Luigi Meneghello era figlio di un
meccanico d'auto, gli piacevano (come a tanti italiani) le moto e le
automobili. Quando si trasferì in Inghilterra, per insegnare
all'Università di Reading, scoprì che la passione per le automobili
non era altrettanto diffusa in quelle contrade. Meneghello lo spiega
bene anche nell'intervista televisiva con Marco Paolini: per gli
inglesi, l'automobile era solo un mezzo per andare da un posto a un
altro, senza altri particolari significati; e di questo era rimasto
deluso e sorpreso. Ho trovato molti di questi "rottami"
anche nei libri di James Herriot, e in altri libri inglesi; e devo
dire che ho trovato queste pagine divertenti e anche commoventi,
perché in anni difficili (gli anni '30 per il veterinario Herriot,
gli anni '40 del primo dopoguerra per Meneghello) si dava il giusto
valore alle cose, almeno in Inghilterra, e l'automobile non era al
primo posto in quella scala di valori.
Quando uscimmo, [il
vicario] si
offerse di portarmi intanto alla Hall in macchina. «I’ve got a
car» mi disse, e nel verbo del possesso, e specialmente in quel “Ka”
si sentiva l’orgoglio del padrone di un carro in quei tempi grami.
Andammo a riprendere il Ka. Aveva accennato che era una berlina
(saloon) nerastra (maroon). C’era qualcosa di distintamente volgare
nel suo modo di proferire queste parole, e anche buona parte delle
altre. Arrivammo al Ka, un manufatto molto deprimente. Appresi, in
seguito, che un Ka non aveva le caratteristiche essenziali delle
nostre automobili, la maggiore o minore bellezza delle forme per
esempio, o l’agilità impetuosa del motore, presente o carente. Il
Ka era un aggeggio utilizzabile per il trasporto delle persone e dei
loro ammennicoli. E basta. Anzi si sarebbe detto che quanto più era
brutto, vecchio, goffo, se possibile anche parzialmente sfasciato,
tanto più risaltava la sua essenza pragmatica. Qui poi c’era un
tratto negativo particolare. Il Ka del vicario era come lui, come la
sua voce, era un po’ sguaiato. (...)
(Luigi Meneghello, Il dispatrio,
pag.85 ed.BUR 2007)

Amo molto Meneghello, ma sulla
questione delle auto e delle moto non sono mica tanto d'accordo con
lui, e penso ogni giorno di più che bisognerebbe davvero cominciare
a considerare l'automobile per quello che è, un mezzo di trasporto e
non un giocattolo. So già che è una partita persa in partenza, fin
da piccoli siamo condizionati dal "brum brum" delle
macchinine e ci insegnano a guardare le moto con ammirazione (le moto
grosse!). Insomma, l'automobile e la strada asfaltata ormai da tempo
vengono vissute come se fossero il nostro ambiente naturale; sulla
questione però ci sarebbe molto da dire, a cominciare dal fatto che
l'asfalto non si mangia e dove c'è l'asfalto non cresce niente. Ci
avevate mai pensato?
Siamo stati cresciuti, fin da piccoli,
con il mito della formula uno, dei rallies, delle gare in moto, di
Los Angeles e delle autostrade sopraelevate; il nostro immaginario
ormai è quello e sarà difficile cambiarlo, ammesso che lo si
voglia. Però ci si dimentica sempre di un dettaglio non da poco: a
Los Angeles c'è il deserto. In un posto situato dentro il deserto, o ai
suoi confini, si può ben costruire un'autostrada a cinque corsie per
senso di marcia. Lo stesso capita a Las Vegas (il deserto del Nevada,
dove facevano i test per la bomba atomica), o in Qatar e in Oman,
paesi presi a modello dall'edilizia in questo inizio di millennio.
In
Italia il deserto non c'è, ma c'è chi si impegna per crearlo e
direi che siamo già a buon punto. Vrum vrum a tutti.
(le due foto erano su internet, purtroppo senza indicazioni sull'autore)