mercoledì 29 marzo 2017

Storia di fantasmi


Attaccate al muro del locale c’erano le tre ruote di una macchinetta a gettone, ciascuna delle quali numerata da uno a dieci. Con aria drammatica annunciai, tra il serio e il faceto, che mi sentivo in possesso di una straordinaria forza psichica: avrei fatto girare le tre ruote, e la prima si sarebbe fermata sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette. E, vedi caso, la prima ruota si fermò sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette: una probabilità su un milione. Wells disse che si trattava di una pura coincidenza. «Ma quando si ripete la coincidenza merita un esame più approfondito» dissi io, e gli raccontai ciò che mi era accaduto da ragazzo. Passando davanti a una drogheria di Camberwell Road notai che, cosa insolita, le serrande erano chiuse. Qualcosa mi spinse ad arrampicarmi sul davanzale per sbirciare nell’interno dal foro romboidale della serranda. Dentro il locale era buio e deserto, ma le mercanzie erano tutte al loro posto, e al centro del pavimento scorsi un’enorme cassa da imballaggio. Balzai giù dal davanzale con un senso di repugnanza e ripresi la mia strada. Poco dopo si diffuse la notizia di un delitto. Edgar Edwards, un vecchio e gentilissimo signore di sessantacinque anni, si era impadronito di cinque drogherie uccidendone i proprietari con un contrappeso di finestra e prendendo il loro posto. In quella bottega di Camberwell, dentro alla cassa da imballaggio, c’erano le sue ultime tre vittime: i coniugi Darby e il figlioletto.
Ma Wells non si lasciò convincere; disse che nella vita di tutti si verificavano ordinariamente numerose coincidenze, e che ciò non dimostrava proprio nulla. La discussione finì lì, ma avrei potuto raccontargli un’altra esperienza, di quando, da ragazzo, mi fermai a chiedere un bicchier d’acqua in un bar di London Bridge Road. Mi servì un signore amabile, cordiale, con un paio di baffi neri. Chissà perché, non riuscii a bere. Finsi di deglutire, ma appena l‘uomo si voltò per rispondere a un cliente posai il bicchiere e uscii. Due settimane dopo George Chapman, proprietario del pub Grown in London Bridge Road, fu accusato di avere assassinato cinque mogli avvelenandole con la stricnina. La sua ultima vittima era morta in una stanza sopra il locale il giorno in cui mi diede quel bicchier d’acqua. Sia Chapman che Edwards furono impiccati.

A proposito di queste esoteriche esperienze, circa un anno prima di costruirmi una casa a Beverly Hills ricevetti una lettera anonima, l'estensore della quale asseriva di essere un indovino e di avere visto, in sogno, una casa appollaiata in cima a una collina, fronteggiata da un prato che finiva a punta come la prua di una barca, una casa con quaranta finestre e un'ampia sala da concerti con soffitto alto. Il terreno era il luogo sacro sul quale antiche tribù indiane avevano fatto sacrifici umani duemila anni prima. La casa era infestata dagli spiriti e non avrebbe mai dovuto restare al buio. La lettera asseriva che finché io non vi fossi rimasto solo, e la luce avesse continuato a splendere, gli spiriti non si sarebbero fatti vivi.
Allora, convintissimo che fosse opera di un pazzo, riposi la lettera in un cassetto per conservarla, tanto era bizzarra e divertente. Ma riesaminando certe carte, due anni dopo, mi capitò tra le mani e la rilessi. Fatto strano, la descrizione della casa e del prato corrispondeva. Non avevo contato le finestre e pensai di farlo: con stupore constatai che erano proprio quaranta. Pur non credendo ai fantasmi, decisi di fare la prova. Quella del mercoledì era la serata libera dei domestici: la casa rimase vuota e io andai a cena fuori. Subito dopo cena tornai a casa ed entrai nella sala dell’organo, che era lunga e stretta come la navata di una chiesa e aveva un soffitto gotico. Dopo avere tirato le tendine, spensi ogni luce. Poi, raggiunta a tentoni una poltrona, sedetti in silenzio per dieci minuti buoni. Il buio fitto mi stimolò i sensi ed ebbi l’impressione che forme dai vaghi contorni mi fluttuassero davanti agli occhi; ma compresi subito che era la luna: filtrando da un sottilissimo spacco delle tendine, si specchiava in una caraffa di cristallo. Accostai meglio le tendine e le forme indistinte scomparvero.
Poi, sempre al buio, mi rimisi ad aspettare: trascorsero forse cinque minuti. Visto che non accadeva nulla, cominciai a parlare ad alta voce: «Se qui ci sono degli spiriti, sono pregati di farsi vedere». Attesi un altro po’, ma non accadde nulla. Allora ripresi: «Non c'è modo di mettersi in comunicazione? Magari con un segno, un colpo, o attraverso la mia mente, suggerendole di farmi scrivere qualcosa, o forse basterebbe una corrente d’aria gelida per indicare una presenza».

Rimasi là seduto per altri cinque minuti, ma non vi furono correnti d’aria né altre manifestazioni. Il silenzio era assordante e io avevo la mente vuota. Finalmente mi arresi e, rinunciando ai miei propositi, accesi un lume. Poi entrai nel soggiorno. Le tendine non erano state tirate e la luna illuminava il pianoforte, che spiccava sullo sfondo buio. Mi sedetti e cominciai a passare le dita sui tasti. Finalmente trovai un accordo che mi affascinò, e lo ripetei diverse volte fino a far vibrare la stanza intera. Perché? Forse era questo il segno che cercavo! Continuai a ripetere l’accordo. A un tratto una bianca riga di luce mi avvolse all'altezza della cintura. Balzai come un grillo dal pianoforte e rimasi in piedi, col cuore che mi batteva come un tamburo.
Quando mi fui rinfrancato, cercai di ragionare. Il piano si trovava in una nicchia vicino alla finestra. Allora mi resi conto che quella che avevo creduto una cintura di ectoplasma era la luce di un’automobile che scendeva il versante della collina. Per convincermi, tornai a sedermi al piano e ripetei diverse volte lo stesso accordo. All’altro capo del soggiorno c’era un corridoio buio e, oltre il corridoio, la porta della sala da pranzo. Con la coda dell’occhio vidi aprirsi la porta e qualcosa uscire dalla sala da pranzo e attraversare il corridoio buio, un mostro grottesco, nano, con gli occhi cerchiati di bianco come un pagliaccio, che si dirigeva ondeggiando verso la sala dell’organo. Prima che potessi voltare la testa era sparito.
Inorridito, mi alzai e cercai d‘inseguirlo, ma era scomparso. Convinto che, nel mio nervosismo, un batter di ciglia avesse potuto create l’illusione, mi rimisi a suonare il piano. Ma non accadde nient’altro e allora decisi di andare a letto. Infilai il pigiama ed entrai nel bagno. Quando accesi la luce vidi il fantasma seduto nella vasca che mi guardava! Mi tuffai quasi orizzontalmente fuori dalla porta. Era una puzzola! La stessa creaturina che avevo visto con la coda dell’occhio, solo che al pianterreno mi era parsa più grande. Al mattino il maggiordomo mise in una gabbia la bestiola spaventata. Finimmo per addomesticarla. Ma un giorno scomparve e non la rivedemmo mai più.
Charlie Chaplin, Autobiografia, pagine 368-370 ed. Oscar Mondadori 1977, traduzione Vincenzo Mantovani
 (illustrazioni di Lajos Gulacsny, Igor Oleinikov, Wilfried Jenkins)
al nome "puzzola" corrispondono due specie molto diverse: in Europa diamo quel nome a Mustela putorius, cioè al furetto; in America invece esiste la moffetta. Non conosco l'originale di Chaplin, ma così a occhio io direi che si trattava di una moffetta...





lunedì 27 marzo 2017

Il tarlo del domani
















Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse :
 - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo? 
La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: 
- Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita. 
La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.
Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.
La nutrice le dava da mangiare in silenzio.
La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere.

da La canzone del domani di R.L.Stevenson in "Favola crudele" ed. Fiabesca

sabato 25 marzo 2017

Il timo e il tempo



In inglese, il timo (nome scientifico thymus, ne esistono molte varietà) e il tempo (il tempo che scorre, non quello atmosferico) sono scritti in maniera diversa, ma la pronuncia è uguale. L'erba aromatica è thyme, il tempo è time. Su questo gioco di parole si basa una canzone tradizionale di area britannica, "Let no man steal your thyme": rivolto alle giovani donne, è un avvertimento. "Non lasciate che un uomo rubi il vostro tempo" (pardon: timo). "Venite, venite, voi belle e tenere ragazze, che fiorite nella vostra primavera: fate attenzione, tenete in ordine il vostro giardino.". Gli uomini vengono, prendono quello che gli piace, poi se ne vanno: fate attenzione...
(la voce è quella, magnifica, di Jacqui Mc Shee; tratto da THE PENTANGLE - 1st album, 1968)


giovedì 23 marzo 2017

La sirena di pietra

disegno di Moebius
«Proseguimmo, galleggiando, verso il centro di questo luogo strano – con acqua tutto attorno a noi come mai mi era capitato di vedere – e gruppi di case, chiese, e moltissimi edifici imponenti che si levavano da essa; e ovunque lo stesso straordinario silenzio. Poco dopo, attraversammo veloci un corso d’acqua ampio e aperto, e passammo davanti a quel che mi sembrò un vasto molo lastricato dove i fanali splendenti che lo illuminavano mostravano lunghe file di archi e colonne di possente costruzione e grande solidità, ma leggere a vedersi quanto ghirlande di brina o ragnatele, là, per la prima volta, vidi camminare della gente. Arrivammo, così, a una scalinata che dall’acqua portava a un grande palazzo dove, dopo aver attraversato innumerevoli corridoi e gallerie, mi coricai per riposare, e ascoltai le nere imbarcazioni passare discrete su e giù sotto la mia finestra, sull’acqua increspata, finché mi addormentai.»

( C. Dickens, Immagini d’Italia – Un sogno italiano – 1846 )




Venezia è una sirena di pietra.


Ha una natura "doppia" : è dentro e fuori dal tempo, è per metà nell’acqua, per metà fuori, come una sirena. Venezia è un prodigio, un “monstrum”, qualcosa di straordinario. Come Dickens, Jean Cocteau colse molto bene questo tratto distintivo della città quando , parlando del suo soggiorno veneziano disse di essere stato in un posto magico, dove i leoni volano e i colombi camminano

La parola "monstrum" conserva nella sua radice il ricordo di un avviso, di un ammonimento divino e Venezia, per le sue maree, che rimandano al ritmo incessante del Tempo, si configura come un “memento"; Vittore Carpaccio, in un suo dipinto, Il Miracolo della Croce a Rialto ( qui ), lega la parola “memento” proprio all’immagine della sirena.


Under the sea di Marco Melgrati

L’etimologia del termine “ sirena”, dal fenicio sir o dal semitico seirein, fa pensare al potere incantatorio della musica. Seiráo, in greco, significa “legare” ed effettivamente il canto delle sirene avvince, imprigiona.

Ma perché il richiamo delle sirene è così attraente? (…)si tratta probabilmente di un retaggio biologico(…) Il suono trasmette significati collegati a esperienze sensoriali remote( …) La regressione all’utero materno (…) si configura come (…) un percorso iniziatico dal quale si nascerà una seconda volta dopo essersi immersi nel mare dell’indifferenziato. 
( Cristina Santarelli, Orfeo, Ulisse e le sirene: storia di una sconfitta di genere )


C’è un dipinto che rappresenta la sirena in veste di madre; allatta! ( qui )


L’idea del ritorno all’elemento primigenio, a una sorta di grande madre connota fortemente Lighea di Tomasi di Lampedusa ( qui )e si lega anche al mito di Er, l’eroe guerriero della Panfilia che, morto in guerra, miracolosamente si ridesta per raccontare quel che ha visto nell’aldilà ( qui ). 

La relazione  tra Venezia e le sirene trova sostegno in Brodskij che, parlando di Venezia, vide le sue acque come l’immagine del Tempo e individuò, come Nietzsche, un rapporto di identità tra la città sull’acqua e la musica.




disegno di Moebius

Perché anche l’acqua è coro (… ). L’ acqua che ha portato i crociati, i mercatanti, le reliquie di San Marco, i turchi… ha riflesso l’immagine di chiunque abbia vissuto o anche solo soggiornato in questa città, di chiunque sia andato a zonzo per queste strade ( … ) Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione. Le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli “legati” dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese del Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale.
 ( Brodskij, Fondamenta degli incurabili )


“Se dovessi cercare una parola che sostituisce “musica” potrei pensare soltanto a Venezia”
( Friedrich Nietzsche, Ecce Homo )
disegno di Moebius




La sirena con Venezia condivide l' elemento acqua, il canto e dunque la musica, l’idea del ciclo (le maree ), l’essere monstrum, ovvero prodigio, rivelazione e insieme monito.



martedì 21 marzo 2017

Bip Bip

Come tutti, ho sempre pensato che Bip Bip fosse uno struzzo; come tutti quelli che sanno un pochino di inglese, ho pensato che "roadrunner" significasse solo la sua traduzione letterale, "uno che corre sulla strada". Invece mi sbagliavo, non solo Bip Bip non è uno struzzo, ma "roadrunner" è il nome di un uccello che esiste per davvero, diffuso in molti Stati americani e anche in Messico.


Da noi non esiste, ma a Hollywood e dintorni certamente è una presenza familiare; sa volare ma il più delle volte cammina, velocemente, non veloce come Bip Bip ma quello lo si dà per scontato. Una gallina, verrebbe da dire a vederlo qui da noi, abituati ai polli, ai fagiani, ai piccioni, che hanno abitudini abbastanza simili. Invece no, il roadrunner è parente del cuculo. Il suo nome scientifico è Geococcyx californianus, ed appartiene alla famiglia dei Cuculidae.


Stabilito tutto questo, prendo in mano la foto del Geococcyx californianus e il disegno del cartoon, e li confronto: no, bipbip, ciuffetto a parte, non somiglia molto al roadrunner. Somiglia di più a uno struzzo. Ha qualcosa del roadrunner, ma per me resterà sempre uno struzzo. Anzi, no, Beep Beep (per usare la grafia originale, almeno una volta in questo post) è una Creatura Fantastica, forse anche Mitologica, e come tale va trattata. Quanto al Coyote, beh, lui è umano. Umanissimo. Quanti sforzi facciamo anche noi, quante preoccupazioni, quanta insistenza sui dettagli, per poi scoprire alla fine che è stato tutto inutile...
Ma del Coyote per oggi non ci occupiamo, ne parleremo a tempo debito: Beep Beep mi è già scappato via, l'ho fermato per un istante ma chissà dov'è a quest'ora. Scusatemi, corro a vedere dov'è andato. Devo. Devo proprio. I'm sorry, but I must.


(nelle immagini: il roadrunner da Wikipedia; un disegno originale di Chuck Jones; et moi)

domenica 19 marzo 2017

Il gatto heideggeriano

Ma è venuto il momento di immortalare il campione mondiale di tutti i tempi di salto in basso, il mitico gatto heideggeriano della Giudecca.
 Il micio in questione, tale Pucci, tre quarti di secolo fa amava addormentarsi sul davanzale di una casa al terzo piano: crogiolandosi – come si suol dire – beatamente al sole. 
Per non essere disturbato da nessuno, Pucci usciva sul terrazzino, si arrampicava sulla balaustra, da lì saltava sul davanzale accanto e si distendeva all’esterno degli scuri chiusi. Quando la mia bisnonna apriva gli scuri, Pucci si ritrovava di colpo sbalestrato nel vuoto, miagolava di spavento e assumeva in un baleno la stessa posa aerea degli scoiattoli volanti, delle scimmie dotate di membrane planari: i gatti sono provetti cascatori.
 I ragazzini che giocavano in calle tenevano sempre d’occhio quella finestra al terzo piano: ogni volta che avvistavano Pucci di ritorno sul davanzale, facevano passare una mezz’ora, lasciavano che il gatto si appisolasse in pace, dopodiché chiamavano alla finestra la mia bisnonna che si riaffacciava aprendo di scatto gli scuri.
Ci si domanda spesso se gli animali sognino, se siano anch’essi travagliati da incubi simili ai nostri, come quelli che si concludono con una caduta nel vuoto, sogni che sprofondano in se stessi fino a sfondarsi in un risveglio rassicurante sul guanciale. Consideriamo ora l’esperienza di questo gatto heideggeriano che, proveniente da un placido sonnecchiare, spalancava gli occhi sulla caduta. Negli stessi anni il filosofo Martin Heidegger spiegava che venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo.
 La vita è un gatto addormentato sul davanzale che si sveglia all’improvviso cadendo dal terzo piano.


Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce


venerdì 17 marzo 2017

Isole Keeling, 1836

(...) Sembra che l'oceano e la terra stiano combattendo qui per la supremazia, e sebbene la terraferma abbia ottenuto un vantaggio gli abitanti dell'acqua pensano che il loro diritto sia almeno altrettanto valido. In ogni punto si incontrano granchi eremiti di più di una specie che trasportano sul dorso le conchiglie che hanno rubato sulla spiaggia vicina. In altro, numerose sule, fregate e sterne riposano sugli alberi; e il bosco, per gli abbondanti resti e per l'odore dell'aria, si potrebbe chiamare una colonia di uccelli marini. Le sule, sedute sui loro rozzi nidi, vi fissano con un'aria stupida ma irosa. Le sterne stolide, come dice il loro nome, sono piccole creature sciocche. Ma v'è un uccello graziosissimo: è una piccola sterna bianca come la neve, che si libra dolcemente a pochi metri sul vostro capo, scrutando con tranquilla curiosità la vostra espressione con i suoi grandi occhi neri. Basta poca immaginazione per pensare che un animale così delicato e leggero debba essere abitato da qualche vagante spirito fatato.
 (alle Isole Keeling, presso Sumatra, tra Ceylon e l'Australia; aprile 1836)
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.563 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)

(nell'immagine la sterna di Darwin, Gygis alba; la foto è di Donald Gudehus)

mercoledì 15 marzo 2017

Di marzo



Fuori faceva fresco, una sera di marzo. Mi rialzai il bavero della giacca, mi misi il cappello e mi tastai in tasca, in cerca della sigaretta. Mi venne in mente la bottiglia del cognac: sarebbe stata molto decorativa, ma avrebbe frenato gli impulsi caritatevoli. Era una marca molto costosa, riconoscibile dal tappo. Il cuscino stretto sotto il braccio sinistro, la chitarra nella destra, ritornai verso la stazione. Soltanto strada facendo notai le tracce di quello che qui si usa chiamare "il tempo di follia". Un ragazzotto ubriaco, travestito da Fidel Castro, tentò di provocarmi, ma lo evitai. Sui gradini della stazione un gruppo di dame spagnole e di matadores aspettavano un tassí. Avevo completamente dimenticato che era carnevale. Era quel che ci voleva. Per un professionista non c'è modo migliore di mimetizzarsi che mescolarsi ai dilettanti. Posai il mio cuscino sul terzo gradino dal basso, mi sedetti, presi il cappello e vi misi dentro la sigaretta: non proprio nel mezzo e non in un angolo, proprio cosí come se vi fosse stata gettata dall'alto e cominciai a cantare: "Il povero Papa Giovanni ...". Nessuno badava a me, non sarebbe neppure stato un bene: dopo una, due, tre ore avrebbero pur cominciato ad accorgersi di me. Interruppi la mia strofa quando udii la voce al microfono che annunciava un treno, da Amburgo... Allora andai avanti. Mi spaventai quando la prima moneta cadde nel cappello: era un soldo, colpí la sigaretta, la sospinse troppo da parte. La rimisi al posto giusto e ripresi a cantare.

Heinrich Böll, Opinioni di un clown, ed. Mondadori
traduzione di Amina Pandolfi




Böll ci mette accanto a Hans, un giovane uomo d'estrazione alto borghese che invece di pensare a porre per sè le basi di un solido futuro, si tiene distante da ogni progetto, da ogni illusione, da ogni idea preconcetta e, da clown, rappresenta la grande buffoneria che è l'esistenza, tanto più falsa, quanto più pretende di essere autentica. Il romanzo si risolve nel lungo colloquio che Hans intrattiene col lettore il quale non può, alla fine, che arrendersi alla triste evidenza dell'ipocrisia individuale e collettiva. La citazione che ho sopra riportato è nell'ultima pagina del romanzo. Quella che trascrivo sotto è invece una delle tante espressioni fulminanti in cui ci si imbatte durante la lettura del romanzo.
Heinrich Böll


"La gente ricca riceve molti più regali di quella povera; e quello che deve proprio comprare, lo ha sempre molto più a buon prezzo."

lunedì 13 marzo 2017

Il leone di San Gerolamo

Tra i dipinti dei grandi pittori, nelle gallerie dei Musei o nei libri, il più facile da riconoscere tra i santi raffigurati è San Gerolamo: un vecchio con in mano un libro, spesso poco vestito, che ha al suo fianco un leone. Il libro è la Bibbia, che San Gerolamo tradusse in latino: è la cosiddetta Vulgata, ancora oggi in uso nei paesi cattolici. San Gerolamo (347-420) fu uno dei Padri del Deserto, che nei primi secoli del Cristianesimo vissero da eremiti in Egitto e in Terra Santa, nel deserto: da qui l'essere poco attento al vestiario. Il leone viene dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, testo fondamentale per iconografia e simbologia, scritto tra il 1260 e il 1298: un leone ferito a una zampa da una spina fu guarito da San Gerolamo e da allora non lo abbandonò più. Il leone è inoltre simbolo della violenza e della forza bruta vinte dalla pietà. (qui sotto, Antonio Colantonio, Napoli 1445)


Dimenticandosi per un attimo di San Gerolamo (se possibile) è interessante guardare i leoni dipinti dai grandi pittori del Rinascimento. Sono davvero tanti, tanti quanti i San Gerolamo, che è uno dei personaggi storici più ritratti dai grandi pittori: ovviamente sono tutti dipinti di fantasia, non abbiamo nessun ritratto del vero San Gerolamo.

sabato 11 marzo 2017

Draghi


Un po' di draghi, che una volta facevano spavento ma con i tempi che corrono non fanno più paura a nessuno (per la paura, basta e avanza il telegiornale).  (qui sopra, Little Nemo di Winsor McCay, 1910 circa)

giovedì 9 marzo 2017

Uomini di mare


Eduard Manet, Il porto di Calais


Vi era un che di sorprendente nel modo in cui tra il mio vecchio amico e la nostra nuova conoscenza si era stabilita una così eccellente intesa. Erano infatti uno l'opposto dell'altro: una delle due personalità si estendeva per il lungo, l'altra per il largo, e questo in sé sarebbe stata sufficiente per un divario incolmabile. Marlow, alto e dinoccolato, un insieme composito di sfumature di marrone, senza la minima traccia di appariscenza, aveva uno sguardo velato, affilato, il portamento neutro e l'irritabilità segreta che si accompagnano a una predisposizione alla congestione del fegato. L'altro, compatto, aveva membra forti e solide; pareva copiosamente dotato di organi sani (...). Non ci si sarebbe aspettati di trovare il minimo accordo tra i temperamenti di due organismii del genere. Ho notato però tratti profondamente somiglianti fra i laici che vivono a bordo di navi e religiosi riuniti nei monasteri. Dev'essere perché servire il mare e servire un tempio portano entrambi a un distacco dalle vanità e dagli errori del mondo che non segue alcuna regola ferrea. Nel loro modo di considerare le cose terrene, gli uomini di mare si intendono benissimo tra loro, giacchè la semplicità è una buona consigliera e l'isolamento un educatore passabile. Essi hanno tutti in comune una disposizione d'animo composta di innocenza e scetticismo, cui si aggiunge una inaspettata capacità di intuire le motivazioni, tipica degli spettatori disinteressati a una partita.

Joseph Conrad, Il caso, ed. Adelphi
traduzione di Richard Ambrosini

martedì 7 marzo 2017

Del libero arbitrio di un topo




“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra!
 Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.

F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, ed.
Frassinelli

domenica 5 marzo 2017

Il fiume in secca



Di `na rosa nasci `na spina. Di `na spina nasci `na rosa.

Quannu u ciumu è a siccu
si virunu i petri,
arresta u fangu
no cori
(Dario D'Angelo, 4 aprile 2016) (dal blog Solo testo)


(quando il fiume è in secca / si vedono le pietre / resta il fango / nel cuore)
(il dipinto è di Egon Schiele)

venerdì 3 marzo 2017

Il cane dello zio


Ho sempre ammirato la disinvoltura dei cani che entrano in un salotto, in pieno ricevimento. Il contegno dei più abituali frequentatori di riunioni mondane è goffo e impacciato al paragone con l'entrata semplice e sicura di un cane in un salotto. L'animale, per nulla intimidito dalla presenza di tante belle e importanti persone, entra, va difilato di qua e di là, ha l'aria di credere che non si aspetti che lui, e questo non lo turba affatto. (...)
Ieri sera, mentre prendevo il fresco sulla via che porta al paese, (...) questa bestiaccia s'azzuffa con un minuscolo cagnolino e vedo una bellissima signorina che se la prende con me: « Quando si ha una belva, invece d'un cane, - strepitava - non si porta in giro». E si teneva in braccio il suo cagnolino, che continuava ad abbaiare con fare provocatorio (...) «Ma anche quel microbo - osservai - non scherza. » « Microbo! E' bello quel suo cavallo!» (...) « Via, - dissi - non si riscaldi. Per farle piacere, darò quattro calci al mio cane.» «Lui non ha colpa. La colpa è del padrone, che dovrebbe badarci.» «Va bene - dico - darò quattro calci a mio zio, che è il padrone.» Intanto camminavamo insieme.
(Achille Campanile, da "In campagna è un'altra cosa", pag.25 ed.Rizzoli 1980)


(la foto era su internet, purtroppo non era indicato l'autore)

mercoledì 1 marzo 2017

L'ora amica




Giro di vite  ( The turn of the screw – 1898- ) di Henry James è un lungo racconto ambientato in una località remota e isolata dell'Essex. C’è una dimora gentilizia, ci sono due bambini orfani, pieni di grazia  e innocenti, c’è una giovane istitutrice che si occupa di loro ma ci sono soprattutto due ombre, due presenze, una maschile, l’altra femminile che portano inquietudine e disordine nel piccolo mondo ameno e armonioso in cui la protagonista -e voce narrante- del racconto svolge la sua mansione di educatrice. La pagina che riporto è tra le più importanti del racconto. L’istitutrice sta per vedere qualcosa che la turberà profondamente. Come spesso succede nella vita, la visione inquietante segue un momento invece sereno, quello in cui la protagonista del racconto si dice contenta del lavoro che sta facendo e in pace con la propria coscienza.

martedì 28 febbraio 2017

In nota di cicogna




La cicogna non ha un vero e proprio verso, non emette che un debole sibilo ma è in grado di produrre ugualmente un suono caratteristico ( qui ). Quando maschio e femmina si avvicinano, rovesciano indietro il collo e battono ripetutamente il becco. Dante, nel XXXII canto dell’Inferno, per rappresentare, attraverso un linguaggio sufficientemente aspro, l’algido luogo in cui si trova e la condizione dei dannati, ricorre al suono secco, tagliente, prodotto dalle cicogne. Le livide ombre , imprigionate in Cocito, il gelido lago infernale, ne la ghiaccia, battono i denti in nota di cicogna.



Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: «Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danòia in Osterlicchi,
né Tanai là sotto ’l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;

livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.


XXXII canto dell'Inferno ( vv.15
-36 )

lunedì 27 febbraio 2017

Le farfalle di Gozzano ( I )


1.
La raccolta di “epistole entomologiche” di Guido Gozzano comincia con le vanesse, che sono tra le più belle delle nostre farfalle. Si riconoscono dal bordo caratteristico delle ali, e i loro bruchi si nutrono di piante che noi consideriamo cosa da poco, oppure dannose e fastidiose: il cardo, le ortiche. Eliminando queste comunissime piante, magari con i diserbanti, ci priviamo della vista di queste magnifiche vanesse, e so che a molti non importa ma rimane comunque un peccato.
Il titolo completo della raccolta è “Le farfalle”, con dedica ad Alba Nigra; alcune di queste poesie furono pubblicate sulla rivista “La Grande Illustrazione” nel 1914.
“Storia di cinquecento Vanesse” è composta di 91 versi, dove però alle vanesse è dedicato poco spazio, poco più di un accenno, e il vero corpo della poesia è dedicato all’ambiente accademico, con riferimenti a persone e fatti privati che oggi necessitano molto più delle note del curatore per essere comprese. Peccato, perché le Vanesse sono farfalle bellissime, tra le più belle in assoluto. Ne riporto qui l’inizio:

domenica 26 febbraio 2017

Le farfalle di Gozzano ( II )


2.
La seconda “epistola entomologica” di Guido Gozzano è di 123 versi (sono tutte molto lunghe) e si intitola “Dei bruchi”. Si tratta dei bruchi del baco da seta: la seta è stata prodotta anche da noi, quello dei bachi da seta era un allevamento molto comune, presente in quasi tutte le case dei contadini fino agli anni '50. Non è un allevamento difficile, ma è molto impegnativo: i bachi mangiano moltissimo, e sono velocissimi nel mangiare; quindi bisogna rifornirli di continuo, con i rami e le foglie del gelso.
Gozzano descrive i bruchi, poi ne seziona uno e ce ne descrive minutamente l’anatomia. Penso che Guido Gozzano sia stato l’unico poeta a scrivere in versi di queste cose.
Da questa poesia scelgo due frammenti. Nel primo, a partire dal verso 44, c’è la descrizione dei bachi mentre mangiano le foglie di gelso: