di voltarsi, di guardare, e di rimanere a bocca aperta, senza parole. Alla fine lo ammetterà: l'arcobaleno è davvero qualcosa di speciale. E' davvero un peccato che di questi momenti si perda memoria, crescendo.




giovedì 20 settembre 2018

Pietre ( II )


Siccome a me piaceva fare teatro nella mia vita quotidiana, nel mio piccolo e secondo le mie limitatissime potenzialità (la mancanza di talento mi impedisce di fare di più, per fortuna direi), un giorno sul posto di lavoro mi metto con la faccia rivolta verso il muro e comincio a fare l'elenco delle cose che non vanno (tante, perfino in modo ridicolo). Il mio giovane collega mi guarda un po' così, forse si preoccupa e allora gli spiego: «Parlo al muro perché il muro non risponde, e in questo è identico ai nostri capi, ma quantomeno il muro non risponde stupidaggini, e in questo è senza dubbio migliore.»


A quel tempo conoscevo già il Tito Andronico, ma forse me ne ero dimenticato:


Lucio: O nobile padre, ti lamenti invano: i tribuni non ti sentono, e tu racconti i tuoi dolori ad una pietra. (...) Mio amato signore, nessun tribuno è qui a sentirti parlare.
Tito: Non importa, ragazzo: se mi sentissero non mi presterebbero attenzione, e se lo facessero non avrebbero pietà di me; e tuttavia devo implorarli, anche se inutilmente. Perciò racconto i miei dolori alle pietre, che se non possono rispondere alla mia pena pure sono in qualche modo meglio dei tribuni, perché non interrompono la mia storia. Quando piango, ai miei piedi esse ricevono le mie lacrime umilmente e sembrano piangere con me; se solo fossero abbigliate di vesti austere, Roma non disporrebbe di tribuni a loro pari. Una pietra è tenera come cera, i tribuni sono più duri delle pietre; una pietra è silenziosa e non offende, i tribuni con le loro lingue mandano uomini a morte.
(William Shakespeare, Tito Andronico, atto 3 scena I, traduzione Alessandro Serpieri, ed.Garzanti 1989)

martedì 18 settembre 2018

Pietre ( I )


Alla fine arrivò alle pietre. 
« Adesso - disse - troverò la mia anima nel mucchio e la ridurrò in mille pezzi con questo martello ». Uscendo aveva preso il martello nella carbonaia.
Poi si mise alla ricerca della propria anima. Ora, si può anche riconoscere l’anima di un altro essere umano, ma non è possibile farlo con la propria. Richard non riusciva a trovarla. Ma per caso s’imbatté in quella di Rachel e la riconobbe (una sottile pietra verde con bagliori di quarzo) perché in quel frangente lei si era staccata da lui. Contro di essa poggiava un’altra pietra, una brutta selce deforme di un marrone screziato. Imprecò: « Distruggerò questa. Dev’esserel’anima di Charles ».
Baciò l’anima di Rachel: era come baciare le sue labbra. Poi prese l’anima di Charles e soppesò il martello: « La sbriciolerò in cinquanta frammenti! ». Si fermò. Aveva degli scrupoli. Sapeva che Rachel amava Charles più di lui ed era costretto a rispettare il patto.