lunedì 19 agosto 2019

Carillon ( IV )





qui

Celestial carillon della Compagnia Trans Express

( esibizione del 19 gennaio 2019 a Matera )

sabato 17 agosto 2019

Tuona


(Pierre Delvaux, 1935)
"Tuona," mi dicono; e io ogni volta aggiungo (ma dentro di me, mentalmente) "...e pioverà tra poco". Per fortuna vostra, io non canto: ma certe precise parole mi risvegliano subito la musica, e poi è difficile che la musica se ne vada via, mi tiene compagnia per tutta la giornata e magari anche l'indomani. E' una bella compagnia, s'intende: Giuseppe Verdi in uno dei suoi momenti più grandi.
E' l'ultimo atto del Rigoletto: a dire queste parole sono Maddalena e Sparafucile, sorella e fratello. Lui è un killer a pagamento, lei adesca le vittime con la sua bellezza. Ad assoldare il killer è stato proprio Rigoletto, che sarà poi beffato dal destino. Siamo subito dopo il famoso quartetto, e sta arrivando un temporale dentro una notte già molto cupa.
Una parte della critica ha da ridire su questa musica di Verdi, e anche su altri suoi momenti: anche a me verrebbe da dire "sì, ma" però poi dentro a quel temporale ci finisco anch'io, sembra un temporale vero anche se fatto con pochi mezzi. Quando ci si sposta all'aperto, alla fine dell'opera, ed è ancora notte fonda, sembra di sentirsi cadere addosso le ultime gocce di pioggia.
E' anche un'occasione per ascoltare, o riascoltare, uno dei capolavori del teatro e della musica. Ho scelto l'edizione diretta da Arturo Toscanini (qui)per me ancora inarrivabile.




giovedì 15 agosto 2019

Un caldo inelegante


(Kate Greenaway, 1897)


What dreadful hot we have! It keeps me in a continual state of inelegance.
(Jane Austen, lettera alla sorella datata 18.9.1796; trovato on line)
(Che caldo terribile abbiamo! Mi tiene in un continuo stato di ineleganza)




martedì 13 agosto 2019

I soffi esitanti



Così, con tutte le luci spente, la luna tramontata e una pioggerellina che tamburellava sul tetto, cominciò un diluvio di tenebra immensa. Sembrava che niente potesse sopravvivere all'inondazione, alla profusione di tenebra che, insinuandosi nelle serrature e nelle fessure, penetrava attraverso le persiane, entrava nelle camere, inghiottiva qui una brocca e un catino, là un vaso di dalie rosse e
gialle, lì gli angoli vivi e la struttura massiccia di un cassettone. Non solo i mobili erano scomparsi: non era rimasto quasi più nulla del corpo e della mente da cui si potesse dire «E' lui» oppure «E' lei». A volte una mano si levava come per afferrare qualcosa o difendersi da qualcosa, oppure qualcuno gemeva, o rideva forte come scherzando con il nulla. Niente si muoveva in salotto o nella sala da pranzo o sulle scale. Solo attraverso i cardini arrugginiti e il legno gonfio di salsedine, certi soffi, staccati dal corpo del vento (dopo tutto la casa cadeva a pezzi), si insinuavano dagli angoli e si avventuravano all'interno.



Quasi si potevano immaginare, mentre entravano in salotto e si chiedevano, stupiti, giocherellando con un pezzo di carta da parati, resisterà ancora per molto, quando si staccherà? Poi sfiorando leggeri le pareti, passavano oltre pensosi come se chiedessero alle rose rosse e gialle sulla carta da parati se sarebbero appassite, e interrogando (con calma, perché avevano tempo a disposizione) le lettere strappate nel cestino della carta straccia, i fiori, i libri, che ora erano aperti e chiedendo loro Erano amici? Erano nemici? Quanto avrebbero resistito? Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave vagante, o dal Faro stesso, con l‟impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire e scomparire, quello che c'è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto stanco, sarebbero scomparsi.

 (...)


E così, facendosi strada, frugando, andarono alla finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e soffiarono un po‟ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.
Così, con la casa vuota e le porte chiuse e i materassi arrotolati, quei soffi dispersi, avanguardie di grandi eserciti, irruppero, spazzarono nude tavole, morsero e soffiarono, senza incontrare niente in camera da letto o in salotto che resistesse loro validamente, ma solo brandelli che si staccavano, legno che scricchiolava, nude gambe di tavoli, pentole e porcellane già incrostate, annerite, spaccate.
Quello che era stato usato e poi lasciato —un paio di scarpe, un berretto da caccia, qualche gonna scolorita e le giacche nell'armadio —solo quello manteneva la forma umana e nel vuoto indicava come un tempo era stato pieno e animato; come un tempo le mani si erano date da fare con ganci e bottoni; come un tempo lo specchio aveva ospitato un volto; aveva ospitato un mondo cavo nel quale una figura si era voltata, una mano era comparsa, la porta si era aperta, i bambini erano entrati di corsa scontrandosi; ed erano tornati nuovamente fuori. Ora, giorno dopo giorno, la luce proiettava, come un fiore riflesso nell'acqua, la sua immagine chiara nel muro di fronte. Solo le ombre degli alberi, volteggiando nel vento, rendevano omaggio sulla parete, e per un momento offuscavano lo stagno in cui si rifletteva la luce; oppure gli uccelli, volando, facevano muovere una macchia vellutata sul pavimento della camera.Così regnavano bellezza e quiete, e insieme plasmavano la forma della bellezza stessa, una forma da cui la vita si era staccata; solitaria come uno stagno di sera, lontano, visto dal finestrino del treno, che svanisce così in fretta che lo stagno, pallido nella notte, a malapena viene privato della sua solitudine, anche se visto. La bellezza e la quiete si dettero la mano nella camera, e tra le brocche velate e le sedie coperte da lenzuola, perfino l'intrusione del vento e il naso soffice delle brezze marine appiccicose, che frusciavano, trapestavano, chiedendo e richiedendo —«Svanirete? Morirete?» —disturbava appena la pace, l'indifferenza, l'aria di vera integrità, come se la domanda che ponevano non necessitasse della risposta: rimarremo.



Niente sembrava in grado di rompere quell'immagine, corrompere quell'innocenza o disturbare il manto fluente di silenzio che, settimana dopo settimana, nella stanza vuota, tesseva nella sua trama le grida cadenti degli uccelli, le navi che suonavano le sirene, il ronzio e il brusio dei campi, l‟abbaiare di un cane, il grido di un uomo, e li ripiegava intorno alla casa in silenzio. Solo una volta un‟asse si ruppe sul pianerottolo; una volta nel mezzo della notte con un boato, con uno strappo —come dopo secoli di sottomissione una pietra si stacca dalla montagna e precipita di schianto a valle —una piega dello scialle si allentò e oscillò avanti e indietro. Poi la pace calò di nuovo; e l‟ombra tremò; la luce si chinò alla sua stessa immagine in adorazione sulla parete della camera; quand'ecco che la signora McNab, squarciando il velo del silenzio con mani che erano state nel catino del bucato, frantumandolo con scarponi che avevano calpestato la ghiaia, entrò, come le avevano detto di fare, per aprire tutte le finestre e spolverare le stanze.

Virginia Woolf, Gita al faro, ed. Bompiani
traduzione di Luciana Bianciardi

Le immagini rappresentano ambienti della Monk's house di Virginia Woolf

domenica 11 agosto 2019

Carillon ( III )



In Fanny e Alexander di Ingmar Bergman  ( info )




Qui


venerdì 9 agosto 2019

Passacaglia


Se l'Amore non recasse che pena, perché allora gli uccelli innamorati canterebbero così tanto?
(dall'Armida di Lully, atto quinto)

(Annibale Carracci, da Wikipedia)
Il mito di Rinaldo e Armida (che diventa Alcina nell'Orlando Furioso) ha ispirato molti dipinti e molta musica. Nella Gerusalemme Liberata, la maga Armida sottrae con le sue arti amorose l'eroe Rinaldo dalla battaglia; Rinaldo per lei depone le armi e dimentica ogni altra cosa. Vengono allora inviati due cavalieri per risvegliare Rinaldo, che riescono nel loro scopo. Al suo risveglio, Rinaldo scoprirà che Armida non è come l'aveva vista fin lì: è meno bella, più vecchia, un incanto che è anche una truffa. Riflettendo su Armida e Rinaldo, e forse anche invecchiando e avendo più pratica della vita, più che una storia di magia mi sembra la storia della fine di un amore: quando un amore finisce, si cominciano a vedere i difetti dell'altra persona. Difetti che c'erano anche prima, ma è l'amore la magia che ce li aveva nascosti. Può essere anche la storia di due innamorati di età diversa: l'età è impietosa, prima o poi i segni dell'invecchiamento arrivano (sia per i maschi che per le femmine) e ci vuole proprio un grande amore per non vederli.

Filosofia a parte, e terminando qui i miei sproloqui, questa è anche una bella occasione per ascoltare o riascoltare la Grande Passacaglia dall'Armida di Lully. Siamo nel quinto atto, verso il finale; è il momento che precede il risveglio di Rinaldo e la disillusione di Armida.
  (qui : il passo cantato è al minuto 6 dall'inizio)

C'est l'amour qui retient dans ses chaines
mille oiseaux qu'en nos bois nuit et jour on entend;
si l'amour ne causait que de peines,
les oiseaux amoureux ne chanteraient pas tant.
(atto V, Armida di Lully, anno 1686, versi di Philippe Quinault)

(è l'amore che tiene nelle sue catene i mille uccelli che nei nostri boschi notte e giorno ascoltiamo; se l'amore non causasse che pene, gli uccelli innamorati non canterebbero così tanto.)




mercoledì 7 agosto 2019

Rubini e smeraldi


(Werner Herzog, Cuore di vetro)
 
Vauquelin aveva scoperto il brillante cromo per caso, in un modesto (anche se raro) campione di carbonato di piombo rosso proveniente dalla Siberia. Come gli altri scienziati dell'epoca, era molto interessato a comprendere cosa conferisse alle pietre preziose i loro caratteristici colori: nella vasta enciclopedia chimica da lui composta assieme al suo mentore Antoine-François de Fourcroy fra il 1786 e il 1815, convenne che il rubino era «la più stimata delle pietre preziose» e notò che i berilli, una classe di gemme che includeva gli smeraldi, potevano presentare tutta una gamma di colori che spaziavano dal blu-verde al « giallo ruggine del miele», aggiungendo che «gli smeraldi migliori vengono dal Perù».
Poco dopo la sua scoperta del cromo, Vauquelin, appena promosso all’incarico ufficiale di saggiatore di metalli preziosi, si sarebbe trovato a frantumare uno smeraldo peruviano con pestello e mortaio e a sciogliere la sua polvere in acido nitrico, nel tentativo di svelare il segreto dell’arcobaleno delle pietre preziose. Riuscì a convertire il residuo in quella stessa sostanza che aveva ottenuto dal minerale siberiano, dimostrando così che l'agente colorante nello smeraldo era il cromo; quindi, procedette evidenziando come anche il rosso del rubino fosse dovuto al cromo. Un’analisi più esauriente, che sarebbe stata possibile soltanto di lì a un secolo, avrebbe infine spiegato il motivo per cui queste gemme sono apprezzate fin dall’antichità. Il rosso profondo dei rubini e il limpido verde degli smeraldi costituisce solo una parte della ragione del loro fascino: l’altra è che il cromo presente in entrambe le pietre brilla di una fluorescenza rossa, così che al loro interno sembra guizzare una fiamma.

(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)




lunedì 5 agosto 2019

Smeraldi e berillio


(Werner Herzog, Cuore di vetro)

Vauquelin tornò quindi ad analizzare i berilli più nel dettaglio, scoprendo che erano composti da un certo numero di sostanze minerali basiche; il costituente fondamentale era la silice, o diossido di silicio, presente nella sabbia, nel quarzo e nell’ametista; l’allumina costituiva gran parte del resto. Questa forma cristallina di ossido di alluminio è l’ingrediente principale del corindone, di cui sono fatti rubini e zaffiri. A questo punto Vauquelin si rese conto che c’era anche un nuovo ossido che prima era sfuggito all'individuazione per via della sua somiglianza agli altri; una volta isolato e purificato questo ossido rivelò di fatto una proprietà singolare: era dolce al gusto, ragion per cui Vauquelin decise di chiamarlo «glucina». Il nuovo elemento metallico che questo ossido doveva contenere venne pertanto designato come «glucinio», anche se ci sarebbero voluti altri trent'anni prima che qualcuno riuscisse di fatto a produrlo. (Anche lo zirconio, un altro nuovo elemento scoperto in modo simile nelle pietre di zircone da un amico tedesco di Vauquelin, Martin Klaproth, nel 1789, dovette attendere più di trent’anni prima di essere isolato da Berzelius nel 1824.) In seguito, emerse che la glucina non era l’unico composto metallico ad avere un gusto dolce: venne così ribattezzata berillia, e l’elemento a essa associato ricevette il nuovo nome di berillio.

Chi era in cerca di tesori avrà accolto con disappunto le notizie di questi esperimenti che, contrariamente a quanto lasciava sperare una certa mentalità alchimistica, avevano dimostrato che anche le gemme più preziose non contenevano nessuna essenza dalla natura straordinaria. A differenza degli sporchi minerali, da cui si potevano trarre metalli splendenti, questi cristalli perdevano tutto il loro valore quando venivano trattati in laboratorio: solo due anni prima degli esperimenti di Vauquelin con smeraldi e rubini, il chimico inglese Smithson Tennant aveva bruciato un diamante fino a ridurlo a nulla, dimostrando così che non era costituito da qualche elemento esotico ma solo di comune carbonio.

(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)

(una piccola nota a margine: Berillo è il minerale da cui si estraggono gli smeraldi, Berillio è invece l'elemento chimico identificato successivamente in quel minerale)

per la natura dei diamanti, magari può interessare qui


sabato 3 agosto 2019

Coccinelle


Il vero problema, a guardar bene, sono le vespe. Per il resto, stare qui sotto il pesco (il pesco dell'amaca di Ciccetta) è un ottimo punto d'osservazione. Per esempio, adesso è pieno di coccinelle e di larve di coccinella (vedi qui), le coccinelle adulte le soffio via e se ne vanno volando, le larve bisogna togliersele di dosso con cautela, non perchè siano pericolose ma per evitare di romperle (posso dire però che sono molto robuste e flessibili). Le larve di coccinella, carnivore come gli adulti (nel senso che si nutrono di altri insetti) mangiano anche i resti del pranzo delle gatte; sono talmente piccole che anche una gocciolina basta e avanza, e per questo le trovo sempre sul piatto o sulla ciotola. Detto en passant, fare l'elenco delle specie animali che apprezzano il cibo per gatti può essere divertente: mosche, lumache, chiocciole, larve di coccinella, formiche, vespe... Basta un minuscolo frammento, o una goccia, per radunare tanti appetiti inattesi.

L'elenco di tutte le specie presenti su questo pesco sarebbe un'ottima tesi di laurea in Scienze Naturali, e non solo per l'entomologia. Ci sono tutti i tipi di coccinella: rosse, gialle, brune; con tanti puntini, con pochi puntini, senza puntini; grosse, medie, piccole, piccolissime. Mancano solo, come fanno notare gli entomologi, le nostre care e antiche coccinelle a sette punti, soppiantate da specie esotiche importate dagli agricoltori per ridurre almeno un po' l'uso degli insetticidi.


Adesso sento un leggero solletico sul collo: che sia una vespa? No, mi avrebbe già punto. Forse non era niente, penso, invece con la coda dell'occhio (il destro) vedo una giovane mantide. E' già piuttosto grande, ma non ha ancora le ali. La prendo con la maggior delicatezza possibile, anzi la aiuto a salirmi sulle dita, e l'appoggio sul rosmarino; ringrazia e accetta la destinazione. Fine del viaggio, almeno per oggi. Chissà se ci incontreremo ancora, e se saremo capaci di riconoscerci (ma probabilmente, conoscendo le mantidi, avrà pensato: me lo mangerei volentieri, ma è troppo troppo grosso...)

PS: appena finito di mettere quanto sopra nelle bozze, scendo in giardino e sento un solletico sul braccio: è una coccinella dai sette puntini! (forse qualcuno, o Qualcuno, legge i miei post e sa cosa sto pensando?) Il tempo di contare i puntini, ed ecco che vola via. Buona fortuna!



(immagine da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Franco Muzzio 1998)

giovedì 1 agosto 2019

Buchanan mette in riga

illustrazione
di Louis Wain
Sir Edmund e lady Gosse abitavano con le loro due deliziose figlie dai capelli d'oro ( una delle quali è la pittrice, Sylvia Gosse ) in una casa su uno spiazzato di Regent's Park. Le tappezzerie, e in genere tutta la casa, erano un po' scure, tipo 1870. Il salotto risuonava del lieto rumore dei cucchiaini da tè, che sembrava indugiarvi anche quando il tè era finito o non era ancora cominciato; e la casa era piena di tesori d'ogni sorta, ma il tesoro più grande era la conversazione di sir Edmund, e mai caccia al tesoro fu più pericolosa.
La casa era in parte governata dalla Parker, la cameriera di sala, un personaggio famosissimo; e ancor più da Buchanan, un gattone bianco e nero. Buchanan, a quanto pare, era di provenienza ignota, ma una volta entrato in casa si era assunto il compito di governarla. Non scendeva a mangiare finchè tutta la famiglia non era radunata nella sala da pranzo, e, sistemato questo punto, insisteva perchè sir Edmund salisse le scale e suonasse la campanella del pranzo. Allora Buchanan scendeva pieno di sussiego e pranzava col resto della famiglia. All'ora del tè Buchanan, con fermezza e senza alcun segno di resa, ricusava di bere il latte se lady Gosse non si inginocchiava a reggergli il piattino davanti. Se, come qualche volta accadeva, si impermaliva per una qualsiasi ragione, usciva subito dalla stanza, che piombava in un atterrito silenzio. Mi ricordo di una volta che pranzavo là, e che Buchanan dopo pranzo lasciò la sala con ostentato disprezzo: sir Edmund e lady Gosse discussero in un bisbiglio spaventato tutte le possibili cause del suo sdegno. Aveva la sua carta da lettere intestata, con apposite buste, non troppo grandi, e quando sir Edmund stava via, Buchanan dettava ogni giorno una lettera per lui ( lady Gosse mi disse sottovoce che aveva paura che Buchanan fosse un gran pettegolo ) e sir Edmund gli rispondeva.

Edith Sitwell, Autobiografia, ed. Rizzoli  ( pp. 89-90 )

martedì 30 luglio 2019

A iatta


Dario D'Angelo, dal suo blog



A iatta

Appena avi vogghia di iucari
a iatta
sattisa tutta e sallicca,
salliscia,
si intrufulia ammenzu a li iammi comu
fussi un desiderio,
na vogghia
ca ti veni a truvari.
(Arthur Heyer, 1915)
Iu fazzu finta di nenti
che a darle attenzione poi
non ta scuddurii chiù,
su idda non voli.
Continuo a scrivere e a santificari.
Ad ammuttari u tempo, l'anni.
Continuo.


(La Gatta. Appena ha voglia di giocare la gatta si prepara tutta e si lecca, si liscia, si intrufola in mezzo alle gambe come fosse un desiderio, una voglia che ti viene a trovare. Io faccio finta di niente, che poi a darle retta non te la togli più di torno, se lei non vuole. Continuo a scrivere e a imprecare. A spingere avanti il tempo, gli anni. Continuo.)


note di Dario D'Angelo: 
1) "sattisa": si prepara - ma non è una traduzione precisa 2) santificari: quasi bestemmiare 3) "ammuttari". spingere, fare andare avanti.
(per chi fosse curioso, è il dialetto di Catania; Dario lo definisce "catanese maccheronico")



domenica 28 luglio 2019

Carillon ( II )


Di The Musical Box dei Genesis ho parlato qui







venerdì 26 luglio 2019

Vitino di vespa



(Putnam, 1918, New York)
- Prego, faccia pure come se fosse a casa sua, - dico alla vespa che mi svolazza per casa: sarà la decima volta che la incontro, ben dentro casa, nel corridoio o in cucina, mica soltanto nelle stanze con le finestre sul giardino. E' una vespa del tutto innocua, elegante, sottile, solitaria: ne esistono di molte specie (Sceliphron spirifex, per esempio, come quella nella foto qui sotto)  ma io mi sono affezionato al nome Eumenes, che mi rimanda ai classici greci e anche (soprattutto) all'Orfeo di Gluck, "le fiere Eumenidi". Ne ho già scritto anni fa qui , sono insetti del tutto innocui e ben diversi dalle più pericolose vespe e calabroni che fanno grandi nidi e che possono pungere. La mia Eumenide, in modo particolare, sta cercando con cura maniacale il posto dove costruire il suo vaso di terra che conterrà un uovo - uno solo - e dove alleverà con ammirevole cura materna la sua discendenza. E' estate, fa caldo, tenere chiuse le finestre è impossibile, che fare. Mi tocca convivere con l'elegante vespa, e non solo con lei.

mercoledì 24 luglio 2019

Un parto assistito


" Verso il primo doppopranzo del 20 giugno del 1670, mentre stava a spaccare ligna con l'accetta, Filònia, da una fitta più forte delle altre, capì che il mumentu era arrivato. La gnà Gesuina Palillo, una della truppa, matre di quattordici figli, le aveva spiegato quello che c'era da fare nell'occasioni. Non volle trasire in casa, che la teneva pulita come uno specchio, avrebbe allordato tutto. Perciò radunò tanticchia di paglia vicino al pozzo, si spogliò nuda, vi si stese sopra. Era sula: Gisuè era andato a Vigàta con l'asino, lo scecco, e aveva voluto portarsi appresso Pippìno, che ora aveva tre anni passati e dava già una mano al patre. 
Tutt'insemmula, a una spinta più forte, si vagnò in mezzo alle gambe, erano le acque che ora aiutavano la criatura, la sua testa, a nesciri fora. Il dolori era forte e Filònia si mise a fare voci, tanto era sola. A questo punto a lei s'avvicinò tutto l'armalume che consisteva in un cane randagio che s'era allocato in casa e che tutti chiamavano, senza fantasia, u cani, in una capra girgentana, alta e grossa, di lungo pelame marrò, con due corna di liocorno e grandi minne scure, in quattro galline bianche. Il gallo nero invece si mise a passiare nervosamente davanti e narrè. Quando finalmente la criatura niscì tutta, Filònia vide che aveva fatto un figlio màscolo, un altro doppo Pippìno, e se ne arricreò. Ah li figli màscoli, fortuna di la famiglia, ricchizza della casa! Ah petti forti, spalle larghe, vrazza nerborute, minchie per fare figli e figli! 


lunedì 22 luglio 2019

Skylark


(scultura di Sylvia Shaw Judson)

Allodola, hai qualcosa da dirmi? Non vorresti dirmi dove può essere il mio amore? C'è un prato nella bruma dove qualcuno aspetta di essere baciato? Allodola, hai visto una valle verde con una sorgente, dove il mio cuore può andare in viaggio sopra le ombre e la pioggia fino a un viottolo coperto di boccioli? E, nel tuo volo solitario, non hai sentito la musica della notte? Una musica meravigliosa, debole come un fuoco fatuo, pazza come un lunatico, triste come una serenata gitana alla luna? Allodola, io non so se tu potrai trovare queste cose, ma il mio cuore corre sulle tue ali; così, se le vedi da qualche parte, non potresti guidarmi là?


sabato 20 luglio 2019

Carillon ( I )


Qui


In "La doppia vita di Veronica " di Krzysztof Kieślowski  ( info )


giovedì 18 luglio 2019

Beau soir

Beau soir, una lirica di Paul Bourget messa in musica da Claude Debussy. ( qui )



Lorsque au soleil couchant les rivières sont roses,
et qu’un tiède frisson court sur les champs de blé,
un conseil d’être heureux semble sortir des choses
et monter vers le coeur troublé;
Un conseil de goûter le charme d'être au monde,
cependant qu’on est jeune et que le soir est beau,
car nous nous en allons comme s’en va cette onde :
elle à la mer, -- nous au tombeau !



Caspar David Friedrich, Paesaggio serale con due uomini

Quando il sole tramonta, i fiumi si tingono di rosa e i campi di grano si animano, mossi da un brivido caldo. L'invito per il cuore inquieto è quello di apprezzare e gustare ogni attimo perchè niente è per sempre.





martedì 16 luglio 2019

Lucertola !


Stamattina ho visto una lucertola in cortile, e voi vi chiederete cosa c'è di strano: le lucertole sono animali comunissimi. C'è di strano che le lucertole nel mio cortile, e nel mio giardino, pensavo che fossero ormai estinte. I gatti qui intorno sono spietati, di gatti ce ne è più d'uno, e sono cacciatori terribili. Topi e lucertole non hanno speranze, quando si fanno scoprire.
Questa è la vera natura del gatto, topi e lucertole se la passano male da quando è arrivata Mamma Gatta (la Gatta con la G maiuscola) che ha fatto una eccellente scuola di gatto in questi ultimi anni; e la caccia fa parte consistente di quella scuola. Anche la mia Ciccetta (degna figlia di Mamma Gatta, parte della sua numerosa discendenza) è una cacciatrice implacabile. Una volta una lucertola mi ha detto sottovoce, forse temendo di essere udita, che si tratta di «...un mostro orribile e sanguinario, tutto coperto di peli, con zanne e unghie, implacabile »: cosa ben strana da dire di Ciccetta, che dagli umani viene inevitabilmente travolta da cori di "che bel musino, che bella coda, una principessa, un batuffolo di pelo, posso carezzarla?».