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domenica 19 aprile 2020

Il vento e le piante


Il vento oggi aveva voglia di parlare. Raccontava dei suoi viaggi, delle cose che aveva visto, delle illusioni che aveva regalato, delle urla che si era portato via. A un tratto si era tanto infervorato nei suoi discorsi che, distratto, aveva anche lasciato cadere un vaso dalla finestra di Alfredo verso il pavimento.
Era un bel vaso, fatto bene insomma. Conteneva tre piccole piante grasse che, scaraventate a terra, erano riuscite comunque quasi a conservare la loro forma, la loro delicata bellezza.
Il vento si era subito reso conto del danno provocato. Dapprima silenzioso si era poi trasformato in tiepida brezza. Era così che aveva continuato a sussurrare le proprie scuse ad Alfredo mentre questi raccoglieva il terriccio e cercava, tra dimenticati oggetti, un nuovo luogo dove interrare quei piccoli tesori.
“Chissà se si abitueranno a tornare sole, hanno vissuto un bel po’ di tempo insieme” pensò alla fine, quando ebbe trovato la soluzione, alzando gli occhi verso il suo amico. Il vento, però, era già sparito, così Alfredo si premurò solo di lasciarle vicine, ognuna nel suo piccolo vasetto.
“Se avete qualcosa da raccontarvi di certo ci riuscirete così” disse loro, prima di richiudere la finestra.

Dario D'Angelo dal suo blog, febbraio 2020

 
(Georg Scholz, 1925)
 

martedì 13 agosto 2019

I soffi esitanti



Così, con tutte le luci spente, la luna tramontata e una pioggerellina che tamburellava sul tetto, cominciò un diluvio di tenebra immensa. Sembrava che niente potesse sopravvivere all'inondazione, alla profusione di tenebra che, insinuandosi nelle serrature e nelle fessure, penetrava attraverso le persiane, entrava nelle camere, inghiottiva qui una brocca e un catino, là un vaso di dalie rosse e
gialle, lì gli angoli vivi e la struttura massiccia di un cassettone. Non solo i mobili erano scomparsi: non era rimasto quasi più nulla del corpo e della mente da cui si potesse dire «E' lui» oppure «E' lei». A volte una mano si levava come per afferrare qualcosa o difendersi da qualcosa, oppure qualcuno gemeva, o rideva forte come scherzando con il nulla. Niente si muoveva in salotto o nella sala da pranzo o sulle scale. Solo attraverso i cardini arrugginiti e il legno gonfio di salsedine, certi soffi, staccati dal corpo del vento (dopo tutto la casa cadeva a pezzi), si insinuavano dagli angoli e si avventuravano all'interno.



Quasi si potevano immaginare, mentre entravano in salotto e si chiedevano, stupiti, giocherellando con un pezzo di carta da parati, resisterà ancora per molto, quando si staccherà? Poi sfiorando leggeri le pareti, passavano oltre pensosi come se chiedessero alle rose rosse e gialle sulla carta da parati se sarebbero appassite, e interrogando (con calma, perché avevano tempo a disposizione) le lettere strappate nel cestino della carta straccia, i fiori, i libri, che ora erano aperti e chiedendo loro Erano amici? Erano nemici? Quanto avrebbero resistito? Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave vagante, o dal Faro stesso, con l‟impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire e scomparire, quello che c'è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto stanco, sarebbero scomparsi.

 (...)


E così, facendosi strada, frugando, andarono alla finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e soffiarono un po‟ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.
Così, con la casa vuota e le porte chiuse e i materassi arrotolati, quei soffi dispersi, avanguardie di grandi eserciti, irruppero, spazzarono nude tavole, morsero e soffiarono, senza incontrare niente in camera da letto o in salotto che resistesse loro validamente, ma solo brandelli che si staccavano, legno che scricchiolava, nude gambe di tavoli, pentole e porcellane già incrostate, annerite, spaccate.
Quello che era stato usato e poi lasciato —un paio di scarpe, un berretto da caccia, qualche gonna scolorita e le giacche nell'armadio —solo quello manteneva la forma umana e nel vuoto indicava come un tempo era stato pieno e animato; come un tempo le mani si erano date da fare con ganci e bottoni; come un tempo lo specchio aveva ospitato un volto; aveva ospitato un mondo cavo nel quale una figura si era voltata, una mano era comparsa, la porta si era aperta, i bambini erano entrati di corsa scontrandosi; ed erano tornati nuovamente fuori. Ora, giorno dopo giorno, la luce proiettava, come un fiore riflesso nell'acqua, la sua immagine chiara nel muro di fronte. Solo le ombre degli alberi, volteggiando nel vento, rendevano omaggio sulla parete, e per un momento offuscavano lo stagno in cui si rifletteva la luce; oppure gli uccelli, volando, facevano muovere una macchia vellutata sul pavimento della camera.Così regnavano bellezza e quiete, e insieme plasmavano la forma della bellezza stessa, una forma da cui la vita si era staccata; solitaria come uno stagno di sera, lontano, visto dal finestrino del treno, che svanisce così in fretta che lo stagno, pallido nella notte, a malapena viene privato della sua solitudine, anche se visto. La bellezza e la quiete si dettero la mano nella camera, e tra le brocche velate e le sedie coperte da lenzuola, perfino l'intrusione del vento e il naso soffice delle brezze marine appiccicose, che frusciavano, trapestavano, chiedendo e richiedendo —«Svanirete? Morirete?» —disturbava appena la pace, l'indifferenza, l'aria di vera integrità, come se la domanda che ponevano non necessitasse della risposta: rimarremo.



Niente sembrava in grado di rompere quell'immagine, corrompere quell'innocenza o disturbare il manto fluente di silenzio che, settimana dopo settimana, nella stanza vuota, tesseva nella sua trama le grida cadenti degli uccelli, le navi che suonavano le sirene, il ronzio e il brusio dei campi, l‟abbaiare di un cane, il grido di un uomo, e li ripiegava intorno alla casa in silenzio. Solo una volta un‟asse si ruppe sul pianerottolo; una volta nel mezzo della notte con un boato, con uno strappo —come dopo secoli di sottomissione una pietra si stacca dalla montagna e precipita di schianto a valle —una piega dello scialle si allentò e oscillò avanti e indietro. Poi la pace calò di nuovo; e l‟ombra tremò; la luce si chinò alla sua stessa immagine in adorazione sulla parete della camera; quand'ecco che la signora McNab, squarciando il velo del silenzio con mani che erano state nel catino del bucato, frantumandolo con scarponi che avevano calpestato la ghiaia, entrò, come le avevano detto di fare, per aprire tutte le finestre e spolverare le stanze.

Virginia Woolf, Gita al faro, ed. Bompiani
traduzione di Luciana Bianciardi

Le immagini rappresentano ambienti della Monk's house di Virginia Woolf

lunedì 1 luglio 2019

Il vento ( Khayyam)

(Waterhouse, 1903, Boreas)




Al mondo io venni ed il perché non so.
Da dove? Sa l'acqua quale origine abbia?
Per andar dove?... Il vento nella sabbia
soffiar pur deve, ch'egli voglia, o no.


(Omar Khayyam, quartina trovata on line da Giacinta)











Quello che abbiamo fatto oggi è "trascriver quartine a Khayyam", come diceva il buon Francesco nel 1976 (il disco è "Via Paolo Fabbri 43"), cioè mettersi umilmente al servizio di un grande poeta di quelli veri. Devo dire che con Omar Khayyam non ho mai avuto una gran frequentazione, ma poi chissà chi legge ancora da noi Khayyam (1048-1131, persiano, matematico e astronomo oltre che poeta). Da noi non ha mai avuto una grande fortuna, ma è stato molto popolare nei paesi di lingua inglese, e forse lo è ancora. Andrò a vedere se trovo qualche copia del Rubayyat, ma intanto di quartine ne abbiamo ritrovata una molto bella, questa, sul vento e sul nostro destino.





sabato 1 giugno 2019

Zeffiro spira


Zeffiro spira e il bel tempo rimena; Amor promette gaudio - agli animali (...)

A parlare così non può essere che un innamorato deluso; e infatti i due versi successivi lo spiegano con chiarezza: "ognun vive contento io mi lamento, che Amor m'ha fatto albergo di tormento".
Siamo a Venezia, nel 1509, quando Franciscus Bossinensis pubblica il "Libro Primo delle Frottole"; e "frottola" è da intendersi come componimento poetico e musicale. In questo libro si trovano molte di quelle che oggi chiameremmo canzoni, ma scritte in stile alto e da grandi compositori di quel tempo. Nomi che oggi diranno poco alla maggior parte di noi, ma personaggi chiave nella storia della Musica: i veronesi Marchetto Cara e Bartolomeo Tromboncino, per esempio, attivi a Mantova alla corte dei Gonzaga. Tromboncino è con ogni probabilità un soprannome, il nome di uno strumentista; ci ha lasciato composizioni molto complesse, messe e polifonia, ma anche cose semplici e belle come questa:

Zephiro spira e il bel tempo rimena
Amor promette gaudio agli animali
ogni un vive contento io me lamento
che Amor m'ha fatto albergo di tormento.
L'ampia campagna dei bei fiori è piena
ogni cor si prepara ai dolci strali;
Progne scordàta dell'antica pena
verso il nostro orizzonte spiega l'ali.
Ogni un vive contento io me lamento
che Amor m'ha fatto albergo di tormento.

(Bartolomeo Tromboncino, 1470 circa a Verona-dopo il 1535 forse Venezia),
(qui nell'esecuzione di Roberta Invernizzi e dell'Accademia Strumentale Italiana diretta da Alberto 
Rasi)




Qualche notizia sulla frottola, presa dalla Garzantina della Musica (che riserva a questo termine una voce molto più estesa): forma poetica e poi musicale, polifonica e di origine popolare, diffusa tra 400 e 500, eseguibile anche come canto monodico. Deriva dalla ballata, è affine allo spagnolo villancico; Marchetto Cara e Tromboncino furono i più attivi in questo genere, alla corte dei Gonzaga. Altre forme simili: barzelletta, capitolo, ode, strambotto, eccetera. Queste forme popolari di poesia e musica influenzarono poi la nascita del madrigale secentesco, come questa di Monteverdi su testo di Francesco Petrarca. (per chi non se lo ricordasse: Progne fu trasformata in rondine, Filomena è l'usignolo)

Zefiro torna e 'l bel tempo rimena
E i fiori e l'herbe, sua dolce famiglia,
E garrir Progne e piagner Filomena,
E Primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati e 'l ciel si rasserena,
Giove s'allegra di mirar sua figlia,
L'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena,
Ogni animal d'amar si racconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i più gravi
Sospiri che dal cor profondo tragge
Quella ch'al Ciel se ne portò le chiavi;
E cantar augelletti, e fiorir piagge,
E 'n belle donne honeste atti soavi
Sono un deserto e fere aspre e selvaggie.

Francesco Petrarca, dal Sesto Libro de' Madrigali di Claudio Monteverdi
(qui per l'ascolto)

martedì 2 aprile 2019

Soave sia il vento



Soave sia il vento
tranquilla sia l'onda
ed ogni elemento
benigno risponda
ai vostri desir...


E' una partenza finta, una farsa; i due innamorati fingono di partire per la guerra (c'era sempre una guerra in corso, in tempi meno fortunati della seconda metà del Novecento) ma, per l'appunto, stanno solo fingendo. Sulla banchina del porto, a salutarli, le due dame ferraresi a loro fidanzate e ignare della farsa; e don Alfonso, loro amico, che invece non solo lo sa, ma ha organizzato tutto.


Un terzetto che occupa il tempo di una canzone (anche meno), ma che è uno dei momenti più grandi e più profondi di tutta la storia della musica: testo di Lorenzo Da Ponte, musica di Mozart. L'opera è Così fan tutte (1790).  (qui per l'ascolto)



(Mauro Pagano, Scala 1983)

giovedì 21 febbraio 2019

Mai fidarsi del vento

(illustrazione del 1904)


«Wer baut auf Wind, baut auf Satans Erbarmen!»
(Chi fa conto sul vento, fa conto sulla compassione di Satana)



Il buon Daland, esperto navigatore norvegese, sta tornando a casa e ha già avvistato il porto della sua città dove lo aspetta la figlia Senta; ma il vento improvvisamente cambia e lo costringe a tornare in alto mare. E' qui che incontrerà una nave apparsa all'improvviso, ed è grazie a quel vento (o per colpa di quel vento?) che farà amicizia con il comandante di quella nave, un ricco straniero sconosciuto.
Siamo proprio all'inizio dell'Olandese Volante (Der fliegende Holländer, "Il vascello fantasma" nelle prime edizioni italiane) di Richard Wagner, opera che riprende un'antica leggenda marinara. Il misterioso ospite, che finirà per chiedere la mano di Senta, è infatti un ospite spettrale e leggendario: il navigatore che, dopo aver sfidato il vento e il mare bestemmiando, è condannato a vagare in eterno. Ogni sette anni però può tornare umano, lui e i suoi marinai sul loro vascello, e deve sperare di trovare una donna che dimostri amore per lui.
Così dice la leggenda, e il giovane Wagner (siamo tra il 1839 e il 1841) ne trae la musica perfetta per una storia di fantasmi di quelle da brividi. Difficile fare di meglio: qualcosa di simile lo aveva già fatto Carl Maria von Weber pochi anni prima, con "Der Freischütz" (Il Franco Cacciatore), sempre ad altezze formidabili quanto alla musica, ma nella foresta e non nel mare; del Cacciatore Nero e delle pallottole stregate però parlerò un'altra volta, per intanto metto qui l'inizio dell'Olandese Volante e qui il coro dei fantasmi (contrapposto a quello giocoso dei marinai norvegesi, che vorrebbero invitarli alla festa), senza dimenticare (qui) la ballata di Senta.






venerdì 28 settembre 2018

Si è seduto il vento


...ed ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c'è il sole
nel petto ti resta un pugnale.
Tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l'orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.
Di te resterà soltanto
il dolore e il pianto che tu hai regalato
... ma il sangue che hai versato
su te è ricaduto -
la tua guerra è finita, vecchio soldato.
(Testo di Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo, dal primo 33 giri del "Banco del Mutuo Soccorso", anno 1972)  Per ascoltare, qui



- Ha un testo molto triste, - mi dice Maura, - ma è una bella canzone.
Sono d'accordo, e anzi dire che è triste forse è ancora poco: qui ho omesso la parte iniziale, si tratta della descrizione di un'antica battaglia, con tutto quello che di solito si tace. Ma la guerra è proprio questa cosa qui, e a me fa impressione vedere e ascoltare sempre più persone che non se ne rendono conto. Siamo in pace da quasi 75 anni, in questa parte d'Europa: non era mai successo. A molte persone, anche nei governi europei, sembra una cosa da poco, e io mi chiedo che cosa hanno nella testa, loro e quelli che li mandano al potere. Però, per ora, si è seduto il vento e anche noi possiamo contemplare ciò che rimane di una battaglia del passato: sperando che si possa continuare a coniugare al passato tutto questo scempio. Non è detto che debba andare così, ma ci sono brutti segnali.





(disegno di Sergio Toppi, da Alterlinus)
 

lunedì 10 settembre 2018

Furibondo spira il vento


Non servono poi tante parole, per fare musica.

Furibondo spira il vento
e sconvolge il cielo e il suol
Tal adesso lʹalma io sento
Agitata dal mio duol

G. F. Handel (1685-1759) dall'opera "Partenope", HWV 27
versi di Silvio Stampiglia

qui nell'esecuzione di Marilyn Horne con I Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone
qui nell'esecuzione di Nathalie Stutzmann


(dipinto di Carl Larsson, 1895)


sabato 8 settembre 2018

Uragano

Da "Tifone" di J. Conrad
Traduzione di Alda Politzer
ed. Mondadori



...una improvvisa recrudescenza d'oscurità piombò sulla notte, scendendo davanti ai loro occhi come qualche cosa che si potesse toccare. Era come se tutte le luci del mondo, già velate, si fossero spente.
(...) 
Il lieve balenio d'un lampo guizzò tutt'attorno come se si scaricasse in una caverna...in una nera, segreta camera del mare, con un pavimento di creste spumeggianti.
Sinistro e tremolante, svelò per un attimo una massa di nuvole basse, a brandelli, l'oscillare veemente della lunga sagoma della nave, le forme nere degli uomini bloccati sul ponte di comando, con le teste sporte in avanti, come pietrificati nell'atto di dare cornate. Su tutto questo discese palpitante 
l'oscurità, e allora, finalmente, giunse la cosa vera.

venerdì 6 luglio 2018

Il vento della mia mente


Lo so bene che c'è scritto "wind", ma io ogni volta che ci penso mi trovo a dire: "mind". Probabilmente è anche quello che pensava William Blake mentre lo stava scrivendo, ma se ha scritto "vento" è al vento che bisogna pensare, e non alla nostra mente.




I fear'd the fury of my wind
would blight all blossoms fair and true,
and my sun it shin'd and shin'd,
and my wind it never blew.
But a blossom fair or true
was not found on any tree,
for all blossoms grew and grew
fruitless false, tho' fair to see.
 


Temevo che la furia del mio vento
rovinasse tutti i germogli belli e veri
e il mio sole è brillato è brillato
e il mio vento non ha mai soffiato.
Ma un germoglio bello o vero
non fu trovato su nessun albero,
perchè tutti i germogli crebbero e crebbero
senza frutti, falsi, anche se belli da vedere.

William Blake, da "Rossetti manuscript" in "Poesie", ed. Newton Compton 1991, traduzione Giacomo Conserva




(nella foto, Brooklyn 1954; più sopra un ritratto di William Blake
 

lunedì 19 febbraio 2018

Mulini a vento


Nel libro di Cervantes, Don Chisciotte si trova ad affrontare anche un mulino ad acqua (succede nel capitolo XXIX della seconda parte), ed è un'avventura divertente ma è difficile trovare qualcuno che se ne ricordi. Tutti ricordano invece, anche senza aver letto il libro, la sua epica battaglia contro i mulini a vento scambiati per giganti.

- Quali giganti? - disse Sancio Panza.
- Quelli - rispose il padrone - che tu vedi laggiù, con le braccia lunghe, che taluni ne sogliono avere quasi di due leghe.
- Guardate - rispose Sancio - che quelli che si vedono laggiù non son giganti, bensì mulini a vento, e quel che in essi sembrano braccia sono le pale che, girate dal vento, fanno andare la macina del mulino.
- Si vede bene - rispose don Chisciotte - che in fatto d'avventure non sei pratico: son giganti quelli. E se hai paura, scostati di lì e mettiti a pregare mantre io vado a combattere con essi fiera e disuguale battaglia.
E così dicendo spronò il cavallo Ronzinante, senza badare a quello che gli gridava lo scudiero (...)
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, capitolo VIII, parte prima) (ed.Sansoni 1949, traduzione di Alfredo Giannini)

Georg Wilhelm Pabst nel suo film mette questo episodio alla fine, con ottima sintesi considerando che un film di un'ora e mezza non può contenere tutto il Quijote. Sconfitto dai mulini a vento, Don Chisciotte viene riportato a casa su un carro, come in gabbia; una volta arrivato a casa trova che stanno bruciando i suoi libri, e muore tra le braccia di Sancio. Ma i libri, miracolosamente, rinascono dalle loro ceneri.

Un uomo che impazzisce quando arriva davanti a una valle di mulini a vento: succede in "Segni di vita" (Lebenszeichen, 1968) uno dei primi film di Werner Herzog. L'uomo è un militare, le conseguenze potrebbero essere tragiche. Le pale eoliche oggi sono abbastanza comuni, nel 1968 (su un'isola greca) era sicuramente qualcosa di inaspettato.
(Pablo Picasso)

La cavalcata di Don Chisciotte è stata messa in musica tante volte: nell'opera di Massenet c'è anche Ronzinante (gli zoccoli al galoppo un po' scombinato, resi dalle percussioni), nel film di Pabst le musiche sono di Jacques Ibert, nel poema sinfonico di Richard Strauss (con la macchina del vento in partitura), e prima ancora (in modo giocoso) da Georg PhilippTelemann.  Le musiche citate nel libro di Cervantes, quelle originali cinquecentesche e seicentesche (Don Chsciotte canta e suona, nel libro, e con bella voce) sono state incise da Jordi Savall in cd più libro (dischi Alia Vox).

domenica 28 gennaio 2018

I talk to the wind

Il gruppo inglese dei King Crimson si forma nel 1969. Il loro è un rock intellettuale, colto, con un’espressione non sempre aggressiva ma a tratti delicata, in particolare quando è dettata dai testi poetici di Peter Sinfield. In uno dei brani più rappresentativi della vena romantica del Re Cremisi c'è un interlocutore che non ascolta, perché - dice Sinfield - non può farlo, il vento.



martedì 12 dicembre 2017

Vento del Nord


"Qual buon convento ti porta", diceva spesso un mio compagno di lavoro; e non ho mai capito se diceva per scherzo o se invece fosse davvero convinto che fossero le parole giuste. Sta di fatto che quel "convento" con tutti i suoi frati dentro mi era simpatico e mi è rimasto attaccato, con il risultato che devo stare attento ogni volta che mi viene in mente quella frase, altrimenti sembra che la sbaglio anch'io e non è vero. Un vento buono che ti porta, perché c'è anche un vento cattivo e in questi giorni anche noi ne sappiamo qualcosa.


Tiepolo, angelo della fama


Nell'elenco dei venti buoni metto anche "Les Boréades" di Rameau, le Boreadi sono le figlie del vento, il vento del Nord per la precisione. L'opera viene rappresentata raramente, oggi, ma la suite da concerto è spettacolare ed è sempre molto eseguita. Buon ascolto, e buon - buon vento, e anche buon convento, perché no.
PS: qui per la suite intera.


venerdì 24 novembre 2017

Who has Seen the Wind?




disegno di Leonardo da Vinci
Il vento è stato la mia ninna nanna: non le impetuose correnti d'aria che soffiavano dall'Appennino su Firenze, incuneandosi dietro il Monte Ceceri, dal quale Leonardo da Vinci gettava quel malcapitato del suo servo dopo averlo imbracato con inefficaci ali artificiali ( il vento lo portava su e lo schiantava poi al suolo, come un Icaro spennato ), ma una vezzosa poesiola, Who has Seen the Wind? ( 1962 ), della preraffaellita Christina Rossetti ( 1830-1894 ), che la mamma ci recitava, in inglese, come una filastrocca, per farci addormentare:






Chi ha visto il vento?
né io né te;
ma quando le foglie tremano
è il vento che le attraversa

Chi ha visto il vento?
né tu né io;
ma quando gli albero piegano la testa
è il vento che passa

(...)



un clic qui
Il vento è l'esito di moti convettivi ( verticali ) e adduttivi ( orizzontali ) di masse d'aria in atmosfera. L'intensità del vento aumenta in media con la quota, per via della diminuizione dell'attrito con la superficie terrestre e la mancanza di ostacoli fisici ( vegetazione, edifici, rilievi e montagne ).
(...)
Nella Terra del Fuoco il vento soffia costantemente tutto l'anno: in quei rari momenti in cui si calma, la gente impazzisce.


Francesco M. Cataluccio, L'ambaradam delle quisquiglie,  ed. Sellerio

sabato 21 ottobre 2017

Vento del Nord


Da qualche giorno tirava un forte vento e la finestra, fino ad allora aperta, dovette essere chiusa. Eravamo agli inizi di maggio. Il sole inondava la mia camera la mattina presto, molto prima che a casa. La cupola d'oro scintillava per un istante, ma poi le nuvole tornavano a chiudersi su ogni cosa. Le gemme iniziavano appena ad apparire sugli alberi, poiché in Svezia la primavera arriva più tardi. Era dunque quello il vento del Nord? Credevo fosse più rude, più violento, più sonoro. I bollettini meteoreologici, a casa, parlano di "correnti nordiche" e io, leggendoli, avevo sempre pensato a uragani feroci come quelli descritti da Ossian, vortici tonanti nati all'interno dei fiordi. No, non era così. Tuttavia era diverso dai venti ungheresi. Questo era leggero, sottile e sereno, sfrenato ma non rabbioso. Fischiava allegro e indifferente. Il mondo sembrava oscillare ed era limpido e fresco come se fosse stato sollevato più in alto. Il mio olfatto, divenuto più fine da quando ero malato, sentiva il lontano profumo del mare.


Frigyes Karinthy, Viaggio intorno al mio cranio, ed. Bur

Traduzione dall'ungherese di Andrea Rényi













dipinto di Karen Hollingsworth