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giovedì 10 gennaio 2019

I polli non hanno ali




Davanti al papero di Copi, o al pollo, devo ammettere che continuo a rimanere perplesso; la stessa cosa mi capita con la Donna Seduta, il suo personaggio più famoso. Ma poi si ride, ci fa pensare, e spesso spunta anche la poesia. C'è la tragedia, ma in modo buffo. Copi portò in teatro le sue strisce, in primo luogo ovviamente "La Donna Seduta" (la interpretava lui stesso), e altri titoli come "I polli non hanno ali" o "Loretta Strong".




Copi era un argentino di Parigi, il suo vero nome era Raul Damonte e ci ha lasciati nel 1987; il suo nome letterario veniva dall'idea del copiare, la constatazione che nessuno di noi è del tutto originale. Come spiegava lui stesso: « ... in teatro, insomma, copiava i fumetti; nei fumetti copiava il teatro; e in entrambi copiava la vita. Non per niente si firmava Copi: "Vuol dire uno che copia e io sono un plagiario, come tutti".» (da un articolo di Giorgio Medail, Corriere della Sera 15.12.1987). Dato che viveva a Parigi, forse la pronuncia giusta è Copì, ma essendo anche un po' milanese e date le origini argentine, penso che si possa dire anche Copi. Io ho sempre detto Copi, ma ovviamente non ho la pretesa di essere perfetto. Del resto, fate voi: a me per oggi basta aver ricordato qualche piccolo momento di poesia, o forse di filosofia.



(i fumetti di Copi vengono dal mensile "Linus", annate 1967-68)

sabato 21 luglio 2018

Checchina


Checchina saliva le scale. Ogni sera, puntuale, Checchina saliva le scale e si presentava alla porta; e non c'è niente di strano perché, si sa, tutte le galline ogni sera salgono la scala che le porta al pollaio. Di strano c'è che il pollaio eravamo noi (il nostro balcone, con una cassetta per la frutta ben attrezzata), e che per arrivare fino da noi bisognava fare quattro rampe di scale: allora si poteva, un po' tutti avevano conigli o galline (mio padre con i conigli aveva provato, poi aveva lasciato perdere: troppo da pulire, troppo delicati, e forse non aveva nemmeno la vocazione) e incrociare Checchina sulle scale (Checchina, ordinatissima e molto educata) non destava stupore. Io ero piccolissimo ma me la ricordo bene; un'americanella bianca, di quelle piccole ma efficientissime, un uovo al giorno non mancava mai.

Il nome glielo aveva dato mia nonna, quindi siamo prima del '63; in veneto (per parte di padre sono padovano-veneziano) Checchina non è neanche un nome, è un vezzeggiativo, un nickname, si può dire Checchina anche a una bimba, "cosa c'è, Checchina?" (ovviamente, i veneti non pronunciano le doppie: ma questo si sa). A quei tempi, il palazzo era ancora nuovo e il portoncino d'ingresso rimaneva spesso aperto, e c'era un gran via vai di adulti e bambini, eravamo in tanti e la gallina ne approfittava tranquillamente (no, non credo che suonasse il campanello: si sapeva che c'era, prima o poi le avremmo aperto, lei stava tranquilla sullo zerbino ad aspettare). Un giorno, a mio cugino Cesare regalano delle uova fecondate; Checchina le cova subito, non aspettava altro. Nascono tre pulcini, e siccome siamo in tre (mio fratello, mia sorella, e io) è il numero perfetto, un pulcino per uno. I tre pulcini però non sono di americanella: in poco tempo diventano galli e galline imponenti, quasi un anticipo (per me) di "Uova fatali" di Bulgakov. I polli diventano ingombranti, mica si possono far salire anche loro in casa; due vengono subito dati via (anche il mio, che tristezza: ma ormai cosa me ne facevo di un gallo alto mezzo metro?), la terza rimane "per le uova" ma farà una brutta fine, sgozzata da un mostro misterioso, faina o furetto; verrà regalata anche lei, nessuno voleva mangiarla. Quanto a Checchina, non ricordo che fine abbia fatto; credo proprio che non me lo abbiano detto ma di una cosa sono più che sicuro: nessuno ha avuto il coraggio di usarla per scopi alimentari. Sono quasi sicuro che mio padre l'abbia seppellita nell'orto, povera Checchina, con mia mamma ad aiutarlo, con sopra una piantina di fiori. Le galline, si sa, non vivono tanto; e neanche i canarini, ma questa è tutta un'altra storia. (Anche i conigli: mai mangiati conigli in casa mia, a meno che non fossero stati comperati).
(Giuliano Bovo, anno 2018)


 
(la foto della gallina con i pulcini viene dal sito Biozootec;
quella qui sopra è su youtube, digitare "mericanel della Brianza")




mercoledì 12 aprile 2017

L'uovo o la gallina?


L'umorismo balinese è come il nostro e abbonda di barzellette sul sesso, truismi e giochi di parole. Volli saggiare lo spirito del nostro giovane cameriere d'albergo e gli chiesi: « Perché la gallina attraversa la strada?» La sua reazione fu piuttosto sprezzante: «Questa la sanno tutti», disse all'interprete. Io replicai: «Benissimo, allora dimmi chi è nato prima: l'uovo o la gallina?» La domanda lo mise in imbarazzo (...) poi spinse il turbante sulla nuca, riflettè un momento e infine dichiarò con grande sicurezza: «L'uovo.» «Ma chi ha posato l'uovo?» «La tartaruga, perché la tartaruga è il primo tra gli animali e posa tutte le uova.»
Charlie Chaplin, Autobiografia, pag.392 ed. Oscar Mondadori 1977

E' una risposta corretta anche dal punto di vista naturalistico, perché i rettili (tutti) depongono le uova e i rettili erano già sulla terra prima della comparsa degli uccelli. Anche i pesci, e anche gli insetti, depongono uova, ma qui ci si allontana troppo dall'albero genealogico della gallina. In fin dei conti, però, sulla questione aveva forse ragione Samuel Butler, che mette la parola definitiva; e non solo per le galline, a pensarci bene.

«Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.»
(Samuel Butler, da "Notebooks-life and letters" pag.79 ed. Guanda 1998)


mercoledì 30 novembre 2016

« Have you had your tea? ».


Eravamo in un bel giardino, tenuto in ordine dai giardinieri del Collegio e curato personalmente con edoardiana finezza dalla moglie del Guardiano ("Direttore"), la nostra amica Thelma. C'erano aiuole di fiori, ogni specie di fiori, e Thelma ci diceva i nomi dei più esotici; c'erano forbite aiuole di ortaggi, arbusti ornamentali, ben curati alberi da frutto. Rientrando, sulla porta della scullery ci venne incontro una gatta, che usciva pigramente. Thelma le chiese, in perfetta serietà, « Have you had your tea? ». Incontrammo poi Emily. Thelma fece le presentazioni, il nome per me poetico (la Dickinson, e quella meravigliosa bambina in Giamaica) mi sembrò un po' incongruo per una gallina. Del resto non sarebbe stato un po' imbarazzante, quando fosse venuto il momento... non sapevo come dirlo delicatamente, insomma, metterà Emily in pignatta...mangiarla...
Thelma in principio non capiva. Mangiarla? Poi un lampo le squarciò la mente, non molto diverso da uno spasimo di terrore. Si riprese subito, gli stranieri dicono cose strane quasi per definizione, ma per fortuna le convenzioni della vita civile sono fatte proprio per allontanare dagli occhi, dalle orecchie, dal pensiero ciò che è crudo, orrendo... La gentilezza deve prevalere sul resto, i giovanotti stranieri in fondo non sono cattivi, è bene sorridergli, dirgli quietamente che Emily, no, davvero non è da mangiare, è un'amica... Emily gettava le sue occhiate sghembe di qua e di là. Mah! Sarà più assurdo allevarle impersonalmente nel pollaio e poi mangiarle, o invece trattarle da signorine au pair, immangiabili?

(Luigi Meneghello, Il dispatrio, pag. 124 ed.BUR 2007)


(le galline sono di Gustav Klimt, anno 1917)