mercoledì 3 giugno 2020

Meleagrina

Meleagrina

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,
Che cosa sai di queste mie membra molli
Fuori del loro sapore? Eppure
Percepiscono il fresco e il tiepido,
E in seno all'acqua impurezza e purezza;
Si tendono e distendono, obbedienti

immagine reperita in rete
A muti intimi ritmi,Godono il cibo e gemono la loro fame
Come le tue, straniero dalle movenze pronte.
E se, murata fra le mie valve pietrose,
Avessi come te memoria e senso,
E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?
Ti rassomiglio più che tu non creda,
Condannata a secernere secernere
Lacrime sperma madreperla e perla.
Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,
Giorno su giorno la rivesto in silenzio.



da Ad ora incerta di Primo Levi

lunedì 1 giugno 2020

Il cane di Guido

Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso. Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente. Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e carne. Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch’io con piacere saltellare per l’ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro. Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, così rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido fornì di non essere degno di dirigere una casa commerciale. Ciò provava un’assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere. Perciò mi parve di dover dedicarmi io all’educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c‘era. Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l’avessi urtato per errore. Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v’era pace. Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi. Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò più di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido. - Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te. I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane. (...)

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, pag. 351 edizione Dall'Oglio 1976

 
(dipinto di James Barenger, 1780-1831)
 

giovedì 28 maggio 2020

Lo scimpanzé e il baratro

( fonte )
 Mettiamo uno scimpanzé in una gabbia troppo piccola, chiusa con delle traverse in cemento. L’animale diventerà pazzo furioso, si scaglierà contro le pareti, si strapperà il pelo, Si infliggerà dei morsi atroci, e nel 73 per cento dei casi finirà per uccidersi. Adesso creiamo un’apertura in una delle pareti, posta in corrispondenza di un precipizio senza fine. Il nostro simpatico quadrumane di riferimento si avvicinerà al bordo, guarderà in basso, resterà a lungo immobile a contemplare il baratro, ritornerà più volte, ma in genere non vi si getterà; in ogni caso, il suo nervosismo verrà radicalmente placato.

Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, ed. La nave di Teseo

Qui un articolo di Elena Gramman sul romanzo di Houellebecq




domenica 24 maggio 2020

Il romanzo alla fine del XX secolo


( fonte )

A volte ci si intrattiene con conversazioni affannose sugli aspetti generali della vita; a volte ci si abbandona a un abbraccio carnale. Certo, ci si scambia il numero di telefono, ma in genere ci si richiama poco. E, anche se ci si richiama, e ci si rivede, la delusione e il disincanto prendono rapidamente il posto dell’entusiasmo iniziale. Credete a me, la vita la conosco: le cose vanno proprio così.
Questo progressivo stemperarsi dei rapporti umani non manca di creare qualche problema al romanzo. Come si potrà, infatti, proseguire la narrazione di passioni focose, sviluppate nel corso di diversi anni e talvolta in grado di far sentire i propri effetti su diverse generazioni? Il meno che si possa dire è che siamo lontani da Cime tempestose. La forma romanzesca non è concepita per ritrarre l’indifferenza, né il nulla; si dovrebbe inventare un’articolazione più piatta, più  concisa e più dimessa.

Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, ed. La nave di Teseo

venerdì 22 maggio 2020

Gabbiani monogami e piccioni camminatori


Per fortuna arrivano i gabbiani: "cocài, cocài, cocài, cocài, cocài...". Mi fa:
- Guarda, quela xe una femina.
Gli tira un tocco di pane e la gabbiana vola via contenta, cocài cocài.
- E quello è il maschio, suo marito.
- E dai, Gatto, anche il marito?
S'infervora:
- I xe monogami, i gabiani. I sta in coppia fissa, marito e moglie, tutta la vita. Però i ga imparà, tra moglie e marito, che xe meglio lassarse un fià de spazio uno con l'altro, se no i xe sempre là che i se toca, i se rompe, i se rovina. Meglio star larghi, respirar tutti e due, no come i piccioni che xe tutti rotti, fatti, desfài, che i domanda la carità in piazza San Marco, te i ga visti, "dame qualcosa, dame qualcosa, dame qualcosa", i pare in attesa del pusher quotidiano. Se gli tiri qualcosa da mangiare, al piccione in piazza San Marco, non vola mica, no: cammina. Beh, certo, Venezia è l'unica città dove volano i leoni e camminano i piccioni...

da Il Milione, quaderno veneziano di Marco Paolini, anno 1998, a 1h50' dall'inizio
  (qui per vedere e ascoltare)

 
(Magritte 1946, autoritratto)
 

martedì 19 maggio 2020

Il sole sul lago


...la parte alta del lago con la barca, fatto il bagno sulla riva, poi spinto la barca al largo e via alla deriva. Lei era distesa sul fondo con le mani sotto la testa e gli occhi chiusi. Sole abbagliante, un filo di brezza, acqua un po' mossa, come piace a me. Ho notato un graffio sulla sua coscia e le ho chiesto come se l'era fatto. Cogliendo uvaspina, ha detto. Ho ripetuto che secondo me non avevamo speranza, che era inutile continuare, e lei ha fatto segno di sì, senza aprire gli occhi. (pausa) Le ho chiesto di guardarmi e dopo pochi istanti... (pausa) ... dopo pochi istanti lo ha fatto, ma gli occhi erano due fessure per via del sole. Mi sono curvato su di lei per farle ombra e allora si sono aperti. (pausa. A voce più bassa). Mi hanno fatto entrare. (pausa) Andavamo alla deriva in mezzo alle canne e ci siamo arenati. Come si piegavano, sospirando, davanti alla prua! (pausa) Mi sono disteso su di lei, la faccia sul suo petto, la mano su di lei. Stavamo là, sdraiati, senza muovere. Ma sotto di noi tutto si muoveva e ci muoveva, dolcemente, su e giù, da un lato all'altro. (pausa) Dopo mezzanotte. Mai sentito...

Samuel Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, ed. Einaudi 1976, traduzione di Carlo Fruttero

 
(Frederick Childe Hassam, 1893 )

venerdì 15 maggio 2020

L'orco delle gravine




Le gravine sono profonde incisioni carsiche diffuse tra Puglia e Basilicata; quelle di cui ho esperienza diretta, per averle esplorate da ragazza con un gruppo di amici, sono quelle di Laterza e Matera. Sulle loro pareti si aprono cavità, grotte che non sono state visitate solo dalla fauna tipica della Murgia ma abitate anche da monaci e eremiti che hanno modellato il loro interno fino a ottenere giacigli, nicchie, altari, sedili di pietra e che hanno lasciato sulle pareti calcaree affreschi con soggetti religiosi.




Mi ha riportato alle gravine e all’atmosfera remota che è loro peculiare un film di qualche anno fa di Matteo Garrone, “Il racconto dei racconti”.  Garrone rivisita in chiave cinematografica tre narrazioni della raccolta di fiabe di Gianbattista Basile, Lo cunto de li cunti.
Per rappresentare la terza storia, quella narrata ne La pulce, Garrone sceglie come scenario Castel del Monte e le gravine pugliesi.


Un orco, dopo aver sciolto un impossibile indovinello posto da un re, riceve in premio la mano della figlia del sovrano, Viola.  Il re resta solo e beffato e Viola viene trascinata dall’orco verso un luogo inaccessibile e remoto, una grotta scavata su un’altura rocciosa.
Con sorpresa, osservando l’orco scalare la ripida parete e raggiungere la sua dimora con in spalla la povera, terrorizzata Viola, ho provato il piacere ( mettendo da parte per un momento la pena provata per la principessa )  di riconoscere i tratti tipici delle gravine.


 La conferma mi è stata data dalla visione degli interni di quella che sarebbe diventata la prigione della sfortunata Viola.




Le sequenze sono molto belle; Garrone riesce a restituire i tratti tipici dell’ambiente del quale elementi essenziali non sono solo la roccia e la macchia mediterranea (la memoria olfattiva mi ha fatto sentire l’odore del timo, del cappero, del fico.. ) ma anche e soprattutto  il silenzio interrotto dal volo del greppio e del grillaio o dal fremito appena percettibile delle piante basse radicate al suolo; anche il cielo, se rapportato alla grigia e severa massa calcarea che grava  sul paesaggio, pare più leggero e azzurro.


Bellissimo  il momento in cui Viola viene salvata da una famiglia di acrobati che tendono un filo tra le pareti della gravina e consentono alla principessa ( ma solo per poco ) di sfuggire all’orco.


Mi piacerebbe raccontare anche dell’indovinello del re  che ha a fare con il titolo della fiaba di Basile, La pulce;  magari lo farò un’altra volta..




Qui un'intervista a Matteo Garrone
Qui una sequenza del film ( una scena girata nel federiciano Castel del Monte )
Qui info sulle gravine

Le immagini sono fotogrammi del film "Il racconto dei racconti"  di Matteo Garrone


mercoledì 13 maggio 2020

Tigli


Si udivano allora i passi affrettati sulla banchina lungo il treno, l'affaccendarsi e il discutere presso il bagagliaio, le parole di quelli che avevano accompagnato i partenti, il quieto chiocciare delle galline e il fruscio degli alberi nei giardinetti delle stazioni.
Allora, come un telegramma spedito in viaggio o come un saluto arrivato da Meljuzeev, entrava dal finestrino un profumo ben noto, che sembrava diretto proprio a Jurij Andreevic, rivelandosi a lui nel suo angolo con con silenziosa intensità. Quel profumo si manifestava con calma superiorità da chissà quale angolo appartato, e proveniva da un’altezza insolita per i fiori dei campi e delle aiuole. Per la ressa, il dottore non poteva avvicinarsi al finestrino. Ma, anche senza guardare, li vedeva quegli alberi. Crescevano certo lì vicino e protendevano tranquilli verso i tetti dei vagoni i loro rami fronzuti col fogliame polveroso per il passaggio dei treni e denso come la notte, fittamente ricoperto dalle piccole ceree stelle delle infiorescenze. Per tutto il tragitto fu sempre la stessa cosa. Dappertutto folla che rumoreggiava, dappertutto tigli che fiorivano. L'incessante alitare di quel profumo sembrava precedere il treno in corsa verso il nord, come una voce di popolo che volava sui caselli, sulle stazioni perdute, e che i viaggiatori ritrovavano sempre diffusa ovunque e confermata.

(Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.129 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate)

(da "Che fiore è questo?" , ed. Franco Muzzio)
(n.3 Tilia platyphyllos, n.4 Tilia cordata)
 

lunedì 11 maggio 2020

Beagle


Snoopy è un beagle, e beagle in italiano diventa "bracchetto", penso che questo lo sappiano tutti; ma si chiamava Beagle anche la nave dove viaggiò, negli anni '30 dell'Ottocento, il giovane Darwin. Nell'ottimo film BBC del 1978, dove si ricostruisce il viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, viene mostrata anche la polena della nave, che riproduce appunto il bracchetto (qui al minuto 44 della prima puntata). Non so se questo dettaglio sia vero, nelle illustrazioni d'epoca non si vede ma può ben darsi che ci sia stato.

 
Il sito www.agraria.org  porta questa descrizione del Beagle: «Molto utilizzato in passato e ancora oggi nella caccia alla piccola selvaggina, il Beagle è una razza piuttosto antica. Già nel secolo XIII veniva menzionata in alcuni poemi. Fu la razza prediletta di Elisabetta I. E’ stato introdotto in moltissimi paesi europei, con eccellenti risultati. In Francia è, senza dubbio, la razza canina più popolare. In Gran Bretagna, come la maggior parte delle razze da caccia, sono allevati per due scopi ed in due diversi modi: si allevano i Beagle da caccia e si allevano i Beagle da esposizione e compagnia. In Italia e in tutti paesi affiliati alla FCI lo standard è unico. In Francia questa razza fu importata intorno al 1860 e divenne con il passare del tempo un cane molto ricercato per le sue doti e prestazioni nella caccia; l’Inghilterra così venne superata nella popolarità di questo tipo di cane, perché per loro non era da considerarsi un buon cane da caccia, date le sue dimensioni ridotte e la sua moderata velocità. La sua diffusione in Italia è avvenuta negli ultimi decenni, ma il suo ruolo, per la maggior parte dei casi, è solo quello di cane da compagnia.»
 


Il fumetto di Snoopy viene dal mensile "Linus", anni '70; la foto dei cuccioli di beagle viene dal sito www.agraria.org  ; il disegno del Beagle di Darwin l'ho trovato sul magnifico blog http://annalisasanti.blogspot.com

giovedì 7 maggio 2020

Ninna nanna fatta per te


"il beccogiallo" è un'associazione di Matera che si rivolge  a bambini provenienti da realtà socio-culturali diverse proponendo attività di doposcuola, laboratori manuali, espressivi, corporei, scientifici e tante altre iniziative finalizzate al benessere psico fisico e alla valorizzazione di tutto ciò che di bello la creatività e le diverse espressioni culturali e artistiche possono offrire. Dalla pagina facebook del beccogiallo sottraggo una ninna nanna incantata composta da Claudio, autore della musica, e da Angela, autrice delle parole. La Ninna nanna fatta per te  è cantata da Isabelle. C'è il concorso anche di Nina, destinataria della ninna nanna, ma anche vocetta recitante..



Il beccogiallo - Matera - Home | Facebook
per l'ascolto, un clic qui


lunedì 4 maggio 2020

Il cambio del pelo


Ciccetta d'inverno è un persiano autentico, d'estate invece no. La transizione da persiano autentico a gatto normale è lunga e laboriosa, ci mette almeno tre mesi, si può dire anche sei mesi se si vuole partire dai primi ciuffetti del sottopancia, a gennaio. Da gennaio a giugno, insomma.
 

La muta del pelo, in un gatto persiano, fa un po' impressione; io non ne sapevo niente e Ciccetta mi è capitata quando non volevo avere un gatto (ha deciso tutto lei) poi mi sono informato, e adesso so che chi ha in casa un gatto persiano (uno vero) il più delle volte preferisce portarlo a tosare. Dopo la tosa, il gatto diventa irriconoscibile ma almeno non avrà nodi e chiazze, e la casa non sarà piena di ciocche di pelo, morbido o "ex morbido". La mia amica Ciccetta non è un persiano vero e proprio, se fosse un cane si direbbe che è un bastardino, ma d'inverno potrei venderla come un persiano vero - cosa che non farei mai anche perchè Ciccetta non è mia, è un gatto libero anche se con me si comporta in tutto e per tutto come un gatto domestico. Il pelo è morbidissimo, viene voglia di metterlo da parte e filarlo: fibre lunghe e seriche come il kashmir sulla schiena, un'ovatta morbidissima sulla pancia e sul sottomento, che diventa una vera e propria gorgiera. La curo meglio che posso, i grattini e i massaggini dove ci sono i nodi nel pelo sono graditissimi e sono stati molto utili per la nostra amicizia. Adesso si fa toccare anche sotto la gola, cosa che prima non mi aveva mai permesso: gola e pancia sono i punti più delicati per un animale, i punti dove vanno a colpire i nemici; se vi concedono di toccarli lì significa che siete proprio arrivati al massimo grado di confidenza e di fiducia.
 

Succede questo: il pelo non solo si annoda, ma si infeltrisce e produce come dei medaglioni duri (col feltro, con la lana infeltrita, si fanno i cappelli - tanto per rendere l'idea) che prima o poi si staccano, ma ci vuole parecchio tempo e nel tempo in cui rimangono così appesi sono veramente brutti a vedersi, per cui ogni tanto provo a prendere le forbici - ma bisogna aspettare il momento giusto, altrimenti si rischia di tagliare il pelo nuovo che sta crescendo e poi si noterà per mesi l'opera del parrucchiere improvvisato. In alcune zone, si vede perfino la pelle nuda: il primo anno mi sono preoccupato, ma il pelo ricresce subito e la pelle è rosea, si vede bene che non è una malattia ma un fenomeno naturale. Il motivo di tutto questo casino (chiedo scusa per la parola) penso che sia questo: si sa che i gatti per pulirsi si leccano e ingoiano il pelo, e nel caso di un gatto con il pelo così lungo ingoiare tutti quei peli sarebbe pericoloso, e quindi la Natura si è inventata questo trucchetto dei feltrini.
Ciccetta non è un persiano e nemmeno un gatto d'angora, perché poi d'estate il pelo è molto più corto e chi non la frequenta abitualmente può pensare che siano due gatti diversi: metto qui un po' di foto, collezione estate e collezione inverno. Il veterinario mi ha detto che non aveva mai visto un gatto così, e si è messo a ridere quando ha visto le foto di Ciccetta sull'amaca - in effetti è davvero buffa, ma questa storia l'ho già raccontata qui.

 
 

sabato 2 maggio 2020

Serenade to a cuckoo


In questi giorni, puntuale come tutti gli anni, è tornato il cuculo. E' nel bosco (in quel poco che rimane del bosco) e vederlo sarà difficile; però ascoltando il suo richiamo ho pensato che era una buona occasione per della buona musica.
"Serenade to a cuckoo" è stato composto e suonato da Roland Kirk, flautista e polistrumentista, che è stato il  punto di riferimento per Ian Anderson. Il brano di Roland Kirk è stato ripreso molte volte da Ian Anderson con i Jethro Tull.

qui per ascoltare Roland Kirk
qui per ascoltare Ian Anderson con i Jethro Tull
 
 
 
(illustrazione trovata on line senza indicazioni sull'autore)
 


mercoledì 29 aprile 2020

Mentre piove

( fonte )

 Ho sempre amato starmene al riparo mentre fuori piove forte. È una sensazione meravigliosa. Viene associata un po’ scioccamente alla serenità. In realtà ha a che fare con il piacere. Il rumore della pioggia esige un tetto come cassa di risonanza: trovarmi sotto questo tetto è il posto migliore per apprezzarne il concerto. Deliziosa partitura, sottilmente cangiante, rapsodica ma senza esagerare, ogni pioggia è una benedizione.


Amelie Nothomb, Sete                                           
 Ed. Voland

lunedì 27 aprile 2020

Argo


La storia del cane Argo è tra le più famose, ma è sempre bella da rileggere. Ulisse (Odisseo) non si è ancora fatto riconoscere, ma il cane si ricorda sempre di lui dopo tutto il tempo che è passato: vent'anni.

(Niels Pederson Mols, 1887)

Così essi tali parole fra loro dicevano:
e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie,
Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno
lo nutrì di sua mano (ma non doveva goderne), prima che per Ilio sacra
partisse; e in passato lo conducevano i giovani
a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri;
ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone,
sul molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte
ammucchiavano, perché poi lo portassero
i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo;
là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
E allora, come sentì vicino Odisseo,
mosse la coda, abbassò le due orecchie,
ma non poté correre incontro al padrone.
E il padrone, voltandosi, si terse una lagrima,
facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva:
« Eumeo, che meraviglia quel cane lì sul letame!
Bello di corpo, ma non posso capire
se fu anche rapido a correre con questa bellezza,
oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi,
per splendidezza i padroni li allevano ».
E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi:
« Purtroppo è il cane d'un uomo morto lontano.
Se per bellezza e vigore fosse rimasto
come partendo per Troia lo lasciava Odisseo,
t'incanteresti a vederne la snellezza e la forza.
Non sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia,
qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta.
Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano
dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano.
Perché i servi, quando i padroni non li governano,
non hanno voglia di far le cose a dovere;
metà del valore d’un uomo distrugge il tonante
Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra ».
Così detto, entrò nella comoda casa,
diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti.
E Argo la Moira di nera morte afferrò
appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.

Odissea, libro XVII, versi 290-328, versione di Rosa Calzecchi Onesti, ed.Einaudi

venerdì 24 aprile 2020

Una canzone che piace a tutti

Una canzone per tutti, in un momento difficile

qui e qui





ma anche qui e qui
e in tante altre parti del mondo civile

Buon 25 aprile!

martedì 21 aprile 2020

Pensieri disordinati





Ho sottratto la foto della giardinetta rossa al primo post di  "Pensieri disordinati", un blog appena nato che sento a me vicino e non solo perchè chi lo amministra è una mia carissima amica. Il motivo del furto è presto detto: ho trovato nell'immagine forse l'anima del blog, un'anima zingara, libera, passionale e ....innamorata della douce France.

 Pensieri disordinati è qui





domenica 19 aprile 2020

Il vento e le piante


Il vento oggi aveva voglia di parlare. Raccontava dei suoi viaggi, delle cose che aveva visto, delle illusioni che aveva regalato, delle urla che si era portato via. A un tratto si era tanto infervorato nei suoi discorsi che, distratto, aveva anche lasciato cadere un vaso dalla finestra di Alfredo verso il pavimento.
Era un bel vaso, fatto bene insomma. Conteneva tre piccole piante grasse che, scaraventate a terra, erano riuscite comunque quasi a conservare la loro forma, la loro delicata bellezza.
Il vento si era subito reso conto del danno provocato. Dapprima silenzioso si era poi trasformato in tiepida brezza. Era così che aveva continuato a sussurrare le proprie scuse ad Alfredo mentre questi raccoglieva il terriccio e cercava, tra dimenticati oggetti, un nuovo luogo dove interrare quei piccoli tesori.
“Chissà se si abitueranno a tornare sole, hanno vissuto un bel po’ di tempo insieme” pensò alla fine, quando ebbe trovato la soluzione, alzando gli occhi verso il suo amico. Il vento, però, era già sparito, così Alfredo si premurò solo di lasciarle vicine, ognuna nel suo piccolo vasetto.
“Se avete qualcosa da raccontarvi di certo ci riuscirete così” disse loro, prima di richiudere la finestra.

Dario D'Angelo dal suo blog, febbraio 2020

 
(Georg Scholz, 1925)
 

giovedì 16 aprile 2020

La luna che mangia le nuvole


Ricordo: da giorni, in città, si anelava ad un poco di pioggia da cui si sperava qualche sollievo al caldo anticipato. Io non m'ero neppure accorto di quel caldo. Quella sera il cielo aveva cominciato a coprirsi di leggere nubi bianche, di quelle da cui il popolo spera la pioggia abbondante, ma una grande luna s'avanzava nel cielo intensamente azzurro dov'era ancora limpido, una di quelle lune dalle guance gonfie che lo stesso popolo crede capaci di mangiare le nubi. Era infatti evidente che là dov'essa toccava, scioglieva e nettava.

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, cap.5, pag.170 ed. Dall'Oglio 1976)

 
(St. Nicholas magazine, 1891)