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sabato 6 ottobre 2018

L'uomo cavallo ( I )


(Francia 1475, il Sagittario)
(...) Mi parla a lungo anche di "zio Nardu", un bizzarro vecchio che diventava cavallo. Abitava in una povera bicocca fuori Nuoro. Fellini ci andò accompagnato da un pretino in fama di buon esorcista. Arrivati alla casa di zio Nardu, dovettero aspettare due ore perché lui non voleva aprire. Alla fine si spalancò la porta e zio Nardu apparve, un vecchietto di settant'anni, all’apparenza niente di straordinario. Come vide il prete, si fece il segno della croce. Salutò in tono piuttosto servile. Subito il pretino lo redarguì severamente: « Ti vuoi convertire finalmente? La devi smettere di trasformarti in bestia! Altrimenti finirai all’inferno...». E lui diceva di sì, era pentito, prometteva di non farlo più, lacrime gli colavano dagli occhi. 
A questo punto intervenne Fellini: il pretino, continuando così, gli avrebbe rovinato tutto quanto. « Sì, zio Nardu, tu devi convertirti - disse il regista. - Sono venuto apposta da Roma per parlare con te. Ma, per dimostrarti la sua benevolenza, la Chiesa ti dà il permesso di diventare bestia ancora una volta.» 
A quelle parole zio Nardu si rianimò, fece una grande risata, poi si mise a parlare velocemente, non si capiva una parola, sembrava recitasse una filastrocca di nomi messi insieme senza nesso. All’improvviso cominciò a nitrire, non a emettere suoni simili a nitriti, ma a nitrire veramente come un cavallo. Ben presto avvenne una metamorfosi mostruosa. La faccia divenne un muso, il muso si allungò a vista d’occhio assumendo fattezze equine; gli occhi si ingrandirono, divennero interamente neri e lucidissimi, appunto come gli occhi dei cavalli, le orecchie si spostarono in alto, così da sporgere dalla sommità del capo. Perfino il corpo, sembrò a Fellini, acquistava un certo che di cavallino. Allora, sempre cacciando altissimi nitriti di gioia, l’uomo-cavallo cominciò a scalciare furiosamente. E il pretino a recitare le formule sacre dell’esorcismo. Fino a che l’altro si quietò e nel giro di pochi secondi riacquistò sembianze umane. 
Al termine dell’inusitata scena, Fellini si trattenne a discorrere con zio Nardu. «Spiegami un po’ - gli chiese - perché ti piace fare il cavallo?». « Ma il cavallo è più buono, è più onesto degli uomini - rispose il vecchio con entusiasmo - Non c'è niente di più bello di un cavallo. Sì, per questo io voglio diventare un cavallo. Sì, sì, io sono un cavallo. » Zio Nardu è morto recentemente, del tutto felice perché nella suprema agonia aveva avuto una delle sue crisi, tramutandosi in destriero. E i suoi ultimi rantoli furono nitriti. Un matto, insomma, ma fuori della norma dei matti. Del resto, mi ha fatto notare Fellini, la pazzia in certi casi è “materializzante” cioè l’uomo finisce per assomigliare alla persona o alla cosa in cui si illude di essere trasformato. Così c'è il pazzo che può assomigliare a Napoleone, il pazzo che assume le forme di un uccello e così via. (...)


Dino Buzzati, da "I misteri d'Italia", edizione Mondadori 1978. (pubblicato sul Corriere della Sera nell'agosto 1965)



martedì 13 marzo 2018

Il gatto di Dio


«Caspita! - fece l'Imbriani col poco fiato che gli rimaneva - Doveva essere un gatto ben prezioso! E chi era mai il padrone? Lei lo sa? »
« Sì che lo so. Il suo padrone era Dio, Nostro Signore. »
« Un gatto di Dio? Come è possibile? »
« Tutti i gatti sono di Dio», fece il passante, e alzò un dito ammonitore.

(Dino Buzzati, Il delitto del cavaliere Imbriani, da "Il crollo della Baliverna")




(Willy Ronis, 1957, Francia)


martedì 20 giugno 2017

Dino Buzzati

Un cane. Ha il pelo lungo. E' nero. Ha un aspetto mite e pensieroso. Assomiglia stranamente a Spartaco, il barbone che avevo una quindicina d'anni fa. La stessa sagoma, la medesima andatura, l'identico volto rassegnato. Assomiglia? Altro che assomigliare. E' lui in persona, Spartaco, vivo simbolo di stagioni lontane che adesso sembrano felici.
Mi viene proprio incontro, mi fissa con il profondo pesante sguardo che hanno i cani, pieno di ansie e di rimproveri. Fra poco, già lo immagino, mi salterà addosso con mugolii di gioia. Invece, quando è a due metri e io allungo la mano per accarezzarlo, lui scivola via, estraneo, e si allontana.
- Spartaco! - grido - Spartaco!
Ma il cane non risponde, non si ferma, non volta neanche il muso. Lo vedo, pecorella nera, rimpicciolire, dietro e fuori i successivi aloni dei fanali. «Spartaco!» chiamo ancora. Niente. Troc troc. Adesso non lo si vede più.

(Dino Buzzati, da "La città personale", numero 41 dei "Sessanta racconti")


(disegno di Dino Buzzati: è uno dei suoi cani)

lunedì 24 aprile 2017

Le palme in Piazza Duomo


...Ma nulla la città odia quanto il verde, le piante, il respiro degli alberi e dei fiori.
(Dino Buzzati, Il tiranno malato, numero 46 dei "Sessanta racconti")

Le palme e i banani in Piazza del Duomo a Milano, qualsiasi cosa se ne pensi, dimostrano con certezza una cosa sola: che per gli architetti e per gli urbanisti gli alberi sono solo elementi d'arredo. Un albero vale un lampione, nei rendering degli architetti e degli esperti di arredo urbano: un lampione, una fioriera, un portaombrelli, un tavolo, un armadio, una poltrona. Lo prendi di qui e lo sposti di là, e quando sei stufo lo butti via e ci metti qualcos'altro. E' il destino di una generazione (anche più di una, ormai) che non è abituata a vedere la linea dell'orizzonte. L'orizzonte, e ormai non solo a Milano ma anche nei paesi più distanti, è il palazzo davanti. O quello di fianco, o quello che trovi appena svoltato l'angolo; si comincia così da bambini e poi si trova naturale tutto questo, ma la scomparsa dell'orizzonte non è una cosa naturale, è il risultato di una modificazione profonda e artificiale. Vale anche per gli olivi centenari espiantati per il gasdotto in Puglia, per la Tav in Val di Susa, per tante altre cose ancora. Si perde anche il significato delle parole: "olivo centenario" significa che ci ha messo cento anni per diventare così, o magari anche di più di cento anni; invece, da come lo dicono, sembra che sia solo un pezzo d'arredo come un altro. Lo prendi di qui, lo sposti di là, "poi si abituano e smettono di rompere" (eh sì, è il modo più veloce per far tacere chi non è d'accordo, dare del "polemico", o peggio, a chi muove anche solo una piccola obiezione...).

(foto di Arthur Prentiss, 1915)

Il racconto successivo, nel libro di Buzzati, si intitola "Il problema dei parcheggi": viene proprio da pensare che li abbia messi in sequenza lui uno per uno, questi racconti, e non un editor qualsiasi. Buzzati sapeva e vedeva, anche perchè era cresciuto fra le montagne, a Belluno. A Milano, nell'orizzonte di cemento, ci abitava e ci lavorava soltanto.

martedì 20 settembre 2016

Il pettirosso gigante


illustrazione di Dino Buzzati
La storia è autentica, benchè apparentemente inverosimile. Un pettirosso si invaghì per l'appunto della Domenica Assunta la quale era fidanzata con un bravo giovane di Pedavena. Quando vennero celebrate le nozze, l'infelice volatile, magnificato dall'impossibile amore, assunse all'improvviso dimensioni mastodontiche e con le gigantesche ali planò nella piazza centrale di Feltre all'arrivo del
corteo. Dopodiché, tra lo sbigottimento degli astanti, afferrò dolcemente la giovane con le zampe e la trasse a volo verso il gruppo dolomitico di Cimonega, ripromettendosi forse di depositarla in qualche recondito abituro. Senonché, essendo intervenuta Santa Rita, chiamata dai parenti della sposina, il ciclopico uccello depositò con la massima cura su un tenero pascolo l'oggetto del suo amore, riacquistò le dimensioni normali di pettirosso e non si fece più vedere.

Dino Buzzati

da I Miracoli della Val Morel , ed. Oscar Mondadori  ( info )