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mercoledì 14 dicembre 2022

Il riccio nella nebbia

 I film di animazione, come gli haiku, brevi ma densi, possono suggerire tante cose. Ad essere rappresentata  qui è la storia di un riccio che si perde nella nebbia. 


E' un'opera di Jurij Borisovič Norštejn

venerdì 27 dicembre 2019

Il riccio nel cestino

(fotogramma da "Il riccio nella nebbia" di Jurij Norstein)

Un giorno accadde un guaio. In un momento in cui Maksim Ivanovic era uscito dalla camera, il ragazzino smise di studiare e si arrampicò su una sedia, per prendere una palla che gli era prima andata a finire sopra un armadio. Così manovrando, però, urtò con la manica una lampada di porcellana, che cadde per terra e andò in frantumi. Il fracasso fu udito in tutta la casa. La lampada era di porcellana di Sassonia e molto costosa. Anche Maksim Ivanovic udì lo strepito da tre stanze lontano, e mandò un grido. Il ragazzo, sbigottito, si mise a correre a rotta di collo, uscì prima sulla terrazza, poi attraversò il giardino fino al cancello di servizio, e di là filò lungo la riva del fiume. Il lungofiume era un viale alberato di vecchi citisi. Il ragazzo scese di corsa verso l’acqua, e la gente lo vide fare con le mani un gesto disperato, proprio presso quel punto dove attracca la zattera; ma parve inorridito davanti a quell’acqua, e si fermò di colpo. Il fiume, in quel punto, era largo, la corrente rapida; sull’altra riva erano delle botteghe, una piazza, e una chiesa con le cupole sfavillanti d’oro. Proprio in quel momento, si affrettava verso il traghetto la moglie del colonnello Fersing con la figliuola, ch’era colà di stanza un reggimento di fanteria. La figliuola, anch’essa una bimba di circa otto anni, vestita di bianco, camminava guardando il bimbo e ridendo, e teneva nella mano un canestrino, dentro al quale era un piccolo riccio. « Guardate, mammina, » disse, « come quel ragazzino guarda il mio riccio!». « No, » rispose la madre, «quel ragazzo è spaventato non so di che... Di che vi siete spaventato, bel bambino? ». (Disse proprio così; lo raccontarono dopo). «Che bel bambino è mai, e come è ben vestito! Di chi siete?». Il ragazzetto non aveva mai visto un riccio, si avvicinò per osservare quello della bambina, dimenticando tutto, era un bambino, si sa!
« Che cos’è questo?» domandò. E la signorinetta gli rispose: «E' un riccio, l’abbiamo comprato adesso da un contadino, che l’ha trovato nel bosco ». «Ma che cos’è un riccio? » e rise, e lo toccò col dito, mentre la bestiola rizzava le dure setole. La bimba, tutta felice dell’incontro, disse: « Lo portiamo a casa per addomesticarlo ». « Oh, » fece il piccino, « regalatelo a me!». Pronunciò queste parole con infinita soavità, ma non aveva ancora avuto il tempo di finire la frase, che Maksim Ivanovic gridò sopra di lui: « Ecco dove sei! Pigliatelo!» (Egli si era imbestialito a tal punto che l’aveva rincorso senza berretto). (...)

Fiodor Dostoevskij, "L'adolescente", pagina 530 edizione Garzanti 1981, traduzione M.Rakowska e L.G. Tenconi




giovedì 25 gennaio 2018

Una misteriosa processione



...più tardi, ha smesso di parlare e mi ha arrestato, ponendo il braccio sinistro davanti al mio petto come una barriera: con la mano destra indicava un leggero fremere dell'erba, a pochi passi dal nostro sentiero. Un serpente? no, su un tratto di terreno battuto è emersa una piccola processione: un porcospino avanzava cauto, con brevi arresti e riprese, e dietro di lui, o di lei, venivano cinque cuccioli, come minuscoli vagoni a rimorchio di una locomotiva giocattolo. Il primo stringeva in bocca la coda della guida, ognuno degli altri, allo stesso modo, stringeva il codino dell'antecedente. La guida si è fermata netta davanti a un grosso scarabeo, lo ha rivoltato sul dorso con la zampina e lo ha preso tra i denti: i piccoli hanno rotto l'allineamento e le si sono affollati intorno; poi la guida è arretrata dietro un cespuglio, trascinandosi dietro tutti i personaggi.

(Primo Levi, da "La chiave a stella", il racconto "Batter la lastra" pag.83 edizione Einaudi 1993)




domenica 18 giugno 2017

come i ricci fanno scorta di mele





Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele.

Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa.
Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.

Antonio Gramsci ( da una lettera al figlio Delio )
in Antonio Gramsci, Fiabe, ed Clichy