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lunedì 24 agosto 2020

Traiettorie

opera di Alberto Giacometti (1947 )
 Nel suo studio di rue Hippolyte-Maindron, non lontano dal cimitero di Montparnasse, Alberto Giacometti contemplava uno dei suoi primi omini filiformi. Investito dell'alito vivifico dell'arte, l'omino di bronzo presunse immediatamente di andarsene per i fatterelli suoi: ma quando capì che i suoi piedi erano imprigionati in un basamento ne dedusse odio mortale al suo artefice, contro il quale, distraendo materia dalle guance, esplose uno sputo metallico che assotigliò uteriolmente la sua testolina. Allibito, Giacometti si chinò quel tanto da schivare il proietto, che continuando nel proprio impeto perforò una parete, e poi un'altra, e poi un albero, e poi tutto quello che incontrò nella sua orbita intorno alla terra senza mai rallentare, orbita dopo orbita finchè un giorno della primavera seguente, in Spagna, non penetrò nel collo di George Orwell. Solo allora, avendo assaggiato il sangue di un uomo giusto, il bolo si placò, e ritornò materia inerte, inconoscibile segno di rancore che fu.
Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffel, ed.Einaudi

mercoledì 18 luglio 2018

Dugonghi e lamantini

- Capitano?
- Sì?
- Che cosa sono i dugonghi?
- Sono dei mammiferi che vivono nell'acqua, un po' come i vitelli di mare: belli sai, simpatici e anche molto intelligenti. Mangian solo verdura, e se non li infastidisci son mansueti.
- E i lamantini?
- Come i dugonghi, ma un po' più piccoli. Poi hanno la coda arrotondata, a spatola, laddove i dugonghi ce l'hanno più simile a quella dei cetacei, con due punte.

lunedì 9 luglio 2018

la vita notturna


dipinto di Odillon Redon
E dimmi: t’accorgi mai del momento in che tu cominci a dormire, per quanta attenzion tu vi ponga? E allor che ti desti, e che serbi soltanto impressioni confuse di ciò che sognasti, o di ciò che sognando tu fosti, come puoi studiare e capir quegli istanti, intenderne il senso profondo, intender te stesso? E se la nostra autentica vita fosse quella notturna, quando l’intelletto svapora e quaj cervi elefanti orsi anguille serpenti noi siamo riaccolti nel vastissimo abbraccio di Madre Natura? E se i sogni fossero invece il ricordo di ciò che noi fummo in un lontano passato, così come dice Eliodoro che nel Tartaro bujo i Titani sognano ininterrottamente di quando furono Dei? Più l’individuo cresce, meno ricorda i
suoi sogni: il veggo già in me Orazio mio, che perlopiù mi ridesto in un’impenetrabile nebbia, e il brivido da cui allora tutto il mio essere è scosso è solo il movimento dell’ultima imagine che si stacca e precipita al fondo, colà dove temiamo e insieme desiàmo discender pur noi: arcano pozzo insondato col quale i bambini, finché restano tali, hanno dimestichezza com’allor che giuocando a nascondersi entrano ed escono liberamente dall’armario tenebricoso, ma nel quale l’adulto che più n’ha vaghezza dovrà drammaticamente tuffarsi dall’alto come da una rupe sublime, vincendo con il desìo l’orror di quel volo… Strapparsi a sè stessi, lasciare ogni cosa negando il sapere faticosamente acquisito e smembrarsi nel nostalgico volo è cimento supremo, e sol chi ha un sovrappiù d’energìa, o questa energìa non devolve positivamente all’usate passioni dell’uomo, ma serba inspiegata e conchiusa come un grumo deforme, solo costui avrà necessità di provare, e sarà grato al richiamo.





Il passo è tratto da  Io venia pien d'angoscia a rimirarti di Michele Mari. 
L'autore immagina  Orazio Carlo Leopardi tenere un diario e riportare alcune riflessioni del fratello maggiore Giacomo. Lo scritto si sviluppa intorno  agli studi avviati da un adolescente Giacomo Leopardi sull'influenza sugli esseri esercitata dalla luna . 



domenica 8 aprile 2018

Da piccolo


Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto a assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi:" Di questo dunque sanno le orecchie".

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, ed. Einaudi



mercoledì 7 febbraio 2018

Euridice aveva un cane


Il paese è cambiato. Anche se rimango chiuso in biblioteca sento tutti i cambiamenti, li sento uno sopra l'altro come cicatrici di frustate sulla mia schiena, i più remoti scandalosamente attuali come i più freschi. (...)
Fuori del paese la cosa più bella era un grande lavatoio di pietra, e chi aspettava la corriera si sedeva sul bordo all'ombra, e tuffava le mani nell'acqua gelida, che anche quando era torbida di sapone sembrava pulita. Adesso c'è solo una colonnina spartitraffico, e quando, in corriera, dico " fino al lavatoio", il bigliettaio mi guarda con sospetto.
A questo fervoroso spirito di rinnovamento i Baldi sembravano aver aderito senza resistenze, anzi con un loro speciale entusiasmo. (...) Guardavo la nostra casa e la loro e le trovavo sempre più divergenti, l'una ancorata in una fissità quasi minerale (...), l'altra immersa nel flusso del tempo, che se la portava via, se la lavorava a sua imago, ne cambiava la chimica. Una casa va e l'altra resta, pensavo, e nella nostra sentivo abitare lo spirito della morte, come se di due gemelli solo uno crescesse, combinando le cellule del proprio corpo con gli elementi del mondo in un connubio rigeneratore, mentre l'altro morisse bambino e rinsecchisse così, come una piccola mummia; poi però mi ribellavo a questa idea, e mi dicevo che se lo spirito della vita coincideva con la catena di scempi che si perpetrava oltre il muro, se vivere significa morire in continuazione, allora la morte era anche di là, dai Baldi, e più brutta di là che di qua.
Pensando che ci doveva essere stato un tempo in cui le due case erano molto meno lontane fra loro, mi accorgevo con spavento di portarmi addosso non solo i miei ricordi, ma anche quelli degli altri: riuscivo a soffrire anche per loro, per quello che avevano perso e che nemmeno rimpiangevano, e perfino quando non avevo mai saputo cosa c'era prima, ugualmente ne percepivo l'ombra dietro l'attualità, come un fantasma sdegnato che impetri vendetta. Tutto il paese era popolato di queste ombre, tremolavano ovunque e mi sembrava di essere il solo a vederle. E anche quando gettavo lo sguardo in giardini mai visti, durante giri in bicicletta sempre più rari e brevi, non potevo non difendermi dall'assalto di altre e altre ombre, che si levavano da tutte le parti imponendosi con la lor muta dolenza.
Rientravo a casa turbato, carico di appelli e di richiami che mi frastornavano, e di quelle larve inquietate  mi sentivo il custode, come l'ultimo sacerdote di un culto che solo in lui sopravvive.

Michele Mari, Euridice aveva un cane, ed. Einaudi

Felice Casorati, Ragazza sul tappeto rosso


Il passo che ho riportato è tratto da Euridice aveva un cane, una raccolta di racconti di Michele Mari. Qui e Qui una fine analisi di Elena del racconto eponimo e di altri racconti che sottendono gli stessi temi del primo: il Tempo, la Memoria. Elena sviluppando la sua linea interpretiva, mette a confronto  Proust e Mari.

venerdì 19 gennaio 2018

Nato in inverno


Michele Mari bambino


Nacqui hieme ineunte. Poi ragazzino, incominciai a trasferire particole di anima nei libri che leggevo, fino a dislocarvela compiutamente: in questo modo potevo circolare nel mondo come un insensibile golem senza patir troppi danni, e quando mi prendeva vaghezza di recuperare un po' della mia anima andavo a cercarmela là dove l'avevo nascosta, nei libri: soprattutto in quelli spaventosi e d'avventura: finché, presa l'abitudine di recuperarne troppa, di roba, per far prima a nasconderla ho cominciato a sbatterla in gran quantità dentro i libri che mi sono messo a scrivere io, appositamente. Ecco, fine della dinamica.







E' un passo tratto da Leggenda privata, un libro dichiaratamente autobiografico di Michele Mari, un autore a cui mi sono accostata solo di recente.  Penso sia difficile raccontare di sé stessi evitando il rischio di banalizzare e ridurre il proprio vissuto; ancora più complicato è non tradire la propria intimità nel momento in cui la si rende oggetto di uno scritto e le si dà una forma.


Michele Mari in treno con la madre