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martedì 4 febbraio 2020

La doppia felicità di Blitz

Elsa Morante

La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.
Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. Il suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). Il mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.
Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz *; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: "Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! ".
E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando il passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.

 
Elsa Morante, La storia
Ed. Einaudi

*Blitz è un cane

sabato 6 aprile 2019

Una primavera



Era ritornata la primavera, e i primi tepori del sole mi davano un languore d’ineffabile delizia. Avevo quasi timore di sentirmi ferire dalla tenerezza dell’aria limpida e nuova ch’entrava dalla finestra semichiusa, e me ne tenevo riparato; ma alzavo di tanto in tanto gli occhi a mirare quell’azzurro vivace di marzo corso da allegre nuvole luminose. Poi mi guardavo le mani che ancora mi tremavano esangui; le abbassavo sulle gambe e con la punta delle dita carezzavo lievemente la peluria verde di quella coperta di lana. Ci vedevo la campagna: come se fosse tutta una sterminata distesa di grano; e, carezzandola, me ne beavo, sentendomici davvero, in mezzo a tutto quel grano, con un senso di cosí smemorata lontananza, che quasi ne avevo angoscia, una dolcissima angoscia. Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, cosí tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità, facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!

L. Pirandello, Uno, nessuno, centomila
dipinto di M.Chagall

venerdì 23 novembre 2018

Le stagioni secondo Purcell


In "The Fairy Queen" (La regina delle Fate, 1692) Henry Purcell mette in musica le stagioni. Il testo non è tratto da Spenser, che scrisse un poema con quel nome, ma da Shakespeare; erano infatti musiche pensate per una messa in scena del "Sogno di una notte di mezza estate". I testi musicati però non sono di Shakespeare, ed è difficile anche per gli esperti riuscire a trovarne l'autore. Comunque sia, ecco Febo (il Sole) che introduce l'argomento:  (qui per l'ascolto)


Phoebus:
When a cruel long winter has frozen the earth,
And Nature imprison'd seeks in vain to be free,
I dart forth my beams, to give all things a birth,
Making Spring for the plants, every flower, and each tree.
'Tis I who give Life, Warmth, and Vigour to all,
Even Love who rules all things in Earth, Air, and Sea,
Would languish, and fade, and to nothing would fall;
The World to its Chaos would return, but for me.
Choir
Hail! Great Parent of us all,
Light and Comfort of the Earth;
Before your Shrine the Seasons fall,
Thou who givest all Nature Birth.
(Quando un lungo e crudele inverno ha gelato la terra, e la Natura imprigionata cerca invano di liberarsi, io scaglio lontano i miei raggi e dò a tutte le cose la nascita, facendo primavera per le piante, per ogni fiore e ogni albero. Sono io che dò vita, calore e vigore a tutto; anche Amore, che regola ogni cosa in terra, aria e mare, languirebbe e appassirebbe e sparirebbe nel nulla; il mondo tornerebbe al suo caos originale, se non fosse per me. Salve, grande genitore di noi tutti, luce e conforto della Terra; davanti al tuo altare si prostrano le Stagioni, per te che hai fatto nascere tutta la Natura.)


Spring:
Thus the ever grateful Spring,
Does her yearly tribute bring;
All your sweets before him lay,
Then round his altar, sing and play.
(così la sempre riconoscente Primavera porta il suo tributo annuale: tutte le sue dolcezze pone innanzi a lui, quindi attorno al suo altare canta e danza)


Summer:
Here's the Summer, sprightly, gay,
Smiling, wanton, fresh and fair;
Adorn'd with all the flowers of May,
Whose various sweets perfume the air.
(ecco l'Estate, allegra e gaia, sorridente, scherzosa, fresca e bella; adorna di tutti i fiori di maggio, che con le loro diverse dolcezze profumano l'aria)





Autumn:
See my many colour'd fields
And loaded trees my will obey;
All the fruit that Autumn yields,
I offer to the God of Day.
(Guarda i miei campi dai tanti colori, e gli alberi carichi alla mia volontà obbediscono; tutti i frutti che Autunno produce io li offro al Dio del Giorno)



Winter:
Now Winter comes slowly, pale, meager, and old,
First trembling with Age, and then quiv'ring with cold;
Benumb'd with hard forests, and with snow covered over,
Prays the Sun to restore him, and sings as before.
(Ora giunge l'Inverno lentamente, pallido, magro, e vecchio; prima trema per l'età, poi ha i brividi per il freddo; annuvolato con dure foreste, e coperto dalla neve, prega il sole che lo ristabilisca e canta come faceva un tempo)


(illustrazioni di Kate Greenaway)



mercoledì 30 maggio 2018

Lo stagno

dipinto di Robert Bateman
Mi chinai a raccogliere una primula. Niente da fare, troppa pancia. Mi accoccolai e ne feci un mazzetto. Per fortuna no c'era nessuno a vedermi. Le foglie erano come arricciate, a forma di orecchio di coniglio. Mi alzai e posi il mazzolino di primule sul cancello. Poi, d'impulso, mi sfilai la dentiera e le diedi un'occhiata. Se avessi avuto uno specchio mi sarei guardato da capo a piedi, sebbene sappia perfettamente che figura faccio. Un quarantacinquenne grasso in abito grigio a spina di pesce un po' liso e bombetta in testa. Sulla fronte porto scritto: " Moglie, due figli, casa nei sobborghi". Faccia rossa e occhi di un celeste acquoso. Lo so, non avete bisogno di dirmelo. Ma la cosa che mi colpì mentre davo un'occhiata alla protesi prima d'infilarmela in bocca di nuovo, fu che non me ne importava nulla. Neppure i denti finti importano. Sono grasso, sì. Sembro il fratello mal riuscito di un contabile, sì. Nessuna donna verrà più a letto con me, se non la pago, lo so. Ma vi dico che non me ne importa. Non voglio donne, non voglio nemmeno tornar giovane. Soltanto essere vivo. Ed ero vivo nel momento in cui guardavo le primule e la brace rossa sotto la siepe. E' una sensazione interna, una sensazione pacifica, che tuttavia mi brucia come una fiamma. 
Giù, oltre la siepe, lo stagno era coperto di lenti palustri, tanto simili a un tappeto che a non conoscerle si sarebbe potuto pensare che fossero terra ferma e camminarci sopra. Mi chiedevo perchè mai siamo tutti così sciocchi. Perchè, invece delle stupidaggini in cui buttiamo il nostro tempo, non andiamo a passeggio " guardando" le cose? Quello stagno, per esempio: tutto ciò che contiene, tritoni, bisce, coleotteri, friganee, mignatte, e Dio sa quanti altri esseri che si riescono a vedere soltanto al microscopio. Il miracolo della loro vita, laggiù sott'acqua. Tutta un'esistenza si potrebbe passare ad osservarle, dieci esistenze; e non si verrebbe a capo neppure di quell'unica pozza d'acqua. E, per tutto il tempo, quella specie di senso di miracolo, quella strana fiamma dentro di noi. E la sola cosa che valga la pena di possedere e noi non la vogliamo. Ma io la voglio. Almeno così pensavo in quel momento.


George Orwell, Una boccata d'aria, ed. Mondadori
Traduzione di Bruno Maffi

sabato 19 maggio 2018

I temporali di Rossini



Qui da me, in Lombardia, di questi tempi ogni sera c'è un temporale; e c'è anche da averne paura ma per oggi preferiscono parlare di musica, i temporali in musica sono tanti e si può cominciare da Gioacchino Rossini.


Dei temporali di Rossini, il più famoso è nell'ouverture dal "Guglielmo Tell": direi che lo conoscono tutti, anche senza sapere che è di Rossini. (qui) minuto 2:48 Toscanini,


Ma con i temporali Rossini si è divertito molto anche prima del "Guglielmo Tell": ne troviamo uno in "La pietra del paragone" (qui) , poi nel "Barbiere di Siviglia" (qui), e nella "Cenerentola" (qui) .


Sono molto famosi anche i temporali di Vivaldi (dalle Quattro Stagioni) e di Beethoven (dalla Sinfonia n.6), ma la stagione è solo all'inizio e ci sarà tempo di parlarne ancora.


(Giorgione, dettaglio da "La tempesta")

mercoledì 18 aprile 2018

L'annaffiatoio celeste


Piove, e c'è il sole. Fenomeno tutt'altro che raro, piuttosto stupisce il modo in cui piove: piove un po', cinque minuti, dieci minuti, poi esce il sole. Piove così poco che le gatte non ci fanno quasi caso, cosa vuoi che siano queste quattro gocce. Invece no, non sono quattro gocce ma piove bene, regolare, e tanto: è acqua che bagna, nonostante quel che dicono le gatte. Non è acqua che devasta o inonda, ma qualcosa che sembra mandato apposta dal cielo per far fiorire le piante. Un annaffiatoio, insomma, ma usato da qualcosa o da qualcuno che non ci è dato conoscere. Un annaffiatoio celeste, per il quale le mie piantine ringraziano il Cielo (e mica solo loro, anche tutte le altre erbe che ci sono e che non serve affatto seminare perché fanno tutto da sole). Il che mi riporta all'estate scorsa, quando ero io l'annaffiatore e c'era molto caldo: prendevo l'acqua dal bidone dell'acqua piovana, cominciavo a dare sollievo a qualche piantina che ancora resisteva, ed ecco il gattino dal musetto buffo che mi veniva dietro, e dovevo stare attento a non calpestarlo - ma molto attento davvero, mica si sposta. Il gattino buffo è incuriosito dall'annaffiatoio: da dove viene quell'acqua? Come fa Giuliano (ammesso che lui mi chiami così, e poi chissà come mi chiama e chissà se mi ha dato un nome) a far piovere così bene e così regolare? E, soprattutto: si può toccare? Ci prova, gli piace, poi si spaventa, annusa dove è bagnato, torna da me che mi sono spostato un po' più in là. Lo bagno un pochino, non si sposta: sa già che non fa male, che c'è la pelliccia, e poi con questo caldo che cosa vuoi che sia.

Ma tutto questo succedeva l'anno scorso. Il gattino dal musetto buffo e la sua sorellina timida hanno trovato casa (lontano da qui, nel bergamasco) e a dirla tutta ne sento la mancanza ma non è che posso passare il mio tempo ad allevare gattine timide e gattini dal musetto buffo, anche se l'idea non mi dispiacerebbe. Un anno è passato, vedremo che gattini mi porterà l'anno nuovo (sono già arrivati, a dire il vero, ma la Gatta li tiene nascosti). Per adesso ho qui la loro mamma Ciccetta, e ho anche l'annaffiatoio celeste, che ogni tanto smette e poi riprende; si vede che anche lassù hanno un bidone dell'acqua piovana da cui bisogna attingere ogni tanto. Ma, poi, da dove verrà quell'acqua piovana che hanno lassù? La domanda è di quelle che fanno nascere tante altre domande, e nel dubbio, in attesa di trovare una risposta, mi ritiro con discrezione nei miei appartamenti.

mercoledì 21 marzo 2018

Le stagioni secondo Wyatt


Come sempre con Robert Wyatt, è difficile capire se sta facendo sul serio o se ti prende in giro, o se magari si sta solo divertendo con un nonsense: « L'Inverno è il tempo in cui penso al passato» potrebbe essere il verso di un grande poeta, invece «D'Estate è quando mi piace star seduto sull'erba» è poco più di una considerazione da banale chiacchierata, eppure alla fine qualcosa rimane in mente. Qui Wyatt era molto giovane, suonava la batteria da grande percussionista e cantava nel secondo lp dei Soft Machine; prima presenta "The British Alphabet" ("Ladies and Gentlemen, the British Alphabet!") nei due sensi, quello giusto e poi alla rovescia (non è da tutti) e poi comincia a raccontare le stagioni e il passare del tempo, mettendomi subito in difficoltà perché non riesco a tradurre il senso del finale del primo verso ("means to ends"), ma insomma. E' qualcosa che ascolto sempre molto volentieri, spero che sia lo stesso per voi.



HIBOU, ANEMONE AND BEAR (un clic qui per l'ascolto)

Words by Robert Wyatt, Music by Mike Ratledge

In the Spring, I think of sex and means to ends
Summertime, I like to sit upon the grass
Autumn nights I go to parties with my friends
Winter time is when I think about the past
But of course I do all those things all year 'round
I mean, all the good things are there to be found
It's all here, pick-a-back and get to work
If you don't, your life will surely go berserk
Or indeed be bored to death, which is worse?
If something's not worth saying
Not worth saying
Not worth saying
Say it...



(In primavera, penso al sesso "and means to ends"; in estate, mi piace stare seduto sull'erba; nelle notti d'autunno vado alle feste con i miei amici; d'inverno è quando penso al passato. Ma, ovviamente, faccio queste cose tutto l'anno - voglio dire, le cose belle sono qui per essere trovate, è tutto qui, metti in spalla e comincia a lavorare. Se non fai così, la tua vita diventerà sicuramente piena di rabbia, o magari sarai annoiato a morte: cosa è peggio? Se qualcosa non vale la pena di essere detto, se non vale la pena di essere detto, dillo...)

(disegni da The Oswick Bird di Edward Gorey, 1966)

giovedì 16 novembre 2017

madrigali


Il madrigale è un breve componimento solitamente destinato ad essere messo in musica. Si fa risalire la sua denominazione al termine matricalis per la grazia semplice e ingenua della composizione oppure a matrix ( chiesa madre, cattedrale ) dove si cantava la musica polifonica o ancora al provenzale mandra gal, ‘canto pastorale’ . E' Petrarca a canonizzarne la struttura, precedentemente invece molto varia. Nel Cinquecento lo schema cambia sostanzialmente ma il soggetto rimane di tipo idillico-amoroso almeno fino al secolo successivo, quando inizia a veicolare contenuti morali, religiosi, filosofici e persino satirici.

Il genere ha avuto una certa fortuna come dimostra la mia piccola selezione. Ho scelto madrigali in linea con i soggetti ricorrenti nel blog: c'è un faggio nel componimento di Petrarca, un'ape in quello, bellissimo, di Tasso, una stagione in quello di Giosuè Carducci, un pettiroso e un passero saputo in quello di Giovanni Pascoli, un lupo in quello di Attilio Bertolucci. C'è infine un video  per ascoltare il canto di una ninfa:-)


particolare di un dipinto di Vermeer



Perch’al viso d’Amor portava insegna,
mosse una pellegrina il mio cor vano,
ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

Et lei seguendo su per l’erbe verdi,
udí’ dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi!

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
tutto pensoso; et rimirando intorno,
vidi assai periglioso il mio vïaggio;

et tornai indietro quasi a mezzo ’l giorno.


(Francesco Petrarca, RVF LIV )


sabato 21 ottobre 2017

Vento del Nord


Da qualche giorno tirava un forte vento e la finestra, fino ad allora aperta, dovette essere chiusa. Eravamo agli inizi di maggio. Il sole inondava la mia camera la mattina presto, molto prima che a casa. La cupola d'oro scintillava per un istante, ma poi le nuvole tornavano a chiudersi su ogni cosa. Le gemme iniziavano appena ad apparire sugli alberi, poiché in Svezia la primavera arriva più tardi. Era dunque quello il vento del Nord? Credevo fosse più rude, più violento, più sonoro. I bollettini meteoreologici, a casa, parlano di "correnti nordiche" e io, leggendoli, avevo sempre pensato a uragani feroci come quelli descritti da Ossian, vortici tonanti nati all'interno dei fiordi. No, non era così. Tuttavia era diverso dai venti ungheresi. Questo era leggero, sottile e sereno, sfrenato ma non rabbioso. Fischiava allegro e indifferente. Il mondo sembrava oscillare ed era limpido e fresco come se fosse stato sollevato più in alto. Il mio olfatto, divenuto più fine da quando ero malato, sentiva il lontano profumo del mare.


Frigyes Karinthy, Viaggio intorno al mio cranio, ed. Bur

Traduzione dall'ungherese di Andrea Rényi













dipinto di Karen Hollingsworth

venerdì 30 giugno 2017

Rane


Le rane nello stagno, furiose, si chiamavano a perdifiato; si potevano perfino distinguere chiaramente le loro parole, "i ty takovà! i ty takovà!".
Che strepito! Pareva che tutti quegli esseri gridassero e cantassero perché nessuno, quella sera di primavera, potesse dormire; perché tutti, e anche le rane furiose, godessero di ciascun minuto e lo amassero: la vita infatti è data una volta sola.

Anton Cecov, "Nella bassura" pag.1243 dei Racconti nell'edizione Garzanti
 ("anche tu sei così!")


(disegno di Jan van Rysselberghe)