giovedì 3 dicembre 2020

Giuliano

 

Ho conosciuto Giuliano nel 2011. Un giorno ho lasciato un commento in uno dei suoi raffinatissimi blog ed è nata un’amicizia che è continuata fino ad oggi e che la scomparsa improvvisa di Giuliano non interromperà. Giuliano è stato e rimarrà per me il mio amico migliore, la mia guida in ambito letterario, musicale, cinematografico. E’ grazie a lui che ho potuto accostarmi alla bellezza, alla complessità delle espressioni culturali nel modo più corretto e più onesto, quello che non prescinde dalla cura, dallo studio attento e rispettoso delle espressioni del genio umano. Anche Giuliano era un autore: i suoi blog costituiscono il frutto del suo dialogo con ciò che leggeva, ascoltava, vedeva e sono felice che ciò che ha scritto sia ancora condivisibile e fruibile da me e da tutti. Ho avuto anche il piacere di leggere rime bellissime di Giuliano che, se riesco a superare questo incerto momento, e a capire cosa davvero a Giuliano sarebbe piaciuto diffondere, cercherò di condividere qui, in questo blog.

 Ho scritto queste righe perché so che Giuliano ha molti amici in rete, tanti legami che si sono stabiliti attraverso questo e gli altri suoi blog ed è forse opportuno che conoscano il motivo del suo silenzio. Un silenzio che non sarà assoluto grazie ai suoi scritti che la rete continua a trattenere.

Lascio qui i link dei blog di Giuliano


giulianocinema                                    Deladelmur                               L'opera al cinema


domenica 25 ottobre 2020

Vedute

                                                         da Vincent van Gogh, Lettere a un amico pittore,  ed.  Rizzoli


" Ecco la descrizione di una tela che ho davanti a me in questo momento. Una veduta del parco della casa di salute in cui mi trovo:a destra una terrazza grigia, l'ala di una casa. Qualche cespuglio di rose sfiorite, a sinistra il terreno del parco - ocra rossa - terreno arso dal sole, coperto di aghi di pino caduti.Questo margine del parco è piantato di grandi pini dai tronchi e dai rami ocra rossa, con il fogliame verde rattristato dalla mescolanza di nero. Questi alti alberi si stagliano su un cielo serotino striato di viola su fondo giallo, il giallo verso l'alto vira al rosa, vira al verde. Una muraglia - ancora ocra rossa - sbarra la vista e ne sporge solo una collina violetta e ocra giallo. Ora, il primo albero è un tronco enorme ma colpito dal fulmine e segato. Un ramo laterale tuttavia si slancia altissimo e ricada su una valanga di aghi verde scuro. Questo gigante scuro - come un superbo sconfitto - contrasta, se lo consideriamo come carattere di essere vivente col sorriso pallido di un'ultima rosa che appassisce sul cespuglio di fronte a lui. Sotto gli alberi, panchine di pietra vuote, del bosso scuro, il cielo si specchia - giallo - dopo la pioggia, in una pozzanghera. Un raggio di sole, l'ultimo riflesso, esalta l'ocra scuro fino all'arancione. Delle figurine nere si aggirano qua e là tra i tronchi. Capirai che questa combinazione di ocra rossa, di verde intristito di grigio, di tratti neri che segnano i contorni, suscita un po' quella sensazione di angoscia di cui soffrono sovente alcuni miei compagni di sventura, che si chiama "veder -rosso". E del resto il motivo del grande albero colpito dal fulmine, il sorriso malaticcio verde-rosa dell'ultimo fiore d'autunno contribuiscono a confermare questa idea.



Un'altra tela rappresenta un sole che sorge su un campo di grano ancora verde;

Linee di fuga, solchi che montano in alto nella tela, verso una muraglia e una fila di colline lilla. Il campo è violetto e giallo verde. Il sole è bianco ed è circondato da una grande aureola gialla. In questa tela, per contrasto con l'altra, ho cercato di esprimere calma, una grande pace. Ti parlo di queste due tele, soprattutto della prima, per ricordarti che per dare un'impressione di angoscia, si può cercare di farlo senza puntare direttamente sull'orto di Getsemani storico; che per dare un motivo consolante e dolce non è necessario rappresentare i personaggi del sermone della montagna.





giovedì 22 ottobre 2020

Cavalli


"... ehi, dormite?!" gridò, come faceva di tanto in tanto, ai cavalli, di cui durante tutto il tempo continuava a sorvegliare con la coda dell'occhio le groppe, come un macchinista i manometri. Ma i cavalli tiravano come tutti i cavalli del mondo, e cioè quello di stanga correva con l'innata onestà di una natura semplice, mentre l'altro, il bilancino, poteva apparire a un profano un lavativo di tre cotte che, inarcando il collo a cigno, sembrava non sapesse far altro che ballare su e giù al tintinnio delle sonagliere scosse dai suoi stessi balzi.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.12 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate

(dipinto di Thomas Blinks)



domenica 18 ottobre 2020

Garden song



un clic qui


( illustrazione di Inga Moore )

venerdì 16 ottobre 2020

Il mostro che ci attende nel buio


(...) quando Elizabeth Vrba passò ad analizzare le ossa dei bovidi trovò che predominavano animali troppo imponenti, come il bubalo, perché un leopardo potesse affrontarli. Doveva essere in azione qualche altro carnivoro più poderoso. Quale?
I candidati principali sono tre, ora tutti estinti, e tutti hanno lasciato i loro fossili nella valle di Sterkfontein;
a. Le iene cacciatrici a zampe lunghe (Hyenictis e Euryboas)_
b. I macherodonti, o felini dai denti a sciabola.
c. Il genere Dinofelis, il "falso dente a sciabola".
I macherodonti avevano muscoli del collo enormi e facevano balzi poderosi; sulle mascelle superiori avevano canini affilati come falci, con il taglio seghettato, che conficcavano nel collo della preda con un colpo all'ingiù. Erano soprattutto adatti ad abbattere grandi erbivori. I loro denti taglienti erano più efficienti di quelli di ogni altro carnivoro, però avevano le mascelle inferiori deboli: così deboli che non riuscivano a finire uno scheletro. Una volta Griff Ewer ipotizzò che i molari della iena, capaci di spezzare le ossa, si fossero evoluti come risposta alle carogne non mangiate che i macherodonti si lasciavano in abbondanza alle spalle.
Ovviamente le caverne della valle di Sterkfontein furono occupate, in un lunghissimo arco di tempo, da varie specie di carnivori. Brain pensò che a portare la una parte delle ossa, soprattutto quelle delle antilopi più grandi, potessero esser stati i macherodonti e le iene, che lavoravano in coppia. Inoltre, responsabili di aver portato nelle caverne alcuni ominidi potevano essere le iene cacciatrici.
Ma veniamo alla terza alternativa. Il Dinofelis era un felino meno agile di un leopardo o di un ghepardo, ma di corporatura molto più robusta. Aveva denti diritti, micidiali come pugnali, dalla forma a metà tra quelli del macherodonte e quelli, poniamo, della tigre moderna. La mandibola si chiudeva con uno scatto possente. Data la sua mole, doveva probabilmente andare a caccia di
soppiatto, e quindi di notte. Forse era maculato, o a strisce. Oppure era nero, come una pantera.
Le sue ossa sono state rinvenute dal Transvaal all'Etiopia: cioè l'ambiente originario dell'uomo.
Nella Stanza Rossa ho tenuto in mano proprio un cranio fossile di Dinofelis; un esemplare perfetto, ricoperto di una patina color melassa. Mi misi ad articolare la mandibola, e mentre la chiudevo mi proposi di guardare dritto tra le zanne. Il cranio fa parte di uno dei tre scheletri completi di Dinofelis - un maschio, una femmina e un 'cucciolo' - che negli anni 1947-48 furono trovati fossilizzati alla Bolt’s Farm, poco lontano da Swartkrans, insieme a otto babbuini e nessun altro animale.

lunedì 12 ottobre 2020

Umano, troppo umano

Nietzsche esce dal suo albergo a Torino. Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto. Ciò avveniva nel 1889 e a quel tempo anche Nietzsche era già lontano dagli uomini. In altri termini, proprio allora era esplosa la sua malattia mentale. Ma appunto per questo mi sembra che il suo gesto abbia un significato profondo. Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo per Descartes. La sua pazzia (e quindi la sua separazione dall'umanità) inizia nell'istante in cui piange sul cavallo. È questo il Nietzsche che amo, così come amo Tereza sulle cui ginocchia riposa la testa di un cane mortalmente malato. Li vedo l'uno accanto all'altra: entrambi si allontanano dalla strada sulla quale l'umanità, ''signora e padrona della natura'', prosegue la sua marcia in avanti. 
 
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, ed. Adelphi
Traduzione di Giuseppe Dierna
 


( l'illustrazione è di Quint Buchholz )

sabato 10 ottobre 2020

La vita attuale


La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio?

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, pagina 479 edizione Dall'Oglio 1976)

(fotogramma da "Stalker" di Andrej Tarkovskij)




martedì 6 ottobre 2020

Possibilità

Illustrazione di Quint Buchholz


I personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l'autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso?
Guardare impotenti nel cortile, senza sapere che cosa fare; sentire l'ostinato brontolio della propria pancia nell'attimo dell'esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni nascosti della polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. E' proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae. Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga. Un romanzo non è una confessione dell'autore, ma un'esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato.

Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, ed. Adelphi
Traduzione di Giuseppe Dierna
 

venerdì 2 ottobre 2020

Gandalfo


Non sono mai stato un fan del Signore degli Anelli, però ho voluto ugualmente guardare i film e quando il vecchio Gandalf (non ricordo più in quale episodio) si rivolge alla bella Elfa, ancora giovane, ricordando i bei tempi in cui erano giovani insieme, non ho potuto non pensare al rapporto che esiste tra noi e gli animali. Forse Tolkien ha avuto un cane, ho pensato, e ha scritto questa pagina pensando a lui. Capita anche a me in questi giorni con la gatta Ciccetta, "se tu sapessi quanto sono vecchio io..." mi capita di dirle, soprattutto quando l'artrosi si fa sentire, e lei ovviamente non capisce, magari socchiude un po' gli occhi (è il sorriso dei gatti, fateci caso se non ci avete mai pensato), ma per lei è davvero come se uno di noi stesse chiacchierando con Garibaldi, o con Napoleone. Il tempo scorre in maniera differente: per un cane o per un gatto il primo anno di vita corrisponde a venti dei nostri, poi per un po' è come se si fermasse, poi inevitabilmente torna a farsi sentire e vedere. Quando prendiamo un cane o un gatto in casa, sappiamo già che avremo molti anni felici, ma non tanti come con un umano; ed è una riflessione triste, da bambini si correva insieme, poi a un certo punto non è più possibile. Ma questa è la nostra vita, che ci riserva comunque dei momenti meravigliosi, sia con gli animali che con le persone. Il tempo, per qualche momento, scorre dunque uguale per noi e per loro.


(la vignetta viene da La Settimana Enigmistica)


giovedì 24 settembre 2020

A proposito del cetaceo fossile noto come “ balena Giuliana”

Nel dicembre del 2000, Gianfranco Lionetti, un noto e apprezzato studioso del territorio materano,  rinviene, presso il bacino lacustre di S. Giuliano, dei resti fossili appartenenti ad un cetaceo. Il bacino materano ben si è prestato e si presta alla ricognizione e osservazione di testimonianze di un passato lontano, remoto, in quanto luogo deputato, per la presenza dell’acqua, a garantire la sopravvivenza di uomini e animali.

Ecco come Gianfranco Lionetti, in un articolo pubblicato sulla rivista “MATHERA” (Anno II n.4 Periodo 21 giugno - 20 settembre 2018 ) racconta la scoperta dei resti del cetaceo:

“ Era il 27 dicembre del 2000; un mattino di un inverno mite (…)L’acqua del lago era bassa e ferma, distava dalle falesie argillose più di 30 metri. La riva orografica sinistra era asciutta e consentiva di percorrere chilometri senza dislivelli, in solitudine. Dallo Iazzo di Porcari mi spinsi fino ai ruderi di Masseria San Francesco su cui sostavano decine di cormorani e pochi aironi cinerini. I gabbiani lanciavano grida che rievocavano le diomedee citate da Omero nell’Odissea. (…)Superato lo Iazzo di Ferri, posto sotto il colle di Vultrino, e quindi la profonda insenatura contigua, percorsi la lunga parete argillosa che segue più a valle. (…) A circa metà della lunghezza della parete argillosa si attraversa una zona dove fino a qualche anno fa si trovavano piccoli gusci di molluschi marini di varia specie e in ottimo stato di conservazione. Vi si rinvenivano anche placche di echinidi e i relativi aculei. Una volta vi trovai due o tre denti di un piccolo squalo. Ora il giacimento è stato totalmente asportato dall’erosione e solo ogni tanto vi si recupera qualche fossile, a parte le comunissime nasse e i “piedi di pellicano”. Su quella parete, inoltre, avevo rinvenuto numerosi boli di pesce che mi davano la certezza che un giorno mi sarei imbattuto in uno strato con ittiofauna fossile. Con le ginocchia appoggiate al suolo, scrutavo con concentrazione fra i detriti vegetali accumulati dalle onde nella speranza di recuperare qualche conchiglia superstite. Superato questo luogo si giunge sotto lo Iazzo di Porcari dove la parete argillosa crollando trascina con sé pinastri e cipressi. Fu proprio sotto alcuni di questi alberi collassati che scorsi qualcosa che attirò la mia attenzione: di primo acchito mi sembrava di avere davanti a me dei frammenti di arenaria meno cementati rispetto ai soliti in cui ci si imbatte in quei paraggi.

martedì 22 settembre 2020

Della vita


Little Fly,
thy summer's play
my thoughtless hand
has brush'd away.
Am not I
a fly like thee ?
Or art thou not
a man like me ?
For I dance
and drink and sing,
till some blind hand
shall brush my wing.
If thought is life
and strength and breath,
and the want
of thought is death,
then am I
a happy fly
if I live
or if I die.
(William Blake, The fly)

Piccola mosca, i tuoi giochi estivi sono stati spazzati via dalla mia mano senza nemmeno pensarci. Ma non sono forse anch'io, come te, una mosca? O non sei forse tu un umano come me? Perché anch'io danzo, e bevo e canto, fino a quando qualche cieca mano spazzerà via le mie ali. Se il pensiero è vita, e forza e respiro, e la volontà di pensiero è morte, allora io sono una mosca felice sia ch'io viva sia ch'io muoia.


(disegno di Beatrix Potter)


sabato 19 settembre 2020

Nebbia

Guidai molto lentamente ma per gran parte del tempo non sapevo su quale lato della strada mi trovassi. (...) Stavo cominciando a preoccuparmi e mi sentivo solo, più solo che mai. La nebbia è una creatura marina, ha una vita propria e un proprio veleno, ed è nemica della terra e delle sue creature. Si insinua tra loro e la terra che conoscono, succhia via la linfa vitale e l’aiuto che sono  L’uno per l’altro. Un uomo è solo nella nebbia, senza amici né punti di riferimento; ovunque si giri diventa inconsistente  e scompare alla vista. Un uomo è fatto per vivere su una terra assolata, limpida, non nel mare, o nel passato. Una macchina spuntò fuori dalla nebbia verso di me, suonando il clacson, e sterzò bruscamente, evitandomi; con una fitta di paura mi resi conto che ero sul lato sbagliato della strada.  Accostai sulla destra, e mi fermai, restando con le mani sul volante e pensai: “Più di così non posso; non devo provare ad andare oltre“. Dovevo essere più ubriaco di quanto pensassi perché dopo un po’ la macchina si stava muovendo di nuovo, e guidava Trina. Almeno io pensavo fosse Trina.

fotogramma di "Nostalghia"di Tarkovskij

Robert Nathan, Cosi l’amore ritorna, ed. Atlantide

Traduzione di Gaja Cenciarelli

mercoledì 16 settembre 2020

Rinascere


Mettiamo questo momento. Fuori qualcuno fa gli auguri. Amici che si parlano da un marciapiede all'altro. Quel piccolo fiume di pietre che li separa sembra insormontabile, un muro più vero di ogni altro reale. Sono auguri semplici: buona Pasqua, buona Pasqua, che faremo, che farete, come state.
Alfredo non può fare a meno di sentire eppure il suo ascoltare è già lontano e nella sua testa le immagini sono diverse: donne, fiori, strisce di mare che brillano al sole. Capita sempre più spesso che si faccia trasportare dalle sue fantasie e che si interessi poco al presente.
Le voci si esauriscono, rumore di passi che si allontanano. Alfredo ha ancora in testa altro.
La campagna ha i colori più ricchi e un vento leggero lo accompagna tra l'erba già alta. Sa che dopo l'ultimo ciliegio troverà i primi meli. Ha fatto tante volte quel piccolo percorso. Sul muro a secco, che segnava gli antichi confini, si è posato uno strano uccello, Alfredo non ne ha mai visto uno così ricco di riflessi, di colori. Lo osserva approfittando della distrazione di quello e improvvisa, senza ragione, gli monta in testa una strana gioia e, contemporaneamente, la soluzione del dilemma: "Sei una cinciallegra, ecco. Non ti avevo mai vista"
Vorrebbe avvicinarsi a lei per osservarla meglio, ma rimane immobile per paura che quella si allontani. Alfredo però inizia a pensare che ancora qualcosa gli sfugga e in effetti riaffiora un ricordo vecchio di decenni.
Lui, da ragazzino, collezionava scatole di fiammiferi. Portavano tutte la foto di un animale sull'apertura e sul retro, invece, il nome di quello e alcune delle caratteristiche. Ne aveva tante di quelle scatole, Alfredo. Le chiedeva al padre, ai parenti, ai vicini. Fumavano tutti a quei tempi. "Cinciallegra, ecco". Ora ricordava e dalle sue parti ne viveva una particolarissima che portava il nome di una dea Aphrodite.
Non poteva essere che lei pensava Alfredo mentre il piccolo animale iniziava ad allontanarsi da lui e però, dopo un breve volo, fermarsi quasi ad attenderlo. "Dove mi porti?" chiede Alfredo ma quello non risponde e prosegue e lui lo sa che, dopo un piccola fila di gradini che superano un ripido dislivello, c'è uno spazio dove vivono da sempre i castagni.
Lì lei lo attende, Alfredo non sa chi sia, non riesce neanche a distinguerne bene il corpo, il viso. Sulle labbra però ne percepisce il sapore, sulle dita il morbido contatto della pelle. Alfredo si lascia trasportare dal vento, dalle foglie, dal sole, dall'ombra, dal gracile canto della cinciallegra. Sa che ora è il momento di rinascere.
(Dario D'Angelo, dal suo blog "Solo Testo", marzo-aprile 2020)



lunedì 14 settembre 2020

This mortal coil


Ho trovato in giardino una mantide, quasi adulta, che si è aggrappata ai miei capelli (quei pochi che restano) e mi ha fatto solletico sul collo. Stavo sistemando un po' una siepe, e dopo aver pensato, come sempre, che è una fortuna che lei sia così piccola e io così grande (se fossimo grandi uguali lei mi mangerebbe senza dubbio), l'ho presa con delicatezza e l'ho appoggiata sempre sulla siepe, ma da un'altra parte. In fin dei conti, dato che mangia altri insetti anche nocivi (ahimè, non solo quelli nocivi) è una mia potenziale alleata. Dopo qualche giorno ho trovato la sua pelle, ormai inutile e abbandonata: le mantidi, come le cavallette, non hanno il bruco ma crescono lentamente cambiando pelle; è la grande divisione nella classe degli Insetti, i nomi esatti sono olometaboli (farfalle e coleotteri, che hanno il bruco e la metamorfosi) ed eterometaboli, come mantidi e cavallette. Forse, la mia mantide adesso è adulta e ha già messo le ali; qui rimane la sua spoglia intatta. Per i nostri avi, queste metamorfosi e questi cambiamenti di pelle erano simboli, o metafore, di immortalità e di eterna giovinezza, forse anche di rinascita o di reincarnazione. La vita non finisce qui, insomma: dal punto di vista scientifico il ragionamento non torna del tutto, ma l'immagine è comunque suggestiva. In passato era infatti frequente trovare immagini di farfalle sulle lapidi; e l'idea del cambiamento di pelle come rigenerazione (anche nei serpenti) era già nell'epopea di Gilgamesh, il poema più antico dell'umanità che sia mai giunto fino a noi, o in Tiresia ed Asclepio nella cultura greca e poi romana. Oggi sono rimasti in pochi a fare attenzione a queste cose, quasi sempre davanti a queste apparizioni nelle nostre case ci sarebbero grida d'orrore e profluvio di insetticidi, ma per chi vuole riflettere, almeno per un istante, su come funziona davvero il mondo in cui viviamo, queste occasioni andrebbero raccolte con cura.

To die, to sleep -
to sleep, perchance to dream, ay there's the rub,
for in that sleep of death what dreams may come
when we have shuffled off this mortal coil,
must give us pause (...)
(William Shakespeare, Hamlet)
(alla lettera, secondo il mio dizionario, "coil" è una spirale, un rotolo, una serpentina, un rocchetto di filo: l'immagine antica delle Parche, verrebbe da dire.) ("to shuffle off" è "liberarsi di", e "rub" indica strofinare, sfregare fra le dita)



(la foto è mia, e mostra una mantide adulta, o meglio anziana: 
non più verde, si mimetizza meglio in autunno)

giovedì 10 settembre 2020

Moon Palace


 Il posto giusto lo trovai sulla Centododicesima West, dove mi trasferii il quindici di giugno, arrivandovi con le mie valige qualche istante prima che due omoni consegnassero i settantasei cartoni contenenti i libri di zio Victor, rimasti chiusi per nove mesi in un magazzino. Era un monolocale a quinto piano di un grande palazzo senza ascensore: una stanza di medie dimensioni con un cucinino nell'angolo a sud-est, armadio a muro, bagno e una coppia di finestre che davano su un vicolo. Sul davanzale battevano le ali e tubavano piccioni, mentre nello spiazzo sottostante stavano piazzati sei bidoni della spazzatura ammaccati. All'interno l'atmosfera era scura, uno sfumato grigiore diffuso ovunque, che anche nelle giornate più splendenti non lasciava trapelare più di un meschino bagliore. Sulle prime sentii qualche spasmo, minuscole crisi di paura difronte alla prospettiva di vivere da solo, finché feci una singolare scoperta, che mi aiutò a riscaldare la casa e a sistemarmici.   Era la seconda sera o terza sera che ci passavo e, del tutto casualmente, mi trovai in piedi tra le due finestre, disposto obliquamente rispetto a quella sulla sinistra. Girato leggermente lo sguardo in quella direzione, mi apparve improvvisamente visibile una fessura libera tra i due palazzi sul retro della casa. Ed ecco lì sotto la Broadway, nel suo tratto più ristretto e limitato, ma a contare era il fatto che tutta la zona a me visibile appariva riempita da un'insegna al neon, una fiammeggiante pira di caratteri azzurri e rosa che tracciava distintamente le parole MOON PALACE. Vi riconobbi l'insegna di un ristorante cinese che aveva sede nello stesso edificio, poco più in là, ma la forza dell'impatto con quelle parole coprì ogni possibile riferimento e associazione. Caratteri magici, sospesi là nel buio come un messaggio proveniente da altrove se non dal cielo. Mi venne subito in mente lo zio Victor con il suo complessino*, e in quel subitaneo istante di irrazionalità fui abbandonato da ogni paura. Mai avevo provato qualcosa di altrettanto improvviso e assoluto. Una stanza spoglia e sudicia si era convertita in un luogo di interiorità, in un punto cruciale di strani presagi e misteriosi eventi arbitrari. Continuai a tenere lo sguardo fisso sull'insegna del Moon Palace, finché piano piano capii che ero arrivato nel posto giusto, che quell'appartamentino era veramente il luogo dov'ero destinato a vivere. 
Paul Auster, Moon Palace, ed. Einaudi
Traduzione di Mario Biondi

* ( i Moon man )

domenica 6 settembre 2020

Vaga luna


L'invocazione alla luna, la più famosa e la più grande, è sicuramente "Casta Diva", una grande scena (e non soltanto un'aria: tutta la scena occupa un quarto d'ora) dall'opera "Norma" di Vincenzo Bellini. Oggi però mi è tornata davanti una piccola aria da camera, scritta da Bellini quando non era ancora famoso: il testo non è gran cosa, l'innamorato che si rivolge alla luna, ma la melodia è di quelle che non si dimenticano e ancora oggi è molto eseguita in concerto.

qui per voce maschile
qui per voce femminile
(ma poi fate voi, on line ce ne sono molte belle versioni)

(Jan Bogaerts, 1904)


Vaga luna, che inargenti
queste rive e questi fiori,
ed inspiri agli elementi
il linguaggio dell'amor;
testimonio or sei tu sola
del mio fervido desir,
ed a lei che m'innamora
conta i palpiti e i sospir.
Dille pur che lontananza
il mio duol non può lenire,
che se nutro una speranza,
ella è sol nell'avvenir.
Dille pur che giorno e sera
conto l'ore del dolor,
che una speme lusinghiera
mi conforta nell'amor.
(testo di anonimo)
(1827 circa, pubblicata postuma nel 1838)


mercoledì 2 settembre 2020

Hell

Per comporre Songs from the Divine Comedy, da cui è tratto Hell I ( qui ), Giovanni Sollima si lascia ispirare da alcuni canti della Divina Commedia, letti anche nella versione inglese di H. W. Longfellow, e dalla Profezia di Dante di George Gordon Byron nella traduzione di Lorenzo Da Ponte.
Il progetto ha le sue premesse in un soggiorno a New York; i "gironi danteschi di fine millennio" della metropoli stimolano la fantasia del musicista che si lascia incuriosire dalle soluzioni ritmiche adottate da Henry Wadworth Longfellow nel tradurre il poema dantesco e dalla differente sonorità dell’opera rispetto all’originale in volgare.




"Per l'Inferno ho scelto,inizialmente, una strada evocativa ma, dato che si trattava di un brano
strumentale, seppur con l'impiego delle voci nostre, della band, sporche,sofferenti e non impostate, ho voluto musicare i passi in cui Dante racconta, con la sua incredibile e visionaria fantasia, luoghi, atmosfere,corpi, espressioni. Quindi il III Canto, e terzine dal XVIII, dal XXV, dal XXXIV e altri (… ) Per quanto riguarda il Paradiso, il suo inserimento, quattro anni fa, è stato un inserimento inaspettato, una sorta di appendice sospesa, un piccolo memorial dedicato a mio padre appena scomparso.Scelsi dal Paradiso alcune terzine, cantate contemporaneamente sia nella lingua di Dante che nell’ inglese ottocentesco di Henry Wadworth Longfellow".

                                                                                                                                                       
Fonte (qui)

domenica 30 agosto 2020

I've known rivers


THE NEGRO SPEAKS OF RIVERS
I've known rivers:
I've known rivers ancient as the world
and older than the flow of human blood in human veins.
My soul has grown deep like the rivers.
I bathed in Euphrates when dawns were young.
I built my hut near the Congo and it lulled me to sleep.
I looked upon the Nile and raised the pyramids above it.
I heard the singing of the Mississippi
when Abe Lincoln went down to New Orleans,
and I've seen its muddy bosom
turn all golden in the sunset.
I've known rivers:
Ancient, dusky rivers.
My soul has grown deep like the rivers.
(Langston Hughes, 1901-1966)

Ho conosciuto fiumi: ho conosciuto fiumi antichi come il mondo e più vecchi del flusso di sangue umano nelle vene umane. La mia anima è diventata profonda come i fiumi. Mi sono bagnato nell'Eufrate quando le albe erano giovani. Ho costruito la mia capanna vicino al Congo e ne sono stato cullato fino al sonno. Ho guardato il Nilo e vi ho innalzato alte piramidi. Ho udito il canto del Mississippi quando Abe Lincoln scese fino a New Orleans, e ho visto il suo seno fangoso farsi tutto d'oro nel tramonto. Ho conosciuto fiumi: fiumi antichi, oscuri. La mia anima è diventata profonda come i fiumi. 
(traduzione di Giovanni Zanmarchi, dal volume "Da Frost a Lowell - Poesia americana del '900" a cura di Sergio Perosa, edizioni Accademia 1979)

(Frederick Edwin Church, 1857, Niagara Falls)