martedì 19 febbraio 2019

Piedi di cristallo e mani di indurita neve





e non ebbero fatti venti passi quando, dietro un masso, videro un giovane seduto ai piedi di un frassino, vestito da contadino, del quale per il momento non potevano scorgere il viso perché si stava lavando i piedi in un ruscello che lì presso correva, e perciò lo teneva chinato; ed essi gli si avvicinarono così silenziosamente che egli non li udì, intento com’era, a lavarsi i piedi, che erano tali da sembrare due pezzi di bianco cristallo spuntati fra mezzo i ciottoli del fiume. Li stupì la bianchezza e la bellezza di quei piedi, sembrando loro che non fossero fatti a calpestar zolle di terra, né a seguire un aratro e dei buoi ( … ). Il giovane si tolse il berretto e si mise a scuoter la testa da una parte all’altra e a quel gesto si andarono sciogliendo e spargendo dei capelli che i raggi del sole avrebbero potuto invidiare. Così si resero conto che quello che sembrava un contadino era invece una donna ( … ). I lunghi e biondi capelli non solo le ricoprivano le spalle, ma ne nascosero tutta la persona, e se non fosse stato per i piedi, nient’altro si sarebbe visto di lei , tanti e tali erano. E a questo punto, le fecero da pettine delle mani tali, che se i piedi nell’acqua erano parsi cristallo, le mani tra i capelli parvero di indurita neve.

Da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes ed. Einaudi


( Il dipinto è di John William Waterhouse )

domenica 17 febbraio 2019

Ferro


Tutte le stelle catalizzano fino al ferro, che è la cenere ultima delle reazioni termonucleari; o bruciano direttamente l'idrogeno fino a divenire ferro. Se io prendo questo piatto, dice Freeman Dyson, e lo lascio qui per un tempo immenso, dieci alla trenta anni, anzitutto assumerà una forma sferica, perché la forza reciproca di gravità delle varie parti dell'oggetto induce transazioni atomiche lente, per cui un atomo si muove sempre di più verso il baricentro dell'oggetto. Su tempi così lunghi qualsiasi oggetto è praticamente liquido e prende una forma sferica: non esistono oggetti rigorosamente solidi. Su un tempo ancora più lungo c'è sempre una probabilità piccolissima ma finita di catalisi delle reazioni termonucleari, per cui nuclei contigui ma non sovrapposti di atomi diversi possono fondersi e dare luogo al ferro con sviluppo di energia. Un corpo del genere sviluppa sempre un po' di energia, convertendosi lentamente in ferro. Così l'universo si riempie di biglie di ferro: la Luna diventa una biglia di ferro, e altrettanto fanno la Terra e i pianeti.


(il fisico Tullio Regge, da "Dialogo" di Primo Levi e Tullio Regge, ed. Comunità / Oscar Mondadori 1984, pag.50)



(illustrazione da un libro dell'astronomo Thomas Wright, 1750)


venerdì 15 febbraio 2019

Golaud


- Je ne pourrai plus sortir de cette forêt...
(Golaud, l'inizio di "Pélléas et Mélisande" di Debussy)

 
(Gustav Klimt, 1903, dettaglio)


E' un archetipo potentissimo, e antico come i nostri sogni: perdersi e non trovare più l'uscita. Nell'opera di Materlinck, messa in musica da Debussy, si parte da una battuta di caccia: una bestia ferita e il cacciatore che si spinge così avanti nel cercare la vittima da perdere la strada. Ma molte volte è qualcosa di reale, di più che tangibile anche per tutti noi: capita a tutti, infatti, di passare dei momenti così. "Non riuscirò più ad uscire da questa foresta", dice il cavaliere Golaud, che invece nella foresta troverà una via d'uscita nella piccola Mélisande. Ma, anche questa, è soltanto un'illusione: in realtà in quella foresta non c'erano vie d'uscita, dalla foresta oscura Golaud non uscirà mai. Il resto, quello che accade nel frattempo, anche la nostra vita, è soltanto illusione.


qui per l'opera di Debussy


mercoledì 13 febbraio 2019

Fiori recisi


Si aspettava i fiori, da me, per l'onomastico; ma a casa mia l'onomastico era sempre stato qualcosa di molto leggero, quasi inconsistente. Del genere: "è il tuo onomastico, auguri"; si risponde "grazie" e tutto finisce lì. Qualcosa avevo sospettato sul lavoro, quando i meridionali dicevano a noi lombardi "sei tirchio, è il tuo onomastico e non paghi nemmeno il caffè"; ma io pensavo che fosse uno scherzo tra compagni di lavoro. Invece, no: la mia quasi signora (nel senso che io l'avrei sposata, lei non so - oggi qualche dubbio ce l'ho), milanesissima ma con i nonni materni siciliani, era molto legata all'onomastico e io non lo sapevo ancora. Insomma, avevo toccato con mano un confine culturale: a Nord dell'onomastico non sappiamo bene cosa fare, a Sud (da dove comincia questo confine invisibile?) invece ci tengono molto. Si aspettava da me dei fiori, per la precisione delle rose a gambo lungo; il giorno dopo era San Valentino e su quello ero preparato, invece andò così, con una crisetta poi superata ma che era in realtà una delle prime crepe visibili in modo manifesto. Per San Valentino mi ero poi presentato con le rose a gambo lungo, che costano una fortuna - soprattutto a febbraio perché chissà da dove vengono (anche dal Kenya, se non ricordo male), ma a me i fiori recisi non sono mai piaciuti. D'estate, sì, si raccolgono fiori in giardino e si mettono in vaso (anche perché poi sfioriscono presto, rose e tulipani), oppure si va nei prati e si raccoglie quel che c'è (i ranuncoli sono bellissimi), ma l'idea di spendere tutti quei soldi mi turbava prima e mi turba ancora di più oggi. Però i fiori recisi a molte donne piacciono, si continua a regalare fiori anche rari e costosi, c'è tutto un linguaggio dietro che io continuo a ignorare. Che fare, che dire: avevo altre qualità ma non questa. Da allora sono rientrato nei ranghi, facevo ed ho fatto altri regali (anche molto costosi) ma i fiori, mai più fiori a meno che non siano per i vasi sul balcone o per il giardino. Non recisi, almeno finché posso decidere io.


(Henri Fantin-Latour, 1883)

lunedì 11 febbraio 2019

Lelapo

fonte

Il cane dipinto da Piero di Cosimo ha un nome. Si tratta di Lelapo, famoso per la sua velocità: non dava scampo alcuno alle sue prede. Qui appare immobile, come Procri, la donna al centro del dipinto, uccisa dal marito Cefalo, forse nel quadro rappresentato in forma di satiro. Lelapo fu dato in dono a Procri da Minosse insieme a un giavellotto altrettanto formidabile: non mancava un colpo. La donna sarà ferita mortalmente proprio da quest’arma: gelosa del marito, Locri era nascosta tra i cespugli per spiarlo; Cefalo, sentendo un fruscio e credendosi osservato da un animale in agguato, lanciò il giavellotto e ferì mortalmente la moglie. Sembra che nella morte di Procri e nel dolore di Cefalo trovasse soddisfazione Artemide a cui cane e lancia erano originariamente appartenuti.

Trovo che questo dipinto parli di molte cose, dell'arte soprattutto, e di come riesca ad assorbire in sé, in modo lirico, qualsiasi cosa, anche la morte.


La storia di Procri e Cefalo appare nelle Metamorfosi di Ovidio ( qui ).
Qui una lettura dell'opera di Grazia ( dal blog "senzadedica" )

sabato 9 febbraio 2019

John Barleycorn




"John Barleycorn must die", cioè John Barleycorn deve morire, e detto così sembrerebbe il titolo di un western o di un thriller, invece - cito il dizionario inglese - John Barleycorn è "la personificazione dello spirito del whisky e della birra". Infatti, in inglese barley è l'orzo e corn è il chicco del grano (in Usa, mi spiega il dizionario, corn è il granoturco, il mais). "John Barleycorn" è una ballata popolare, scritta nella maniera criptica e criptata degli alchimisti, ma anche scherzo o gioco da osteria, che racconta le fasi di lavorazione che portano dall'orzo alla birra, o al whisky. Ne esistono parecchie versioni, porto qui quella che me l'ha fatta conoscere, da un famoso lp dei Traffic; ma si può trovare anche con John Renbourn, o con i Dubliners, e altri ancora.



There were three men came out of the west, their fortunes for to try
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn must die
They've plowed, they've sown, they've harrowed him in
Threw clods upon his head
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn was dead
They've let him lie for a very long time, 'til the rains from heaven did fall
And little Sir John sprung up his head and so amazed them all
They've let him stand 'til midsummer's day 'til he looked both pale and wan
And little Sir John's grown a long long beard and so become a man
They've hired men with their scythes so sharp to cut him off at the knee
They've rolled him and tied him by the way, serving him most barbarously
They've hired men with their sharp pitchforks who've pricked him to the heart
And the loader he has served him worse than that
For he's bound him to the cart
They've wheeled him around and around a field 'til they came onto a pond
And there they made a solemn oath on poor John Barleycorn
They've hired men with their crabtree sticks to cut him skin from bone
And the miller he has served him worse than that
For he's ground him between two stones
And little Sir John and the nut brown bowl and his brandy in the glass
And little Sir John and the nut brown bowl proved the strongest man at last
The huntsman he can't hunt the fox nor so loudly to blow his horn
And the tinker he can't mend kettle or pots without a little barleycorn




giovedì 7 febbraio 2019

Quel luogo, quel tempo


fotogramma del film Dgis Bolomde
di Anna Sarukhanova

Io stavo sulla piazzetta, che vedevo da alcune finestre, e di quella la cosa importantissima è il fracasso infernale che veniva da una bottega di fabbri: In ogni stagione il rumore era eterno e assorbe ogni mia sensazione di quel luogo e di quel tempo.
Se quelle finestre mi tenevano ancora dentro la città, nella stessa casa avevo una terrazza grandissima che era già in campagna. Ricordo i liberi voli delle rondini che si frangevano contro quella terrazza sospesa sul vuoto di quel panorama.

                                                  Sandro Penna, "Un po' di febbre "

martedì 5 febbraio 2019

Storia del topo

(disegno di Laura Richards, da un libro del 1881)
Vorrei raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano. - Un bambino dorme. C'è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo il latte, strilla e la mamma strilla. Il topo disperato si batte la testa contro il muro, ma si accorge che non serve a nulla e corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata guerra e l'acqua si disperde: vuole il mastro muratore che la riatti. Il topo va dal mastro muratore: vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà pini, quercie, castagni, ecc. Così la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura ecc. Insomma il topo concepisce una vera e propria piatilietca (piano quinquennale). E' una novella propria di un paese rovinato dal disboscamento. Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi le impressioni dei bimbi. Ti abbraccio teneramente.

Antonio

(Antonio Gramsci, lettera del 1 giugno 1931, da Lettere dal carcere, ed.Einaudi 1965)





domenica 3 febbraio 2019

Ossimori

I momenti di pausa tra un consiglio di classe e un altro a volte sono fecondi, riservano piacevoli sorprese; tra una chiacchiera e l'altra ( non ricordo più su cosa )  un mio collega, un ingegnere, peraltro,  cita un'espressione ossimorica contenuta in un testo poetico di Pier Paolo Pasolini. La riporto qui insieme ai versi in cui è incastonata.


                                                                             10 giugno 1962
Un solo rudere, sogno di un arco,
di una volta romana o romanica,
in un prato dove schiumeggia il sole
il cui calore è calmo come il mare:
lì ridotto, il rudere senza amore. Uso
e liturgia, ora profondamentee estinti,
vivono nel suo stile - e nel sole -
per chi ne comprenda presenza e poesia.
Fai pochi passi, e sei sull'Appia
o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,
per tutti. Anzi, meglio è complice
di quella vita, chi stile e storia
non ne sa. I suoi significati
si scambiano nella sordida pace
indifferenza e violenza. Migliaia
migliaia di persone, pulcinella
d'una modernità di fuoco, nel sole
il cui significato è anch'esso in atto,
si incrociano pullulando scure
sugli accecanti marciapiedi, contro 
l'Ina-Case sprofondate nel cielo.
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.


da Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, in, Tutte le poesie,  a cura di W. Siti, Mondadori 


 Una parte del testo poetico viene recitata da Orson Welles in un cortometraggio di  Pasolini"La ricotta" ( qui )
L'ossimoro che trovo fulminante è "Io, feto adulto"ma non è l'unico ad avermi lasciato senza parole.


Orson Wells in un fotogramma di "la ricotta"







venerdì 1 febbraio 2019

Caracola





Me han trahìdo una caracola.
Dentro le canta
un mar de mapa.
Mi corazòn se llena de agua
con pececillos
de sombra y plata.
Me han trahìdo una caracola.

Federico Garcia Lorca, da "Canzoni per bambini"


(Mi hanno portato una chiocciola. Dentro le canta una mappa del mare; il mio cuore si riempie d'acqua e di piccoli pesci d'ombra e d'argento. Mi hanno portato una chiocciola.)






l'immagine viene dal magnifico sito www.lucianabartolini.net

mercoledì 30 gennaio 2019

Fumo e fuoco, giardini e frutteti


Due frammenti di autori diversi, che colpiscono per le descrizioni di qualcosa di apparentemente anomalo. C'è ancora qualcuno, oggi, che usa questi metodi in agricoltura?

1.
Kòvrin arrivo da Pesòckij alle dieci di sera. Trovò Tànja e sua padre, Egòr Semënič, in grande agitazione. Il cielo chiaro, stellato, e il termometro preannunziavano il gelo per la mattina dopo, e intanto il giardiniere Ivan Karlyč era andato in città e non c’era altri di cui fidarsi. A cena si parlò solo del gelo della mattina seguente e fu deciso che Tanja non si sarebbe coricata e all’una sarebbe andata in giardino a vedere se tutto fosse in ordine, ed Egòr Semënič si sarebbe alzato alle tre ed anche prima. Kòvrin passò con Tanja tutta la sera e dopo mezzanotte andò con lei in giardino. Faceva freddo. Nella corte si sentiva già un forte odore di bruciato. Nel frutteto, che era chiamato il giardino commerciale e che dava ad Egòr Semënič migliaia di rubli di prodotto netto ogni anno, si stendeva, proprio a livello della terra, un fumo nero, denso e pungente che, avvolgendo gli alberi, salvava queste migliaia di rubli dal gelo. Gli alberi erano lì in ordine come su di una scacchiera e le loro file erano diritte e regolari come ranghi di soldati; questa regolarità pedantesca e il fatto che tutti gli alberi erano della stessa altezza e avevano corone e rami del tutto eguali rendevano il quadro uniforme e perfino noioso. Kòvrin e Tànja andavano tra le file degli alberi, dove bruciavano delle piccole cataste di letame, di paglia e di ogni specie di rifiuti, e di tanto in tanto incontravano operai che vagavano nel fumo come ombre. Erano fioriti soltanto i susini e alcune specie di meli, ma tutto il giardino affondava nel fumo e solo nei pressi della serra Kòvrin poté respirare a pieni polmoni.
«Già quando ero ragazzo starnutivo qui per il fumo, » disse scrollando le spalle. « Ma ancor oggi non ho capito come questo fumo possa salvare dal gelo. »
«Il fumo sostituisce le nuvole quando mancano, » rispose Tànja.
«E a che servono le nuvole? »
« Col tempo scuro e nuvoloso non si produce il gelo della mattina. »
«Ah , capisco! »

Anton Cechov, da "Il monaco nero" (1894), dal secondo volume dei Racconti nell'edizione tascabile Garzanti, traduzione di Ettore Lo Gatto


2.
E c’era anche un sentiero di terra nera, ben battuto, che si addentrava in mezzo agli alberi. Quando Tiburius vi mise piede, non poté non pensare a quel pazzo del piccolo dottore, che un terriccio così per i suoi rododendri e la sua erica doveva ricavarlo dalla combustione di sostanze diverse, mentre lì si trovava già in natura; senza contare poi che in quel luogo, ai piedi degli alberi, vedeva fiorire un’erica molto più bella di quella coltivata dal dottore nei suoi vasi. Si ripromise di parlargliene, una volta tornato a casa.

Adalbert Stifter, Il sentiero nel bosco, pag.50 ed.Adelphi, traduzione di Margherita Belardetti


(fermo immagine da "Lo specchio" di Andrej Tarkovskij)






lunedì 28 gennaio 2019

Un aneddoto giapponese




Un artista giapponese, incaricato da un americano di fargli un quadro, dipinse in un angolo in basso il ramo di cilegio con pochi fiori e un uccello appollaiato, lasciando tutto il resto bianco. L'acquirente, insoddisfatto, gli chiese di aggiungere qualcosa perchè così gli sembrava troppo vuoto. L'artista rifiutò. Alla pretesa di una spiegazione rispose che se avesse riempito il quadro l'uccello non avrebbe avuto spazio per volare.


in "La fine della neve" di Ottavio Fatica

(immagine reperita in rete, priva di indicazioni sull'autore )

sabato 26 gennaio 2019

La falda di Milano



Nei primi tempi del digitale terrestre guardavo spesso Rai Storia (oggi non più, la programmazione è di molto peggiorata), che trasmetteva cose interessanti, spesso mai viste o troppo presto dimenticate, incluse le repliche di documentari e servizi tg di anni passati. Tra questi servizi di cronaca replicati (ma per chi non ha mai visto quella trasmissione una replica equivale a una prima visione, sembra ovvio ma vaglielo a spiegare) ne ricordo uno che parlava della falda di Milano, datato a metà anni '70. Milano sorge sopra una grande falda d'acqua, a tutti gli effetti un enorme lago sotterraneo; la stessa cosa capita a molte città e paesi poco a sud delle Alpi, inclusa la zona dove abito io nel comasco. In quella trasmissione ci si preoccupava del calo di livello della falda, un calo vistoso e preoccupante non solo per l'approvvigionamento di acqua potabile ma anche per il pericolo di frane e smottamenti. Oggi invece succede questo: che la falda è tornata a crescere, e in modo così abbondante che bisogna tenere sempre tenere in funzione le pompe per evitare che si allaghino le stazione della metropolitana (soprattutto la linea verde, che porta alla Stazione Centrale). Le due informazioni sono dunque in contrasto fra di loro, e mi immagino già - se solo l'argomento non fosse caduto assai presto nel dimenticatoio - i soliti commenti dei qualunquisti sugli "espertoni" che poi ne sanno meno di noi e che sbagliano le previsioni. Non è così: sono passati quarant'anni, e in questi quarant'anni abbondanti di cose ne sono successe tante. La più visibile, e probabilmente la più importante, è la chiusura delle grandi fabbriche che circondavano Milano, e che pompavano molta acqua dalla falda. Non una cosa da poco: si tratta delle raffinerie di petrolio dei Moratti, dell'Alfa Romeo, delle acciaierie Falck a Sesto. Un'acciaieria ha bisogno di una quantità enorme di acqua, per chi non lo sapesse; e oggi l'acciaieria non c'è più, da molti anni, mentre invece era ancora in piena attività quando fu realizzato quel servizio del telegiornale. Al posto delle raffinerie, a Rho e a Pero, c'è la nuova sede della Fiera di Milano; al posto dell'Alfa Romeo c'è un ipermercato; a Sesto San Giovanni sono in gioco speculazioni edilizie di vario tipo. Insomma, la falda ha tutte le ragioni di crescere, visto che le fabbriche che pompavano acqua sono state chiuse tutte.
Sembrerebbe una favola a lieto fine, allagamento del metrò a parte, se non fosse per un dettaglio non da poco: le falde sotterranee si riempiono con le precipitazioni atmosferiche (acqua e neve) che penetrano nel terreno, e con l'acqua che arriva dalle montagne. In questi anni c'è stata una grande siccità, nevai e ghiacciai si riducono sempre di più; e le precipitazioni atmosferiche non penetrano più nel terreno perché abbiamo asfaltato e cementato quasi tutto, e l'acqua piovana va direttamente nei condotti delle fogne (spesso allagando tutto, perché le "bombe d'acqua" non sono gestibili dai tombini) quindi senza più penetrare nel terreno. Se a questo si aggiunge l'inquinamento del terreno (in Lombardia la cronaca ci ha portato notizie terribili in proposito), non c'è molto da stare allegri. Nell'estate 2017 a Parma (a Parma, in zona Po) è stata razionata l'acqua potabile per mesi, a causa della siccità; qui in Lombardia ho ascoltato al tg dei politici di governo in Regione dire "da noi non c'è problema perché abbiamo la falda". Beh, speriamo che duri la pacchia. Cos'altro dire?


(nella foto, l'expo di Milano del 1906)

giovedì 24 gennaio 2019

Matching mole




Il gioco di parole è riservato a chi parla diverse lingue: Robert Wyatt faceva parte dei Soft Machine; in francese Soft Machine si traduce Machine Molle, che letto all'inglese diventa Matching Mole - almeno nelle intenzioni di Wyatt. Dato che in inglese "mole" è la talpa, ecco spiegato il disegno simpatico sulla copertina del primo lp dei Matching Mole, il gruppo che Wyatt fondò dopo aver lasciato i Soft Machine (diventati dei jazzmen troppo seri e seriosi per i suoi gusti): una talpa che sta affrontando il suo avversario in un match di pugilato.


Il disegno è opera dell'ottimo Alan Cracknell; i Matching Mole ebbero vita breve ma solo perché a Wyatt toccò un grave incidente, che lo rese paraplegico. Sui loro due lp ci sono comunque delle piccole perle che sarebbe un peccato dimenticare (qui)
Robert Wyatt riprese presto a fare musica, e da allora non ha mai smesso - per nostra fortuna. Il suo primo lp dopo l'incidente è un altro gioco di parole: "Rock bottom", il fondale roccioso del mare disegnato da sua moglie Alfie per la copertina, oppure "Culo di pietra". Uno scherzo del destino, ma anche sulla sedia a rotelle Wyatt appare sempre sorridente, e disposto a scherzare - come ha sempre fatto, d'altronde.

(qui per Rock bottom)

martedì 22 gennaio 2019

Minou


Minou non l'ho mai presa in mano, e del resto non si è mai fatta avvicinare; viene in giardino, mangia, ma sempre timorosa e pronta a scappare via e a nascondersi. L'ho chiamata Minou perché era piccolina, indifesa, minuscola; mi ci sono affezionato perché il musetto è quasi identico a quella di Ciccetta, sua sorella maggiore di un anno e qualche mese - sorella alla maniera dei gatti di strada, s'intende. Ciccetta, nata nell'estate del 2016, mi si è attaccata subito senza nemmeno che io le facessi caso; Minou - trattata allo stesso modo, nata a settembre 2017 - invece non mi vuole proprio vedere. Me ne farò una ragione: appena può, appena le è fisicamente possibile, Minou (che è così minuta che fa fatica a salire sulle piante e ad arrampicarsi sui tetti) abbandona il mio giardino e se ne va a vivere nella colonia di gatti del parcheggio qui accanto. Per più di un anno la vedo solo da lontano: si è fatta, inaspettatamente, un bel gattone grosso con qualche reminiscenza di persiano (anche in questo simile a Ciccetta, che però d'inverno diventa un persiano vero), e anche la coda, che prima era poca cosa, è diventata una coda maiuscola, lunga e ricca. Minou rimane simpatica anche per alcuni comportamenti sociali: cura i piccoli non suoi (figli della mamma Gatta), è attaccata alla mamma Gatta che continua a passarle la lingua sulla testolina (ormai non più testolina), è a tutti gli effetti un gatto affettuoso e va d'accordo con tutti. Un dettaglio mi incuriosisce: non è mai rimasta incinta, chissà perché. Forse l'essere nata tardi, l'aver affrontato l'inverno, la debolezza di quand'era micetto? 
Poi, a settembre, torna da me e fa compagnia a mamma Gatta; fa tenerezza, alla Gatta abbiamo appena rubato i nuovi piccoli, mamma Gatta si sente sola, Minou le sta vicino. L'altra sera, sembrava che pregassero: sul tetto del garage, intente a prendere un po' di sole, appena scalate l'una rispetto all'altra, entrambe in posa di sfinge.
Infine, d'improvviso, l'altra mattina esco di casa e trovo qualcosa che sconvolge tutta la mia visione della storia: colpo di scena, Minou è un maschio. Inequivocabilmente maschio, non vi dico come lo so ma penso che l'avrete già capito con abbondanza di particolari. Chi l'avrebbe mai detto, la vita è piena di sorprese. Esistono anche maschi gentili, perfino tra i gatti; che esistessero dei gatti capaci di fare il papà lo sapevo già da tempo e ne ho perfino le prove, ma di questo scriverò un altro giorno.



domenica 20 gennaio 2019

Sinfonia Leningrado


Cauto, Šostakovič aprì l'involto. Per alcuni secondi fissò il contenuto, immobile; quindi si alzò di scatto dallo sgabello. " Carta pentagrammata!" gridò, sollevandola sopra la testa. " E quanta! In nome del cielo, dove l'ha rimediata? Di questi tempi sarebbe più facile trovare la fine dell'arcobaleno! "
Elias avvampò. " La metto da parte dai tempi delle lezioni di composizione al Conservatorio. Sa, scrivere non è mai stato il mio forte". (...)
" Potrebbe trattenersi ancora un minuto?" gli chiese Šostakovič , radioso. " Un paio di giorni fa ho finito un'opera... il primo movimento, almeno ". Ma non aspettò la risposta di Elias. Afferrò alcuni fogli che aveva lasciato accanto al pianoforte, a cui si avvicinò con lo sgabello. Quindi tenne per un momento le mani sospese sopra la tastiera e poi cominciò a suonare.
Mentre le note si levavano a costruire un solido muro, Elias rimase immobile (...). Šostakovič muoveva le labbra, e pestava sui tasti quasi fossero fatti d'acciaio, anziché d'avorio. Di tanto in tanto le sue mani si sovrapponevano. La sinistra scavalcava la destra, per poi tornare al suo posto.
Il tema della marcia crebbe di volume, e il piano prese a tremare. I fogli balzarono via dal leggio e volarono in aria. Ma Šostakovič non stava più guardando lo spartito; il suo viso quasi toccava la tastiera, gli occhiali sospesi sulla punta del naso. Poi, nel bel mezzo di una frase ripetuta selvaggiamente, si fermò. L'unico suono rimasto era l'acciottolio dei piatti proveniente dal soggiorno.
Il compositore si tirò su gli occhiali e raddrizzò la schiena, il respiro affannoso. " Poi verrà un assolo di fagotto. Una sorta di elegia. Ma non rende, al pianoforte."
Finalmente Elias potè abbandonare quella sedia. Aveva le dita rosse e piene di solchi, a forza di stringere il legno.
" E'... Oh, è... " Ma d'un tratto la stanza divenne confusa; svelto si strofinò gli occhi. " E' una sinfonia?"
" Si,, anche se all'inizio non lo sapevo. Ho cominciato a lavorarci durante le prime settimane dell'avanzata tedesca".
" Una sinfonia di guerra. Per Leningrado."

da Sinfonia Leningrado di Sarah Quigley - ed. Neri Pozza -


Nel Giugno 1941 l’esercito tedesco entra in URSS e dal settembre 1941 Leningrado è sotto assedio. Šostakovič chiede di essere inviato al fronte ma la sua domanda viene respinta; il musicista viene però impiegato nel corpo dei pompieri per difendere i tetti del Conservatorio dalle bombe incendiarie.

Šostakovič procrastina il momento in cui raggiungere i principali artisti già sfollati in zone più sicure. Sta scrivendo una nuova composizione e vuole rimanere nella sua città. E’ così che nella città assediata prende forma la Settima sinfonia. Šostakovič termina di scriverla a Kuybyshev dove viene eseguita per la prima volta.


soldato acquista biglietti per la 7° sinfonia 

Il 9 Agosto 1942 la Settima risuona anche nella Sala della Filarmonica di Leningrado, eseguita dai musicisti dell’Orchestra della Radio diretti da Karl Eliasberg. Verranno sistemati degli altoparlanti nella periferia della città, rivolti verso i soldati tedeschi, per far sentire loro che Leningrado continua a vivere. L’opera diventa il simbolo della resistenza sovietica.


Il primo movimento, Allegretto, nella parte iniziale, ”parla del popolo che vive una vita pacifica e felice" Nella parte centrale “ la guerra irrompe improvvisamente nella vita pacifica” ma Šostakovič non vuole costruire " un episodio naturalistico con tintinnare di sciabole, esplosioni..." ma comunicare l'impatto emotivo della guerra. E’ così che prende forma un tema di marcia meccanico, ostinato.
" Il secondo e il terzo movimento non hanno un programma definito: si tratta di una musica lirica incaricata di ridurre la tensione. Shakespeare sapeva bene che non si può tenere l'uditorio in tensione per tutto il tempo ".
" Il terzo movimento è un Adagio patetico, il centro drammatico dell'intero lavoro.” 
Il quarto movimento, Allegro non troppo, porta verso la conclusione liberatoria, passando attraverso momenti drammatici che vanno attenuandosi nella parte centrale del movimento dove prevale il tono malinconico del compianto funebre. Prende forma dunque il crescendo conclusivo dove ricompare il primo tema del movimento.
n.b. in corsivo le considerazioni di Šostakovič

Qui una guida all'ascolto della settima sinfonia


Eliasberg mentre dirige l'orchesta radiofonica 


Qui un video sull'assedio di Leningrado. Al min.5.30" le immagini di Šostakovič mentre compone la 7° sinfonia e del direttore d'orchestra Eliasberg che la esegue durante l'assedio.

Qui la celebre marcia della settima sinfonia


"… ogni nota che esce dalla nostra penna è un progressivo investimento nella possente edificazione della cultura. E tanto migliore, tanto più meravigliosa sarà la nostra arte, tanto più crescerà la nostra certezza che nessuno mai sarà in grado di distruggerla. "

Dmitri Šostakovič alla radio di Leningrado, 16 Settembre 1941

venerdì 18 gennaio 2019

La gazza ladra

(da "Guida agli uccelli d'Europa", Muzzio editore)
(il verde sulla coda della gazza è un difetto di stampa, si tratta sempre di nero)

Le gazze qui vicino fanno un gran baccano, ga-ga-ga-ga, sembrano non voler smettere e chissà che cosa hanno da dire: forse una protesta?
So che a molti le gazze non piacciono, avranno le loro ragioni (sono un po' parenti di corvi e cornacchie, anche se da loro molto diverse) ma devo dire che dal punto di vista estetico la gazza mi piace, è bella da vedere così snella ed elegante, con la coda lunga e le piume bianche e nere che sembrano quasi un'uniforme. Guardando le gazze chiassose (chissà cosa avranno da dire, mentre le guardo cerco di capire ma non ci riesco) mi sono tornate alla memoria un paio di cose e le scrivo qui anche per scaricarle - magari dopo non ci penso più, è un sistema che uso spesso.

mercoledì 16 gennaio 2019

L'apparizione di un mostro marino



Corriamo, fuggiamo dal mostro spietato! Chi, perfido fato, più crudo è di te?
(Pietro Metastasio, riveduto da Caterino Mazzolà, Idomeneo finale atto II)

L'apparizione di un mostro marino: di solito si usano pieni orchestrali, effetti speciali, tuoni e fulmini, mare in tempesta. Nel suo "Idomeneo", Mozart usa la strada opposta: alla notizia dell'approssimarsi del mostro, la spiaggia di Creta d'improvviso si vuota, tutti corrono via e regna improvviso il silenzio. E' un effetto notevole, non so come venga in disco ma l'ho ascoltato alla Scala nel dicembre 1990 sotto la direzione di Riccardo Muti, e posso assicurarvi che fa impressione. ( qui nella versione diretta da Colin Davis).
E' un finale d'atto, in calando invece che in concertato o con gli strumenti a ribattere sulla dominante; si tratta infatti di una tragedia privata prima che pubblica. Il Re di Creta, Idomeneo, come nelle fiabe, pur di tornare salvo in patria (dalla guerra di Troia) ha offerto in sacrificio agli dèi la prima persona che avrebbe trovato sulla spiaggia al suo ritorno. E questa persona è inaspettatamente suo figlio, Idamante. Un dramma umano e una vicenda che ricordano molto quella di Alceste, che si offre alle divinità infere al posto dell'amatissimo marito, e che sarà salvata solo dall'intervento di Apollo (o di Ercole, secondo altre fonti). Alceste è protagonista di un'opera di Gluck, e a Gluck deve molto la prima grande opera di Mozart, appunto Idomeneo. Ma Idomeneo è anche un'opera molto personale, il non ancora venticinquenne Amadé ha appena iniziato un percorso che lo porterà ai più grandi capolavori. Aveva solo poco più di dieci anni da vivere: il suo personale mostro marino lo attendeva da tempo, in paziente silenzio, come il Colombre di Dino Buzzati.

 
(Mauro Carosi, bozzetto per Idomeneo 1990 alla Scala)