giovedì 21 marzo 2019

Le stagioni secondo Marilyn


In Italia è diventato, chissà perché, "La magnifica preda"; ma il titolo originale è "River of no return", che è anche il titolo della bella canzone western che fa da motivo conduttore. "River of no return", il fiume del non ritorno, è quello che dovranno a un certo punto attraversare Robert Mitchum, Marilyn Monroe e un bambino: un nome drammatico, le rapide hanno già ucciso molte persone e il pericolo è noto a tutti, ma a quel punto del film non c'è alternativa e bisognerà affrontarlo. Dato che è un film con Marilyn Monroe (regia di Otto Preminger, anno 1954) sappiamo già che ci sarà il lieto fine, ma è comunque qualcosa che si vede volentieri ancora oggi e contiene delle canzoni piacevoli. Una di queste, "Down in the meadow" (Laggiù nel prato) è cantata da Marilyn Monroe al bambino, in un momento di quiete. Scritta da Ken Darby e Lionel Newman, è una filastrocca sulle stagioni dove i mesi e i venti diventano vecchi signori, e le coccinelle flirtano con gli spaventapasseri. (qui) Tradotto in italiano, e purtroppo perdendo tutte le rime e la metrica (si può fare di meglio, lo so), diventa più o meno così:

(Kate Greenaway, 1890)
La vecchia Signora Coccinella flirta con lo spaventapasseri; lo spaventapasseri saluta la luna. Il vecchio Signor Luna fa battere ovunque i cuori con la magia di giugno. Quando il signor Vento del Sud singhiozza tra i pini, il vecchio Signor Inverno piagnucola e si lamenta. Laggiù nel prato, sotto la neve, Aprile sta insegnando a crescere alle cose verdi. Quando il signor Vento dell'Ovest mormora tra le lamine d'erba, il vecchio Signor Estate ciondola la testa nell'ombra. Laggiù nel prato, nel profondo del ruscello, i pesci gatto aspettano l'amo. La vecchia Signora Coccinella flirta con lo spaventapasseri; lo spaventapasseri saluta la luna. Il vecchio Signor Luna fa battere ovunque i cuori con la magia di giugno. Quando il signor Vento dell'Est grida sopra le teste, allora tutte le foglie diventano gialle e rosse. Laggiù nel prato gli steli del grano sono alti, le zucche sono mature e pronte per fare torte. La vecchia Signora Coccinella flirta con lo spaventapasseri; lo spaventapasseri saluta la luna. Il vecchio Signor Luna fa battere ovunque i cuori con la magia di giugno. Quando il signor Vento del Nord scorre sulla brezza, il vecchio Papà Natale spunta tutti gli alberi. Laggiù nel prato la neve soffice balugina; la Terra va a dormire e sorride nei suoi sogni.
 
Down In The Meadow
(Ken Darby, Lionel Newman)
Old lady blackbird flirts with the scarecrow
Scarecrow is waving at the moon
Old Mr. Moon makes hearts everywhere go bump, bump
With the magic of June…
When Mr. Southwind sighs in the pines
Old Mr. Winter whimpers and whines
Down in the meadow
Under the snow
April is teaching green things to grow
When Mr. Westwind hums in the blades
Old Mr. Summer nods in the shade
Down in the meadow
Deep in the brook
Catfish are waiting for the hook
Old lady blackbird flirts with the scarecrow
Scarecrow is waving at the moon
Old Mr. Moon makes hearts everywhere go bump, bump
With the magic of June
When Mr. Eastwind shouts overhead
Then all the leaves turn yellow and red
Down in the meadow
Corn stalks are high
Pumpkins are ripe and ready for pie
Old lady blackbird flirts with the scarecrow
Scarecrow is waving at the moon
Old Mr. Moon makes hearts everywhere go bump, bump
With the magic of June
When Mr. Northwind rolls on the breeze
Old Father Christmas trims all the trees
Down in the meadow
Snow softly gleams
Earth goes to sleep
And smile in her dreams

martedì 19 marzo 2019

«La metterei sotto con l'automobile»


 «La metterei sotto con l'automobile», ha detto l'altro giorno l'opinionista tv Maria Giovanna Maglie riferendosi alla sedicenne svedese Greta Thunberg, che sta mobilitando i ragazzi della sua età cercando di sensibilizzare più persone possibile al tema del cambiamento climatico. E ha aggiunto: «se non fosse malata». Così mi sono preoccupato e sono andato a cercare informazioni su Greta, che dalle foto sembra più bambina della sua età: mi sono subito rassicurato, non è malata. Le hanno diagnosticato la sindrome di Asperger, ma non è una malattia del fisico e direi che non è nemmeno una malattia, visto come si dà da fare in pubblico.


Mi sarei già dimenticato di questa frase (quante scemenze abbiamo dovuto ascoltare in questi anni...) se non fosse particolarmente rivelatrice. «La metterei sotto con l'automobile» è un commento perfetto, direi involontario, agli argomenti messi in piazza da Greta Thunberg. Greta dice che dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, e tra questi c'è anche l'automobile, ovviamente. Le auto danneggiano l'ambiente non solo per le emissioni, ma anche per il fatto che hanno bisogno di strade asfaltate; l'asfalto e il cemento (e il riscaldamento delle nostre case) sono parte importante delle modifiche ambientali che hanno portato all'inquinamento di aria e acqua, e probabilmente anche al riscaldamento globale. Gli studi sulle particelle del famoso PM10, quelle che finiamo col respirare, dimostrano inoltre che c'è una parte consistente di particolato fine costituito da frammenti dei dischi dei freni: ogni volta che tocchiamo i freni, dai dischi si stacca qualcosa. Anche nelle auto elettriche, anche nelle ibride, anche in quelle con emissioni zero. Toccare l'automobile dà fastidio, tutti noi usiamo l'automobile, è comoda, è utile... molti di noi ne farebbero volentieri a meno, ma oggi è quasi impossibile fare a meno dell'automobile. Capisco quindi che gli appassionati d'automobile, toccati sul vivo, prendano posizioni di questo tipo; l'irritazione degli automobilisti non cancella comunque l'esistenza del problema.

Non mi sono ancora fatto un'opinione su Greta Thunberg, non sono sicuro che il suo messaggio vada alle persone giuste . Ad ascoltare Greta, come capita sempre in questi casi, sono solo le persone già sensibili alla causa e non quelle che dovrebbero cambiare i comportamenti; poi va a finire che alle elezioni votano per candidati come Trump. Inoltre, sul piano mio personale, sono sempre stato piuttosto infastidito dai fanatismi (il veganesimo, per esempio) e dai toni da predicatore da strada; però, in fin dei conti, Greta ha solo sedici anni e quello che sta facendo è comunque importante.
Quanto alla "sindrome di Asperger", penso da sempre che sia il mondo a non essere tanto bello; ritirarsi da questo mondo (che pure ci concede molti bei momenti) appare sempre di più un comportamento adeguato. Anche gli animali, per difendersi, molto spesso vivono appartati.
Detto questo, quella frasetta, «La metterei sotto con l'automobile», mi sembra sempre più significativa ogni volta che mi torna in mente. Circa centoventi anni fa, un certo signor Sigmund Freud si interessò di queste cose in un libro che fece epoca, oltretutto di lettura facile e divertente: "Psicopatologia della vita quotidiana", che precede di poco "L'interpretazione dei sogni". Chissà se la signora Maglie lo conosce, io direi di sì ma forse se lo è dimenticato.
(illustrazione di Ake Lewerth)

domenica 17 marzo 2019

Il punto

Da Flatlandia di E.A. Abbott

Mentre dormivo feci un sogno. (...) Stavamo muovendoci insieme verso un punto luminoso ma infinitamente piccolo sul quale il Maestro dirigeva la mia attenzione. (...) «Guarda laggìù, (...) ora, per completare il quadro della tua esperienza, ti condurrò verso il basso, nelle più oscure profondità dell'esistenza, nel reame di Pointlandia, nell'abisso dell'adimensionale.
«Osserva quella miserabile creatura. Quel Punto è un Essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, poiché non ne ha esperienza; non ha cognizione nemmeno del numero Due; né ha un'idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l'essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici.




Ascolta, adesso». S'interruppe; e in quel momento dalla creaturina ronzante si levò un lieve ticchettio, basso e monotono ma distinto, come da uno dei vostri fonografi di Spacelandia, e io ne distinsi queste parole: «Infinita beatitudine dell'esistenza! Esso è; e non c'è altro al di fuori di Esso». «Cosa vuol dire con "esso"» dissi io «quella piccola creatura?». «Vuol dire se stesso» disse la Sfera. «Non hai notato prima di ora che i bambini e le persone infantili, che non sanno distinguere fra se stessi e il mondo, parlano di sé alla Terza Persona? Ma taci».
«Esso riempie ogni Spazio,» continuò la piccola Creatura nel suo soliloquio «e quello che Esso riempie, Esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode;(...).
Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere!».




«Perché non gli apri gli occhi, a quel cosino, in modo che la finisca col suo compiacimento?» dissi io. «Digli che cosa è in realtà, come lo hai detto a me; rivelagli le anguste limitazioni della Pointlandia, e conducilo verso qualcosa di più alto». «Non è facile,» disse il mio Maestro «provaci tu».
Al che, levando alta la voce, dissi al Punto così: «Silenzio, silenzio, Creatura spregevole! Tu ti chiami il Tutto nel Tutto, e invece sei il Nulla: il tuo cosiddetto Universo non è che un puntolino in una Linea, e una Linea non è che un'ombra in confronto a...». «Sss, sss! hai detto abbastanza,» m'interruppe la Sfera «ascolta ora, e nota l'effetto della tua arringa sul Re di Pointlandia».
Il luccicore del Monarca, che rifulgeva più che mai mentre ascoltava le mie parole, mostrava chiaramente che la sua compiacenza di sé non era stata intaccata; e io non avevo ancora terminato che egli riprendeva il suo ritornello. «Ah, la gioia, ah, la gioia del Pensiero! Cosa non può Esso ottenere grazie al Pensiero! Il suo proprio Pensiero che a Se stesso si  rivolge, insinuando il disprezzo di sé solo per esaltare la Sua felicità! Dolce ribellione suscitata per finire in trionfo! Ah, il divino potere creativo del Tutto nell'Uno! Ah, la gioia, la gioia di Essere».




«Vedi» disse il mio Maestro «quanto poco hanno potuto le tue parole. Nella misura in cui il Monarca riesce ad afferrarle, egli le accetta come sue (poiché è incapace di concepire altri all'infuori di se stesso) e si vanta della varietà del "Suo Pensiero" come di un esempio di Potere creativo. Lasciamo questo Dio dì Pointlandia al godimento ignorante della propria onnipresenza e onniscienza: niente che tu o io possiamo fare può scuoterlo dal compiacimento che prova di se stesso».

( Dipinti di Paul Klee )


venerdì 15 marzo 2019

Le api e i fiori


(illustrazione trovata on line senza indicazioni d'autore)

"...la fecondazione dei fiori avviene per mezzo degli stami e dei pistilli, sui quali le api e i calabroni commettono atti impuri permessi, anzi meritori e quasi sacri."

(Luigi Meneghello, Pomo pero, capitolo 5)



Dopo aver purtroppo fatto notare che anche Meneghello confonde i bombi con i calabroni (ma, d'altra parte, usando una lingua "bassa", per di più da bambino, questa confusione ci può stare e forse è voluta), la mia domanda è su quelle persone furbe che ridacchiano e si danno di gomito quando si parla delle api e dei fiori riguardo all'educazione sessuale. Mi sono sempre chiesto: ma queste persone furbe che la sanno lunga, come spiegherebbero il sesso e la maternità a un bambino o a una bambina? Ci penso un attimo, e concludo che preferisco non saperlo; ma un po' di inquietudine a questo riguardo mi rimane dentro, e anche un brivido di freddo. Continuo a pensare che l'esempio delle api e dei fiori, soprattutto per bambini molto piccoli, sia il modo migliore per introdurre l'argomento; purtroppo, per i furbi di cui sopra osservare la Natura è considerato cosa da scemi o da bambini. I furbi di cui sopra (purtroppo abbondano, ce ne sono tanti anche tra i funzionari tv) pensano che i documentari sugli animali e sulla Natura siano una noia, buoni per un riempitivo tra una partita e un talk show. Eppure, la fecondazione dei fiori è uno degli spettacoli più grandi e misteriosi a cui possiamo assistere: se vedete un'ape su un fiore, non correte a prendere l'insetticida, guardate e lasciate correre. La Natura sa sempre quel che fa, noi furbi purtroppo no.






mercoledì 13 marzo 2019

La luna incompleta


In "Heimat" di Edgar Reitz (seconda parte, puntata 10) a un certo punto la mezza luna brilla in cielo; c’è la nebbia e fa freddo. Uno dei protagonisti, Reinhard, recita all'amica Esther Goldbaum un estratto di questa poesia di Grillparzer (1791-1872, viennese):

- Salve, mezza luna che sei lassù.
Anch’io, come te, sono mezzo...
nato mezzo bene e mezzo male,
misero in entrambe le forme:
il mio bene è senza dignità,
il mio male è senza violenza.

(An den Mond, poesia di Franz Grillparzer, citata in Heimat II n.10)


Ho cercato in rete e ho trovato un paio di versioni italiane, entrambe piuttosto arbitrarie. Aiutandomi col dizionario, facendo meglio che posso, ho provato a trarne qualcosa di più vicino all'originale. Ovviamente, ho lasciato perdere rime e metrica; mi interessava rendere l'idea di cosa si dice in questa poesia e se qualcuno vuole correggere eventuali miei errori (eventuali e inevitabili, visto lo stato attuale del mio tedesco) ringrazio fin d'ora.

La mezza luna risplende in cielo,
e c'è nebbia, e freddo.
Salute a te, metà lassù,
come te, anch'io cerco l’altra metà.
Metà buono, metà cattivo sono nato,
carente in ogni metà,
la mia bontà senza dignità.
il mio male senza forza.
Dimezzate gustai le gioie della vita,
niente di più intero dei miei pentimenti;
i primi morsi goduti,
poi tutto mi apparve indifferente.
A metà rinunciai alla mia Musa,
e lei mi esaudì per l’altra metà;
giunto a metà della vita,
ella fuggì e mi lasciò vecchio.
E così siedo lunatico (di malumore),
ma la frammentazione si attenua;
la metà vuota dell'anima
soppianta lentamente ciò che era pieno.

(Franz Grillparzer, La mezza luna risplende in cielo)


Questo è il testo originale:

Der Halbmond glänzet am Himmel,
Und es ist neblicht und kalt.
Gegrüßt sei du Halber dort oben,
Wie du, bin ich einer, der halb.
Halb gut, halb übel geboren,
Und dürftig in beider Gestalt,
Mein Gutes ohne Würde,
Das Böse ohne Gewalt.
Halb schmeckt ich die Freuden des Lebens,
Nichts ganz als meine Reu;
Die ersten Bissen genossen,
Schien alles mir einerlei.
Halb gab ich mich hin den Musen,
Und sie erhörten mich halb;
Hart auf der Hälfte des Lebens
Entflohn sie und ließen mich alt.
Und also sitz ich verdrossen,
Doch läßt die Zersplitterung nach;
Die leere Hälfte der Seele
Verdrängt die noch volle gemach.

(Franz Grillparzer, Der Halbmond glänzet am Himmel)

(nelle immagini: tarocco cinquecentesco di Giulio Bonasone; un fotogramma dal film "Night tide" di Curtis Harrington, 1961 - un film che non ho mai visto)

lunedì 11 marzo 2019

Ippogrifo violento


Hipògrifo violento,
que corriste parejas con el viento,
¿ dònde, rayo sin llama,
pàjaro sin matiz, pez sin escama,
y bruto sin istinto
natural, al confuso laberinto
destas desnudas peñas
te desboscas, arrastras y despenas?
Quédate en este monte,
donde tengan los brutos su Faetonte (...)

(Rosaura, dall'inizio di La vida es sueño di Calderòn de la Barca, 1600-1681)

(Ippogrifo violento, che corresti sfidando a gara il vento, dove mai, buia fiamma, uccello senza sfumature, pesce senza squame, e bruto senza istinto naturale, al confuso labirinto di queste nude rupi ti sfreni, ti precipiti e dirupi? Resta su questo monte, perché le belve trovino un Fetonte...)
(traduzione di Luisa Orioli, ed. Adelphi 1967)




Credo che nessuno abbia ancora capito perché mai ci sia un ippogrifo all'inizio di "La vita è sogno" (nel dramma poi l'ippogrifo non c'è) ma è comunque un inizio formidabile che ci proietta ben dentro alla storia, vero capolavoro, forse l'incipit più bello e potente che io ricordi.
Una spiegazione la dà la stessa Luisa Orioli nelle note al libro citato: "con il lamento stravagante di Rosaura, Calderon ci dà un esempio tipico di estilo culto, pullulante di riferimenti mitologici (...)".
Non ho i mezzi per andare avanti nella spiegazione, ma come lettore semplice l'ippogrifo all'inizio mi rapisce per davvero, e mi porta via dentro la storia, come Astolfo nell'Orlando Furioso; e con l'evocazione prima del labirinto e poi di Fetonte sul carro del sole siamo ben dentro a ciò che verrà raccontato. In fin dei conti, anche la torre (En una encantada torre, por lo qué sé, vivo preso...) è un labirinto da cui non si può uscire se non con l'aiuto di qualcuno che ci ama; e Fetonte, che vuole guidare il carro del sole, è già un possibile commento alla storia narrata, almeno nella sua parte politica. Comunque sia, qui mi fermo per non cominciare a deragliare (come Fetonte) nelle mie metafore; ringrazio l'Ippogrifo per il volo che mi ha concesso, e con lui ringrazio Calderòn e chi me lo ha fatto conoscere.

(l'immagine è ovviamente di Gustav Doré, per l'Orlando Furioso)


sabato 9 marzo 2019

Chirone e Giasone


Tutto è santo, tutto è santo! Non c'è niente di naturale nella natura (...) Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito (...) Ti sembra che un pezzetto solo non sia innaturale e non sia posseduto da un dio? (...) In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un dio, e se per caso non c'è, ha lasciato lì i segni della sua presenza sacrao silenzio o odore di erba o fresco di acque dolci.
Eh sì: tutto è santo! Ma la santità è insieme una maledizione.
Gli Dei che amano in un tempo stesso odiano.




Giasone bambino e Chirone ( fotogramma di "Medea" )



Le prime sequenze di Medea di Pier Paolo Pasolini sono bellissime. In un ambiente in ombra da cui si intravede  un paesaggio addolcito da una  luce che smussa ogni limite, Chirone racconta a Giasone, ancora bambino, la storia delle sue origini; il centauro continua il suo racconto fuori dalla capanna, mentre Giasone gli è in  groppa. Il bimbo ascolta ma non sembra capire. Nella inquadratura successiva i due sono distanti, quel tanto che basta a sottolineare che Giasone è cresciuto, è un individuo, può stare da solo. "Tutto è santo, tutto è santo" dice il centauro e infatti ogni cosa,  ogni essere pare un'espressione divina, fuori dal tempo e intrisa di luce.  Ma è un attimo; le sequenze successive vedono Giasone già uomo, nella capanna/grotta mentre ascolta Chirone e poi, all'esterno, su un dosso; è pronto, ormai,  a lasciare chi lo ha protetto e istruito  e a entrare in una storia.

Qui il film 

giovedì 7 marzo 2019

Oliver's moon


Non so quanti lo sanno, ma Oliver Hardy aveva una bella voce di tenore leggero, ben intonata, alla quale i doppiatori italiani non hanno mai reso giustizia. A dirla tutta, Alberto Sordi se la cavava abbastanza bene ma aveva voce di basso e non di tenore; sugli altri doppiatori di tempi più recenti sarà meglio calare un velo pietoso (se non hanno passato dei guai, anche dall'aldilà, è soltanto perché Ollie era troppo buono e bravo per offendersi). Oliver Wendell Hardy (questo il nome completo) aveva infatti iniziato sui palcoscenici del vaudeville, e forse anche dell'operetta; nei suoi film canta spesso, ma magari noi non ci facciamo caso perché siamo distratti dai disastri combinati nel frattempo da Stan Laurel.

Porto qui due esempi, entrambi dedicati alla luna: in "Pardon us" (1930, i primissimi anni del cinema sonoro) Stan e Ollie sono due evasi che cercano di non farsi riprendere. Uno degli espedienti è quello di tingersi la faccia di nero, così da passare per afroamericani: oggi questa sequenza farebbe storcere il naso a molti, ma siamo nel 1930 e si tratta, come sempre, di giochi da bambini, del tutto innocenti. La canzone è "Lazy moon", la luna pigra che gli innamorati aspettano ma che non si decide a spuntare da dietro la collina. E' una canzone del 1903, scritta da Bob Cole e Rosamond Johnson; con Oliver Hardy canta The Hall Johnson Choir. (qui)

L'altra canzone dedicata alla luna è "Shine on harvest moon", la luna del tempo del raccolto (luna di settembre, dice il mio dizionario), abbinata a Stan e Ollie che vanno ad arruolarsi nella legione straniera. Il film è "The flying deuces" (I diavoli volanti), dei primi anni '30; la canzone invece è datata 1908, scritta da Nora Bayes (musica) e Jack Norworth (parole). (qui)

 
(con Dorothy Coburn, anni '20)


martedì 5 marzo 2019

Talpidae


... some vicious mole of nature
(atto 1 scena 4, Amleto ad Orazio, William Shakespeare)
 

Sono tornate le talpe. Non le ho viste, purtroppo (per vedere una talpa ci vuole molta pazienza, o molta fortuna) ma i mucchietti di terra sono caratteristici, inconfondibili. Del resto, i gatti le hanno subito intercettate: loro sì che hanno pazienza, i gatti sanno aspettare la preda per ore e ore.
 

Molti pensano che le talpe siano roditori, ma non è affatto così: i loro denti sono poca cosa, niente a che vedere con la potente dentatura di topi e conigli con i quali hanno in comune solo lo scavare sottoterra. Fino a non molti anni fa, le talpe venivano classificate insieme ai ricci e ai toporagni, con i quali hanno in effetti molte caratteristiche in comune; da quando si è cominciato a fare le analisi sul DNA sono invece emerse le differenze, e oggi le talpe sono classificate come Talpidae, una famiglia che contiene solo le diverse specie di talpa. Non è neanche vero che mangino erba e radici: mangiano lombrichi, chiocciole, insetti, ma per trovarli non vanno tanto per il sottile e (come un bulldozer) travolgono tutto quello che trovano sul loro cammino, radici comprese.

well said, old mole!
(atto 1 scena 5, Amleto allo spettro di suo padre, William Shakespeare)
Le talpe lavorano sottoterra, per questo sono diventate proverbiali: la talpa, per Le Carré, è una spia infiltrata; per Shakespeare, nell'Amleto, è un vizio di natura nascosto ("some vicious mole of nature"), una tara che ci portiamo dentro; e Amleto non ha difficoltà a fare dell'ironia sullo spettro di suo padre, paragonandolo a una talpa per il suo spostarsi sotto di lui, nel castello di Elsinore.
 

Le talpe hanno una pelliccia morbidissima, una delle più belle che io abbia mai toccato. Una volta venivano cacciate proprio per la pelliccia, oggi non so se sia ancora così ma forse è diventato difficile trovare talpe a sufficienza (sono animali molto piccoli). Quelle vicino a casa mia, infatti, si sono subito fermate: il prato dove sono spuntate è l'ultimo rimasto, dopo il prato c'è un muretto di cemento, poi un parcheggio asfaltato. Tempi duri anche per le talpe, insomma.

Nelle immagini: Enrico la talpa, da Lupo Alberto di Silver ("ciao Beppe" è uno dei miei tormentoni preferiti), Talpinio Talpio (da Pogo di Walt Kelly, pubblicato sul mensile Linus negli anni '60 e '70), e un pelouche che avevo da tempo in casa, rispolverato per l'occasione. La foto dei gatti sui monticelli di terra delle talpe è opera di mia sorella.


domenica 3 marzo 2019

I gatti di Perec ( I )

1.
I due gatti di casa, Pip e La Minouche, dormono sul tappeto, le zampe completamente stese e distese, i muscoli della nuca rilassati, in quella posizione che si associa allo stato detto paradossale del sonno e che corrisponde, come dice chi sa, allo stato di sogno. Accanto a loro un piccolo bricco per il latte in mille pezzi. Si capisce che, non appena la signora Trevins e l'infermiera sono uscite, uno dei due gatti - che sia stato Pip? che sia stata La Minouche? o si saranno associati in un'azione colpevole? - l'ha acchiappato con zampa veloce ma, ahimè, invano, perché il tappeto ha istantaneamente assorbito il prezioso liquido. Le macchie si vedono ancora, attestando la recentissima scena.
pag112 gatti

2.
Solo un gatto poteva muoversi in mezzo a quella massa di cose senza provocare crolli, e di fatto, Gaspard e Marguerite avevano un gatto, un micione rossiccio che avevano inizialmente chiamato Leroux, poi Gaston, poi Cheri-Bibi e infine, dopo un'ultima aferesi, Ribibi, al quale piaceva pazzamente passeggiare fra tutta quella roba senza spostarla di un pelo, finendo con l'accovacciarvisi in mezzo come un pascià, sempre che non si sistemasse sul collo della padrona lasciando penzolare le zampe a destra e a sinistra con aria del tutto indolente.
pag258

(Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense)




(cartolina postale inizi '900, trovata in rete senza indicazioni sull'autore)

venerdì 1 marzo 2019

René Aubry







Sono tornata ad ascoltarlo dopo molto tempo. La sua musica per me si lega essenzialmente a un corso di disegno dal vero ( Aubry piaceva alla mia insegnante che ce lo proponeva in sottofondo  ) e al mio vecchio blog ( che nasceva più o meno in quel periodo ). E' un musicista autodidatta che ha prodotto diversi album e lavorato per il cinema e il teatro. Ha suonato anche per Pina Bausch e composto musiche per i balletti della coreografa Carolyn Carlson.
Propongo qui i due brani che ascoltavo più spesso. Il primo si intitola La Grande Cascade ( qui ), il secondo Demi lune ( qui ).
I lavori più recenti non sono solo strumentali ( ma il testo è comunque essenziale ), penso per esempio a questo qui



mercoledì 27 febbraio 2019

Neve a Milano

M’immagino che la neve non ami lo stile Novecento. Non sa come disporsi su quelle linee dritte, non riesce a ornare il paesaggio moderno. La neve è fatta per le statue equestri dei monumenti, per le cattedrali, per i palazzi, li rende ancor più severi, li attetra; mi piace anche in fondo a questa piazza su quelle casupole in demolizione che sembrano rosicchiate dai topi e mi avvedo che quelle casupole, per quanto miserabili, vanno molto d’accordo con la maestà del Duomo. Hanno vissuto, sono calde d’umanità, se un muro cade, quanto calore trabocca nella via! Le grandi costruzioni razionali dalle gelide facciate a vetri non sono case ma ricetti di conglomerati umani che mangiano in fretta, dormono in fretta, lavorano in fretta, e anch'essi, i cubici fabbricati, invecchiano velocemente. Altri intanto ne sorgono perfetti e la gente vi accorre per poi di nuovo rivolgersi altrove dacché nessuna amicizia lega più la casa all’uomo. La neve dovrebbe decidersi a disertare le città ove ingombra, rallenta il traffico, non vi è più tollerata. Coi sereni tramonti e col raggio di luna faceva parte di un ciarpame letterario passato di moda. Si riduca in montagna al servizio degli sciatori e si rallegri se le riconoscono di grazia una funzione utilitaria connessa all‘agricoltura.

 


« On Sass! ». Il custode del giardinetto della Guastalla ha impiegato un buon dieci minuti nei tentativi di chiudere il cancello verso via San Barnaba. Credeva dapprima che la neve raggelandosi avesse ingombrato le guide, poi si accorse di un intoppo e... «on sass»... disse a mezza voce e lo tolse e il cancello fu chiuso.
Guardo il giardino di là attraverso le sbarre e intuisco il perché di tanto affrettarsi a portarla via subito, la neve, dai luoghi ove l’uomo lavora. Essa difatti rallenta e addormenta. Una volta - si sa - cominciava presto a nevicare, a novembre, dicevano:
gh’é chi Santa Caterina
cont el sacch della farina
e di quell'altra, della neve decembrina, si diceva poi che
fina a marz la se strascina

perché nelle piazze non dava fastidio a nessuno e nei cortili delle case serviva a divertire i ragazzi; ma infine anche loro se ne stancavano e rimaneva lì nera per delle settimane come un mucchio di sassi. Al prime lieto sole delle tempore di primavera se ne andava adagio adagio la neve... in silenzio... come era venuta.
Era una vita tranquilla e senza mutamento e l’uomo vi prendeva le cose quando e come il cielo le mandava. Non fuggiva il caldo, non temeva il freddo e la neve non poteva rallentare i suoi passi che erano già lenti per abitudine. La massa degli affari! Chi la conosceva? Figuratevi! Per una cambiale in protesto suonava allora una campana dalla torre dei Mercanti. Immaginate voi oggi un bollettino dei protesti sonorizzato? Ci sarebbe da diventar sordi! Non mi sento di condividere l'opinione di quel mio amico che sostiene di non aver mai visto una cambiale pagata, ma mi figuro l’eterno scampanio nelle città e nei borghi per gli effetti insoluti! Il custode del giardinetto ripassa davanti al cancello, le mani in tasca, il bavero alzato, chiuso nel pastrano color terra e si allontana verso alcune case. E' sera. Mi fermo, un poco a guardar dentro; contemplo i viali, i prati sepolti. Romantica neve! Immacolato candore! Mi pare che il cancello chiuso mi escluda da tutto un passato. Sono rimasto al di fuori. Mi sento triste perché mi so ammalato della più segreta di tutte le malattie, di una malattia quasi vergognosa ai nostri dì, malato di poesia... Come si può vivere con questo morbo?
Si vive così - penso - senza avvenire... e mi incammino... ma un povero vecchietto non lungi di lì, per una piccola moneta mi offre un foglietto rosa. No; ho ancora una possibilità nel futuro: « Da un giuoco che farete con le carte - leggo sul foglietto - comprenderete che la fortuna vi ha serbato una grande sorpresa apportatrice di ogni felicità».
Sta bene; so dove rivolgermi. C'è in via Disciplini una donna che tira su i punti delle calze e predice la sorte. Speriamo che sul tavolo di cucina della cartomante si disponga per me on fioriment e cioè una serie di fiori.

Delio Tessa, da "Ore di città" (1938-39), ed Scheiwiller 1984 pag.84

(la foto di Cicetta nella neve è mia)

lunedì 25 febbraio 2019

Ishiguro, Crooner

L'ho letto in meno di un'ora; le pagine sono sessanta ma ci sono tante illustrazioni. I personaggi sono quattro: un cantante americano sul viale del tramonto  e in cerca di rilancio; la donna che molti anni prima l'ha sposato essenzialmente per acquisire un superiore status sociale, un giovane musicista di un non ben identificato paese dell'area comunista europea, dissolta dopo la caduta del muro di Berlino e infine Venezia, o meglio, la Venezia mondana dei caffè di piazza San Marco e quella più intima dei canali e delle calli più silenziose. L'ho letto in meno di un'ora ma continuo a pensarci, forse perchè sorpresa dal valore paradigmatico che Ishiguro ha saputo dare alla situazione che ha costruito e ai personaggi che l'hanno animata, non ultima Venezia.

qui un estratto di "Crooner"




sabato 23 febbraio 2019

Avere un piccione


(on line, senza indicazioni)
Ho un piccione nero, modenese, un torraiolo marca «sottobanca», palpebra rossa, ciuffo capriccioso, gambe piumate. Pesa più di un chilo ed è capace di ingozzare straordinarie quantità di soia, girasole, ravizzone, veccia, favino, lenticchie, piselli, riso, granoturco, orzo, sorgo, miglio, frumento, scagliola, canapa e lino (naturalmente quando vado al consorzio e gli compero il «paniere»). Il più delle volte passeggia disperato sul vecchio tavolo del terrazzo battendo con il becco contro i vetri per dirmi che l’avanzo di pastina non è di suo gradimento, che il pane sbriciolato sa anche lui dove trovarlo, o che la trippa non è da piccioni. Non so nemmeno se è maschio o femmina. L’avevo comprato tre anni fa insieme a un altro ragazzo (o ragazza) della sua razza perché facessero i «giovanini» che io poi mi sarei mangiato. Grassi, teneri, squisiti. Il partner è scomparso; niente «giovanini», niente famiglia.
Attualmente vive con dei bru bru milanesi che vengono dalla chiesa di S. Angelo e dalla Questura. E' controllato, spiato, probabilmente sedotto. Difende il suo poco cibo con accanimento e disperazione contro quei due o tre coinquilini fissi, forse parenti, che stanno tutto il giorno a spiare dalla grondaia. E non riesce a fare razza. Gli sghembi piccioni di Milano devono possedere una forza genetica incredibile. La mala erba estirpa quella buona, si diceva una volta. Potrei mangiarlo, ma come si fa a mangiare un piccione nero che guarda dalla finestra per vedere se noi a colazione abbiamo per caso lenticchie?

(Giovanni Gandini, da "Caffè Milano". Edizioni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987 pag.108)








giovedì 21 febbraio 2019

Mai fidarsi del vento

(illustrazione del 1904)


«Wer baut auf Wind, baut auf Satans Erbarmen!»
(Chi fa conto sul vento, fa conto sulla compassione di Satana)



Il buon Daland, esperto navigatore norvegese, sta tornando a casa e ha già avvistato il porto della sua città dove lo aspetta la figlia Senta; ma il vento improvvisamente cambia e lo costringe a tornare in alto mare. E' qui che incontrerà una nave apparsa all'improvviso, ed è grazie a quel vento (o per colpa di quel vento?) che farà amicizia con il comandante di quella nave, un ricco straniero sconosciuto.
Siamo proprio all'inizio dell'Olandese Volante (Der fliegende Holländer, "Il vascello fantasma" nelle prime edizioni italiane) di Richard Wagner, opera che riprende un'antica leggenda marinara. Il misterioso ospite, che finirà per chiedere la mano di Senta, è infatti un ospite spettrale e leggendario: il navigatore che, dopo aver sfidato il vento e il mare bestemmiando, è condannato a vagare in eterno. Ogni sette anni però può tornare umano, lui e i suoi marinai sul loro vascello, e deve sperare di trovare una donna che dimostri amore per lui.
Così dice la leggenda, e il giovane Wagner (siamo tra il 1839 e il 1841) ne trae la musica perfetta per una storia di fantasmi di quelle da brividi. Difficile fare di meglio: qualcosa di simile lo aveva già fatto Carl Maria von Weber pochi anni prima, con "Der Freischütz" (Il Franco Cacciatore), sempre ad altezze formidabili quanto alla musica, ma nella foresta e non nel mare; del Cacciatore Nero e delle pallottole stregate però parlerò un'altra volta, per intanto metto qui l'inizio dell'Olandese Volante e qui il coro dei fantasmi (contrapposto a quello giocoso dei marinai norvegesi, che vorrebbero invitarli alla festa), senza dimenticare (qui) la ballata di Senta.






martedì 19 febbraio 2019

Piedi di cristallo e mani di indurita neve





e non ebbero fatti venti passi quando, dietro un masso, videro un giovane seduto ai piedi di un frassino, vestito da contadino, del quale per il momento non potevano scorgere il viso perché si stava lavando i piedi in un ruscello che lì presso correva, e perciò lo teneva chinato; ed essi gli si avvicinarono così silenziosamente che egli non li udì, intento com’era, a lavarsi i piedi, che erano tali da sembrare due pezzi di bianco cristallo spuntati fra mezzo i ciottoli del fiume. Li stupì la bianchezza e la bellezza di quei piedi, sembrando loro che non fossero fatti a calpestar zolle di terra, né a seguire un aratro e dei buoi ( … ). Il giovane si tolse il berretto e si mise a scuoter la testa da una parte all’altra e a quel gesto si andarono sciogliendo e spargendo dei capelli che i raggi del sole avrebbero potuto invidiare. Così si resero conto che quello che sembrava un contadino era invece una donna ( … ). I lunghi e biondi capelli non solo le ricoprivano le spalle, ma ne nascosero tutta la persona, e se non fosse stato per i piedi, nient’altro si sarebbe visto di lei , tanti e tali erano. E a questo punto, le fecero da pettine delle mani tali, che se i piedi nell’acqua erano parsi cristallo, le mani tra i capelli parvero di indurita neve.

Da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes ed. Einaudi


( Il dipinto è di John William Waterhouse )

domenica 17 febbraio 2019

Ferro


Tutte le stelle catalizzano fino al ferro, che è la cenere ultima delle reazioni termonucleari; o bruciano direttamente l'idrogeno fino a divenire ferro. Se io prendo questo piatto, dice Freeman Dyson, e lo lascio qui per un tempo immenso, dieci alla trenta anni, anzitutto assumerà una forma sferica, perché la forza reciproca di gravità delle varie parti dell'oggetto induce transazioni atomiche lente, per cui un atomo si muove sempre di più verso il baricentro dell'oggetto. Su tempi così lunghi qualsiasi oggetto è praticamente liquido e prende una forma sferica: non esistono oggetti rigorosamente solidi. Su un tempo ancora più lungo c'è sempre una probabilità piccolissima ma finita di catalisi delle reazioni termonucleari, per cui nuclei contigui ma non sovrapposti di atomi diversi possono fondersi e dare luogo al ferro con sviluppo di energia. Un corpo del genere sviluppa sempre un po' di energia, convertendosi lentamente in ferro. Così l'universo si riempie di biglie di ferro: la Luna diventa una biglia di ferro, e altrettanto fanno la Terra e i pianeti.


(il fisico Tullio Regge, da "Dialogo" di Primo Levi e Tullio Regge, ed. Comunità / Oscar Mondadori 1984, pag.50)



(illustrazione da un libro dell'astronomo Thomas Wright, 1750)


venerdì 15 febbraio 2019

Golaud


- Je ne pourrai plus sortir de cette forêt...
(Golaud, l'inizio di "Pélléas et Mélisande" di Debussy)

 
(Gustav Klimt, 1903, dettaglio)


E' un archetipo potentissimo, e antico come i nostri sogni: perdersi e non trovare più l'uscita. Nell'opera di Materlinck, messa in musica da Debussy, si parte da una battuta di caccia: una bestia ferita e il cacciatore che si spinge così avanti nel cercare la vittima da perdere la strada. Ma molte volte è qualcosa di reale, di più che tangibile anche per tutti noi: capita a tutti, infatti, di passare dei momenti così. "Non riuscirò più ad uscire da questa foresta", dice il cavaliere Golaud, che invece nella foresta troverà una via d'uscita nella piccola Mélisande. Ma, anche questa, è soltanto un'illusione: in realtà in quella foresta non c'erano vie d'uscita, dalla foresta oscura Golaud non uscirà mai. Il resto, quello che accade nel frattempo, anche la nostra vita, è soltanto illusione.


qui per l'opera di Debussy