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giovedì 1 novembre 2018

Un cavallo possente



Guardammo, stupiti, quel cavallo gigantesco. Aveva sfondato il soffitto della nostra stanza. Il cielo nuvoloso scivolava pigramente lungo la sua sagoma possente e la sua criniera frusciava al vento.

Franz Kafka, dai "Quaderni in ottavo" (terzo quaderno), pag. 98 edizione Oscar 2002, traduzione di Anita Rho e Italo A. Chiusano


(Marc Chagall, 1917 circa)

lunedì 25 giugno 2018

Il canto delle sirene ( II )

Una dimostrazione che anche risorse insufficienti e persino puerili possono servire come mezzi di salvezza: Per salvarsi dalle sirene, Ulisse si tappò le orecchie con della cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile, certo, avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che già da lontano erano sedotti dalle sirene; ma si sapeva in tutto il mondo che era impossibile che questi rimedi funzionassero. Il canto delle sirene penetrava tutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato impedimenti ben più forti di catene e alberi. Ulisse, anche se forse lo sapeva, non ci pensò. Confidò pienamente nel suo pugno di cera, nel suo mazzo di catene, e con gioia innocente, contentissimo delle sue piccole astuzie, navigò incontro alle sirene. Ma accade che le sirene dispongano di un’arma più terribile ancora del loro canto. Si tratta del loro silenzio. Forse era immaginabile - anche se, certamente, neppure questo era accaduto - che qualcuno scampasse al loro canto; ma senza alcun dubbio nessuno poteva salvarsi dal loro silenzio. Non v'è nulla di terreno che possa resistere alla sensazione di averle vinte con le proprie forze, e alla conseguente infatuazione che tutto travolge. In effetti, all’approssimarsi di Ulisse, le formidabili cantatrici non cantarono, sia perché ritennero che un simile avversario poteva essere affrontato solo col silenzio, sia perché quella visione di beatitudine sul volto di Ulisse, che pensava solo a cera e catene, fece loro dimenticare qualunque canto.




Ma Ulisse, per cosi dire, non udì il loro silenzio; credeva che cantassero, e che egli solo fosse libero dall’ascoltarle. Vide prima, fugacemente, la torsione del loro collo, il respiro profondo, gli occhi colmi di lacrime, la bocca semiaperta, e credette che tutto questo facesse parte delle arie che, senza essere ascoltate, risuonavano e si perdevano attorno a lui. Ma presto tutte le cose rimbalzarono sul suo sguardo astratto; era come se le sirene scomparissero di fronte alla sua decisione, e proprio quando fu più vicino a loro, non seppe più nulla della loro presenza. Ed esse - più belle che mai - si stiravano e si contorcevano, protendevano gli artigli aperti sulla roccia, e le orride capigliature ondeggiavano libere al vento. Ora non pretendevano più di sedurre: desideravano solo cogliere, finché fosse possibile, il riflesso dei due grandi occhi di Ulisse.
Se le sirene avessero una coscienza, sarebbero state distrutte in quell’occasione. Ma così sopravvissero, e solo Ulisse sfuggì loro. Del resto, la tradizione riferisce anche un epilogo al riguardo. Ulisse, così narrano, fu tanto volpe, tanto ricco d’astuzia, che neppure la dea del destino riuscì a penetrare nell'intimo della sua coscienza. Forse - anche se questo la ragione umana non può concepirlo - avvertì in realtà che le sirene tacevano, e solo a mo' di scudo, per così dire, oppose ad esse e agli dei quella commedia.

Franz Kafka, Il silenzio delle sirene, pag.79-81 da  Racconti brevi e straordinari  a cura di Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis  Borges (ed. FMR 1973, traduzioni di Gianni Guadalupi)




                  Waterhouse 1891, Ulisse e le sirene; Delvaux 1942, il villaggio delle sirene

martedì 7 marzo 2017

Del libero arbitrio di un topo




“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra!
 Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.

F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, ed.
Frassinelli

martedì 17 gennaio 2017

Alberi



Perché siamo come tronchi nella neve. Posano in apparenza, leggeri, tu pensi di poterli smuovere con un lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma, vedi, anche questa è solo apparenza.
(Franz Kafka, Gli alberi )


(Leonardo da Vinci, datato 1502)

mercoledì 2 novembre 2016

Cani e sciacalli


All'inizio dell'era neolitica compare il primo animale domestico, un piccolo cane addomesticato solo a metà, simile a un volpino, che certamente discende da uno sciacallo. (...) Ma come è avvenuto l'incontro fra l'uomo dell'età della pietra e il suo cane? Probabilmente nell'era paleolitica grossi branchi di sciacalli seguivano le orde dei cacciatori nomadi circondandone gli insediamenti, come fanno ancor oggi i "cani paria" che nessuno sa se vadano considerati dei cani domestici rinselvatichiti, oppure dei cani selvatici che hanno fatto il primo passo verso l'addomesticamento. (...)