Questo racconto in realtà contiene
una storia d'amore molto bella e molto delicata, al livello del Joyce
dei Dubliners per intenderci; ma io qui mi devo limitare alla fuga
dei conigli, e quindi si perde tutta la parte portante. Pazienza,
vuol dire che chi legge provvederà a completare la lettura con i
propri mezzi: in fin dei conti, è questo lo scopo che ci eravamo
prefissi nel momento di aprire il blog. Siamo in tempo di guerra, il
ventiduenne chimico neolaureato Primo Levi ha trovato lavoro a
Milano. Durerà poco: il futuro di Primo Levi, come sappiamo, sarà molto drammatico.
I conigli non sono animali simpatici.
Sono fra i mammiferi più lontani dall’uomo, forse perché le loro
qualità sono quelle dell’umanità avvilita e reietta: sono timidi,
silenziosi e fuggitivi, e non conoscono che il cibo ed il sesso.
Se si eccettua qualche gatto di
campagna nell’infanzia più remota, io non avevo mai toccato un
animale, e davanti ai conigli provavo repulsione; cosi anche Giulia.
Per fortuna, la Varisco aveva invece grande confidenza sia con le
bestiole sia con l’Ambrogio che le amministrava. Ci fece vedere
che, in un cassetto, esisteva un piccolo assortimento di strumenti
adatti; c’era una cassetta stretta ed alta, senza coperchio: ci
spiegò che ai conigli piace intanarsi, e se uno li prende per gli
orecchi ("che sono il loro manico naturale") e li infila in
una cassetta, si sentono più sicuri e non si muovono più. C’era
una sonda di gomma e un piccolo fuso di legno con un foro
trasversale: bisogna forzarlo fra i denti dell’animale, e poi,
attraverso il foro, infilare la sonda in gola senza tanti complimenti, spingendola giù
finché si sente che tocca il fondo dello stomaco; se non si mette il
legno, il coniglio taglia la sonda coi denti, la inghiotte e muore.
Attraverso la sonda e facile spedire gli estratti nello stomaco con
una comune siringa. Poi bisogna misurare la glicemia. Quello che per
i topi è la coda, per i conigli sono le orecchie, anche in questo
caso: hanno vene grosse e rilevate, che si congestionano subito se
l’orecchio viene strofinato. Da queste vene, perforate con un ago,
si preleva una goccia di sangue, e senza domandarsi il perché delle
varie manipolazioni si procede poi secondo Crecelius-Seifert.
I conigli, o sono stoici, o sono poco
sensibili al dolore: nessuno di questi abusi sembrava farli soffrire,
appena lasciati liberi e rimessi in gabbia si rimettevano tranquilli
a brucare il fieno, e la volta successiva non mostravano alcuna
paura. Dopo un mese avrei potuto fare glicemie ad occhi chiusi, ma
non sembrava che il nostro fosforo facesse alcun effetto; solo uno
dei conigli reagiva all’estratto di chelidonia con un abbassamento
della glicemia, ma dopo poche settimane gli venne un grosso tumore al
collo. Il Commendatore mi disse di operarlo, io lo operai con acre
senso di colpa e veemente ribrezzo, e lui morì.
Quei conigli, per ordine del
Commendatore, vivevano ciascuno nella sua gabbia, maschi e femmine,
in stretto celibato. Ma venne un bombardamento notturno che, senza
fare molti altri danni, sfondò tutte le gabbie, ed al mattino
trovammo i conigli intenti ad una meticolosa e generale campagna
copulatoria: le bombe non li avevano spaventati per nulla. Appena
liberati, avevano subito scavato nelle aiuole i cunicoli da cui
traggono il nome, ed al minimo allarme abbandonavano a mezzo le loro
nozze e ci si rifugiavano. L’Ambrogio ebbe pena a recuperarli ed a
richiuderli in gabbie nuove; il lavoro delle glicemie dovette essere
interrotto, perché solo le gabbie erano contrassegnate e non gli
animali, e dopo la dispersione non fu più possibile identificarli.

Venne Giulia tra un coniglio e l’altro,
e mi disse a bruciapelo che aveva bisogno di me. Ero venuto in
fabbrica in bicicletta, non è vero? Ebbene, lei quella stessa sera
doveva andare subito fino a Porta Genova, c’erano da cambiare tre
tram, lei aveva fretta, era una faccenda importante: che per favore
la portassi in canna, d’accordo? Io, che secondo il maniaco orario
sfalsato del Commendatore uscivo dodici minuti prima di lei, l’attesi
girato l’angolo, la caricai sulla canna della bicicletta e
partimmo. Circolare per Milano in bicicletta non aveva allora nulla
di temerario, e portare un passeggero in canna, in tempi di bombe e
di sfollamenti, era poco meno che normale: qualche volta, specie se
di notte, accadeva che estranei domandassero questo servizio, e che
per un trasporto da un capo all’altro della città ti
ricompensassero con quattro o cinque lire. Ma Giulia, già di regola
piuttosto irrequieta, quella sera comprometteva la stabilità
dell'equipaggio: stringeva convulsamente il manubrio contrastando la
guida, cambiava di scatto posizione, illustrava il suo discorso con gesti violenti delle mani e del capo
che spostavano in modo imprevedibile il nostro comune baricentro. Il
suo discorso era in principio un po’ generico, ma Giulia non era il
tipo che si tiene i segreti in corpo ad intossicarlo; a metà di via
Imbonati usciva già dal vago, e a Porta Volta era in termini
espliciti: era furiosa perché i genitori di lui avevano detto di no,
e volava al contrattacco. Perché lo avevano detto?
- Per loro non sono abbastanza bella,
capisci? - ringhiò, scuotendo il manubrio con ira.
- Che stupidi. A me sembri abbastanza
bella, - dissi io con serietà.
- Fatti furbo. Non ti rendi conto. (...)
(Primo Levi, il racconto intitolato
"Fosforo" da "Il sistema periodico)