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sabato 20 giugno 2020

Illusioni ottiche



Foto di Arna Bee
Dall’oblò si vedevano i gabbiani agitarsi nel grigiore lattiginoso di un mattino che non voleva decidersi, mi alzo, non mi alzo, e si sentivano le loro grida aspre e bestiali.  Si crede sempre che i gabbiani abbiano un peso sul cuore, ma questo non vuol dire assolutamente nulla, è solo la vostra psicologia che vi fa quell’effetto. Vedete dovunque cose che non esistono, ma succede tutto dentro di voi, diventate una specie di ventriloquo che fa parlare le cose, i gabbiani, il cielo, il vento,  tutto quanto. Sentite un asino ragliare, un asino dannatamente felice come solo un asino potrebbe esserlo, ma voi dite: mio Dio quanto è triste. Il raglio dell’asino vi spezza il cuore, ma è solo perché il vero asino siete voi. E adesso vi mettete nei panni dei gabbiani. Tutto quello che vogliono dire, i loro versi strazianti, è che da qualche parte c’è la tubatura della fogna, e quelli si stanno solo passando la notizia. Illusioni ottiche, nulla di più.

Romain Gary, Addio, Gary Cooper, ed. Neri Pozza

venerdì 22 maggio 2020

Gabbiani monogami e piccioni camminatori


Per fortuna arrivano i gabbiani: "cocài, cocài, cocài, cocài, cocài...". Mi fa:
- Guarda, quela xe una femina.
Gli tira un tocco di pane e la gabbiana vola via contenta, cocài cocài.
- E quello è il maschio, suo marito.
- E dai, Gatto, anche il marito?
S'infervora:
- I xe monogami, i gabiani. I sta in coppia fissa, marito e moglie, tutta la vita. Però i ga imparà, tra moglie e marito, che xe meglio lassarse un fià de spazio uno con l'altro, se no i xe sempre là che i se toca, i se rompe, i se rovina. Meglio star larghi, respirar tutti e due, no come i piccioni che xe tutti rotti, fatti, desfài, che i domanda la carità in piazza San Marco, te i ga visti, "dame qualcosa, dame qualcosa, dame qualcosa", i pare in attesa del pusher quotidiano. Se gli tiri qualcosa da mangiare, al piccione in piazza San Marco, non vola mica, no: cammina. Beh, certo, Venezia è l'unica città dove volano i leoni e camminano i piccioni...

da Il Milione, quaderno veneziano di Marco Paolini, anno 1998, a 1h50' dall'inizio
  (qui per vedere e ascoltare)

 
(Magritte 1946, autoritratto)
 

domenica 8 marzo 2020

La laguna dei gabbiani assassini


Al cinema, e in letteratura, il gabbiano è sempre stato un simbolo di libertà e di purezza: vola alto nel cielo, sopra il mare, bello elegante e lontano, e la sua voce è triste e romantica, quasi un gemito di dolore per solitudine, o per amore.
Ma poi le cose cambiano, sono ormai lontani i tempi di "Il gabbiano Jonathan Livingston" (Richard Bach, 1970, fortunatissimo bestseller) e anche di "La gabbianella e il gatto" (Luis Sepùlveda, 1996).
Da molti anni, ormai, i gabbiani hanno abbandonato il mare e volano sopra le discariche di rifiuti, o assediano gli insediamenti umani; li vediamo da vicino e abbiamo imparato a conoscerli meglio. Che fossero dei predatori, anche violenti, lo sapevano già da sempre gli zoologi e i naturalisti; oggi il loro comportamento è sotto gli occhi di tutti, e non sempre è un bello spettacolo. Il gabbiano, forse, è bello solo se visto da lontano; e non solo lui, a dirla tutta.


(Allen Seaby, inizi '900)
 
Ecco in proposito la testimonianza di un nostro illustre contemporaneo:
Paolo Bullo, dal suo blog:
Le mie cronache semiserie dall’orrida Venezia non sarebbero tali se non cominciassi, come sempre, con qualche nota di costume. Perciò mi sento obbligato d’informare che nella città lagunare è ormai prassi, attraverso le calli, una specie di senso unico alternato per i pedoni. L’alternanza consiste nella possibilità di essere investiti dal trolley di 150 kg trascinato a stento da una giapponesina oppure essere travolto da un gruppo d’alpini in evidente stato euforico (non chiedetemi che ci facessero gli alpini a Venezia, forse un raduno?). Io, che sono notoriamente aperto a tutte le esperienze, ho deciso, con un certo orgoglio, di provare entrambe le opzioni. Son cose che si raccontano ai nipoti, con quell’espressione un po’ choosy (ma che in realtà è dovuta al rimbambimento dell’età) di chi è sopravvissuto ad avventure memorabili e ormai la sa lunga sulla vita.
C’è poi il problema dei gabbiani affamati, più volte affrontato su queste pagine. Ora, il gabbiano è un uccello che una volta viveva soprattutto di pesci e per tirar su il pranzo doveva faticare non poco in mare aperto, seguendo le scie dei pescherecci o delle navi e disputandosi una mezza sardina con gli squali e le orche. Una lotta dura per la sopravvivenza. La bestiolina, potenza dell’evoluzione, a un certo punto ha notato che sulla terraferma, al riparo dai marosi e dalle correnti, gli umani lasciavano in giro un sacco di cibo e che anzi, in casi particolari ma non rarissimi, alcuni di questi umani potevano diventare loro stessi un alimento altamente proteico. Non solo, appiccicati l’uno all’altro nelle strettissime calli gli uomini non hanno possibilità di fuga, quindi perché perdere un’opportunità di trovare cibo a rischio zero?
Questa e altre circostanze hanno trasformato gli eleganti volatili in assassini spietati, che dall’alto si buttano in picchiata sugli uomini appena abbattuti dai trolley (o dagli alpini), li smembrano con gli acuminati artigli e ne straziano poi i corpi con il becco. Insomma, son diventate bestie pericolose e, vi dirò, spesso di dimensioni non trascurabili: ipotizzo i 35-40 kg, visto che anche ieri, sotto ai miei occhi, un paffuto neonato americano è stato ghermito dalla culla sotto lo sguardo inebetito dei genitori che si stavano mangiando una pizza del diametro di un metro. Insomma, la ricerca del cibo regola la vita degli animali e degli uomini. Così fan tutti, si potrebbe dire.
(20.3.2013)
(Eva Auld-Watson, 1942)
 
Mancavo dall’orrida Venezia da parecchio tempo e, francamente, rivederla è stato il solito dispiacere. Gli ossessivi compulsivi come me hanno bisogno di conferme e, in questo senso, Venezia è formidabile in certi schemi precostituiti. Scendi dal treno e sai che verrai investito dal trolley di un giapponese e mentre cercherai, a fatica perché gli anni passano, di rialzarti, due sceriffi statunitensi ti investiranno con la carrozzella in cui un neonato obeso succhia un leccalecca gigante a forma di Kim Jong-un. Se sopravvivi – qualcuno ce la fa – potrai cadere svenuto sulla via che ti porta alla Fenice, preda dell’incredibile commistione di aromi di zucchero filato, vongole filippine, castagne, pesce fritto, spaghetti al forse ragù e pizza. I terribili buttadentro dei locali attenteranno alla tua vita a ogni passo mentre tu, nel frattempo, cerchi di schivare gli attacchi degli ormai famosi gabbiani assassini le cui dimensioni sono ormai tali che le grandi navi che scorrazzano in laguna sembrano giocattoli. E, come potete vedere dall’immagine, anche gli aeroporti sono ormai invasi dai pennuti giganti (qui ne vediamo uno che si è mimetizzato da aereo e attacca una pattuglia di caccia militari, che scompaiono quasi).
(30.11.2017)




venerdì 25 maggio 2018

Le ali dei gabbiani

acquarello di Betty Moore


La sua compagnia doveva piacere a Macario. La cercava di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di andarlo a prendere all’ufficio.

Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest’affetto improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si trovava bene. Non si compiacque meno di tale amicizia. Le cortesie, anche se comperate a caro prezzo, piacciono. Non disistimava Macario. Per certe qualità ammirava quel giovine tanto elegante, artista inconscio, intelligente anche quando parlava di cose che non sapeva.

Macario possedeva un piccolo cutter e frequentemente invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo. Nella sua vita triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste. In barca gli era anche più facile di dare il suo assenso alle asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva. Si trovava ancora sempre alla conquista della solida salute che gli occorreva, riteneva, per sopportare la dura vita di lavoro a cui faceva proponimento di sottoporsi, e gli effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.

mercoledì 16 novembre 2016

Corcal



Un mar deserto
sensa vele e rumuri
de lontani vapuri
su l'urizonte inserto.
Ale ferme, un corcal
vilisa col maistral
ne l'alta solitae
de la fiamante istae.
Solo 'l sol, al so logo,
fermo, siguro,
difuso ne l'azuro
el grande fogo.
Solo elo nel spassio
fora d'ogni misura
in quel topassio
che te riduse a luse pura.

(Un mare deserto, senza vele né rumori di barche a vapore lontane, sull'orizzonte incerto. Ali ferme, un gabbiano veleggia col maestrale nell'alta solitudine dell'estate fiammante. Solo il sole, al suo posto, fermo, sicuro, diffuso nell'azzurro il gran fuoco. Solo lui nello spazio, fuori d'ogni misura, in quel topazio che ti riduce a luce pura.)
(Biagio Marin, pagina 205 dalla raccolta "Nel silenzio più teso" ed. Rizzoli 1981)