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mercoledì 12 febbraio 2020

Quante cornacchie

(Henry Meynell Rheam, 1898)







Quante cornacchie vicino a Winchester: in primavera si sentono crocidare, un suono struggente che si dice "cawing". Quanto vento sulle alture là intorno, come agitata la luce, quanta emotion altrui, quante colline!

(Luigi Meneghello, Il dispatrio, pag120 ed. BUR 2007)




venerdì 15 marzo 2019

Le api e i fiori


(illustrazione trovata on line senza indicazioni d'autore)

"...la fecondazione dei fiori avviene per mezzo degli stami e dei pistilli, sui quali le api e i calabroni commettono atti impuri permessi, anzi meritori e quasi sacri."

(Luigi Meneghello, Pomo pero, capitolo 5)



Dopo aver purtroppo fatto notare che anche Meneghello confonde i bombi con i calabroni (ma, d'altra parte, usando una lingua "bassa", per di più da bambino, questa confusione ci può stare e forse è voluta), la mia domanda è su quelle persone furbe che ridacchiano e si danno di gomito quando si parla delle api e dei fiori riguardo all'educazione sessuale. Mi sono sempre chiesto: ma queste persone furbe che la sanno lunga, come spiegherebbero il sesso e la maternità a un bambino o a una bambina? Ci penso un attimo, e concludo che preferisco non saperlo; ma un po' di inquietudine a questo riguardo mi rimane dentro, e anche un brivido di freddo. Continuo a pensare che l'esempio delle api e dei fiori, soprattutto per bambini molto piccoli, sia il modo migliore per introdurre l'argomento; purtroppo, per i furbi di cui sopra osservare la Natura è considerato cosa da scemi o da bambini. I furbi di cui sopra (purtroppo abbondano, ce ne sono tanti anche tra i funzionari tv) pensano che i documentari sugli animali e sulla Natura siano una noia, buoni per un riempitivo tra una partita e un talk show. Eppure, la fecondazione dei fiori è uno degli spettacoli più grandi e misteriosi a cui possiamo assistere: se vedete un'ape su un fiore, non correte a prendere l'insetticida, guardate e lasciate correre. La Natura sa sempre quel che fa, noi furbi purtroppo no.






sabato 3 novembre 2018

L'auto ecologica ( 1 )

Luigi Meneghello era figlio di un meccanico d'auto, gli piacevano (come a tanti italiani) le moto e le automobili. Quando si trasferì in Inghilterra, per insegnare all'Università di Reading, scoprì che la passione per le automobili non era altrettanto diffusa in quelle contrade. Meneghello lo spiega bene anche nell'intervista televisiva con Marco Paolini: per gli inglesi, l'automobile era solo un mezzo per andare da un posto a un altro, senza altri particolari significati; e di questo era rimasto deluso e sorpreso. Ho trovato molti di questi "rottami" anche nei libri di James Herriot, e in altri libri inglesi; e devo dire che ho trovato queste pagine divertenti e anche commoventi, perché in anni difficili (gli anni '30 per il veterinario Herriot, gli anni '40 del primo dopoguerra per Meneghello) si dava il giusto valore alle cose, almeno in Inghilterra, e l'automobile non era al primo posto in quella scala di valori.
Quando uscimmo, [il vicario] si offerse di portarmi intanto alla Hall in macchina. «I’ve got a car» mi disse, e nel verbo del possesso, e specialmente in quel “Ka” si sentiva l’orgoglio del padrone di un carro in quei tempi grami. Andammo a riprendere il Ka. Aveva accennato che era una berlina (saloon) nerastra (maroon). C’era qualcosa di distintamente volgare nel suo modo di proferire queste parole, e anche buona parte delle altre. Arrivammo al Ka, un manufatto molto deprimente. Appresi, in seguito, che un Ka non aveva le caratteristiche essenziali delle nostre automobili, la maggiore o minore bellezza delle forme per esempio, o l’agilità impetuosa del motore, presente o carente. Il Ka era un aggeggio utilizzabile per il trasporto delle persone e dei loro ammennicoli. E basta. Anzi si sarebbe detto che quanto più era brutto, vecchio, goffo, se possibile anche parzialmente sfasciato, tanto più risaltava la sua essenza pragmatica. Qui poi c’era un tratto negativo particolare. Il Ka del vicario era come lui, come la sua voce, era un po’ sguaiato. (...)
(Luigi Meneghello, Il dispatrio, pag.85 ed.BUR 2007)
 

Amo molto Meneghello, ma sulla questione delle auto e delle moto non sono mica tanto d'accordo con lui, e penso ogni giorno di più che bisognerebbe davvero cominciare a considerare l'automobile per quello che è, un mezzo di trasporto e non un giocattolo. So già che è una partita persa in partenza, fin da piccoli siamo condizionati dal "brum brum" delle macchinine e ci insegnano a guardare le moto con ammirazione (le moto grosse!). Insomma, l'automobile e la strada asfaltata ormai da tempo vengono vissute come se fossero il nostro ambiente naturale; sulla questione però ci sarebbe molto da dire, a cominciare dal fatto che l'asfalto non si mangia e dove c'è l'asfalto non cresce niente. Ci avevate mai pensato?
Siamo stati cresciuti, fin da piccoli, con il mito della formula uno, dei rallies, delle gare in moto, di Los Angeles e delle autostrade sopraelevate; il nostro immaginario ormai è quello e sarà difficile cambiarlo, ammesso che lo si voglia. Però ci si dimentica sempre di un dettaglio non da poco: a Los Angeles c'è il deserto. In un posto situato dentro il deserto, o ai suoi confini, si può ben costruire un'autostrada a cinque corsie per senso di marcia. Lo stesso capita a Las Vegas (il deserto del Nevada, dove facevano i test per la bomba atomica), o in Qatar e in Oman, paesi presi a modello dall'edilizia in questo inizio di millennio.
In Italia il deserto non c'è, ma c'è chi si impegna per crearlo e direi che siamo già a buon punto. Vrum vrum a tutti.

 
(le due foto erano su internet, purtroppo senza indicazioni sull'autore)
 

giovedì 30 novembre 2017

l'ora incerta



dipinto di Lucien Levy-Dhurmer



La sola ora poetica, al Liviano, era il tardo pomeriggio, in autunno o in inverno, quando fuori era già buio. 
Terminavano le ultime lezioni, le piccole filologie slave, c'era poca gente che sostava qua e là, un senso di rumori attutiti e luci soffici; si formava un'ora vuota, incerta, interessante. Si guardavano le compagne con altri occhi, i loro nomi si mettevano a splendere.


Luigi Meneghello, Fiori italiani, ed.Rizzoli 





mercoledì 30 novembre 2016

« Have you had your tea? ».


Eravamo in un bel giardino, tenuto in ordine dai giardinieri del Collegio e curato personalmente con edoardiana finezza dalla moglie del Guardiano ("Direttore"), la nostra amica Thelma. C'erano aiuole di fiori, ogni specie di fiori, e Thelma ci diceva i nomi dei più esotici; c'erano forbite aiuole di ortaggi, arbusti ornamentali, ben curati alberi da frutto. Rientrando, sulla porta della scullery ci venne incontro una gatta, che usciva pigramente. Thelma le chiese, in perfetta serietà, « Have you had your tea? ». Incontrammo poi Emily. Thelma fece le presentazioni, il nome per me poetico (la Dickinson, e quella meravigliosa bambina in Giamaica) mi sembrò un po' incongruo per una gallina. Del resto non sarebbe stato un po' imbarazzante, quando fosse venuto il momento... non sapevo come dirlo delicatamente, insomma, metterà Emily in pignatta...mangiarla...
Thelma in principio non capiva. Mangiarla? Poi un lampo le squarciò la mente, non molto diverso da uno spasimo di terrore. Si riprese subito, gli stranieri dicono cose strane quasi per definizione, ma per fortuna le convenzioni della vita civile sono fatte proprio per allontanare dagli occhi, dalle orecchie, dal pensiero ciò che è crudo, orrendo... La gentilezza deve prevalere sul resto, i giovanotti stranieri in fondo non sono cattivi, è bene sorridergli, dirgli quietamente che Emily, no, davvero non è da mangiare, è un'amica... Emily gettava le sue occhiate sghembe di qua e di là. Mah! Sarà più assurdo allevarle impersonalmente nel pollaio e poi mangiarle, o invece trattarle da signorine au pair, immangiabili?

(Luigi Meneghello, Il dispatrio, pag. 124 ed.BUR 2007)


(le galline sono di Gustav Klimt, anno 1917)