Per me le albicocche erano una festa.
Quando arrivava la loro stagione rischiavo il mal di pancia, c'era
sempre qualcuno che aveva la pianta e quando le piante decidono di
dare frutti lo fanno in grande stile, e quindi il proprietario della
pianta le regala a chiunque capiti. C'era abbondanza, e in
alternativa c'erano pur sempre i negozi di fruttivendolo. Da qualche
anno (ormai troppi) succede questo: le albicocche non sono più
buone. Non dico "buone come prima", ma proprio insapori,
dure, belle a vedersi ma nemmeno lontane parenti delle albicocche
vere. Le albicocche sono state cambiate, manipolate: tanto per
cominciare non sono più leggeremente pelose, come le pesche, ma
liscie come biglie. Non servono nemmeno gli ogm, per questi
cambiamenti: bastano gli incroci "old style" per ottenere
queste mostruosità, è il marketing che comanda e da quando comanda
il marketing (cioè i manager astutissimi che ci sono dietro queste
operazioni) sono sparite le cose più buone e proliferano i "mostri",
le albicocche lisce e dure, le pesche che marciscono prima di
maturare, le angurie senza semi, i pomodori senza sapore, e chissà
cos'altro ancora ci aspetta.
Il cavallo di Brunilde si chiama Grane (cfr. Richard Wagner, Il crepuscolo degli dèi). Nomen Omen? Noi speriamo di no...
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mercoledì 29 agosto 2018
domenica 8 aprile 2018
Da piccolo
Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto a assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi:" Di questo dunque sanno le orecchie".Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, ed. Einaudi
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