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domenica 2 febbraio 2020

Neve



(Dublino 1965, Mac Weeney)
Fuori era ancora buio. Nell'aria senza vento la neve cadeva più fitta della vigilia. I grossi fiocchi lanuginosi scendevano pigramente e a poca distanza da terra restavano ancora esitanti se posarsi o no al suolo. Quando dal vicolo uscirono sull'Arbàt, era già più chiaro. La nevicata velava tutta la strada d'una bianca cortina che scivolava giù agitando e impigliando nelle gambe dei passanti i suoi lembi frangiati, così da far perdere la sensazione di procedere, quasi che i piedi anziché avanzare restassero a muoversi sempre nello stesso punto. Per strada non c'era anima viva. I partenti del vicolo Sivcev non incontrarono nessuno. Presto però, tutto coperto di neve, come passato in pasta liquida, li raggiunse un vetturino con una rozza imbiancata allo stesso modo. Per una somma favolosa, ma che in quegli anni non valeva un soldo, li fece salire tutti con la roba in carrozza. Solo Jurij Andreevic preferì raggiungere a piedi la stazione, libero da pesi e bagagli.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.174 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate



martedì 21 gennaio 2020

Gazze


(Bewick, 1826)


Due gazze arrivarono nel cortile e presero a svolazzare cercando dove posarsi. Il vento arruffava e gonfiava le loro piume. Si posarono sul coperchio del cassone delle immondizie, passarono sullo steccato, scesero a terra e cominciarono a camminare nel cortile. «Le gazze annunciano neve», pensò. Nello stesso momento dietro la tenda sentì Sima che diceva: «Le gazze portano notizie. Visita o lettera.» Dopo poco suonarono il campanello (...) Fuori nevicava. Al vento, la neve scendeva obliquamente, sempre più rapida e fitta, come per riguadagnare il tempo perduto. Jurij Andreevic guardava dinanzi a sè fuori dalla finestra, come se non la vedesse cadere ma continuasse a leggere la lettera di Tonja, e non asciutte stelline di neve balenassero e volassero via, ma piccoli spazi bianchi tra i piccoli caratteri neri, bianchi, bianchi, senza fine, senza fine.


Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.335 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate




venerdì 10 gennaio 2020

Neve






Aprii la finestra e allungai una mano fuori. Aspettai che un fiocco di neve mi si posasse sul palmo:
era bagnato e pesante, si scioglieva subito a contatto con la pelle, ma chissà come era stato 2000 metri più su.

Paolo Cognetti, Le otto montagne
Ed. Einaudi





martedì 10 dicembre 2019

Neve


Fa la neve sulle foglie
e sulle penne degli uccelli
che vengono a battere nei vetri
per domandare qualcosa;
tutti i mobili della casa scricchiolano,
come se mangiassero sementi.
 
(Tonino Guerra, a Mosca con Tarkovskji)
(da "Piove sul diluvio", 1977; trascritta da "Scrittori per un anno" di Rai Storia)




(la foto è di Tonino Guerra, scattata nella sua casa di Mosca e presa dal documentario citato)

mercoledì 27 febbraio 2019

Neve a Milano

M’immagino che la neve non ami lo stile Novecento. Non sa come disporsi su quelle linee dritte, non riesce a ornare il paesaggio moderno. La neve è fatta per le statue equestri dei monumenti, per le cattedrali, per i palazzi, li rende ancor più severi, li attetra; mi piace anche in fondo a questa piazza su quelle casupole in demolizione che sembrano rosicchiate dai topi e mi avvedo che quelle casupole, per quanto miserabili, vanno molto d’accordo con la maestà del Duomo. Hanno vissuto, sono calde d’umanità, se un muro cade, quanto calore trabocca nella via! Le grandi costruzioni razionali dalle gelide facciate a vetri non sono case ma ricetti di conglomerati umani che mangiano in fretta, dormono in fretta, lavorano in fretta, e anch'essi, i cubici fabbricati, invecchiano velocemente. Altri intanto ne sorgono perfetti e la gente vi accorre per poi di nuovo rivolgersi altrove dacché nessuna amicizia lega più la casa all’uomo. La neve dovrebbe decidersi a disertare le città ove ingombra, rallenta il traffico, non vi è più tollerata. Coi sereni tramonti e col raggio di luna faceva parte di un ciarpame letterario passato di moda. Si riduca in montagna al servizio degli sciatori e si rallegri se le riconoscono di grazia una funzione utilitaria connessa all‘agricoltura.

 


« On Sass! ». Il custode del giardinetto della Guastalla ha impiegato un buon dieci minuti nei tentativi di chiudere il cancello verso via San Barnaba. Credeva dapprima che la neve raggelandosi avesse ingombrato le guide, poi si accorse di un intoppo e... «on sass»... disse a mezza voce e lo tolse e il cancello fu chiuso.
Guardo il giardino di là attraverso le sbarre e intuisco il perché di tanto affrettarsi a portarla via subito, la neve, dai luoghi ove l’uomo lavora. Essa difatti rallenta e addormenta. Una volta - si sa - cominciava presto a nevicare, a novembre, dicevano:
gh’é chi Santa Caterina
cont el sacch della farina
e di quell'altra, della neve decembrina, si diceva poi che
fina a marz la se strascina

perché nelle piazze non dava fastidio a nessuno e nei cortili delle case serviva a divertire i ragazzi; ma infine anche loro se ne stancavano e rimaneva lì nera per delle settimane come un mucchio di sassi. Al prime lieto sole delle tempore di primavera se ne andava adagio adagio la neve... in silenzio... come era venuta.
Era una vita tranquilla e senza mutamento e l’uomo vi prendeva le cose quando e come il cielo le mandava. Non fuggiva il caldo, non temeva il freddo e la neve non poteva rallentare i suoi passi che erano già lenti per abitudine. La massa degli affari! Chi la conosceva? Figuratevi! Per una cambiale in protesto suonava allora una campana dalla torre dei Mercanti. Immaginate voi oggi un bollettino dei protesti sonorizzato? Ci sarebbe da diventar sordi! Non mi sento di condividere l'opinione di quel mio amico che sostiene di non aver mai visto una cambiale pagata, ma mi figuro l’eterno scampanio nelle città e nei borghi per gli effetti insoluti! Il custode del giardinetto ripassa davanti al cancello, le mani in tasca, il bavero alzato, chiuso nel pastrano color terra e si allontana verso alcune case. E' sera. Mi fermo, un poco a guardar dentro; contemplo i viali, i prati sepolti. Romantica neve! Immacolato candore! Mi pare che il cancello chiuso mi escluda da tutto un passato. Sono rimasto al di fuori. Mi sento triste perché mi so ammalato della più segreta di tutte le malattie, di una malattia quasi vergognosa ai nostri dì, malato di poesia... Come si può vivere con questo morbo?
Si vive così - penso - senza avvenire... e mi incammino... ma un povero vecchietto non lungi di lì, per una piccola moneta mi offre un foglietto rosa. No; ho ancora una possibilità nel futuro: « Da un giuoco che farete con le carte - leggo sul foglietto - comprenderete che la fortuna vi ha serbato una grande sorpresa apportatrice di ogni felicità».
Sta bene; so dove rivolgermi. C'è in via Disciplini una donna che tira su i punti delle calze e predice la sorte. Speriamo che sul tavolo di cucina della cartomante si disponga per me on fioriment e cioè una serie di fiori.

Delio Tessa, da "Ore di città" (1938-39), ed Scheiwiller 1984 pag.84

(la foto di Cicetta nella neve è mia)

martedì 19 febbraio 2019

Piedi di cristallo e mani di indurita neve





e non ebbero fatti venti passi quando, dietro un masso, videro un giovane seduto ai piedi di un frassino, vestito da contadino, del quale per il momento non potevano scorgere il viso perché si stava lavando i piedi in un ruscello che lì presso correva, e perciò lo teneva chinato; ed essi gli si avvicinarono così silenziosamente che egli non li udì, intento com’era, a lavarsi i piedi, che erano tali da sembrare due pezzi di bianco cristallo spuntati fra mezzo i ciottoli del fiume. Li stupì la bianchezza e la bellezza di quei piedi, sembrando loro che non fossero fatti a calpestar zolle di terra, né a seguire un aratro e dei buoi ( … ). Il giovane si tolse il berretto e si mise a scuoter la testa da una parte all’altra e a quel gesto si andarono sciogliendo e spargendo dei capelli che i raggi del sole avrebbero potuto invidiare. Così si resero conto che quello che sembrava un contadino era invece una donna ( … ). I lunghi e biondi capelli non solo le ricoprivano le spalle, ma ne nascosero tutta la persona, e se non fosse stato per i piedi, nient’altro si sarebbe visto di lei , tanti e tali erano. E a questo punto, le fecero da pettine delle mani tali, che se i piedi nell’acqua erano parsi cristallo, le mani tra i capelli parvero di indurita neve.

Da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes ed. Einaudi


( Il dipinto è di John William Waterhouse )

domenica 9 dicembre 2018

Neve a Parigi, inverno 1940



( fonte )

La terrazza dei Corte, quell'inverno, era coperta da uno spesso strato di neve in cui si manteneva in fresco lo champagne. Corte scriveva vicino a un fuoco di legna che non riusciva a sostituire il calore ormai inesistente dei termosifoni. Aveva il naso bluastro e quasi piangeva dal freddo. Con una mano stringeva al petto una borsa d'acqua calda, con l'altra scriveva. (...)
E la neve continuava a cadere inesorabimente, lenta e tenace, sugli alberi di boulevard Delessert dove i Péricard erano tornati ad abitare - perchè appartenevano a quell'alta borghesia francese che preferisce vedere i propri figli privati di pane, di carne e di aria piuttosto che di diplomi, e non bisognava interrompere gli studi di Hubert già tanto compromessi dagli eventi dell'estate precedente, nè quelli di Bernard, che era prossimo agli otto anni e si era dimenticato di tutto quello che aveva imparato prima dell'esodo, sicchè la madre gli faceva recitare: "La Terra è una sfera che non poggia su niente" manco avesse sette anni invece che otto ( che disastro!). 
Fiocchi di neve si impigliavano nei veli da lutto della signora Péricard quando, superata finalmente la coda dei clienti davanti a un negozio, si fermava sulla porta sventolando come un vessillo la tessera alle madri di famiglia numerosa che le dava diritto di precedenza.
Sotto la neve, Jeanne e Maurice Michaud aspettavano invece il loro turno, appoggiandosi l'uno all'altro come cavalli stanchi prima di mettersi in cammino.
La neve copriva la tomba di Charlie Langelet al Père Lachaise e il cimitero delle automobili vicino al ponte di Gien - tutte le auto bombardate, incendiate, abbandonate nel mese di giugno e che giacevano ai due lati della strada, inclinate sulla ruota o sul fianco, con le portiere spalancate o ridotte a un ammasso contorto di rottami. La campagna era bianca, immensa, muta; (...)

Irène Nèmirovsky, Suite francese, ed. Adelphi

venerdì 7 dicembre 2018

Tempesta di neve


Trascorsero la notte al monastero, in una cella che era stata riservata allo zio, come a persona lì ben nota da tempo. Era la vigilia dell'Intercessione della Vergine. L’indomani sarebbero dovuti partire per un lungo viaggio verso il sud, fino a un capoluogo di provincia del Volga, dove padre Nikolaj era impiegato presso una casa editrice, che pubblicava il giornale progressista della zona. Avevano già acquistato i biglietti per il treno e riunito nella cella il loro bagaglio. Nelle vicinanze, dalla stazione il vento portava i fischi lamentosi delle locomotive che facevano manovra lontano.
Verso sera vi fu un brusco sbalzo di temperatura. Due finestre a livello del suolo davano su uno squallido angolo d'orto, circondato da gialli arbusti d'acacia, sulle pozzanghere gelate della strada e su quel lembo di cimitero dove la mattina avevano seppellito Marija Nikolaevna. Tranne alcune aiuole, marezzate di cavoli illividiti dal freddo, l'orto era spoglio. Quando irrompeva il vento, i rami nudi delle acacie si dimenavano come ossessi, piegandosi fin sulla strada.
Un colpo alla finestra destò Jurij durante la notte. L'oscura cella era magicamente illuminata da una guizzante luce bianca. Jura corse in camicia alla finestra e appoggiò il viso al vetro gelido. Fuori non c'era più la strada, né il cimitero, né l'orto: solo la tormenta che infuriava, l'aria fumigante di neve. Quasi che la tormenta si fosse accorta del ragazzo e, consapevole del proprio terrificante potere, godesse dell’impressione che gl'incuteva. E fischiava e ululava, tutta affannata a richiamare la sua attenzione. Dal cielo, sdipanandosi giro su giro da matasse senza fine, un bianco ordito cadeva sulla terra avvolgendola in un sudario. Non era rimasta che la tormenta al mondo, sola e incontrastata. Il primo impulso di Jura, scendendo dal davanzale, fu di vestirsi e di correre in strada: occorreva fare qualcosa. Ora lo angosciava l'idea che la neve seppellisse i cavoli del monastero prima che non si potessero più raccogliere; ora il pensiero della madre, là, in quel campo, ricoperta dalla neve, senza più forze per resisterle, mentre sprofondava sotto terra, sempre più giù,ancora più lontano da lui. Ruppe nuovamente in lacrime. Lo zio si sveglio, gli parlò di Cristo e lo consolò, poi sbadigliando si accostò alla finestra e rimase a guardar fuori pensieroso. Cominciarono a vestirsi. Era quasi l'alba.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag10 edizione Feltrinelli 1998, traduzione di Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate



(dipinto di Konstantin Yuon)