sabato 18 febbraio 2017

Opale

Il Lapidario orfico delle gemme, attribuito ad Orfeo, è un'opera sulle vitù delle pietre. Nel poema le pietre si incastonano in una struttura narrativa che chiama in causa gli dei; Ermes, per ordine di Zeus, porta in dono agli umani qualcosa in grado di sollevarli dallo stato di miseria morale in cui versano. La funzione di Orfeo è dunque quella di insegnar agli uomini il linguaggio segreto della natura e di rendere noti i poteri delle pietre e i modi in cui avvalersene. Le pietre descritte sono 25. Ho scelto fra tutte l'opale, nel Rinascimento simbolo di purezza, capace di donare a chi la porta forza e coraggio. La regina Ester di Andrea del Castagno ha un'opale come fermaglio e la figura del primo decano del segno della Vergine nel ciclo astrologico di palazzo Schifanoia a Ferrara porta al collo un opale.

Andrea del Castagno, La regina Ester

Così Orfeo parla della pietra nel lapidario

"Ti assicuro che gli dei celesti si compiacciono pure della nobile opale, dall'epidermide delicata come
di attraente fanciullo, capace di dare giovamento agli occhi."

( in Le pietre mirabili, ed. Sellerio )

giovedì 16 febbraio 2017

Le ali delle Fate



Le ali delle fate: non ci avevo mai fatto caso. A cosa somigliano le ali delle fate? Vado a cercare un po' di illustrazioni, vedo che molti proprio le ali non le disegnano (le fate levitano, più che volare), oppure mettono ali del tutto improbabili, nessuno mai volerebbe con ali così piccole o sistemate in quella maniera lì. Altri invece si sono documentati, e copiano con grande precisioni ali di farfalla o di libellula-effimera-crisopide o anche, ahimè, ali di mosca o di zanzara. Metto un piccolo campionario qui sotto, e poi ognuno è libero di continuare come meglio gli aggrada.

martedì 14 febbraio 2017

Struzzi


Il terzo giorno continuammo in modo piuttosto irregolare il nostro cammino, dato che mi stavo occupando dell'esame di alcuni giacimenti di marmo. Vedemmo sulle belle praterie molti struzzi (Struthio rea). Alcuni branchi arrivavano a venti o trenta individui. Quando erano fermi su qualche piccola prominenza e si vedevano contro il cielo chiaro, avevano un aspetto maestosissimo. Non ho mai incontrato in nessun'altra parte del mondo struzzi così domestici; era facile galoppare fino a breve distanza da loro, ma essi allora, allargando le ali, partivano a vele spiegate e ben presto lasciavano indietro il cavallo.
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.64 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti) (qui Darwin stava viaggiando tra Cile e Argentina)
(il disegno è del 1916, di Martin Erich Philipp)

domenica 12 febbraio 2017

Pino loricato



un clic sull'immagine
" …  il più antico vegetale della montagna : il pino loricato, fossile vivente, coevo dei dinosauri, a cui somiglia, per la corteccia a scaglie, “ a lorica “, come le armature dei guerrieri di una volta.
E’ un albero dai tempi lentissimi, come obbedisse a cicli non più nostri : il seme non germoglia prima dei due anni ; (… ) si è rifugiato nei luoghi più impervi e ventosi, tra burrasche, gelo e petraie. E dove nessun’altra essenza sopravviverebbe, il pino loricato domina millenario, scolpito dal tempo e dai fulmini.
Quando muore, perde la corteccia e appare bianco come marmo funerario. Ma resta in piedi, re del silenzio, candido monumento a se stesso. "

da "Terroni" di Pino Aprile
ed. piemme

venerdì 10 febbraio 2017

Viole notturne



Franz Schubert scrive questo Lieder nel 1822, ma verrà pubblicato solo nel 1872; il testo è di Mayrhofer, per quel che conta (ciò che conta davvero è Schubert). Violetta, il fiore, in tedesco è Veilchen; violett è il colore viola, il colore degli occhi. Lo strumento musicale, sempre stando al mio dizionario, è Bratsche (una viola da braccio, viene da pensare); però la terminologia italiana era di uso comune, così come lo è ancora oggi, in ambito musicale.

Buon ascolto. ( un clic qui )

(il disegno delle viole è opera di Giacinta)

mercoledì 8 febbraio 2017

Rospa


Io andavo da una pianta all'altra senza dir niente, perché sarebbe stato impossibile farli smettere: con il cuore doventato mencio. Ma come mi si empì la bocca di saliva, che pareva bava, quando vidi una rospa che pareva un grande involto ! E poi che ella mi guardava coi suoi occhi di ragazza brutta, forse più acuti dei miei, mi sentii venir male.
(Federigo Tozzi, Bestie, pag.42 ed.Theoria 1987)

(disegno di Hans Hoffmann, 1530-1591) (rana, più che rospa...)

lunedì 6 febbraio 2017

Jor non morde


Eravamo quindi entrati, accolti, di là dal portone subito richiuso con un gran colpo per opera del solerte Perotti, dai pesanti latrati di Jor, l’ “arlecchino” bianco e nero. Veniva giù per il viale d’accesso, il danese, trottando straccamente alla nostra volta, con un’aria per nulla minacciosa. Tuttavia Bruno ed Adriana tacquero immediatamente.
“Non morderà mica?”, chiese Adriana, intimorita.
“Non si preoccupi, signorina”, rispose Perotti. “Coi tre o quattro denti che gli sono rimasti, cossa vorla che sia buono a mordere, ormai? Sì e no la polenta…

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini, Torino, Einaudi
fotogramma del film di V. De Sica "Il giardino dei Finzi Contini

sabato 4 febbraio 2017

Le farfalle di Gozzano ( VI )

6. Aurora, Anthocaris cardamines

Anthocaris cardamines è una farfalla bianca, con le estremità delle ali di colore arancio. Dopo la cavolaia, ecco un’altra farfalla molto semplice e molto bella da vedere.
Vive nei prati, ed è una delle prime farfalle ad apparire quando finisce l'inverno; Gozzano le dedica una poesia di 81 versi (la più breve di questo ciclo) con citazioni da Heine (la quinta stagione, non ancora primavera e non più inverno). Per Gozzano, questa farfalla è l’annuncio della Primavera.

La Primavera non è giunta ancora,
ma l'Antòcari vola e il cuore esulta!
La messaggiera della Primavera
è timida, sfuggevole alle dita,
cosciente di sua fragilità;
quasi non vola, s'abbandona al vento (...)
(versi 46-50)

Visita i fiori, intepidisce il regno
per le grandi farfalle che verranno,
poi, giunta al varco della vita breve,
congeda il Marzo, volgesi all'Aprile:
Aprile! Marzo andò: tu puoi venire!...
(finale, pag.272)


(le immagini vengono dal sito di Luciana Bartolini, che è molto bello e ricchissimo di fotografie; si tratta sempre di Anthocaris Cardamines, quello colorato è il maschio, quella bianca e nera è la femmina)

giovedì 2 febbraio 2017

Le farfalle di Gozzano ( V )


5. La cavolaia
Una farfalla tra le più comuni: il bruco mangia le foglie delle verze, dei cavoli, che ancora molti tengono negli orti. Fa parte della famiglia delle Pieridi, che vanta numerose altre specie di grande semplicità e bellezza, come la cedroncella che è simile alla cavolaia ma più colorata.
La poesia di Gozzano è di 134 versi, e riserva più di una sorpresa. La prima parte è infatti dedicata a un parassita del bruco della cavolaia, un imenottero (parente delle vespe) che depone le sue uova pungendo il bruco. Il bruco fa poi la sua vita normale, diventa addirittura crisalide, ma poi dalle crisalide nascono le vespine: il bruco è stato divorato.
Gozzano osserva questa sequenza sconcertante, ed è il punto (dal verso 45) che mi interessa sottolineare:
Non divina e perfetta, ma potenza
maldestra, spesso incerta,  ...
per non perder pietà si fa spietata.
è il Paradiso di Dante, IV 105: per non perder pietà si fè spietato
 

Come in questa vicenda e in altre molte,
la Natura, che i retori vantarono
perfetta ed infallibile, si svela
stretta parente col pensiero umano!
Non divina e perfetta, ma potenza
maldestra, spesso incerta, esita, inventa,
tenta ritenta elimina corregge.
Popola il campo semplice del Tutto
d'opposte leggi e d'infiniti errori.
Madre cieca e veggente, avara e prodiga,
grande meschina, tenera e crudele,
per non perder pietà si fa spietata.
E quando vede rotta l'armonia
riconosce l'errore, vi rimedia
con nascite novelle ed ecatombi.
Essa accenna alla Vita ed alla Morte;
e le custodi appaiono, cancellano,
ritracciano la strada ed i confini.
(pag.266-67)
Il resto della poesia è pura descrizione, ma questo frammento sembra tratto dal Leopardi delle Operette Morali.
(le fotografia vengono dal sito di Luciana Bartolini, che è di quelli da non perdere)

martedì 31 gennaio 2017

Granchi

Noi uomini siamo impenetrabili. Gli spiriti, come i corpi solidi, non possono comunicare se non con le superfici e non penetrano gli uni negli altri e meno che meno si fondono insieme. Mi hai inteso dire tante volte che la maggior parte degli spiriti mi sembrano "dermatoscheletri", come i crostacei cioè, con le ossa al posto della pelle e la carne dentro. E quando lessi, non rammento bene in che libro, quanto sarebbe doloroso e terribile per uno spirito umano dovere incarnarsi in un granchio e servirsi dei sensi, organi e membri di questo crostaceo, dissi a me stesso: ma se succede proprio così nella realtà! Noi non siamo infatti che poveri granchi rinchiusi nel duro carcere di una dura crosta.
(Miguel de Unamuno, La tragedia del vivere umano, da Ensayos vol. VI, pag.109 edizione Dall'Oglio 1965)

domenica 29 gennaio 2017

Cani, amicizia, amore



Un quarto di secolo più tardi, durante le riprese di Le Fleuve (Il fiume, 1950) avrei scoperto in India passioni dello stesso genere. E forse è questo che mi ha fatto tanto affezionare a quel paese. La parola amicizia in India non funziona: lì ci vuole la parola amore. O ci si ama o ci si detesta. L'amicizia consiste nell'approfittare della presenza dell'amico, senza dire niente. A un cane piace stare seduto accanto al padrone, eppure non si dicono niente. D'altra parte non esistono padroni, né servitori, negli scambi sentimentali. Le amicizie occidentali invece si costruiscono su una sorta di baratto. Si vuol bene all'amico perché ci aiuta negli affari, o perché ci racconta storielle divertenti, o perché lo ammiriamo. In India capita di incontrare esseri umani che si amano senza nessuna ragione. L'amico va a trovare l'amico. Entra discretamente nella stanza dove l'altro sta riposando. Si accovaccia a terra e, senza dire una parola, resta a guardare l'altro vivere alcune ore della sua vita. Poi si alza e se ne va, riconfortato da quella visita.
Il cane si lascia morire sulla tomba del suo padrone. Non è per devozione, o per riconoscenza. E' perché l'assenza del padrone crea un vuoto nel quale gli è impossibile respirare. L'amicizia indiana va al di là del disinteresse. È un bisogno fisico. E come se esistesse un misterioso radar che stabilisse tra gli esseri che sentono tra di loro delle affinità un sistema di comunicazione inconcepibile per i nostri cervelli di matematici.
(Jean Renoir, La mia vita e i miei film, ed. Marsilio, pag.63)

(la fotografia è di Brassai) 

venerdì 27 gennaio 2017

Romero



         Don Quixote di Walter Solon Romero
"sarebbe bene, Sancio, che tornassi a medicarmi quest'orecchio, che mi duole più del necessario". Fece Sancio ciò che gli veniva ordinato, e uno dei caprai, osservando la ferita, gli disse di non preoccuparsi, che ci avrebbe messo lui un medicamento che l'avrebbe fatta guarire facilmente. E staccate alcune foglie di rosmarino, che si trovava lì in abbondanza, le masticò, le mescolò con un pò di sale e applicategliele ben bene all'orecchio, glielo bendò accuratamente, assicurandogli che non avrebbe avuto bisogno di altra medicina; e così fu.

 da  Don Chisciotte della Mancia di M. Cervantes
 ed. Einaudi
 

martedì 24 gennaio 2017

Un'ape in inverno


I am a bee out in the fields of winter
And though I memorized the slope of water,
Oblivion carries me on his shoulder:
Beyond the suns I speak and circuits shiver,
But though I shout the wisdom of the maps,
I am a salmon in the ring shape river.
(Larry Beckett & Tim Buckley, da "Starsailor", anno 1970)
io sono un'ape fuori nei campi, d'inverno; e so ricordare il declivio dove scorre l'acqua, ma l'oblio mi porta via sulle sue spalle...

Tra le più difficili da ascoltare, con probabile ispirazione nel Ligeti di "Odissea nello Spazio", è anche un'immagine del percorso di vita di Tim Buckley stesso: delicato e sensibile troubadour ai suoi inizi, non ancora diciottenne; poi bluesman introverso, spesso vicino al miglior jazz; poi vicino alla musica colta contemporanea (pur non essendo un musicista colto), infine sperduto come un'ape nel gelido inverno, alla ricerca di un fiore, perso nella musica commerciale senza saper fare musica commerciale, funk senza esserlo, destinato a una tragica fine.
La musica non è di primo ascolto, forse neanche di secondo; il testo di Larry Beckett (amico e compagno di scuola di Tim Buckley, autore di molti dei testi delle sue canzoni), a me sembra bellissimo. Anch'io mi sento così, sempre più spesso: un'ape d'inverno, un salmone in un fiume circolare... così è la nostra vita, o così sembra che sia, in certi momenti - senza punti di riferimento, in un mondo estraneo o impazzito.
Al di là dei soli io parlo e i circuiti si frantumano per il gelo, e benché io gridi la saggezza delle mappe, sono un salmone che nuota in un fiume fatto ad anello.

domenica 22 gennaio 2017

Il giardino del Carteggio Aspern


" La temperatura era molto alta; era una di quelle notti che si sarebbero volentieri trascorse all'aperto, e non avevo ancora fretta di andare a letto. Ero tornato a casa in gondola, ascoltando il lento tonfo del remo nei canali angusti e bui, e ora l'unico pensiero che mi allettasse era la vaga considerazione che sarebbe stato piacevole sdraiarsi su un sedile del giardino nell'oscurità odorosa. Alla base di questo desiderio c'era senza dubbio l'odore del canale, e il respiro del giardino, non appena vi entrai, dette consistenza al mio proposito. Era delizioso - la stessa aria che doveva aver tremato ai voti di Romeo, quando egli se ne stava in mezzo ai fiori e levava le braccia verso il balcone della sua amata. Guardai le finestre del palazzo per vedere se l'esempio di Verona ( essendo Verona non molto distante ) non fosse stato seguito; ma era tutto buio, come al solito, e tutto silenzioso. "

Henry James, Il carteggio Aspern
ed. Alia
traduzione di Angelita La Spada



villa Eden
Il giardino descritto da James nel Carteggio Aspern è molto probabilmente il giardino Eden nell'isola della Giudecca. 
Frederic Eden, un gentiluomo inglese, nel 1880 rilevò ciò che rimaneva dell'antico orto del convento della Croce e ne fece un giardino ricco di alberi, arbusti mediterranei e tropicali  e di fiori, rose soprattutto. Il giardino e la villa furono successivamente della principessa Aspasia di Grecia e di sua figlia Alessandra. L'ultimo proprietario è stato l'architetto austriaco Hunderwasser, l'artefice delle residenze più colorate di Vienna ( qui ).


All’origine di The Aspern papers c’è probabilmente una vicenda di cui Henry James aveva preso nota nel suo diario durante un suo soggiorno fiorentino. Gli era stato raccontato che un critico d’arte di Boston desiderava impossessarsi di lettere di Shelley e Byron custodite da un’anziana signora a Firenze. Il seguito della storia, compreso lo stratagemma messo in atto dal critico bostoniano per impossessarsi del carteggio, viene ripercorso da James nel suo lungo racconto che, però, ha come scenario Venezia e personaggi con altra identità, sentimenti, modi di fare, quelli che l'autore loro regala.  Nell’opera di James le lettere diventano quelle di un poeta americano, Jeffrey Aspern, e sono custodite da Juliana, una enigmatica, decrepita signora americana che da molti anni vive con la matura nipote in una dimora veneziana con tante sale silenziose e un giardino segreto.

venerdì 20 gennaio 2017

Lepisma saccharina


Questo lo conosciamo tutti, impossibile non averlo mai visto:
Per le dimensioni e il luccichio, sembra una lacrima. Gli scienziati lo chiamano "lepisma saccharina", ma lui risponde al nome di pesciolino d'argento, sebbene del pesce non abbia nulla e non conosca l'acqua. Si dedica a divorare libri, sebbene non abbia nulla del tarlo. Mangia quello che trova, romanzi, poesie, enciclopedie, a poco a poco, ingoiando una parola dopo l'altra, in qualsiasi lingua. Passa la sua esistenza nell'oscurità delle biblioteche. Del resto non si accorge nemmeno. La luce del giorno lo uccide. Sarebbe un erudito se non fosse un insetto.
(Eduardo Galeano, da "Le labbra del tempo" pag.129 ed. Sperling & Kupfer 2004, traduzione di Marcella Trambaioli)

martedì 17 gennaio 2017

Alberi



Perché siamo come tronchi nella neve. Posano in apparenza, leggeri, tu pensi di poterli smuovere con un lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma, vedi, anche questa è solo apparenza.
(Franz Kafka, Gli alberi )


(Leonardo da Vinci, datato 1502)

domenica 15 gennaio 2017

Il gatto di Bach


Non è che se ne sappia poi molto, di Johann Sebastian Bach. Intendiamoci, sappiamo molte cose di lui: sappiamo tutto della sua musica, e tutti i nomi della sua famiglia di musicisti, per generazioni e generazioni; ci sono stati almeno tre secoli di Bach grandi compositori, e lui il più grande. Sappiamo che da giovane, prima di sposarsi e già musicista affermato, andò a piedi da Arnstadt fino a Lubecca per conoscere Dietrich Buxtehude (non aveva i soldi per pagarsi la carrozza); sappiamo che nel 1717 passò qualche giorno in prigione a Weimar, per un capriccio del principe locale che non voleva lasciarlo andare via; sappiamo che era molto impegnato con il suo impegno di Kantor presso la chiesa; sappiamo tante cose, ma poi com'era Johann Sebastian in famiglia? Pare che fosse un buon uomo, buon marito e buon padre, ma tutto questo bisogna un po' immaginarselo. Sappiamo però una cosa con certezza: in casa sua c'era un gatto, o forse una gatta, o magari più di un gatto, chissà; il disegno che porto qui sotto (una stampa d'epoca) è molto esplicito, in proposito. La vista di questo gatto (e della bambina che lo guarda) mi ha fatto tornare alla memoria una frase famosa detta da un grande interprete di Johann Sebastian Bach, il dottor Albert Schweitzer: « Esistono soltanto due strade per sfuggire alla miseria umana: suonare l'organo e giocare con i gatti.» Io non so suonare l'organo, purtroppo; ma qualche gatto o gatta l'ho pur conosciuto...


venerdì 13 gennaio 2017

dillo col glicine




Non conosco visione più straziante del glicine in fiore: quei grappoli azzurri che piangono lungo le volute del tronco-liana hanno ragione della mia poca flemma e mi trasformano in una grottesca tracimazione lamartiniana. Quand'ero piccolo, passavo le domeniche dalla nonna. Un glicine scalava il muro della casa. Già allora non capivo perchè, ma scoppiavo in singhiozzi di cui non mi sfuggiva il ridicolo.