Guardammo, stupiti, quel cavallo gigantesco. Aveva sfondato il soffitto della nostra stanza. Il cielo nuvoloso scivolava pigramente lungo la sua sagoma possente e la sua criniera frusciava al vento.
Il cavallo di Brunilde si chiama Grane (cfr. Richard Wagner, Il crepuscolo degli dèi). Nomen Omen? Noi speriamo di no...
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giovedì 1 novembre 2018
Un cavallo possente
Guardammo, stupiti, quel cavallo gigantesco. Aveva sfondato il soffitto della nostra stanza. Il cielo nuvoloso scivolava pigramente lungo la sua sagoma possente e la sua criniera frusciava al vento.
lunedì 25 giugno 2018
Il canto delle sirene ( II )
Una
dimostrazione che anche risorse insufficienti e persino puerili
possono servire come mezzi di salvezza: Per salvarsi dalle sirene,
Ulisse si tappò le orecchie con della cera e si fece incatenare
all’albero maestro. Qualcosa di simile, certo, avrebbero potuto
fare da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che già da lontano
erano sedotti dalle sirene; ma si sapeva in tutto il mondo che era
impossibile che questi rimedi funzionassero. Il canto delle sirene
penetrava tutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato
impedimenti ben più forti di catene e alberi. Ulisse, anche se forse
lo sapeva, non ci pensò. Confidò pienamente nel suo pugno di cera,
nel suo mazzo di catene, e con gioia innocente, contentissimo delle
sue piccole astuzie, navigò incontro alle sirene. Ma accade che le
sirene dispongano di un’arma più terribile ancora del loro canto.
Si tratta del loro silenzio. Forse era immaginabile - anche se,
certamente, neppure questo era accaduto - che qualcuno scampasse al
loro canto; ma senza alcun dubbio nessuno poteva salvarsi dal loro
silenzio. Non v'è nulla di terreno che possa resistere alla
sensazione di averle vinte con le proprie forze, e alla conseguente
infatuazione che tutto travolge. In effetti, all’approssimarsi di
Ulisse, le formidabili cantatrici non cantarono, sia perché
ritennero che un simile avversario poteva essere affrontato solo col
silenzio, sia perché quella visione di beatitudine sul volto di
Ulisse, che pensava solo a cera e catene, fece loro dimenticare
qualunque canto.
Ma
Ulisse, per cosi dire, non udì il loro silenzio; credeva che
cantassero, e che egli solo fosse libero dall’ascoltarle. Vide
prima, fugacemente, la torsione del loro collo, il respiro profondo,
gli occhi colmi di lacrime, la bocca semiaperta, e credette che tutto
questo facesse parte delle arie che, senza essere ascoltate,
risuonavano e si perdevano attorno a lui. Ma presto tutte le cose
rimbalzarono sul suo sguardo astratto; era come se le sirene
scomparissero di fronte alla sua decisione, e proprio quando fu più
vicino a loro, non seppe più nulla della loro presenza. Ed esse -
più belle che mai - si stiravano e si contorcevano, protendevano gli
artigli aperti sulla roccia, e le orride capigliature ondeggiavano
libere al vento. Ora non pretendevano più di sedurre: desideravano
solo cogliere, finché fosse possibile, il riflesso dei due grandi
occhi di Ulisse.
Se
le sirene avessero una coscienza, sarebbero state distrutte in
quell’occasione. Ma così sopravvissero, e solo Ulisse sfuggì
loro. Del resto, la tradizione riferisce anche un epilogo al
riguardo. Ulisse, così narrano, fu tanto volpe, tanto ricco
d’astuzia, che neppure la dea del destino riuscì a penetrare
nell'intimo della sua coscienza. Forse - anche se questo la ragione
umana non può concepirlo - avvertì in realtà che le sirene
tacevano, e solo a mo' di scudo, per così dire, oppose ad esse e
agli dei quella commedia.
martedì 7 marzo 2017
Del libero arbitrio di un topo
“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di
più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra!Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.
F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, ed.
Frassinelli
martedì 17 gennaio 2017
Alberi
Perché siamo come tronchi nella neve.
Posano in apparenza, leggeri, tu pensi di poterli smuovere con un
lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma,
vedi, anche questa è solo apparenza.
(Franz Kafka, Gli alberi )
(Leonardo da Vinci, datato 1502)
mercoledì 2 novembre 2016
Cani e sciacalli
All'inizio dell'era neolitica compare
il primo animale domestico, un piccolo cane addomesticato solo a
metà, simile a un volpino, che certamente discende da uno sciacallo.
(...) Ma come è avvenuto l'incontro fra l'uomo dell'età della
pietra e il suo cane? Probabilmente nell'era paleolitica grossi
branchi di sciacalli seguivano le orde dei cacciatori nomadi
circondandone gli insediamenti, come fanno ancor oggi i "cani
paria" che nessuno sa se vadano considerati dei cani domestici
rinselvatichiti, oppure dei cani selvatici che hanno fatto il primo
passo verso l'addomesticamento. (...)
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