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lunedì 2 luglio 2018

Asino, ragno, mogli


Un piccolo viottolo tagliava il sentiero che il Filosofo stava percorrendo, e a poco a poco gli giunse all'orecchio un trambusto di gente in cammino, lo stropiccio di piedi, un rotolare di ruote, e il lungo, instancabile brusio delle voci. Pochi minuti dopo arrivò al viottolo e vide un asino che tirava un carro stracarico di pentole e di recipienti, accanto al quale camminavano due uomini e una donna. Gli uomini e la donna parlavano tutti insieme ad alta voce, addirittura accalorati, e l’asino trascinava il suo carro senza aver bisogno d'essere guidato o assistito. Finché c’era una strada lui la percorreva; quando arrivava a un incrocio girava a destra; quando uno degli uomini diceva «uuh!» si fermava; quando diceva «aah!» andava indietro e quando diceva «iih!» riprendeva la sua strada. Questa era la vita, e se uno ci trovava da ridire si buscava una bastonata, una sassata o un calcio; se invece continuava a camminare non succedeva niente, e questa era la felicità.
Il Filosofo salutò il gruppetto.
- Dio sia con voi - disse.
- Dio e Maria siano con te - disse il primo uomo.
- Dio, Maria e Patrick siano con te - disse il secondo uomo.
- Dio, Maria, Patrick e Brigid siano con te - disse la donna.
L'asino invece non disse niente. Dal momento che la parola «uuh!» non era entrata nel discorso, capì che la cosa non lo riguardava, sicché girò a destra sul nuovo sentiero e continuò il suo viaggio.
(...)

martedì 5 giugno 2018

Il sole


Nel bosco, poco lontano dalla loro casa, c'era uno spiazzo di qualche metro; attraverso quel buco tra i rami, come attraverso un fumaiolo, d’estate il sole splendeva per qualche ora. Era stato il bambino a scoprire per primo lo strano raggio luminoso nel bosco. Un giorno lo avevano mandato a raccogliere pigne per il fuoco. Poiché le raccoglievano tutti i giorni, intorno alla casa ne erano rimaste ben poche, e a forza di cercare lui si era allontanato più del solito. Non appena scorse quello splendore straordinario rimase stupefatto. Non aveva mai visto nulla di simile, e quella luce costante e ferma suscitò in misura uguale la sua paura e la sua curiosità. Più ancora che 1’audacia, è la curiosità a vincere la paura; e certamente proprio per curiosità molte persone hanno affrontato pericoli che il semplice coraggio fisico avrebbe fuggiti, perché la fame, l’amore e la curiosità sono le grandi forze motrici della vita. Quando il bambinetto si accorse che la luce non si muoveva le andò più vicino, e finalmente, reso ardito dalla curiosità, vi entrò dentro, e allora scoprì che non era una cosa. Appena fu entrato nella luce si accorse che era calda, e ne fu così spaventato che ne scappò fuori e corse a nascondersi dietro un albero. Poi ci saltò dentro un momentino solo, e tornò a scapparne, e per quasi mezz’ora fece uno splendido gioco: giocò ad acchiapparella con la luce del sole. Alla fine gli passò tutta la paura e smise di scappar via, scoprendo che quella luce non lo bruciava affatto; pero temeva di cuocersi e preferì non restarci dentro. Quando tornò a casa con le pigne, non disse niente alla Donna Grigia di Dun Gortin e alla Donna Magra di Inis Magrath, e nemmeno ai due Filosofi, ma quando andarono a letto raccontò tutto alla bambina, e da allora entrambi presero l'abitudine di andare tutti i giorni a giocare con la luce del sole, e i conigli e gli scoiattoli li seguivano e giocavano con loro, felici come non erano mai stati.
(James Stephens, La pentola dell'oro, cap.I, traduzione Adriana Motti, ed. Adelphi)


(Helen Allingham, 1889)




giovedì 29 marzo 2018

Concerto




Come d’intesa con Meehawl MacMurrachu, il Filosofo mandò i bambini in cerca di Pan. Spiegò molto bene a tutti e due quello che dovevano dire al Dio Silvano, e la mattina presto, dopo avere ascoltato gli ammonimenti della Donna Magra di Inis Magrath, i bambini si misero in cammino.
Quando arrivarono allo spiazzo nella pineta, dove il sole splendeva attraverso i rami, si sedettero un momento per riposarsi a quel tepore. Gli uccelli piombavano giù di continuo lungo quel pozzo di foglie, poi sfrecciavano via nell'ombra della pineta. Avevano sempre qualcosa nel becco: un verme, una lumaca, una cavalletta, un batuffolo di lana strappato a una pecora, un brandello di stoffa, un filo di paglia; e dopo aver riposto quelle cose in un luogo prestabilito, risalivano in volo quel pozzo di sole e andavano a cercare qualcos’altro da portare a casa.

martedì 27 febbraio 2018

Fauno


Dopo qualche momento capì che non era il trillo di un uccello. Nessun uccello avrebbe mai cantato una melodia cosi precisa, perché il loro canto è capriccioso come le loro ali. Si drizzò a sedere e guardò intorno, ma non vide nulla: al di sopra del suo capo le colline salivano con dolce pendio su su, verso il cielo limpido; intorno a lei gli sparsi cespugli di erica sonnecchiavano nel sole; sotto di lei, in lontananza, poteva vedere la casa di suo padre, una macchia grigia accanto a un ciuffo di alberi - e poi la musica finì, lasciandola ai suoi stupiti interrogativi.
Per quanto cercasse, non riuscì a trovare le sue capre. Infine tornarono spontaneamente da dietro un colle, sfrenate e sovreccitate come non le aveva mai viste. Anche le mucche persero la loro solita aria solenne e le girarono intorno abbandonandosi a goffi salti.
Mentre tornava a casa, quella sera, una strana esultanza insegnò ai suoi piedi a danzare. Essa volteggiava qua e là ora precedendo le sue bestie, ora seguendole. I suoi piedi saltellavano battendo un ritmo capriccioso. Aveva un motivo nelle orecchie e ballava con esso, buttando le braccia in fuori e al di sopra del capo, e ondeggiando e piegandosi nell'andare. Ora il suo corpo godeva della sua piena libertà: l'agilità, l’equilibrio e la sicurezza delle sue membra la incantavano, e anche la forza che non conosceva stanchezza la incantava. Il tardo pomeriggio era pieno di una pace serena, la dolce luce crepuscolare del sole disegnava un sentiero per i suoi piedi, e la vastità dei campi era tutta un volo di uccelli che sfrecciavano e cantavano, e lei cantava con loro un canto che non aveva parole, e non aveva bisogno di parole.


(Tiziano, le tre età)

L'indomani sentì di nuovo quella musica, fievole e vaga, meravigliosamente dolce eppure sfrenata come il canto di un uccello, ma era una melodia che nessun uccello avrebbe saputo ripetere. C’era un tema che tornava sempre. In un fiotto di trilli, passaggi, volate e ritornelli, eccolo riaffiorare con una solennità strana, quasi sacra - una melodia che imponeva il silenzio, sottile, estremamente austera e distaccata. C'era in essa qualcosa che le faceva battere il cuore, qualcosa verso cui le sue orecchie e le sue labbra si tendevano con desiderio. Era gioia, minaccia, spensieratezza? Non lo sapeva; ma una cosa sapeva: che per quanto terribile fosse, era soltanto sua. Era il suo pensiero non nato divenuto misteriosamente suono, e sentito con l'anima più che compreso con la mente.

venerdì 16 febbraio 2018

Mucca e mosca (e bambini)

(Benozzo Gozzoli)

(...) allora Brigid Beg afferrò la mano destra della Donna Magra, e poco dopo Seumas le strinse gentilmente la sinistra, e questa muta richiesta di protezione e di conforto richiamò ancora una volta la donna da quelle vallate della collera che stava così impetuosamente attraversando.
Mentre proseguivano senza fretta, scorsero una mucca che se ne stava accosciata in un campo, e alla vista di quell’animale la Donna Magra si fermò pensierosa.
- Tutto - disse - appartiene al viandante.
E inoltratasi nel campo, munse la mucca e ne raccolse il latte in un secchio che aveva con sé.
- Chi sa chi è il padrone di questa mucca - disse Seumas.
- Forse - disse Brigid Beg - non ha padroni.
- La mucca è padrona di se stessa, - disse la Donna Magra - perché nessuno può essere padrone di una cosa viva. Sono sicura che ci dà il suo latte molto volentieri, perché noi siamo gente modesta e sobria, senza ingordigia e senza pretese.
Non appena libera, la mucca tornò ad accosciarsi nell'erba e riprese il suo ruminare. Poiché cominciava a far freddo, la Donna Magra e i bambini si raggomitolarono contro il corpo caldo della bestia. Tirarono fuori dalle bisacce qualche pezzo di pane e si misero a mangiare, bevendo tutti contenti il latte dal secchio. Ogni tanto la mucca si voltava a guardarli benevolmente, dando loro il benvenuto nel nido dei suoi fianchi ospitali. Aveva uno sguardo mansueto, materno, e le piacevano molto i bambini. I due piccoli smettevano continuamente di mangiare per stringere tra le braccia il collo della mucca, per ringraziarla, far le lodi della sua bontà, e per mostrarsi a vicenda le molte meraviglie del suo aspetto.
- Mucca, - disse Brigid Beg in estasi - ti amo.
- Anch’io - disse Seumas. - Hai visto come ha gli occhi?
- Perché la mucca ha le corna? - disse Brigid.
Allora lo domandarono alla mucca, ma quella sorrise e non disse niente.
- Se una mucca parlasse, - osservò Brigid - che cosa direbbe?
- Facciamo le mucche, - rispose Seumas - così lo sapremo.
Allora diventarono mucche e mangiarono qualche stelo d’erba, ma si accorsero che quando erano mucche non avevano voglia di dire nient'altro che «muuhh», e conclusero che anche le mucche non avevano voglia di dire altro che quello, e li colpì il pensiero che forse non valeva la pena di dire altro.

(dipinto di Rosa Bonheur, 1822-1899)
 
Una mosca gialla, di forma allungata e sottile, era in viaggio da quelle parti, e si posò sul naso della
mucca per rilassarsi un momento.
- Benvenuta - disse la mucca.
- E una notte magnifica per viaggiare, - disse l’insetto - ma da soli ci si annoia. Non hai visto in giro nessuno dei miei?
- No, - rispose la mucca - stanotte non si vedono che scarabei, ed é difficile che quelli si fermino a far due chiacchiere. Tu sì che devi fare una bella vita, sempre in volo a divertirti di qua e di là.
- Tutti abbiamo i nostri guai - disse l’insetto con voce malinconica, e cominciò a pulirsi l’ala destra con le zampe.
- Succede anche a te che qualcuno si appoggi contro la tua schiena, come stanno facendo questi tre contro la mia, o che ti rubi il latte?
- Ci sono troppi ragni in giro - disse l’insetto. - Li trovi sempre dappertutto: se ne stanno acquattati nell'erba e ti balzano addosso. A furia di aguzzare la vista mi sono venuti gli occhi storti. Sono brutti tipi, voraci, screanzati e intrattabili, tremendi, veramente tremendi.
- Li ho visti, - disse la mucca - ma a me non hanno mai dato fastidio. Spostati un po’ più in su per favore, che voglio leccarmi il muso: è strano, questo pizzicorino che non mi dà pace. -
La mosca si spostò un po' più su.
- Se tu fossi rimasta dov’eri, continuò la mucca - e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata.
- Non mi avresti potuto colpire con la lingua - disse la mosca. - Lo sai che mi muovo in fretta.
Al che la mucca, sorniona, si passo la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso.
- Hai visto? - disse la mosca.
- Ho visto - rispose la mucca, e scoppio in un muggito di ilarità cosi improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.

(James Stephens, La pentola dell'oro, cap.XVII traduzione Adriana Motti, ed. Adelphi)

(Van Gogh, 1883)