lunedì 17 dicembre 2018

Tartarughe


Ci sono due tartarughe nel patio: maschio e femmina. Slack! Slack! I gusci sbattono uno sull’altro. E' la stagione degli amori. Il signor Palomar, non visto, spia. Il maschio spinge la femmina di fianco, torno torno al rialzo del marciapiede. La femmina sembra resista all’attacco, o almeno oppone un’immobilità un po’ inerte. Il maschio è più piccolo e attivo; si direbbe più giovane. Prova ripetutamente a montarla, da dietro, ma il dorso del guscio di lei è in salita e lui scivola.
Ora dovrebbe essere riuscito a mettersi nella posizione giusta: spinge a colpi ritmici, pausati; a ogni colpo emette un ansito, quasi un grido. La femmina sta con le zampe anteriori appiattite sul terreno, il che la porta a sollevare la parte di dietro. Il maschio annaspa con le zampe anteriori sul guscio di lei, tendendo il collo in avanti, sporgendosi a bocca aperta. Il problema con questi gusci è che non c'è modo d’afferrarsi, e del resto le zampe non fanno nessuna presa.
Ora lei gli sfugge, lui la rincorre. Non che lei sia più veloce né molto decisa a scappare: lui per trattenerla le dà dei piccoli morsi a una zampa, sempre la stessa. Lei non si ribella. Il maschio, ogni volta che lei si ferma, tenta di montarla, ma lei fa un piccolo passo avanti e lui scivola e batte il membro per terra. E' un membro abbastanza lungo, fatto a gancio, con cui si direbbe lui riesca a raggiungerla anche se lo spessore dei gusci e la positura malmessa li separano. Così non si può dire quanti di questi assalti vadano a buon fine, quanti falliscano, quanti siano solo gioco, teatro.
E' estate, il patio è spoglio, tranne un gelsomino verde in un angolo. Il corteggiamento consiste nel fare tante volte il giro del praticello, con inseguimenti e fughe e schermaglie non delle zampe ma dei gusci, che cozzano con un ticchettio sordo. E' tra i fusti del gelsomino che la femmina cerca d’intrufolarsi; crede - o vuol far credere - che lo fa per nascondersi; ma in realtà quello è il modo più sicuro per restare bloccata dal maschio, immobilizzata senza scampo. Ora é probabile che lui sia riuscito a introdurre il membro come si deve; ma stavolta stanno tutti e due fermi fermi, silenziosi.
Quali siano le sensazioni di due tartarughe che s’accoppiano, il signor Palomar non riesce a immaginarselo. Le osserva con un’attenzione fredda, come se si trattasse di due macchine: due tartarughe elettroniche programmare per accoppiarsi. Cos'è l’eros se al posto della pelle ci sono piastre d’osso e scaglie di corno? Ma anche quello che noi chiamiamo eros non è forse un programma delle nostre macchine corporee, più complicate perché la memoria raccoglie i messaggi d’ogni cellula cutanea, d’ogni molecola dei nostri tessuti e li moltiplica combinandoli con gli impulsi trasmessi dalla vista e con quelli suscitati dall’immaginazione? La differenza sta solo nel numero dei circuiti coinvolti: dai nostri recettori partono miliardi di fili, collegati col computer dei sentimenti, dei condizionamenti, dei legami tra persona e persona... L’eros è un programma che si svolge nei grovigli elettronici della mente, ma la mente è anche pelle: pelle toccata, vista, ricordata. E le tartarughe, chiuse nel loro astuccio insensibile? La penuria di stimoli sensoriali forse obbliga a una vita mentale concentrata, intensa, le porta a una conoscenza interiore cristallina... Forse l‘eros delle tartarughe segue leggi spirituali assolute, mentre noi siamo prigionieri d’un macchinario che non sappiamo come funziona, soggetto a intasarsi, a incepparsi, a scatenarsi in automatismi senza controllo... Capiranno meglio se stesse, le tartarughe?
Dopo una decina di minuti d’accoppiamento, i due gusci si staccano. Lei avanti, lui dietro, riprendono a girare intorno al prato. Adesso il maschio resta più distaccuto, ogni tanto annaspa con una zampata sul guscio di lei, le si mette un po’ addosso, ma senza molta convinzione. Tornano sotto il gelsomino. Lui le morde un po’ una zampa, sempre nello stesso punto.


Italo Calvino, Palomar, Gli amori delle tartarughe.pag.21-23


(l'immagine di Calvino viene da una rivista di molti anni fa; il coniglietto e la tartaruga erano on line senza indicazione dell'autore, peccato)

sabato 15 dicembre 2018

Le sirene di Weber


Oberon è il re degli Elfi, e il libretto parte in effetti dal "Sogno di una mezza estate" di Shakespeare; ma il vero protagonista dell'opera di Carl Maria von Weber non è Oberon, è il cavaliere francese Huon che deve raggiungere l'amata Rezia a Bagdad. La storia completa è molto complicata da raccontare, Oberon ha comunque una sua parte, e aiuterà gli innamorati nel lieto fine (non è vero che le opere liriche vanno sempre a finire male), ma intanto sono successe tante cose - compreso l'incontro con le sirene nel secondo atto. Sono sirene gentili, e cantano così:
O wie wogt es sich schön auf der Fluth...
cioè "come è bello cullarsi tra i flutti" e altre parole non memorabili (l'Oberon di Weber non ha un gran libretto), ma la musica è molto bella  (qui) e Carl Maria von Weber si ascolta sempre con grande piacere.




(le sirene nelle immagini vengono da un cartoon di Popeye-Braccio di ferro, anno 1935)

giovedì 13 dicembre 2018

I quattro veli di Kulala



In un villaggio sul fiume Yuele viveva un uomo che si chiamava Doruma ed era molto fortunato. Aveva una bella moglie, due figli sani e un campo fertile. Era un buon cacciatore e nel villaggio non aveva nemici. Fu così che Shabunda, il diavolo del bosco, vedendolo cantare e fumare davanti alla capanna come il più felice degli uomini, ne ebbe invidia. E per dispetto una notte entrò nella capanna, gli infilò le unghie adunche nei capelli e da lì gli sfilò via il sonno. Doruma si svegliò di colpo, destò la moglie Oda e le disse che un’ombra maligna l’aveva sfiorato. – È stato solo un brutto sogno – disse Oda – torna a dormire.
Ma Doruma non dormì né quella notte, né la notte dopo, né tutte le notti di quella luna. Anche se per tutto il tempo lavorava e cacciava, così da tornare a casa stanco da non reggersi in piedi, il sonno non veniva. Provò a farsi accarezzare con la coda di un ghiro

martedì 11 dicembre 2018

No tav, sì tav


A Torino, metà novembre, c'è stata la "marcia dei trentamila" per dire sì alla TAV; l'altro ieri, sempre a Torino, una folla forse anche superiore per dire di no alla TAV. Se ne è parlato molto ma secondo me manca nei commenti un dettaglio fondamentale. Si tratta, di fatto, di un contrasto fra città e campagna, o città e montagna. Non c'è dialogo: gli abitanti della Val di Susa e delle altre zone interessate dai lavori vorrebbero difendere l'ambiente in cui vivono (il cantiere durerà vent'anni), i cittadini ribattono che le infrastrutture, lo sviluppo, eccetera. Dato che di mezzo c'è il cemento, vincono senz'altro i cittadini che nel cemento vivono fin dalla nascita e non conoscono altro modo di vivere (tranne la domenica, il week end quando si va a sciare, a fare il pic nic, o al mare). Oltretutto, il cemento rende soldi, l'ambiente intatto no. Mi piacerebbe che si parlasse di queste cose, invece si risponde sempre con questioni puramente economiche. Mi metto nei panni di uno della mia età che abita in Val di Susa: il cantiere durerà vent'anni, e si sa che vent'anni in Italia possono diventare anche trenta o quaranta. Esistono anche opere incompiute e lasciate lì come sono, gli esempi purtroppo sono tanti. In queste condizioni, una persona sopra i cinquanta difficilmente potrà tornare a fare una passeggiata in quelle zone.

 
Due altre considerazioni prima di chiudere: in questo ambito possono rientare anche i "gilet gialli" francesi, perché la loro protesta (clamorosa) nasce da tasse sull'automobile e la benzina. Guai a toccare l'automobile, insomma. Su un mio piano strettamente personale, la marcia dei 30 mila mi ricorda quella dei 40mila della Fiat, sempre a Torino, che di fatto pose fine al potere contrattuale degli operai; prima contro gli operai, oggi contro l'ambiente. Come finì quella marcia, degli anni '70? Quali furono i risultati? Oggi a Torino di fatto la Fiat non c'è più. Chiusa Mirafiori, chiuso il Lingotto, la nuova FCA ha sede in Olanda. Ma molti di quei quarantamila fecero in tempo ad andare in pensione, beati loro. E chissà come sarà la Val di Susa, fra quarant'anni.

(nell'immagine, dal Saint Louis Dispatch del 1910, una previsione sul futuro - cioè oggi)

domenica 9 dicembre 2018

Neve a Parigi, inverno 1940



( fonte )

La terrazza dei Corte, quell'inverno, era coperta da uno spesso strato di neve in cui si manteneva in fresco lo champagne. Corte scriveva vicino a un fuoco di legna che non riusciva a sostituire il calore ormai inesistente dei termosifoni. Aveva il naso bluastro e quasi piangeva dal freddo. Con una mano stringeva al petto una borsa d'acqua calda, con l'altra scriveva. (...)
E la neve continuava a cadere inesorabimente, lenta e tenace, sugli alberi di boulevard Delessert dove i Péricard erano tornati ad abitare - perchè appartenevano a quell'alta borghesia francese che preferisce vedere i propri figli privati di pane, di carne e di aria piuttosto che di diplomi, e non bisognava interrompere gli studi di Hubert già tanto compromessi dagli eventi dell'estate precedente, nè quelli di Bernard, che era prossimo agli otto anni e si era dimenticato di tutto quello che aveva imparato prima dell'esodo, sicchè la madre gli faceva recitare: "La Terra è una sfera che non poggia su niente" manco avesse sette anni invece che otto ( che disastro!). 
Fiocchi di neve si impigliavano nei veli da lutto della signora Péricard quando, superata finalmente la coda dei clienti davanti a un negozio, si fermava sulla porta sventolando come un vessillo la tessera alle madri di famiglia numerosa che le dava diritto di precedenza.
Sotto la neve, Jeanne e Maurice Michaud aspettavano invece il loro turno, appoggiandosi l'uno all'altro come cavalli stanchi prima di mettersi in cammino.
La neve copriva la tomba di Charlie Langelet al Père Lachaise e il cimitero delle automobili vicino al ponte di Gien - tutte le auto bombardate, incendiate, abbandonate nel mese di giugno e che giacevano ai due lati della strada, inclinate sulla ruota o sul fianco, con le portiere spalancate o ridotte a un ammasso contorto di rottami. La campagna era bianca, immensa, muta; (...)

Irène Nèmirovsky, Suite francese, ed. Adelphi

venerdì 7 dicembre 2018

Tempesta di neve


Trascorsero la notte al monastero, in una cella che era stata riservata allo zio, come a persona lì ben nota da tempo. Era la vigilia dell'Intercessione della Vergine. L’indomani sarebbero dovuti partire per un lungo viaggio verso il sud, fino a un capoluogo di provincia del Volga, dove padre Nikolaj era impiegato presso una casa editrice, che pubblicava il giornale progressista della zona. Avevano già acquistato i biglietti per il treno e riunito nella cella il loro bagaglio. Nelle vicinanze, dalla stazione il vento portava i fischi lamentosi delle locomotive che facevano manovra lontano.
Verso sera vi fu un brusco sbalzo di temperatura. Due finestre a livello del suolo davano su uno squallido angolo d'orto, circondato da gialli arbusti d'acacia, sulle pozzanghere gelate della strada e su quel lembo di cimitero dove la mattina avevano seppellito Marija Nikolaevna. Tranne alcune aiuole, marezzate di cavoli illividiti dal freddo, l'orto era spoglio. Quando irrompeva il vento, i rami nudi delle acacie si dimenavano come ossessi, piegandosi fin sulla strada.
Un colpo alla finestra destò Jurij durante la notte. L'oscura cella era magicamente illuminata da una guizzante luce bianca. Jura corse in camicia alla finestra e appoggiò il viso al vetro gelido. Fuori non c'era più la strada, né il cimitero, né l'orto: solo la tormenta che infuriava, l'aria fumigante di neve. Quasi che la tormenta si fosse accorta del ragazzo e, consapevole del proprio terrificante potere, godesse dell’impressione che gl'incuteva. E fischiava e ululava, tutta affannata a richiamare la sua attenzione. Dal cielo, sdipanandosi giro su giro da matasse senza fine, un bianco ordito cadeva sulla terra avvolgendola in un sudario. Non era rimasta che la tormenta al mondo, sola e incontrastata. Il primo impulso di Jura, scendendo dal davanzale, fu di vestirsi e di correre in strada: occorreva fare qualcosa. Ora lo angosciava l'idea che la neve seppellisse i cavoli del monastero prima che non si potessero più raccogliere; ora il pensiero della madre, là, in quel campo, ricoperta dalla neve, senza più forze per resisterle, mentre sprofondava sotto terra, sempre più giù,ancora più lontano da lui. Ruppe nuovamente in lacrime. Lo zio si sveglio, gli parlò di Cristo e lo consolò, poi sbadigliando si accostò alla finestra e rimase a guardar fuori pensieroso. Cominciarono a vestirsi. Era quasi l'alba.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag10 edizione Feltrinelli 1998, traduzione di Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate



(dipinto di Konstantin Yuon)

mercoledì 5 dicembre 2018

Nebbia

La parete di sinistra, quella davanti al braccio più lungo della L, é coperta di carta di sughero. In una rotaia fissata a circa due metri e cinquanta da terra, scorrono varie aste metalliche cui il pittore ha appeso una ventina di tele, quasi tutte di piccolo formato: appartengono per la maggior parte a una vecchia maniera dell’artista, quella che lui stesso chiama il suo periodo-nebbia e con la quale é diventato celebre: si tratta in genere di copie finemente eseguite di quadri famosi - La Gioconda, L'Angelus, La Ritirata di Russia, Le Déjeneur sur l'herbe, La lezione di Anatomia, eccetera - sui quali ha poi dipinto degli effetti più o meno spiccati di bruma, sfocianti in un vago grigiume da cui emergono appena le sagome dei suoi prestigiosi modelli. La vernice della mostra parigina, nella Galerie 22, maggio 1960, fu accompagnata da una nebbia artificiale che l’affluenza degli ospiti, fumatori di sigari o sigarette, fece ancora più opaca, con grandissima gioia dei cronisti. Il successo fu immediato. Due o tre critici ghignarono, fra cui lo svizzero Beyssandre che scrisse: “Non è certo al Quadrato bianco su fondo bianco di Malevic che fanno pensare i grigi di Hutting, ma piuttosto alla battaglia di negri in un tunnel cara a Pierre Dac e al generale Vermot”. Ma la maggior parte si entusiasmò per quello che uno di loro chiamava quel “lirismo meteorologico” il quale, disse, colloca Hutting all’altezza del suo celebre e quasi omonimo, Huffing, il campione newyorkese dell"‘Arte brutta”. Abilmente consigliato, Hutting si tenne circa metà delle tele e oggi non intende disfarsene, se non a condizioni impossibili.


Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", pag.48  ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense


(dipinto di Thomas Wilmer Dewing)

lunedì 3 dicembre 2018

Il giardino di Edda


Da sei giorni non era stata a scuola. Viveva come inebetita, passando le mattine e i pomeriggi nel suo giardino. Un giardino un po' selvatico a gradinate, sulle pendici di un colle dominante la città. Ella scendeva nell'ultimo angusto ripiano terminato da un muretto; e si sedeva nell'angolo, sull'asse lunga e rozza che, accostata al grosso muro laterale del giardino, serviva da panchina; la riparava dal sole una pergolettta di vite ramosa. Là era come divisa dal mondo: della città non giungevano che i rumori smorzati e di tanto in tanto, più chiari,  gli squilli del tramvai e i tocchi dell'orologio della piazza di sotto. Di là dal muretto, oltre lo spazio, lo sguardo correva sul cielo, si fermava qualche volta sulla collina dirimpetto, sparsa di casette che non sembravano abitazioni umane, ma macchie di colore. Portava con sè Alì, il cane tanto caro a Hedwig. Alì era diventato suo amico, le si accovacciava ai piedi; e così, tutti e due, quasi senza muoversi, stavano lunghe ore.

A sostare nel giardino  è Edda Marty, la protagonista di un racconto autobiografico di Giani Stuparich, Un anno di scuola ( qui ). Siamo nei primi del Novecento e Edda è riuscita, dopo aver sostenuto un difficile esame, a inserirsi in una classe tutta maschile dell'anno conclusivo degli studi superiori ginnasiali. I ragazzi, uno ad uno, chi ammettendolo a se stesso e agli altri, chi negandolo, si innamoreranno della bellezza, della vitalità di Edda e qualcuno farà dipendere la propria speranza di sopravvivenza alla possibilità di legarsi alla ragazza. Il passo che ho riportato è successivo alla morte per tisi della sorella maggiore di Edda, Hedwig.  Edda è nel giardino, ma la sua condizione di isolamento sarà destinata, a breve, ad essere interrotta.

Franco Giraldi, anche lui triestino, ha tratto dal racconto di Stuparich un film, preferendo però spostare l'azione all'anno che precede lo scoppio del I conflitto mondiale.

sabato 1 dicembre 2018

Dicembre



L'anno scorso di questi tempi avevo trovato in rete una piccola poesia in inglese che si adattava perfettamente alla situazione di un'amica:


I heard a bird sing
in the dark of december
a magical thing
and sweet to remember:
«we are nearer to spring
than we were in september».
I heard a bird sing,
in the dark of december.
(Oliver Herford)




Di Oliver Herford non sapevo niente, non ne conoscevo nemmeno il nome, perciò ringrazio molto il sito heaveninawildflower.tumblr.com  e riporto qui qualche notizia presa da wikipedia in inglese:
Oliver Herford (1860-1935) nasce a Sheffield in Inghilterra; emigra negli Usa con la famiglia prima a Chicago nel 1876 poi a Boston nel 1882. In seguito, si trasferisce a New York e comincia a collaborare con riviste di successo come Life, Harper's Bazaar, Ladies Homes Journal, The Mentor, Woman's Home Companion, Punch, e molti altri. Herford disegna e scrive testi, pubblica 30 libri illustrati. Nel 1904 si sposa con Margaret Regan, e di più non mi è necessario sapere, meglio leggere i suoi versi e guardare i suoi disegni (in rete c'è molto, per oggi comincio dai gatti). Non so se Herford sia mai stato pubblicato in Italia, i disegni sono molto belli e parlano da soli ma i versi, come tutta la poesia, sono difficili da tradurre senza rovinarli.


(ho ascoltato un uccello cantare / nel buio di dicembre / una magica cosa / e dolce da ricordare: "siamo più vicini alla primavera / di quanto non fossimo in settembre")








giovedì 29 novembre 2018

Grattacieli a Milano


« ... Milano è una delle poche città del mondo ad avere una così affascinante struttura di strade e viali a griglia. E' difficile pensare al perché ci sia stato bisogno di saltare fuori dal sistema organico con i grattacieli (le immagini mostrano le torri di Porta Nuova, poco distanti). Non sono contrario alla verticalità, anzi, amo i grattacieli. La Torre Velasca e il Pirelli ne sono esempi bellissimi, ma bisogna che i grattacieli vengano inseriti in un contesto e che siano in dialogo con l'esistente. Invece questi grattacieli sono stati progettati andando contro il DNA della città, e il risultato è un caos. E non parlo della qualità individuale degli edifici: anche il "bosco verticale" (aggiunge rivolgendosi a Stefano Boeri, seduto in platea) sarebbe più armonico se fosse in un contesto meno caotico di questo.»
L'architetto svizzero Jacques Herzog a Milano, Fondazione Feltrinelli, da Repubblica 25 maggio 2018
« Spero che nel suo progetto ci sia quello di aumentare gli alberi, - dice ancora Jacques Herzog al sindaco Sala; - in molti posti si potrebbero addirittura raddoppiare. E' una proposta popolare che di solito porta voti (...) »


Sul fatto che piantare alberi in città porti voti, mi permetto di avere molti dubbi (temo che sia vero il contrario: è una vita che sento dire che gli alberi sporcano l'automobile, cascano con la neve e il vento, e al loro posto si può fare un parcheggio...). Per il resto, sono completamente d'accordo. Aggiungerei ancora che per secoli l'Italia è stata di modello alle altre nazioni, oggi invece andiamo a rimorchio di Chicago, di New York, perfino di Dubai e di Singapore. Ma Milano non è il Dubai, non è New York (New York si affaccia sull'oceano, venendo dal mare i grattacieli fanno un effetto che non è replicabile nella pianura padana), come sarebbe bello avere una città a misura d'uomo. Invece, ecco i grattacieli: chissà che fine avranno fatto i residenti nella zona di Porta Nuova, che avrebbero voluto un parco e invece si ritrovano davanti a casa un grattacielo che gli porta via la luce del sole. Se ne parlava prima che si costruissero i grattacieli, poi basta. Si parla solo del valore commerciale della zona, si magnifica il "bosco verticale" (che costa una fortuna in manutenzione), si esalta la "nuova skyline di Milano", si progettano cose simili a Mantova, ci sarà un grattacielo anche a Cantù, e immagino che si lavori ancora sottotraccia al progetto per la megatorre di Pierre Cardin a Venezia. Io continuo a pensare che i boschi siano più belli al loro posto, per terra; rifletto sui parchi costruiti a Milano dopo il 1945, sulle rovine dei bombardamenti. Dopo il 1945 Milano ebbe dei parchi nuovi, il Parco delle Basiliche e il Monte Stella, nati dalle rovine dei bombardamenti e dal loro sgombero. Gli architetti e gli amministratori del Nuovo Millennio ci costruirebbero dei grattacieli, almeno tre e tutti sghembi o storti. E, mi raccomando, che siano più alti della Madonnina del Duomo: basta con i tabù e con i pregiudizi, come dicono loro mettendo a tacere con un ghigno chi non è d'accordo.

Un saluto e un abbraccio alle persone che abitavano o abitano ancora a Porta Nuova, e che si sono opposte senza successo alla "nuova skyline". Sappiano che ormai è così dappertutto, anche nei più piccoli comuni. Non consola, lo so, e non è affatto vero che "mal comune mezzo gaudio". Non in questi casi, di certo (chissà cosa ci diranno, i nostri pronipoti...).

(nelle immagini, un mio montaggio di Mosca, Dubai, Chicago e Milano; ma potrebbero essere Londra, Astana, Seattle, Hong Kong, magari anche Venezia tra qualche anno, se il progetto Cardin va in porto)


martedì 27 novembre 2018

Flebotomi



Eccomi intento a pensare e scrivere cose profonde davanti al pc: assorto, concentrato, fors'anche ispirato, e un minuscolo flebotomo si materializza davanti al monitor. E' quasi certo che mi ha già punto, anche se riesco ad acchiapparlo non avrò un gran guadagno. Forse, viene da pensare, è questo il vero senso della mia presenza su questa terra: cibo per zanzare, e per flebotomi puntiformi. Forse, flebotomi e zanzare sono il culmine della Creazione: loro, e non noi.


I flebotomi (alla lettera, "i tagliavene" - la stessa radice etimologica delle fleboclisi e delle flebotomie) esistono da sempre, ma io fino a una decina di anni fa ne ignoravo l'esistenza; poi si sono moltiplicati anche qui, e oggi è difficile schivarli. Ci sono anche d'inverno, nelle nostre case sopravvivono benissimo; poi d'inverno con le finestre chiuse li trovo morti stecchiti sui serramenti (cercavano di uscire ma non ci sono riusciti) ma ormai avevano già colpito. Da morti, a meno di non essere presbiti, anche senza lente d'ingrandimento si vede bene che sono attrezzati per pungere e succhiare; dopo un po', con l'esperienza, anche quando volano li si distingue facilmente dalle innocue drosofile (i moschini della frutta). Ce ne sono di piccoli e di piccolissimi, veri puntini volanti; ci sono anche i loro parenti pelosi (quelli li vedo da sempre, soprattutto in bagno) che però non pungono. Flebotomo è un nome difficile, troppo da scienziati; c'è chi li chiama pappataci e dunque in questo caso, pressoché impossibilitato a difendermi, provo a consolarmi riascoltando Rossini (L'italiana in Algeri, anno 1813: qui). Del resto, cos'altro potrei fare.


(Benjamin Rabier, 1900 circa)






domenica 25 novembre 2018

All'alba





"Se si crede nel potere evocativo della musica – e se per questo dell'arte in generale – le parole rischiano di diventare un accessorio superfluo, addirittura un impiccio. ( continua qui )

venerdì 23 novembre 2018

Le stagioni secondo Purcell


In "The Fairy Queen" (La regina delle Fate, 1692) Henry Purcell mette in musica le stagioni. Il testo non è tratto da Spenser, che scrisse un poema con quel nome, ma da Shakespeare; erano infatti musiche pensate per una messa in scena del "Sogno di una notte di mezza estate". I testi musicati però non sono di Shakespeare, ed è difficile anche per gli esperti riuscire a trovarne l'autore. Comunque sia, ecco Febo (il Sole) che introduce l'argomento:  (qui per l'ascolto)


Phoebus:
When a cruel long winter has frozen the earth,
And Nature imprison'd seeks in vain to be free,
I dart forth my beams, to give all things a birth,
Making Spring for the plants, every flower, and each tree.
'Tis I who give Life, Warmth, and Vigour to all,
Even Love who rules all things in Earth, Air, and Sea,
Would languish, and fade, and to nothing would fall;
The World to its Chaos would return, but for me.
Choir
Hail! Great Parent of us all,
Light and Comfort of the Earth;
Before your Shrine the Seasons fall,
Thou who givest all Nature Birth.
(Quando un lungo e crudele inverno ha gelato la terra, e la Natura imprigionata cerca invano di liberarsi, io scaglio lontano i miei raggi e dò a tutte le cose la nascita, facendo primavera per le piante, per ogni fiore e ogni albero. Sono io che dò vita, calore e vigore a tutto; anche Amore, che regola ogni cosa in terra, aria e mare, languirebbe e appassirebbe e sparirebbe nel nulla; il mondo tornerebbe al suo caos originale, se non fosse per me. Salve, grande genitore di noi tutti, luce e conforto della Terra; davanti al tuo altare si prostrano le Stagioni, per te che hai fatto nascere tutta la Natura.)


Spring:
Thus the ever grateful Spring,
Does her yearly tribute bring;
All your sweets before him lay,
Then round his altar, sing and play.
(così la sempre riconoscente Primavera porta il suo tributo annuale: tutte le sue dolcezze pone innanzi a lui, quindi attorno al suo altare canta e danza)


Summer:
Here's the Summer, sprightly, gay,
Smiling, wanton, fresh and fair;
Adorn'd with all the flowers of May,
Whose various sweets perfume the air.
(ecco l'Estate, allegra e gaia, sorridente, scherzosa, fresca e bella; adorna di tutti i fiori di maggio, che con le loro diverse dolcezze profumano l'aria)





Autumn:
See my many colour'd fields
And loaded trees my will obey;
All the fruit that Autumn yields,
I offer to the God of Day.
(Guarda i miei campi dai tanti colori, e gli alberi carichi alla mia volontà obbediscono; tutti i frutti che Autunno produce io li offro al Dio del Giorno)



Winter:
Now Winter comes slowly, pale, meager, and old,
First trembling with Age, and then quiv'ring with cold;
Benumb'd with hard forests, and with snow covered over,
Prays the Sun to restore him, and sings as before.
(Ora giunge l'Inverno lentamente, pallido, magro, e vecchio; prima trema per l'età, poi ha i brividi per il freddo; annuvolato con dure foreste, e coperto dalla neve, prega il sole che lo ristabilisca e canta come faceva un tempo)


(illustrazioni di Kate Greenaway)



mercoledì 21 novembre 2018

Ragnatelo


Per quante camere d’albergo è passata la mia vita! Vi ho trascinato la mia solitudine, la mia uggia, la mia infelicità. Lavorare o far qualcosa non è affar mio; per fortuna sono ricco. Orbene, fu in una di tali camere che mi venne la grande idea. L’albergo era in una piccola città di provincia dove si affogava nella noia; il caldo era quasi intollerabile, la mia stanza era perfino infestata dalle pulci. Perché m’attardassi lì lo sa Iddio, se non è pel solito motivo che non sapevo dove andare e che in qualunque posto ho sempre trovato caldo o pulci o qualcosa di equivalente. Ad ogni modo usavo passare quasi l’intera giornata e in particolare i lunghissimi pomeriggi steso gnudo sul letto, dove con accorgimenti riuscivo a salvarmi dai rabbiosi animalucci; guardavo giornali illustrati, mi sforzavo talvolta di leggere un libro, per lo più contemplavo il soffitto imbiancato. E così non tardai a notare un ragnatelo che ne pendeva: al quale, propriamente, dovetti l’idea. Non poi ragnatelo, se mai vestigio di esso; un semplice ed esiguissimo filo, lungo forse un due spanne, come se ne possono vedere dappertutto, salvo che poca gente, scommetto, ha avuto l’opportunità di osservarne il comportamento. Uso di proposito questa parola: giacché, il mio almeno, era una cosa viva. Bastava un nulla d’aria, altrimenti insensibile, a farlo oscillare, torcersi, arricciolarsi; o che io soffiassi debolmente alla sua volta, o fischiettassi a fior di labbra; ma bastava anche niente. Direi anzi che non stava mai fermo. Perbacco, ci son giorni d’estate che l'aria in una stanza positivamente non si muove, e del resto io facevo esperimenti vari, tappavo porta e finestra, chiudevo le fessure con coperte o indumenti; e lui lì seguitava a tremare e ad agitarsi, benché un po' meno tumultuosamente. Nel mezzo della notte accendevo d’improvviso la luce: abbrividiva sempre. Era un'anima in pena, ecco cos’era, o meglio un’anima cui qualcuno infliggesse un continuo tormento; e a me piaceva immaginare che quel qualcuno fossi io medesimo. Poco importava se era un povero filino di ragnatelo: io mi sentivo finalmente un dominatore. Tra noi correva una specie di corrispondenza: i miei soffi erano un implacabile, atroce questionario, e i suoi contorcimenti le sue risposte impotenti, i vani tentativi di allontanare la tortura, erano il suo terrore, l'implorazione non meno vana. Sì, io avevo su di lui, per dir così, diritto di vita e di morte: potevo con un soffio più brutale inchiodarlo al soffitto, spengerlo per sempre. Se seguitava a tremare anche quando non spirava un alito di vento, di ciò non era forse causa il mio respiro stesso, come dire che lui sentiva la presenza del suo carnefice?

(Tommaso Landolfi, L'eterna provincia, da "In società", 1962)


(Odilon Redon 1872, l'angelo caduto)

lunedì 19 novembre 2018

Lumaca, lumachina...

(Baviera 1037 forse)
« Peppino! Mascalzon! ». Perché credere che abbia fatto qualcosa e che si meriti delle parolacce? Macché! E' tanta la simpatia che ispira che perdon la testa e gli tiran dietro degli insulti, gli lanciano degli improperi, proprio come la signora Carla che abbracciava il povero Sergino così stretto da fargli male. Da Villa Daverio, sua patria, é venuto a Milano a far campagna. La sua mamma tiene aperta la casa dei signori. A Villa i nonni di Peppino hanno su una trattoria e lui non se lo dimentica neanche qui tanto che in portineria chiede se non c'è il mezzo di avere un marsalino!
A quattr’anni Peppino é tarchiatello, ma la bocca sempre mezzo aperta; non per parlare, ma in attesa delle cibarie. La sua vita è orientata verso l'alimentazione. A cementare il caffè e latte colla pasta asciutta del mezzodì alle dieci e mezzo mangia pane e cioccolatta; alle quattro manda giù una semolina così spessa da impastare l'anima col corpo. I confetti degli sposi Giussani a uno a uno se li è mangiati tutti lui. Quando non ce ne sono stati più, i suoi sguardi son diventati insistenti e indiscreti e siccome non valevano né parole né gesti da consummatum est mi sono deciso a render costante la consuetudine e nell’impossibilità di aver sottomano un altro matrimonio ho sostituito i confetti nuziali con le caramelle del droghiere. Quando Peppino ebbe in mano il pacchetto, si ritirò precipitosamente in casa e non ne uscì che dopo due ore con un’aria piuttosto disgustata. Al tribunale materno non seppe poi dar conto del contenuto del pacchetto e gli venne applicato il Convenant sull'articolo sedici! Chiuso il periodo sanzionista, Peppino tornò alle mie finestre e fece dei saltini per guardar dentro se ci fosse qualcuno: « Al gh'é mia l’avocat? ». C’ero e ho mangiato la foglia, ma il secondo pacchetto di caramelle venne consegnato alla genitrice per il razionamento.
Peppino ha trovato una lumaca tra l'erba e me la porta. La metto sul Codice di Procedura Civile e aspetto che si muova. Non si muove. La bestiola è in casa e non esce. Allora le canto la canzonetta francese:


Bête, bête aux cornes,
montre moi tes cornes
si non
je te casse
ta maison...


Peppino mi guarda stupito: ma come, a Milano parlano così?

Bête, bête aux cornes,
montre moi tes cornes...


La cantilena che si ripete ininterrottamente e lo circonda di una onda melodica, comincia a lasciargli intravedere un significato. Gli occhietti diventano furbissimi. Nelle parole "cornes" e "si non" Peppino intuisce che c'è un invito e una minaccia... poi si irradia; ha afferrato finalmente che si allude alle corna e al guscio! Proprio in quel punto la lumaca mette fuori la testa e comincia a strisciare adagio... adagio sulla copertina del Codice...

Delio Tessa, da "Ore di città" (ed. Scheiwiller) Faccetta furba della Brianza, pag.68


PS: Io la sapevo così: Lumaga lumaghén, tira fora i to curnén... ,( senza minacce però )
(mia mamma, che la recita ancora ogni tanto, è originaria di Parma)



(Charles Bennett 1858)


sabato 17 novembre 2018

La ragazza mela

Luigi Rossi, Le mele


C'era una volta un Re e una Regina, disperati perché non avevano figlioli e la Regina diceva: – Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?

Ora successe che alla Regina invece dì nascerle un figlio le nacque una mela. Era una mela così bella e colorata come non se n'erano mai viste. E il Re la mise in un vassoio d' oro sul suo terrazzo. In faccia a questo Re ce ne stava un altro, e quest'altro Re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del Re di fronte una bella ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava e pettinava al sole. Lui rimase a guardare a bocca aperta, perché mai aveva visto una ragazza così bella. Ma la ragazza appena s'accorse d'esser guardata, corse al vassoio, entrò nella mela e sparì. Il Re ne era rimasto innamorato.

giovedì 15 novembre 2018

Il fiore non è cresciuto


Mentre Settimio era così occupato s'inoltrò l'estate e con essa apparve il nuovo personaggio che si fa avanti tra queste pagine. Era una pallida ed esile giovane che Settimio fu stupito di trovarsi dinanzi allorché salì il suo poggio per fare la consueta passeggiata avanti e indietro sul solito sentiero che ormai aveva segnato profondamente a forza di calcarlo. Cosa ancor più strana: ella sedeva vicinissimo al sepolcro che soltanto lui ed il pastore sapevano essere una tomba, al tumulo che egli aveva un poco spianato piantandoci vari fiori e arbusti: l’estate li aveva resi lussureggianti ed il povero giovane sottoterra aveva contribuito quanto aveva potuto, tentando di renderli il più possibile vezzosi a ricordo della propria bellezza.
Settimio desiderava celare il fatto che quella fosse una tomba: non che lo tormentasse un senso di colpa per aver sparato al giovane, avendolo fatto in aperta e leale battaglia, ma tuttavia aver steso una bella creatura così adatta a godersi la vita su quel punto del terreno dove forse sarebbe stato meglio celare il suo volto cupo ed il suo petto turbato, questo non era il più piacevole dei pensieri. (Forse potrebbero talvolta esservi dei tratti fantasticamente briosi nel linguaggio e nel comportamento della ragazza).
Bene: ma sopra la tomba camuffata con fiori e arbusti sedeva questa figura femminile, una sconosciuta dalla grazia esile, pallida e malinconica, semplicemente vestita d’un abito nero portato con grande negligenza. D’acchito Settimio pensò che potesse essere Rose, ma uno sguardo bastò a farlo ravvedere; questa figura era diversa dalla bellezza vigorosa benché lieve e scattante di Rose, essendo di una grazia stanca, e quand'egli fu abbastanza vicino da ravvisarne il volto s'accorse che gli occhi vasti, scuri e malinconici che lo fissavano non avevano mai incontrato i suoi prima d'allora.

martedì 13 novembre 2018

Il parco della casa di salute







" Ecco la descrizione di una tela che ho davanti a me in questo momento. Una veduta del parco della casa di salute in cui mi trovo: a destra una terrazza grigia, l'ala di una casa. Qualche cespuglio di rose sfiorite, a sinistra il terreno del parco - ocra rossa - terreno arso dal sole, coperto di aghi di pino caduti.Questo margine del parco è piantato di grandi pini dai tronchi e dai rami ocra rossa, con il fogliame verde rattristato dalla mescolanza di nero. Questi alti alberi si stagliano su un cielo serotino striato di viola su fondo giallo, il giallo verso l'alto vira al rosa, vira al verde. Una muraglia - ancora ocra rossa - sbarra la vista e ne sporge solo una collina violetta e ocra giallo. Ora, il primo albero è un tronco enorme ma colpito dal fulmine e segato. Un ramo laterale tuttavia si slancia altissimo e ricade su una valanga di aghi verde scuro. Questo gigante scuro - come un superbo sconfitto - contrasta, se lo consideriamo come carattere di essere vivente col sorriso pallido di un'ultima rosa che appassisce sul cespuglio di fronte a lui. Sotto gli alberi, panchine di pietra vuote, del bosso scuro, il cielo si specchia - giallo - dopo la pioggia, in una pozzanghera.