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domenica 28 settembre 2025

Place des Vosges

 

In casa Maigret, come nella maggior parte delle famiglie, c'era un certo numero di tradizioni che finivano per prendere la stessa importanza che hanno, per altri, i riti religiosi. Così, da anni e anni che abitavano in place des Vosges, il commissario aveva l'abitudine, d'estate, quando cominciava a salire la scala che dava sul cortile, di sciogliere la sua cravatta scura, cosa che gli dava il tempo di raggiungere il primo piano. La scala dell'edificio che come tutti quelli della piazza era stato un tempo una pomposa palazzina, da quel momento cessava di innalzarsi con maestà (...), diventava stretta e ripida e Maigret, che ansimava un po', raggiungeva il secondo piano col colletto aperto. Seguiva poi un corridoio male illuminato fino alla sua porta, la terza a sinistra e, quando introduceva la chiave nella serratura, la giacca sul braccio, lanciava un tradizionale: "Sono io!" E annusava l'aria, indovinando dall'odore quello che c'era a colazione, entrava nella sala da pranzo, la cui finestra era spalancata sullo spettacolo abbagliante della piazza dove cantavano quattro fontane. (...)

Dalla finestra si seguivano macchinalmente gli andirivieni della gente nella piazza che al mattino era piuttosto deserta ma al pomeriggio si popolava di mamme e domestiche che si sedevano nelle panchine sorvegliando i giochi dei bambini.

da "L'innamorato della signora Maigret" di Georges Simenon, ed. Mondadori


domenica 31 marzo 2019

In casa Maigret

In casa Maigret, come nella maggior parte delle famiglie, c'era un certo numero di tradizioni che finivano per prendere la stessa importanza che hanno, per altri, i riti religiosi.
Così, da anni e anni che abitavano in place des Vosges, il commissario aveva l'abitudine, d'estate, quando cominciava a salire la scala che dava sul cortile, di sciogliere la sua cravatta scura, cosa che gli dava il tempo di raggiungere il primo piano.
La scala dell'edificio che come tutti quelli della piazza era stato un tempo una pomposa palazzina, da quel momento cessava di innalzarsi con maestà (...), diventava stretta e ripida e Maigret, che ansimava un po', raggiungeva il secondo piano col colletto aperto.
Seguiva poi un corridoio male illuminato fino alla sua porta, la terza a sinistra e, quando introduceva la chiave nella serratura, la giacca sul braccio, lanciava un tradizionale: "Sono io!"
E annusava l'aria, indovinando dall'odore quello che c'era a colazione, entrava nella sala da pranzo, la cui finestra era spalancata sullo spettacolo abbagliante della piazza dove cantavano quattro fontane. (...)
Dalla finestra si seguivano macchinalmente gli andirivieni della gente nella piazza che al mattino era piuttosto deserta ma al pomeriggio si popolava di mamme e domestiche che si sedevano nelle panchine sorvegliando i giochi dei bambini.


da "L'innamorato della signora Maigret" di Georges Simenon, ed. Mondadori




A Place des Vosges lego il ricordo forse più bello che ho del mio breve soggiorno parigino di molti anni fa; vi capitai in una tranquilla mattinata estiva e, nel giardino recintato, al centro della piazza il cui perimetro è costituito da palazzi porticati, c'era una luce che rendeva tutto brillante, un fisarmonicista in uno degli  angoli con bretellle e casquette, donne con carrozzine e bambini che giocavano. 

domenica 9 dicembre 2018

Neve a Parigi, inverno 1940



( fonte )

La terrazza dei Corte, quell'inverno, era coperta da uno spesso strato di neve in cui si manteneva in fresco lo champagne. Corte scriveva vicino a un fuoco di legna che non riusciva a sostituire il calore ormai inesistente dei termosifoni. Aveva il naso bluastro e quasi piangeva dal freddo. Con una mano stringeva al petto una borsa d'acqua calda, con l'altra scriveva. (...)
E la neve continuava a cadere inesorabimente, lenta e tenace, sugli alberi di boulevard Delessert dove i Péricard erano tornati ad abitare - perchè appartenevano a quell'alta borghesia francese che preferisce vedere i propri figli privati di pane, di carne e di aria piuttosto che di diplomi, e non bisognava interrompere gli studi di Hubert già tanto compromessi dagli eventi dell'estate precedente, nè quelli di Bernard, che era prossimo agli otto anni e si era dimenticato di tutto quello che aveva imparato prima dell'esodo, sicchè la madre gli faceva recitare: "La Terra è una sfera che non poggia su niente" manco avesse sette anni invece che otto ( che disastro!). 
Fiocchi di neve si impigliavano nei veli da lutto della signora Péricard quando, superata finalmente la coda dei clienti davanti a un negozio, si fermava sulla porta sventolando come un vessillo la tessera alle madri di famiglia numerosa che le dava diritto di precedenza.
Sotto la neve, Jeanne e Maurice Michaud aspettavano invece il loro turno, appoggiandosi l'uno all'altro come cavalli stanchi prima di mettersi in cammino.
La neve copriva la tomba di Charlie Langelet al Père Lachaise e il cimitero delle automobili vicino al ponte di Gien - tutte le auto bombardate, incendiate, abbandonate nel mese di giugno e che giacevano ai due lati della strada, inclinate sulla ruota o sul fianco, con le portiere spalancate o ridotte a un ammasso contorto di rottami. La campagna era bianca, immensa, muta; (...)

Irène Nèmirovsky, Suite francese, ed. Adelphi

sabato 14 aprile 2018

Dujardin

Una sera, al tramonto, aeree lontananze, cieli profondi; e folle confuse; rumori, ombre, moltitudini; spazi aperti all’infinito; vaga sera... Ma sotto il caos delle apparenze, fra i tempi e i luoghi, nell’illusione delle cose che si generano e nascono, uno fra gli altri, uno come gli altri, distinto dagli altri, simile agli altri, uno eguale e uno in più, dall’infinito delle esistenze possibili, io sorgo; ed ecco che il tempo e il luogo si precisano; e l’oggi, e il qui; l’ora che suona; e, intorno a me, la vita; l’ora, il luogo, una sera d’aprile, Parigi, una chiara sera al tramonto, i monotoni rumori, le case bianche, i fogliami d’ombra; la sera più dolce, e una gioia di esistere, di camminare; le strade e le folle e, nell’aria che spazia lontano, il cielo; Parigi intorno canta e, nella foschia delle forme intraviste, mollemente incornicia l’idea.
L’ora è suonata; le sei, l’ora attesa. Ecco la casa dove debbo entrare, dove troverò qualcuno; la casa; il portone; entriamo. Cade la sera; l’aria e piacevole; c’è una gaiezza nell’aria. La scala; i primi scalini. Se, per caso, fosse uscito in anticipo? lo fa qualche volta; e io vorrei raccontargli la mia giornata. Il pianerottolo del primo piano; la scala ampia e chiara; le finestre. Gli ho confidato, a questo buon amico, la mia storia d’amore. Che bella serata passerò! Non si burlerà più di me. Che deliziosa serata sarà! (...)

(Edouard Dujardin, I lauri senza fronde, ed. Einaudi 1975, traduzione Nicoletta Neri; l'inizio)


(foto dei fratelli Lumière, inizi 900; i colori sono originali, in autochrome)