Siccome a me piaceva fare teatro nella mia vita quotidiana, nel mio piccolo e secondo le mie limitatissime potenzialità (la mancanza di talento mi impedisce di fare di più, per fortuna direi), un giorno sul posto di lavoro mi metto con la faccia rivolta verso il muro e comincio a fare l'elenco delle cose che non vanno (tante, perfino in modo ridicolo). Il mio giovane collega mi guarda un po' così, forse si preoccupa e allora gli spiego: «Parlo al muro perché il muro non risponde, e in questo è identico ai nostri capi, ma quantomeno il muro non risponde stupidaggini, e in questo è senza dubbio migliore.»
A quel tempo conoscevo già il Tito Andronico, ma forse me ne ero dimenticato:
Lucio: O nobile padre, ti lamenti
invano: i tribuni non ti sentono, e tu racconti i tuoi dolori ad una
pietra. (...) Mio amato signore, nessun tribuno è qui a sentirti
parlare.
Tito: Non importa, ragazzo: se mi
sentissero non mi presterebbero attenzione, e se lo facessero non
avrebbero pietà di me; e tuttavia devo implorarli, anche se
inutilmente. Perciò racconto i miei dolori alle pietre, che se non
possono rispondere alla mia pena pure sono in qualche modo meglio dei
tribuni, perché non interrompono la mia storia. Quando piango, ai
miei piedi esse ricevono le mie lacrime umilmente e sembrano piangere
con me; se solo fossero abbigliate di vesti austere, Roma non
disporrebbe di tribuni a loro pari. Una pietra è tenera come cera, i
tribuni sono più duri delle pietre; una pietra è silenziosa e non
offende, i tribuni con le loro lingue mandano uomini a morte.
(William Shakespeare, Tito
Andronico, atto 3 scena I, traduzione Alessandro Serpieri,
ed.Garzanti 1989)

