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giovedì 25 giugno 2020

Animali misteriosi

dipinto di Ettore Tito

Quanto ai pochi libri di testo usati dalla scolaresca, bastava darci un'occhiata per aver l'impressione di fare un salto indietro in pieno secolo diciannovesimo. C'erano tre libri soltanto di cui ogni alunna aveva una copia. Uno era un manuale di aritmetica uscito prima della Grande Guerra ma ancora discretamente servibile, e un altro era un pessimo libriccino intitolato Cento pagine di storia patria, un brutto volumetto in dodicesimo dalla copertina marrone granulosa e dal frontespizio che raffigurava Boadicea con la bandiera nazionale drappeggiata sulla parte anteriore del cocchio. (...)

La data del libro era 1888. Dorothy, che fino a quel giorno non aveva mai visto un'opera storica del genere, la esaminò con un senso di stupore che rasentava il raccappriccio. C'era infine una straordinaria "piccola antologia" che risaliva al 1863. Era composta per la maggior parte di brevissimi brani tolti da Fenimore Cooper, dal dottor Watts e da Lord Tennyson, e alla fine c'erano le più strampalate "noterelle di storia naturale", con illustrazioni in xilografia. Una di queste raffigurava un elefante e sotto, a caratteri minuti, si leggeva:" L'elefante è un animale sagace. Trae diletto dall'ombra dei palmizi, e quantunque sia più forte di sei cavalli, si lascia guidare da un bambino piccolo. Suo cibo sono le banane" E così via, fino alla balena, alla zebra, al porcospino e al " camelopardo ".

George Orwell, La figlia del reverendo, ed. Garzanti
Traduzione di Marcella Bonsanti

mercoledì 30 maggio 2018

Lo stagno

dipinto di Robert Bateman
Mi chinai a raccogliere una primula. Niente da fare, troppa pancia. Mi accoccolai e ne feci un mazzetto. Per fortuna no c'era nessuno a vedermi. Le foglie erano come arricciate, a forma di orecchio di coniglio. Mi alzai e posi il mazzolino di primule sul cancello. Poi, d'impulso, mi sfilai la dentiera e le diedi un'occhiata. Se avessi avuto uno specchio mi sarei guardato da capo a piedi, sebbene sappia perfettamente che figura faccio. Un quarantacinquenne grasso in abito grigio a spina di pesce un po' liso e bombetta in testa. Sulla fronte porto scritto: " Moglie, due figli, casa nei sobborghi". Faccia rossa e occhi di un celeste acquoso. Lo so, non avete bisogno di dirmelo. Ma la cosa che mi colpì mentre davo un'occhiata alla protesi prima d'infilarmela in bocca di nuovo, fu che non me ne importava nulla. Neppure i denti finti importano. Sono grasso, sì. Sembro il fratello mal riuscito di un contabile, sì. Nessuna donna verrà più a letto con me, se non la pago, lo so. Ma vi dico che non me ne importa. Non voglio donne, non voglio nemmeno tornar giovane. Soltanto essere vivo. Ed ero vivo nel momento in cui guardavo le primule e la brace rossa sotto la siepe. E' una sensazione interna, una sensazione pacifica, che tuttavia mi brucia come una fiamma. 
Giù, oltre la siepe, lo stagno era coperto di lenti palustri, tanto simili a un tappeto che a non conoscerle si sarebbe potuto pensare che fossero terra ferma e camminarci sopra. Mi chiedevo perchè mai siamo tutti così sciocchi. Perchè, invece delle stupidaggini in cui buttiamo il nostro tempo, non andiamo a passeggio " guardando" le cose? Quello stagno, per esempio: tutto ciò che contiene, tritoni, bisce, coleotteri, friganee, mignatte, e Dio sa quanti altri esseri che si riescono a vedere soltanto al microscopio. Il miracolo della loro vita, laggiù sott'acqua. Tutta un'esistenza si potrebbe passare ad osservarle, dieci esistenze; e non si verrebbe a capo neppure di quell'unica pozza d'acqua. E, per tutto il tempo, quella specie di senso di miracolo, quella strana fiamma dentro di noi. E la sola cosa che valga la pena di possedere e noi non la vogliamo. Ma io la voglio. Almeno così pensavo in quel momento.


George Orwell, Una boccata d'aria, ed. Mondadori
Traduzione di Bruno Maffi

domenica 6 maggio 2018

Il Paese d'Oro



«Non andare fuori, all'aperto. Ci può essere qualcuno di guardia. Siamo al sicuro, se siamo al di qua dei rami.»
Stavano all'ombra di certi arbusti di noccioli. La luce del sole, filtrata da innumerevoli foglie, era ancora calda sui loro volti. Winston diede un'occhiata fuori, nel campo che si stendeva oltre i cespugli, e qualcosa gli parve tornare alla memoria. Gli sembrava d'averlo già veduto. Un vecchio pascolo consunto, con un sentiero in mezzo che vi correva a zig zag e le tane delle talpe, sparse qua e là. Sull'orlo frastagliato, al lato opposto, i rami dell'olmo si agitavano a una brezza leggera, e le foglie lustreggiavano debolmente come una densa massa di capelli di donna. In qualche luogo non troppo lontano doveva esserci un ruscello, con certe macchie verdi nel fondo, dove nuotavano i pesciolini. «C'è un ruscello, qua vicino, da qualche parte?» disse con un sottilissimo bisbiglio. «Certo. C'è un ruscello.