Fa fresco. Io son di sentinella e sbarro gli occhi nell'oscurità. Mi sento fiacco, come sempre dopo un'azione, e perciò mi riesce duro restare solo coi miei pensieri. In realtà, pensieri non sono, ma piuttosto ricordi, che m'assalgono nella mia debolezza e mi muovono l'anima in guisa strana.
I razzi brillano alti, ed io vedo una chiara notte d'estate: mi trovo nel chiostro del Duomo e guardo i

cespi di rose fiorenti in mezzo al piccolo cimitero, ove sono sepolti i vecchi canonici. Intorno sorgono i gruppi di pietra delle stazioni del Rosario. Non c'è anima viva; un gran silenzio cinge il rettangolo fiorito, il sole riscalda le grosse pietre grigie, sicché la mia mano posandovisi, ne carezza il calore. Sopra il tetto d'ardesia la verde torre della cattedrale si slancia nel pallido e molle azzurro della sera. Tra le colonnette del chiostro ancora illuminate, si indovina la fresca oscurità che soltanto le chiese sanno dare, e io me ne sto li immobile, e penso che a vent'anni saprò le cose mirabili e inquietanti che vengono dalle donne.
Il quadro è così stranamente vicino che mi par di toccarlo, prima che il lampo del prossimo razzo lo faccia sparire.
Stringo il mio fucile e ne rettifico la posizione. La canna è umida; la serro nella mano e ne asciugo 1'umidità con le dita.