lunedì 23 ottobre 2017

L'invenzione di Morel

( fonte )


Scomporre e ricomporre : è quello che fa la natura o un binomio di divinità capricciose, all'infinito ;
o che fa chi vuol scoprire i segreti di un meccanismo 
o  quello che ho fatto io per capire qualcosa de "L'invenzione di Morel", un romanzo del 1940 di Adolfo Bioy Casares, scrittore argentino legato  da un rapporto di amicizia e collaborazione al più noto connazionale J.L. Borges


Gli elementi in gioco non sono molti. 
C'è un'isola. Vi approda il protagonista, un uomo in fuga; sta cercando di sottrarsi all'ergastolo a cui è stato condannato. E' questo un primo elemento di cui tener conto.


 Approdando sull'isola, l'uomo si libera da qualcosa che lo avrebbe limitato, una prigione, uno spazio buio, chiuso (la caverna di Platone o, più semplicemente la materia, il corpo?). L'isola è un grande spazio aperto, bagnato dalla luce e dall'acqua (il mondo delle idee o un  paradiso?)


L'acqua è un elemento ricorrente nel romanzo; è la via attraverso cui l'uomo approda sull'isola; avvolge il protagonista che più volte al suo risveglio vi si ritrova immerso ( il grembo ? );
il suo movimento ciclico ( le maree ) costituisce l'energia propulsiva necessaria ad azionare l'invenzione di Morel;


l'acqua è in una delle tre costruzioni che stazionano solitarie sull'isola : una piscina, una cappella, un museo ( chiamato così, è in realtà una residenza ).
Il numero tre è ricorrente nel romanzo, così come il numero otto. Sono cifre che rimandano al trascendente, a ciò che supera la materia, all'infinito, all'eterno.
L'8 è il numero della resurrezione, della rinascita.  Ruotato di 90° è il simbolo dell'infinito.


Castel del Monte


Alla rinascita fanno pensare l'approdo sull'isola del protagonista, la presenza della piscina ( una fonte battesimale? ).
Al continuo ritorno rimandano le maree e il ripetersi di situazioni, di cui il protagonista è spettatore,  che hanno tutta l'apparenza della realtà e che costituiscono invece il prodotto di una invenzione, "l'invenzione di Morel", appunto.


Tra le "scene" ricorrenti a cui l'uomo assiste c'è quella di una donna, vestita in modo elegante ma antiquato, il cui incarnato ricorda quello di una zingara ( un riferimento ai tarocchi, al destino ? ), che  assorta, con un libro fra le mani,  guarda il tramonto, il termine del giorno. 
Il motivo  della fine  è presente nel romanzo tanto quanto quello dell'inizio. Per rinascere bisogna morire. L'immagine più forte in questo senso è quella della partenza degli "intrusi" dell'isola, ovvero delle  persone che figurano nelle scene realizzate da  Morel  attraverso il congegno che ha ideato; partono con una imbarcazione, consapevoli di andare incontro alla morte; ricordano il pallido carico di altri "legni" letterari, da Dante a Coleridge, a  Shiel.


Anche la morte è momento ineludibile, necessario per garantire l'eternità, la riproduzione del ciclo ( anche in senso cinematografico... ed è una riproduzione , questa, a cui il protagonista assiste ). 
Per non rovinare il piacere della lettura non dico altro. Aggiungo solo che, leggendo il romanzo, ho intravisto altre possibilità interpretative. Una di queste è suggerita dal binomio illusione/realtà : ciò che consideriamo concreto ha invece la sostanza dei sogni, delle visioni, visioni di qualcuno che, più in alto di noi,  ( ci ) sogna :  Morel?




p.s
Borges, parlando de l'invenzione di Morel, fornisce un  suggerimento:
"Bioy  rinnova letterariamente un' idea che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:


Sono già stato qui,
ma quando o come non so dire:
conosco quest'erba davanti alla mia porta,
quel dolce intenso odore,
quel rumore sospirante, quelle luci attorno alla costa...  "








p.p.s.

Ci sarebbe anche un'altra chiave di lettura,   più...sentimentale, più segreta 

 ( cito da pag. 109 della mia edizione ) :


Forse abbiamo sempre voluto che la persona amata avesse un'esistenza di fantasma


La frase, nel romanzo,  è in sordina: è riportata tra parentesi, quasi a confessare la verità inconfessabile.



Le  linee interpretative non si negano vicendevolmente. Un punto di vista più celeste ( o più terrestre ? ) del mio saprebbe come ricomporle. Io non ancora...ma mi sto attrezzando.


.

 Qui il film  "L'invenzione di Morel" di Emidio Greco


p.p.p.s.

Ho dato al post l'etichetta  "refrain"  non solo perchè nel libro c'è una situazione che si ripete: ho già pubblicato queste mie considerazioni sul romanzo di Bioy Casares nel mio precedente blog, Giac.ynta, quello che gestivo senza Giuliano ( che ha parlato del film tratto dal libro in una serie di post nel suo blog, giulianocinema  )  (qui ).

sabato 21 ottobre 2017

Vento del Nord


Da qualche giorno tirava un forte vento e la finestra, fino ad allora aperta, dovette essere chiusa. Eravamo agli inizi di maggio. Il sole inondava la mia camera la mattina presto, molto prima che a casa. La cupola d'oro scintillava per un istante, ma poi le nuvole tornavano a chiudersi su ogni cosa. Le gemme iniziavano appena ad apparire sugli alberi, poiché in Svezia la primavera arriva più tardi. Era dunque quello il vento del Nord? Credevo fosse più rude, più violento, più sonoro. I bollettini meteoreologici, a casa, parlano di "correnti nordiche" e io, leggendoli, avevo sempre pensato a uragani feroci come quelli descritti da Ossian, vortici tonanti nati all'interno dei fiordi. No, non era così. Tuttavia era diverso dai venti ungheresi. Questo era leggero, sottile e sereno, sfrenato ma non rabbioso. Fischiava allegro e indifferente. Il mondo sembrava oscillare ed era limpido e fresco come se fosse stato sollevato più in alto. Il mio olfatto, divenuto più fine da quando ero malato, sentiva il lontano profumo del mare.


Frigyes Karinthy, Viaggio intorno al mio cranio, ed. Bur

Traduzione dall'ungherese di Andrea Rényi













dipinto di Karen Hollingsworth

giovedì 19 ottobre 2017

Un'unica stella




Il cane l’orsa maggiore il cane minore l’auriga
la chioma di berenice andromeda arturo la lira
l’orsa minore perseo l’auriga il cane minore
andromeda cassiopea l’orsa maggiore le pleiadi
impeccabile solo il nord trafitto da un’unica stella.

( Toti Scialoja, da Le costellazioni )





                                                      





                                    





                                     (Cellarius, Harmonia macrocosmica)

martedì 17 ottobre 2017

Un mondo di odori


Mancava quasi un quarto d’ora alla partenza e il signor Aghios rallentò il passo. Forse aveva dimostrata troppa fretta di staccarsi dalla moglie e gli doleva ch’essa avrebbe potuto risentirsene perché, certo, essa meritava tutto, anche riguardi.
Un piccolo fox terrier venne esitante ad annusargli i piedi. “Sei già qui, vecchio amico?" pensò il vecchio. Certo non era il primo cane ch’egli vedesse a Milano, ma era il primo che gli si accostasse dacché egli era solo. E lo guardò con affetto, mentre il cane arretrò - cercava certo il suo padrone - e poi saltellò via guardando ancora un’ultima volta chi l’aveva spaventato, le molli orecchie giovanili aderenti alla testa. Il vecchio gli guardò dietro ammirando. Il passo su quattro zampe è sempre più ingenuo di quello su due. Quello del piccolo giovine cane, che ora saltellava ora cercava, con quei movimenti non ancora bene associati delle quattro zampe, era l’ingenuità stessa. E il signor Aghios pensò col cuore pesante ai grandi pericoli che la bianca bestia correva. "Guardati dal canicida!" pensò.
Grandi amici del viaggiatore sono i cani. Persino in Inghilterra somigliano ai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria. Non meglio educati dei nostri, curiosi come questi di tutte le porcherie sulla via, invadenti, rumorosi, obbedienti quando conobbero la frusta, affettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti di lasciar passarsi la loro lingua sulla faccia. Parlano la stessa lingua. E l’Aghios nella solitudine li amò e spiò scoprendone il carattere e le sue cause. Radicalmente differenti da noi, che guardiamo mentre essi annusano, è strano che fra noi e loro si sia costituita una relazione tanto intima, nostra grande fortuna, dal cane basata certo su un malinteso. Forse il gatto a noi s’accosta di più perché a noi meglio somiglia e meglio ci conosce. E il cane deve la sua sincerità al suo senso predominante, l’olfatto. Il suo modo di percepire gli fa credere che a questo mondo ogni tradimento sia subito scoperto perché egli non vede le superfici ingannevoli, egli analizza proprio l’anima delle cose, il loro odore. Può essere che anche il suo senso lo truffi o ch’egli spesso addenti degl’innocenti dall’odore sgradevole, ma egli non lo sa e se è impedito nel suo proposito s’adatta, ma ringhiando. Tante volte una legge superiore lo arresta e lo incatena e, senza convinzione, egli deve subirla; vi è abituato. Ma il proposito di tradire egli non può accogliere, pensando ch’egli col suo senso sarebbe capace di scoprirlo e tanto meglio dunque il suo padrone, che non sarebbe il suo padrone se non avesse dei sensi più perfetti dei suoi. Mondo sincero perciò quello degli odori. Pare però che si allontani dalla realtà più di quello delle linee e dei colori. Il povero cane è sempre il truffato perché male informato.
Tuttavia qualche dolore gli è risparmiato. In nessun posto egli è straniero. Il suo senso è essenzialmente socievole. Ogni incontro casuale si fa subito intimo e al naso vengono offerte per la verifica le parti più recondite. Rifiutarle è una vera sgarbatezza che provoca la reazione più violenta. Che vita più naturale che non la nostra! Nella via più affollata di Londra un uomo è null’altro nient'altro che un impedimento a procedere. Come fare? Anche se il signor Aghios fosse stato accettato quale dittatore della vita di società, egli non avrebbe saputo imporre il sorriso reciproco di saluto fra sconosciuti. Esso, imposto, sarebbe divenuto una smorfia orrida e mai avrebbe potuto significare un sincero saluto di fratello. L’affetto è anch’esso una fatica; e nessuno vi si sottopone per regola; il vero riposo è l'indifferenza. Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c'è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.

(Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, pagine 13-15 edizione Dall'Oglio 1980)
(foto di André Kertesz, Parigi 1929)

domenica 15 ottobre 2017

Il commediante


Mi occupavo molto del piccolo gatto. D'altronde non era affatto piccolo, era cresciuto parecchio e aveva i muscoli ben sviluppati. il pelo lucido testimoniava la sua buona salute e i baffi si rizzavano folti e superbi. Era completamente diverso dalla madre, impetuoso, bisognoso d'affetto e sempre pronto a divertirsi. Aveva una vera passione per la commedia, con le parti principali sempre identiche: predatore infuriato, orribile e terrificante; gattino cucciolo, mansueto, derelitto e da compatire; pensatore riflessivo distaccato dalla vita quotidiana ( una parte che gli riusciva solo pochi minuti ), e gatto profondamente offeso, ferito nell'orgoglio maschile. Io ero tutto il suo pubblico;

                                                                                             Marlen Haushofer, La parete, ed. e/o
                                                                                             traduzione di Ingrid Harbeck
illustrazione di
Satoko Watanabe

venerdì 13 ottobre 2017

Nel fondo della foresta



Come un uccello canoro, nel fondo della foresta, canto lodi che tu non ascolterai mai...


Chissà poi cosa cantano davvero, gli uccelli canori, nel profondo della foresta... servirebbe appunto, per capirli, l'anello di Re Salomone.

Un clic qui per l'ascolto








No love is sorrow


Just like the songbird deep in the forest
i sing praises but you never hear
Deep in my body my song is silent
yet content at the times when you're near

Please listen to me and i will tell thee
all those words that have never been said
They shout inside of me but then the coward
behind a weak man starts ruling my head.

I never loved thee and not one other
will know sweetness that lies in my breast
'tis you that made me but have abided me

to uncover my heart to the stars

No love is sorrow but now i'm happy
to have thee in this world for my love
And now you must know my soul is for thee
that's why this life is my sorry love.

(da "Solomon's seal", testo e musica dei Pentangle.)




( il disegno è di Louise Richardson, il dipinto è di Alexander Mark Rossi )

mercoledì 11 ottobre 2017

Come la barba del bosco



E lei ripiegò il giornale e lo infilò nella stufa.

( … ; lui ) mentre continuava a parlare dell’arte di vivere come la barba del bosco, fissava il soffitto.

L’uomo non comprendeva la lentezza, ma soltanto ciò che si muoveva alla sua stessa velocità. La roccia che si spaccava e il bosco di pino che moriva e le pietre che spuntavano nel terriccio non li capiva, nemmeno le sue stesse unghie capiva, per quanto crescessero. Il tempo era capace di valutarlo ma non la lentezza. Era per questo che l’uomo leggeva i giornali, per gonfiarsi tutto di avvenimenti e di tempo. Ma la lentezza era estremamente più tenace e più forte del tempo. Il tempo finiva presto, mentre la lentezza non aveva quasi mai fine. Nella lentezza tutto era contenuto simultaneamente. Il tempo era come le zanzare e i pappataci, La lentezza era una vacca stesa tranquilla a ruminare.

Torgny Lindgren, Miele, ed.Giano

traduzione di Carmen Giorgetti Cima

                                                                                                                          dipinto di Carl Larsson



domenica 8 ottobre 2017

Vortice

Cominciò a essere notato molto tempo addietro lo strano nesso che un Sioux spontaneamente stabilisce fra una serie di enti per noi disparati: i bozzoli, che si legano alla nascita di ragni, farfalle, falene, ma anche agli alci, ai bisonti e ai lupi. Si è ricostruito il perché di questa trafila. Si osservi un bozzolo o crisalide: è l'avvolgersi vorticoso di fili setosi attorno a un asse vuoto; osservando con partecipazione si può sempre avvertire, ricostruire quel vorticare costitutivo. Dal bozzolo della crisalide spesso vediamo nell’estate nascere ragni, farfalle e falene, che osserveremo di poi vorticanti nel vento. Vedremo i ragni, avvolti nella loro tela, trasportati dal vento, percorrere centinaia di chilometri. Ma consideriamo nella secca estate alci, bisonti, lupi. Il maschio all’improvviso scalcia il suolo e la polvere si solleva in un gorgo, avvolgendosi alla femmina prescelta, isolandola. La stessa girandola esprime dunque anche l’essenza di questi quadrupedi.
Tutti questi esseri incarnano ciò che il Sioux agogna di ottenere: con l’aria anche lui desidera entrare in una relazione intima, con essa si vorrebbe immedesimare. Aspira a essere un vento rapinoso, ad attorcigliarsi subitaneo attorno alle prede e quindi a volar via di scatto. La sua sensibilità è più sottile della nostra. Coglie un'infinità di particolari, che sfuggono ai sensi riposati. Sorprende la velocità delle sue associazioni. Vive in un tempo accelerato rispetto al nostro e capirlo è arduo; cosi é quasi impossibile ghermire un animale dal tempo più svelto del nostro, colombo o rondinella che sia.


(Elemire Zolla, Lo stupore infantile, pag.96 edizione Adelphi 1994) (sul nomadismo)


















(il dipinto di William Blake è del 1799,
la foto ottocentesca
di un indiano Sioux è purtroppo senza indicazioni)

venerdì 6 ottobre 2017

J'ai tendu des cordes



Rimbaud scrive Illuminations negli anni in cui si muove tra Charleville, Parigi, Bruxelles, Londra, dunque tra il 1872 e il 1874. Il manoscritto dell'opera, affidato a Verlaine, verrà pubblicato nel 1885, all'insaputa di Rimbaud, su una rivista parigina.

Benjamin Britten mette in musica diversi componimenti di Rimbaud tratti da  Illuminations. Trovo particolarmente suggestivo un frammento tratto dalla sezione Phrases . E' qui ( è brevissimo )

J'ai tendu des cordes de clocher à clocher; des guirlandes de fenêtre à fenêtre; des chaînes d'or d'étoile à étoile, et je danse.


Ho teso corde da campanile a campanile ; ghirlande da finestra a finestra ; catene d’oro da stella a stella, e danzo.






Vrubel, Il demone



Qui Les Illuminations di B. Britten commentate da Ian Bostridge



mercoledì 4 ottobre 2017

Diavolo d'un cane ( III )


Un cane con gli occhi neri, che conosce il mio nome e che chiama alla mia porta; un cane con gli occhi neri, che chiede sempre di più. Ma io sto diventando vecchio e voglio andare a casa, sto diventando vecchio e non voglio sapere...
Ripensando alla vita così breve di Nick Drake (inglese, 1948-1974) il testo di questa sua canzone fa veramente venire i brividi. Ma, poi, chissà cosa aveva in mente quando l'ha registrata per noi, noi che oggi la ascoltiamo quarant'anni dopo.

Un clic qui per l'ascolto


Black eyed dog 
(Nick Drake)
A black eyed dog he called at my door
The black eyed dog he called for more
A black eyed dog he knew my name
A black eyed dog he knew my name
A black eyed dog
A black eyed dog.
I'm growing old and I wanna go home
I'm growing old and I don't wanna know
I'm growing old and I wanna go home.
A black eyed dog he called at my door
A black eyed dog he called for more...

lunedì 2 ottobre 2017

La città fenicottero



Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere.Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza. 

Italo Calvino, Le città invisibili




sabato 30 settembre 2017

Diavolo d'un cane ( II )


Alla lettera, "hound" non è un cane qualsiasi: è un cane da caccia, un segugio, un cane che sa dove è la sua preda. Lo sa sempre, e la scova ovunque sia. Dunque, "hellhound" è un cane infernale, che ti scova in ogni momento, e che sa come farti male. "Hellhound on my trail", il segugio infernale che segue il sentiero della mia vita, è il punto di partenza per Robert Johnson, in uno dei blues più belli mai scritti, fermato su disco nell'anno 1937. L'unica speranza, dice il testo della canzone, è una ragazza che creda in te, con cui stare bene, magari alla vigilia di Natale. La solitudine alla vigilia della festa, terreno di caccia per l'implacabile segugio infernale.


Un clic qui per l'ascolto



Hellhound on my trail


I got to keep movin', I got to keep movin'
Blues fallin' down like hail, blues fallin' down like hail...
And the days keeps on worryin' me
There's a hellhound on my trail.
If today was Christmas Eve, if today was Christmas Eve
And tomorrow was Christmas Day
Aw, wouldn't we have a time, baby?
All I would need my little sweet rider just
To pass the time away (...)




Ma poi, che cos'è il blues? Direi proprio che è questa cosa qui:
« Il blues non è una cosa divertente come pensano tutti, o come pensano i giovani oggi, che prendono una cosa qualsiasi e ne fanno del blues: basta che saltellino qua e là e dicono che quello è blues. Non è così. C'è un solo tipo di blues, e assomiglia a ciò che esiste tra un uomo e una donna che si amano, due persone che siano innamorate una dell'altra, e che si ingannano attraverso l'amore. Ecco, a volte quel tipo di blues può portare a fare cose sbagliate, addirittura a uccidersi l'un l'altro; ed è qualcosa che nasce qui, qui (picchia sul cuore) qui dentro. E' qui che inizia il blues, non da un altro lato ma qui. Questo è il blues.»
Son House, da "The blues" minuto 19 di "Warming by the devil's fire" (regia di Charles Burnett, prodotto da Martin Scorsese). Son House sta parlando di se stesso, fu omicida - per legittima difesa - quando aveva 25 anni.

(la copertina del mio lp di Robert Johnson è opera di Burt Goldblatt)

giovedì 28 settembre 2017

Uroboro


Adesso l'Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dei; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l'umanità trovò un simbolo migliore. Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l'immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, «che comincia alla fine della coda ».

martedì 26 settembre 2017

Lucertola


LA LUCERTOLA

Filiazione spontanea della pietra spaccata dove m’appoggio, mi s’arrampica sulle spalle. Immobile come sono, e con un pastrano color sasso, m’ha scambiato per il muro. Dopo tutto, la cosa mi lusinga.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.48 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)

(illustrazione di Lydekker, 1895)

domenica 24 settembre 2017

I cani sanno leggere

Certo, imparare a leggere non serve proprio a nulla, quando l'odore della carne ti solletica le narici anche a distanza di un chilometro. Nondimeno, se abitate a Mosca e un minimo di cervello in zucca ce l'avete, volere o non volere imparerete a leggere senza nessun bisogno di andare a scuola. Su quarantamila cani moscoviti solo un idiota integrale non sa compitare la parola «salame». Pallino aveva cominciato il suo studio in base ai colori. Aveva appena quattro mesi quando tutta Mosca era stata tappezzata di certe insegne color verdeazzurro con sopra scritto "MSPO-spaccio carni". Ripeto, tutto questo è inutile perché la carne si individua all'odore. Una volta però era successo un gran pasticcio: lasciandosi guidare da un azzurro carico, Pallino, il cui odorato era stato ridotto a zero dal puzzo di benzina di un'automobile, invece che in una macelleria era andato a finire nel negozio di accessori elettrici dei fratelli Polubizner, in via Mjasnickaja. Dai fratelli Polubizner era stato accolto a colpi di filo elettrico, che scotta quasi quasi come la frusta di un cocchiere.
Proprio questo momento cruciale dev'essere considerato come il primo giorno di scuola di Pallino. Appena raggiunto il marciapiede, il cane si era reso conto che «azzurro» non significa sempre «carne» e, stringendosi la coda fra le zampe posteriori e ululando per il dolore cocente, s'era ricordato che su tutte le macellerie le scritte cominciano con uno strano affare colorato simile a uno slittino, situato subito a sinistra. Poi le cose andarono meglio. La «A» la imparò alla Genepesca, all'angolo della via Mochovaja, e poi la «C» (gli era più comodo affrontare la parola «Pesca » da dietro, perché in genere dall'altra parte c'era sempre una guardia). Le mattonelle di ceramica che tappezzavano gli angoli di Mosca significavano sempre e immancabilmente «Formaggio ». Il nero becco da samovar con cui cominciava la parola gli ricordavano l'ex proprietario Cičkin, le montagne di formaggio rosso tipo olandese, quelle belve dei commessi che odiano tanto i cani, la segatura per terra e il «backstein» dal lezzo nauseabondo. Se suonavano la fisarmonica - sempre meglio di «Celeste Aida » - e c’era odore di salsicce, le prime lettere sulle insegne bianche si sistemavano comodamente nelle parole «non pro...». Voleva dire «non pronunciare parole oscene e non dare mance». Qui a volte scoppiavano di punto in bianco zuffe violente, la gente si pigliava a pugni sul muso e, più raramente, a colpi di tovagliolo o a calci. Se nelle vetrine erano appesi dei prosciutti e, sotto, facevano bella mostra di sé dei mandarini, allora... gau-gau... ga...stronomia. Se c'erano bottiglie scure con dentro un brutto liquido... V-i-vi-vini... Già Ditta Fratelli Eliseev.
Lo sconosciuto che si era portato dietro il cane fino alla porta del suo lussuoso appartamento al piano nobile suonò il campanello e l'animale concentrò tutta la sua attenzione sul grosso biglietto da visita, nero a lettere d'oro, appeso accanto all'ampia porta a vetri ondulati, di un colore rosato. Riuscì subito a leggere le prime tre lettere: pi-erre-o, pro. Ma poi seguiva una schifezza complicata, un vero rebus (...)
(Mikhail Bulgakov, Cuore di cane, capitolo II, edizione BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino)
(fotografia di Robert Doisneau, Parigi 1953)

mercoledì 20 settembre 2017

Cardellino


Nei tempi antichi viveva in Irlanda un nobile uomo della casata dei Fitzgerald. Il suo nome era Gerald, ma gli Irlandesi, che avevano sempre avuto molta considerazione per la sua famiglia, lo chiamavano Gearoidh Iarla, il Conte Gerald. Aveva un grande castello, o meglio una fortezza, a Mullaghmast; e ogni volta che il governo inglese si provava a recare un torto alla sua patria era sempre pronto a prenderne le difese. Oltre a essere un valoroso condottiero in battaglia e abilissimo nell’usare ogni tipo d’arma, era esperto in magia nera ed era capace di assumere qualunque forma volesse. Sua moglie sapeva di questo potere e spesso gli chiedeva di farla partecipe di qualcuno dei suoi segreti, ma mai il Conte aveva voluto accontentarla. Lei insisteva soprattutto per vederlo sotto qualche strana sembianza, lui però continuava a rimandare con un pretesto o l'altro. Ma non sarebbe stata donna se non avesse avuto perseveranza. Il marito infine l’avvertì che se si fosse spaventata anche solo un po' mentre lui si trovava fuori dalla sua forma naturale, non gli sarebbe più stato possibile riacquistarla prima che molte generazioni di uomini fossero andate sotto terra. «Oh! Non sarebbe stata la moglie adatta per Gearoidh Iarla se avesse potuto spaventarsi facilmente. Se solo lui l’avesse accontentata in questo suo capriccio, avrebbe visto quant'era coraggiosa!»


Così una bella sera d’estate mentre stavano seduti nel grande salone, egli volse il viso dall’altra parte, mormorò alcune parole e, in un batter d’occhio, era bell'e che sparito e un grazioso cardellino svolazzava per la stanza. La moglie, per quanto si ritenesse coraggiosa, ne fu un po' spaventata ma seppe controllarsi abbastanza bene, soprattutto quando l’uccellino andò a posarsi sulla sua spalla, sbatté le ali, appoggiò il beccuccio alle sue labbra e cinguettò la più bella melodia che mai si fosse udita. La bestiola si mise a disegnar cerchi per la stanza, giocò a rimpiattino con la sua dama, volò in giardino, tornò indietro, si posò sul suo grembo come addormentato e balzò via di nuovo.
Quando il gioco era durato abbastanza da soddisfare entrambi, spiccò un altro volo all’aperto; ma, parola mia, non ci mise molto a tornare. Volò dritto in seno alla sua donna e, l’attimo seguente, un falco rapace si precipitava dietro di lui. La donna diede uno strillo acuto, sebbene non ce ne fosse bisogno, perché il terribile uccello - entrato come una freccia - andò a sbattere contro un tavolo con tale violenza che la vita gli schizzò fuori. Dal corpo scosso dai tremiti della bestia la dama volse lo sguardo al luogo dove, un attimo prima, aveva visto il cardellino: ma non posò mai più gli occhi né sul cardellino né sul Conte Gerald.
Una volta ogni sette anni il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare su un destriero dagli zoccoli d’argento che, al tempo in cui sparì, erano spessi mezzo pollice: quando questi zoccoli saranno diventati sottili come l’orecchio di un gatto, egli sarà restituito alla società dei viventi, combatterà una grande battaglia contro gli Inglesi e regnerà sull’Irlanda per quarant’anni. Assieme ai suoi guerrieri dorme ora in una lunga caverna sotto il Forte di Mullaghmast. Nel mezzo della caverna si allunga una tavola: il Conte sta al posto d’onore e i suoi soldati, vestiti delle loro armature, siedono ai due lati con la testa appoggiata sul piano. I cavalli, sellati e imbrigliati, stanno ritti ai loro posti dietro i padroni, su entrambi i lati; e quando il giorno verrà, il figlio del mugnaio che nascerà con sei dita per mano suonerà la sua tromba, e i cavalli scalpiteranno e alzeranno nitriti, e i cavalieri si sveglieranno e monteranno sui loro destrieri per andare a combattere.
In una notte che si ripete ogni sette anni, mentre il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare, l’accesso può esse visto da chiunque si trovi a passare di lì. Circa cento anni fa un mercante di cavalli che, un poco ubriaco, era fuori sul tardi, vide la caverna illuminata e vi entrò. Le luci, il silenzio e la vista degli uomini con l’armatura lo intimorirono non poco ed egli ridivenne sobrio. Le mani cominciarono a tremargli e una briglia gli cadde sul pavimento. Il suono del morso echeggiò per tutta la lunga caverna, e uno dei guerrieri che stava vicino a lui sollevò leggermente la testa e, con una voce fonda e roca, disse: - E già ora? - L’uomo ebbe la presenza di spirito di rispondere: - Non ancora, ma lo sarà presto, - e il pesante elmo ricadde sulla tavola. Il mercante di cavalli usci più in fretta che poté, e io non ho mai sentito di altri cui sia capitata una simile avventura.
L’ultima volta che Gearoidh Iarla è riapparso, gli zoccoli del cavallo erano sottili come una moneta da sei penny.

William Butler Yeats, L’incantesimo di Gearoidh Iarla; da "Fiabe irlandesi", pag.373-374 ed. Einaudi 1981, traduzioni di Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi.

(il cardellino prigioniero è di Karel Fabritius, anno 1654)

sabato 16 settembre 2017

Erbabianca


Si conta e si racconta a lorsignori che c’era una volta e c’era un Re e una Regina. La Regina ogni figlio che faceva era una femmina. Il Re, che desiderava un maschio, s’arrabbiò e disse: - Se fai un’altra femmina, te l'ammazzo. La povera moglie, angustiata, finì per mettere al mondo proprio un’altra femmina, ma così bella come non se n'erano mai viste. Per timore che il marito gliel’ammazzasse, disse alla comare:
- Se la prenda vossignoria, questa creatura, e ne faccia quel che meglio crede.
La comare la prese e si disse: «Che posso fare io d’una bambina? » e andata in aperta campagna, la pose su un cespuglio d’erba bianca.
In quella campagna stava un eremita. Nella sua grotta l’eremita aveva una cerva che stava nutrendo i cerbiattini appena nati. Ogni giorno, la cerva usciva per cercarsi da mangiare. Quella sera, quando la cerva tornò nella grotta, i cerbiattini cercarono di succhiare il latte, ma le mammelle della cerva erano vuote e i cerbiattini restarono a bocca asciutta. Lo stesso si ripeté il giorno dopo, e il giorno dopo ancora: i cerbiattini stavano morendo di fame. L’eremita, che ne aveva compassione, si mise dietro alla cerva, e vide che il latte andava a darlo a una bambina che stava in un cespuglio d’erba bianca. L’eremita prese in braccio la bambina, e se la portò nella grotta. Disse alla cerva:
- Nutriscila qua,e dividi il tuo latte tra lei e i tuoi cerbiatti -.

giovedì 14 settembre 2017

Sì dolce è 'l tormento

particolare di un dipinto di Benozzo Gozzoli
Claudio Monteverdi  mette in musica un testo di Carlo Milanuzzi e dà vita a una composizione di grande suggestione , Si dolce è 'l tormento

Qui l'interpretazione di Anne Sofie Von Otter e qui la riscrittura di Paolo Fresu e Uri Caine


Sì dolce è 'l tormento
Ch'in seno mi sta,
Ch'io vivo contento
Per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S'accreschi fierezza
Et manchi pietà:
Che sempre qual scoglio
All'onda d'orgoglio
Mia fede sarà.


La speme fallace
Rivolgam' il piè.
Diletto né pace
Non scendano a me.
E l'empia ch'adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercé:
Tra doglia infinita,
Tra speme tradita
Vivrà la mia fè.

Per foco e per gelo
Riposo non hò.
Nel porto del Cielo
Riposo haverò.
Se colpo mortale
Con rigido strale
Il cor m'impiagò,
Cangiando mia sorte
Col dardo di morte
Il cor sanerò.

Se fiamma d'amore
Già mai non sentì
Quel riggido core
Ch'il cor mi rapì,
Se nega pietate
La cruda beltate
Che l'alma invaghì:
Ben fia che dolente,
Pentita e languente

Sospirimi un dì.