sabato 24 giugno 2017

Campanella


Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico; ed io imparo più dall’anatomia d’una formica o d’una erba (lascio quella del mondo mirabilissima) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mo’, dopo ch’imparai a filosofare e legger il libro di Dio: al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati ad a capriccio, e non secondo sta nell'universo libro originale. E questo m’ha fatto legger tutti autori con facilità e tenerli a memoria, della quale assai dono mi fe’ l'Altissimo; ma più insegnandomi a giudicarli col riscontro del suo originale.

Tommaso Campanella, lettera a monsignor Antonio Quarengo, pag.187 di "La città del sole e altri scritti", ed. Oscar Mondadori 1991


(disegno di Joris Hofnägel)

giovedì 22 giugno 2017

Annunciazione


" L'Annunciazione di Lorenzo Lotto era la mia preferita, con la Madonnina provinciale che abbandona il libro sul leggio e volta le spalle all'angelo, quasi volesse scappare, impaurita al pari del gatto. Non era solo il registro intimistico ad attrarmi, era soprattutto la paura delle responsabilità, ciò in cui mi identificavo e contro cui lottavo. "

Sergio Garufi, Il nome giusto, ed. Ponte alle Grazie



martedì 20 giugno 2017

Dino Buzzati

Un cane. Ha il pelo lungo. E' nero. Ha un aspetto mite e pensieroso. Assomiglia stranamente a Spartaco, il barbone che avevo una quindicina d'anni fa. La stessa sagoma, la medesima andatura, l'identico volto rassegnato. Assomiglia? Altro che assomigliare. E' lui in persona, Spartaco, vivo simbolo di stagioni lontane che adesso sembrano felici.
Mi viene proprio incontro, mi fissa con il profondo pesante sguardo che hanno i cani, pieno di ansie e di rimproveri. Fra poco, già lo immagino, mi salterà addosso con mugolii di gioia. Invece, quando è a due metri e io allungo la mano per accarezzarlo, lui scivola via, estraneo, e si allontana.
- Spartaco! - grido - Spartaco!
Ma il cane non risponde, non si ferma, non volta neanche il muso. Lo vedo, pecorella nera, rimpicciolire, dietro e fuori i successivi aloni dei fanali. «Spartaco!» chiamo ancora. Niente. Troc troc. Adesso non lo si vede più.

(Dino Buzzati, da "La città personale", numero 41 dei "Sessanta racconti")


(disegno di Dino Buzzati: è uno dei suoi cani)

domenica 18 giugno 2017

come i ricci fanno scorta di mele





Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele.

Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa.
Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.

Antonio Gramsci ( da una lettera al figlio Delio )
in Antonio Gramsci, Fiabe, ed Clichy

venerdì 16 giugno 2017

Mkrgnao


(...) Un'altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava lì, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta impettita girò attorno a una gamba dei tavolo con la coda ritta. - Mkgnao! 
- Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco.La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr.
Mr. Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia. - Latte per la miciolina, disse. - Mrkgnao! piagnucolò la gatta.
 Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche. Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre? No, mi salta benissimo.
- Ha paura dei polli, lei, - disse canzonatorio. Paura dei pìopìo. Mai vista una miciolina così sciocchína. Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia. - Mrkrgnao! disse forte la gatta.Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti biancolatte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l'avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s'avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.- Grr! esclamò lei e corse a lambire. Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse. Tese l'orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca pura. Giovedi: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzìno di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l'acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi.



Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No. Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito. Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina. Forse però: una volta tanto. Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:- Vado qui all'angolo, torno tra un minuto. Udita la sua voce dir questo soggiunse:- Vuoi niente per colazione?  Un debole grugnito assonnato rispose:- Mn.No.
Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d'ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po' di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l'ha pagato suo padre. (...)

( James Joyce, "Ulisse"; nella traduzione di Giulio de Angelis, ed. Mondadori, a cura di Giorgio Melchiori. )



Questo è il primo momento in cui incontriamo Mr.Bloom. Leopold Bloom è a casa sua, è mattino presto e sta preparando la colazione per la moglie: che si chiama Molly, è a letto e dorme ancora.


( Le immagini vengono da "The long goodbye" di Robert Altman, con Elliott Gould )

(la foto della gattina nostra contemporanea è mia) (in esterni, non viene in casa)




mercoledì 14 giugno 2017

Bucoliche


BUCOLICHE
(Virgilio Gauna?)
da "Golem L'indispensabile", on line 2001-2003...

1.
Il soffio dell'oca
fa rima col gatto:
quell'oca boriosa
infuriare ho fatto.
Si gonfia e la temo:
non è che son scemo,
è un'oca assai grossa,
da rabbia commossa.
Apre le ali e soffia
s'avanza con grande sdegno
teme che il mio disegno
la porti giù nella fossa.
Non sa che non lei cercavo;
e chi cercavo non trovo
suono e risuono invano
mi siedo e di qui non mi muovo.



2.
Il tacchino impettito s'avanza,
fa la ruota, che questa è l'usanza,
o in terra raspa e borbotta glu glu.
E' una pita che ruota e gloglotta,
che ti guarda curiosa e rimbrotta,
non capisce quel tuo portamento:
chi ti credi, il padrone del mondo?
E' perplesso il pennuto, e sbadiglia;
poi col becco una piuma assottiglia
e i bargigli gli vanno su e giù.
Questa porta, in campagna, m'aprite,
che continuo ad andare su e giù?
Che già l'aia tre volte ho percorsa,
che tre volte già il cane m'abbaia,
quante bestie ci son qui nell'aia.



3.
La gallina. E quello lì è il gallo.
Di pulcini ne vedo una frotta,
questo è nero e quello lì è giallo.
Il tacchino, quell'oca boriosa,
che ora tace e ormai più non m'assale;
di lontano grugnisce il maiale
e le vacche son giù nella stalla.
Oramai la conosco a memoria,
questa casa colonica gialla.
Chi vi abita è cara persona,
e che sempre più spesso mi manca.
Io son stato assai tempo lontano,
ora torno e ci porto pazienza.
(saran fuori a comprar la semenza?)
(sono forse già andati a Piacenza?)


4.
Passavo il mio tempo seduto nel prato,
vedevo le cose perdute, pensavo al passato.
Sapevo, dovevo, seduto nel prato,
pensavo, guardavo, sentivo, volevo.
Il buco d'un grillo, là presso un batrace
pian piano li vedo, ne sono capace,
ci vuole pazienza e poi il mondo appare.
E le cavallette, le mille formiche,
le piante ben verdi, le tante lumache,
un'ape che vola e si posa pian piano.
Mi sveglio, mi desto, cos'è che mi chiama?
La voce è lontana ma poi s'avvicina -
che bello, è arrivata, è lei che mi chiama.
Che faccio nel prato, mi chiede e sorride:
anch'io son perplesso, m'abbraccia e mi bacia...
allargo le braccia e insieme a me ride.
(Il sole, là in alto, fa finta ma vede)
(statistica su Palomar di Calvino, cds 12.11.01)

(l'oca è di Jan Asselyn, 1650; i tacchini sono di Charles Courtney Curran; le galline sono di Hans Thoma; il disegnino infantile è mio)

lunedì 12 giugno 2017

Il filtro di Puck e la ninna nanna di Benjamin







Sono tante le citazioni e le riscritture teatrali , cinematografiche  qui ) e musicali di Sogno di una notte di mezza estate. Per fare un solo esempio, la marcia nuziale a tutti familiare non è altro che uno dei momenti dell' Ein Sommernachtstraum di Felix Mendelssohn Bartholdy . Anche Benjamin Britten ha scritto una meravigliosa versione della celebre opera shakespeariana. Mi è ritornata in mente leggendo le pagine che Alex Ross dedica al compositore inglese nel suo Il resto è rumore

sabato 10 giugno 2017

Orso


Basilea, 7 ottobre 1934
E' tempo di mettere insieme le impressioni lasciate in me dalla personalità di Jung in questi pochi giorni, tempo di tirare le somme, di scoprire il ritratto. Ed é un ritratto in piedi, nel modo più assoluto, perché è in piedi che lo rivedo, mentre parla e insegna. Viene subito alla mente la parola "statura", oppure il tedesco "Gestalt ". Jung non è uomo da tavolino, da studio: è una forza.
Spicca nella mia memoria uno degli aneddoti dei quali costella le sue lezioni. Spero di non rovinarglielo citandolo a memoria.  Risale al suo soggiorno presso una tribù di indiani pueblo, i quali, per identificare uno straniero, anziché chiedergli il passaporto si pongono la domanda: «Che animale è? ». Come a dire: «Quale è il suo totem?», e si mettono a osservarlo, perché appartenere a un totem equivale a essere quell’animale totemico: talmente forte é la "partecipazione", talmente pervaso é un uomo dal suo animale sacro, che basta guardarlo muoversi e agire e vivere per riconoscerlo. Quando lo straniero proviene da qualche tribù vicina, il gioco è abbastanza facile, a quanto pare; ma nel caso dell’uomo bianco, che è così estraneo alla loro esperienza, la faccenda è molto più complicata. Jung era al corrente, attraverso l'interprete, dell'imbarazzo dei suoi ospiti per non essere riusciti a identificarlo. Comunque, poiché aveva saputo meritarsi la loro fiducia, un giorno fu invitato a visitare il piano superiore della casa, un segno di stima e di benvenuto.

mercoledì 7 giugno 2017

The cuckoo

La prima sorpresa, per noi che non siamo inglesi, è di trovare il cuculo come femmina: "she is a pretty bird". Non è un errore perché la dizione è nitidissima, impossibile sbagliare, e poi si continua: "she sings as she flies", eccetera. Capita spesso, saltando da una lingua all'altra, di trovare di queste sorprese, che ci spiazzano e non poco: in inglese la volpe è maschio (nelle traduzioni poi si fanno i salti mortali per trasportare qui da noi volpi maschio come Robin Hood o come i calciatori del Leicester, "The Foxes"), in tedesco il Sole è femminile e la Luna è maschile, e chissà quanti altri esempi si potrebbero fare. Il cuculo, pardon: "the cuckoo", di questa canzone inglese è un altro degli avvertimenti alle giovani trasmessi attraverso la musica e la storia è quella di una ragazza riempita di promesse da un uomo, che poi se ne è andato. L'inglese è più o meno quello di Shakespeare (notare la terza persona dei verbi: draweth, singeth...), e la ragazza di questa canzone è parente stretta della Ninfa di Monteverdi, "Lamento della Ninfa", dal Libro Ottavo dei Madrigali:

un clic qui per l'ascolto

« Amor, » dicea, (...)
« Dove, dov'è la fe'
che 'l traditor giurò ?
Fa' che ritorni il mio
amor com'ei pur fu,
o tu m'ancidi,
ch'io non mi tormenti più.
Non vo' più ch'ei sospiri
se non lontan da me,
no, no, che i martiri
più non darammi affè.
Perchè di lui mi struggo,
tutt'orgoglioso sta,
che sì, che sì se 'l fuggo                                                                
ancor mi pregherà ?
Se ciglio ha più sereno
colei che 'l mio non è,
già non rinchiude in seno
amor si bella fè.
Nè mai si dolci baci
da quella bocca havrai,
nè più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai. »
(testo di Ottavio Rinuccini)

"The cuckoo" è affidato ai Pentangle, da "Basket of Light": accanto alla voce infallibile di Jacqui Mc Shee, questa volta spiccano le percussioni di Terry Cox e soprattutto il basso (contrabbasso) di Danny Thompson.
Un clic qui per l'ascolto

The cuckoo
(traditional)
The Cuckoo she is a pretty bird,
she sings as she flies.
She bringeth good tidings,
she telleth no lies
She sucketh white flowers
for to keep her voice clear
And she never sings "cuckoo"
till summer draweth near.
As I was a-walking
and talking one day
I met my own true love
as he came that way
Though the meeting was pleasure,
though the courting was a woe
for I've found him false hearted,
he'd kiss me, and then he'd go.
I wish I was a scholar
and could handle the pen.
I'd write to my lover
and to all roving men
I would tell them of the grief and woe
that attend on their lies
I would wish them have pity
on the flower, when it dies.
I wish I was a scholar
and could handle the pen.
I'd write to my lover
and to all roving men
I would tell them of the grief and woe
that attend on their lies
I would wish them have pity
on the flower, when it dies.
As I was a-walking
and talking one day
I met my own true love
as he came that way
Though the meeting was pleasure,
though the courting was a woe
For I've found him false hearted,
he'd kiss me, and then he'd go.
The Cuckoo is a pretty bird,
she sings as she flies.
She bringeth good tidings,
she telleth no lies
She sucketh white flowers
for to keep her voice clear
And she never sings "cuckoo"
till summer draweth near.

(il dipinto è di Botticelli ) ( qui )

lunedì 5 giugno 2017

Fedora



disegno di Moebius


Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginando di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.

Italo Calvino, Le città invisibili

sabato 3 giugno 2017

Cecov


Discendemmo, mia moglie e io, verso la gora del mulino e ritirammo la rete che Stepàn aveva messo il giorno prima in nostra presenza. Vi si dibatteva un grosso pesce persico e, drizzando le sue chele in aria, si ergeva un gambero.
- Ributtali nell'acqua, - disse Mascia - che siano felici anche loro!

(Anton Cecov, I racconti, secondo volume  ed. Garzanti, pag.1037 - La mia vita)

giovedì 1 giugno 2017

la voce degli alberi

fotogramma di “Fitzcarraldo” di Werner Herzog ( fonte )


Per gli abitanti del bosco quasi ogni specie di albero possiede, accanto al proprio aspetto, una sua propria voce. Al passaggio della brezza, gli abeti singhiozzano e gemono dondolandosi; l'agrifoglio sibila battendo contro se stesso; il frassino fischia e rabbrividisce; il faggio stormisce mentre i suoi rami lisci si alzano e si abbassano. E l'inverno, pur modificando la voce d'ogni singolo albero facendone cadere le foglie, non ne distrugge l'individualità.

Thomas Hardy, Sotto gli alberi

un clic qui




martedì 30 maggio 2017

Silence, and deeper silence


 Silence, and deeper silence,
when the cricket hesitate.
(Leonard Cohen, summer haiku da "The spice box of earth", Virgin Press 1965)

silenzio, e più profondo silenzio,
quando anche il grillo esita.
(haiku d'estate, da un libro di Leonard Cohen, trovato on line)

(dipinto di Winslow Homer, 1865)

domenica 28 maggio 2017

Saltapicchio e Trottalemme



Saltapicchio (nell'originale "Jolly Jumper") è il cavallo di Lucky Luke, Trottalemme è il cavallo di Cocco Bill. Si sa che i cavalli degli eroi dell'epica hanno sempre un nome: Bucefalo, Baiardo, Ronzinante, fate voi l'elenco completo.
Sono due cavalli sapienti, pensanti e parlanti: o, quanto meno, con noi lettori parlano eccome. Saltapicchio è belga, autori Morris e Goscinny; Trottalemme è invece completamente di mano di Benitone Jacovitti, disegni e parole.

venerdì 26 maggio 2017

Pulcino bagnato

Era giunto il grande momento: per ventinove giorni avevo covato le mie venti preziose uova di oca selvatica; o meglio, io stesso le avevo covate solo negli ultimi due giorni, affidandole per quelli precedenti a una grossa oca domestica bianca e a un’altrettanto grossa e bianca tacchina che avevano assolto il compito molto più affettuosamente e adeguatamente di me. Solo negli ultimi due giorni io avevo tolto alla tacchina le dieci uova biancastre, ponendole nella mia incubatrice (mentre l'oca domestica doveva covare fino alla fine le sue dieci uova). Io volevo spiare ben bene il momento in cui sarebbero sgusciati fuori i piccoli, e ora quel momento fatidico era arrivato.

mercoledì 24 maggio 2017

Una corsa mozzafiato

I postiglioni ce la misero tutta con fruste e speroni; i camerieri gridarono, gli stallieri li incitarono e schizzarono via a tutta velocità.
«Bella situazione, - si mise a pensare Mr.Pickwick non appena ebbe un attimo di tempo per pensare - Bella situazione per il presidente generale del Circolo Pickwick. Carrozza umida, cavalli bizzarri, quindici miglia all'ora... e tutto questo a mezzanotte!»
Durante le prime tre o quattro miglia, troppo intenti a riflettere ciascuno per proprio conto per aver voglia di rivolgersi al compagno, i due non fiatarono. Ma, percorso quel bel tratto di strada, con i cavalli che ormai ben riscaldati cominciavano ad andare davvero di ottima lena, Mr. Pickwick, eccitato dalla velocità della corsa, si sentiva troppo su di giri per restarsene ancora muto come un pesce.
«Li prenderemo di sicuro» esordì.
«Lo spero» rispose l'altro.
«Bella notte» continuò Mr.Pickwick guardando la luna che riluceva splendente.
«Un guaio per noi! Hanno tutto il vantaggio della luna piena per staccarci e noi lo perderemo: fra un'ora tramonterà.»
«Brutto affare correre a questa velocità nel buio!»
«Direi proprio di sì», rispose l’altro in tono secco.
Nel riflettere sui guai e i pericoli di quella spedizione nella quale si era imbarcato in modo tanto precipitoso, Mr. Pickwick sentì smorzarsi l’esaltazione che per un po’ lo aveva eccitato. A distoglierlo dai suoi pensieri venne l’urlo del cocchiere di testa.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il primo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il secondo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», strepitò Mr Wardle sporgendosi con la testa e mezzo corpo fuori del finestrino per unirsi al coro con quanto fiato aveva in gola.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», incalzò Mr. Pickwick accollandosi l’onere di quell’urlo di cui peraltro ignorava finalità e significato. E nel bel mezzo degli iuùiuù di tutti e quattro la carrozza venne a fermarsi.
«Che succede?», si informò Mr Pickwick.
«Il casello del dazio -, spiegò il vecchio Wardle - Ci diranno qualcosa dei due fuggitivi».
(Charles Dickens, Il circolo Pickwick, pag.150 ed. Garzanti 2003, traduzione di Gianna Lonza.)

 

lunedì 22 maggio 2017

Dio salvi i corvi della regina





" ... Come gli sentirono dire queste cose, lo presero tutti per pazzo; e per meglio sincerarsene, e rendersi conto di che genere di pazzia fosse il suo, Vivaldo tornò a chiedergli che cosa s'intendesse in realtà per cavalieri erranti.  - Non hanno letto  lor signori - rispose don Chisciotte - gli annali e le storie d'Inghilterra in cui sono trattate le gesta del re Arturo, che noi comunemente nel nostro volgare castigliano chiamamo il re Artù, intorno al quale esiste in tutto il regno di Gran Bretagna l'antica leggenda che quel re non sia morto, ma che per virtù di incantesimo si sia convertito in corvo, e che col volgere degli anni dovrà ritornare a regnare, riconquistando il suo regno e lo scettro? Tant'è vero che da quel tempo ad oggi non si troverà un solo inglese che abbia ucciso mai un corvo."    


da  Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes  Ed. Einaudi

sabato 20 maggio 2017

Lepre marzolina

(...) nel mezzo della radura c'è una lepre grande e grossa che se ne sta lì ferma, voltandoci le spalle, con le orecchie ritte che formano una grossa V, evidentemente tutta tesa nella vista e nell'ascolto di qualcosa che è lì, non molto lontano, al margine opposto del bosco. Poco dopo infatti si scorge da quella parte un'altra lepre, non meno grossa, che lenta e dignitosa avanza a grandi salti verso la prima. Segue allora una specie di contegnosa presentazione reciproca, non dissimile dal cerimonioso incontro di due cani che non si conoscono ancora.
 Ben presto però ha inizio una scena singolare: le due lepri incominciano a inseguirsi in un cerchio strettissimo, la testa dell’una contro la coda dell’altra. Poi, d’un tratto, tutta questa tensione accumulata sfocia nella lotta; e, come quando scoppia una guerra fra gli uomini, accade anche qui che le ostilità si scatenino proprio quando l’osservatore, dopo aver assistito tanto a lungo alle reciproche minacce delle due parti, era giunto alla conclusione che nessuna delle due avrebbe osato passare ai fatti.  Le due lepri si fronteggiano erette sulle zampe posteriori, e con quelle anteriori se le danno di santa ragione. Poi spiccano dei salti altissimi, e fra squittii e brontolii tirano dei calci spaventosi con le zampe posteriori, con tale velocità che senza una ripresa al rallentatore non si può afferrare il meccanismo di questi movimenti. Ora per il momento ne hanno abbastanza, e ricominciano a rincorrersi, solo assai più rapidamente di prima. Seguono poi nuove azioni belliche, ancora più aspre. I due avversari sono talmente immersi nel duello che io con la mia figlioletta posso farmi ancora più vicino, pur non riuscendo a evitare qualche rumore. Qualsiasi lepre normale e ragionevole ci avrebbe già uditi da un pezzo, ma notoriamente a marzo la lepre è pazza, e in inglese c’è addirittura la locuzione "mad as a March hare". Il torneo delle lepri è talmente comico che, nonostante sia stata severamente educata a mantenere il silenzio più assoluto durante l'osservazione degli animali, la mia figlioletta non riesce a reprimere un piccolo scoppio di risa. Questo naturalmente è troppo, anche per le lepri marzoline: due guizzi in due diverse direzioni e la radura é di nuovo deserta, ma al suo centro ondeggia ancora, lieve come semi di salice, un grosso fiocco di lana di lepre.


(Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone, pag.132 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz)


(il disegno è di John Tenniel; la foto delle lepri non portava indicazioni)