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martedì 22 novembre 2022

"Il maestro della cascata" di Christoph Ransmayr



dipinto di Paul Klee



 La centralità data dall'autore al protagonista e al suo sentire sembrerebbe far retrocedere in secondo piano la trama e il motivo distopico. In realtà, la riduzione dello spazio vitale, delle risorse essenziali, della stessa indipendenza dei singoli individui - nel mondo descritto da Christoph Ransmayr - non può che determinare un unico spazio delle possibilità, di libertà, quello del pensiero, della memoria. Sembra che la vera consistenza del mondo futuro quasi senza terra e materia - prospettato dall'autore - risieda solo nell'intimo sentire individuale e nel racconto che, di questo, il singolo individuo può fare a se stesso, e forse solo a se stesso. A rappresentare la smaterializzazione e l'aleatorietà del mondo esterno, una figura femminile dalle ossa fragilissime, "di vetro" che assumerà invece peso e forza esponenziali nel pensiero del protagonista.

Qui la trama

mercoledì 5 ottobre 2022

Un sognatore

 

 E allora, mentre cala la sera, un cupo senso di irrealtà deprime il mio spirito e mi costringe ad avventurarmi fuori, prima che l'orologio suoni l'ora di andare a letto, per convincermi che tutto il mondo non è fatto di cose così nebulose come quelle che mi hanno occupato per tutto il giorno. Un sognatore può indugiare così a lungo tra le sue fantasie che le cose fuori di lui possono sembrare irreali come quelle dentro.

da "Bozzetti notturni" in "Racconti raccontati due volte" di Nathaniel Hawthorne, ed. Garzanti

Traduzione di Marco Papi

venerdì 17 settembre 2021

Acquazzone

 

Poco prima del crepuscolo di quello stesso pomeriggio, quando Gauna si preparava a uscire, cadde un acquazzone. Il ragazzo rimase sotto la porta finché cessò la pioggia e allora vide come gli abituali colori del suo quartiere, il verde degli alberi, chiaro nell'eucalipto che tremava in fondo al terreno vuoto e più scuro nei paraìsos del marciapiede, il bianco delle case, l'ocra della merceria all'angolo, il rosso dei cartelloni che annunciavano ancora la fallita asta dei lotti di terreno, l'azzurro del vetro dell'insegna dirimpetto, acquistavano una incontenibile e coniugata intensità, come se fossero stati raggiunti, dalla profondità della terra, da un'esaltazione panica. Gauna, abitualmente poco osservatore, notò il fatto e si disse che doveva raccontarlo a Clara. E' curioso fino a che punto una donna amata può educarci, per un certo tempo.


Adolfo Bioy Casares, Il sogno degli eroi, Bompiani
 

(fonte)





lunedì 8 giugno 2020

Il pane di Matera




"... Maddalena Tataranni, la sera prima, dopo aver cenato col marito e i suoi due figli, avendo deciso di preparare il suo pane per il primo forno, aveva tirato fuori dalla credenza il lievito messo da parte la settimana precedente e, con tutta l'arte del caso, l'aveva impastato con farina e acqua tiepida.
Qualche ora dopo, era scivolata dal letto nel massimo silenzio, per non disturbare il sonno dei suoi familiari. Aveva acceso il fuoco e aveva messo a riscaldare l'acqua. Su due sedie, poste l'una di fronte all'altra, aveva poggiato il "tavoliere" o madia, dopo averlo pulito con tutta l'accortezza possibile, data la scarsa luce con cui il lume a petrolio illuminava la grotta.
Non tutte le case dei Sassi, infatti, disponevano della corrente elettrica, che solo in alcune ore era miracolosamente fornita da una magica manopola di ceramica ( peraltro " a forfait", cioè a costo fisso e basso, ma anche a bassissima illuminazione. ).
"Mamà, ce ste faj?" ( "Mamma che stai facendo "? ). Uno dei figli di Maddalena si era svegliato. " Nidd, durm. Ié sibt ancar " ( "Niente, dormi. E' presto ancora").
Scampato il pericolo di ritrovarsi con un moccioso da accudire nel momento in cui si compiva il sacro rito del pane, la donna aveva riversato la farina sul "tavoliere", formando una piccola montagna bianca. Aveva quindi affondato la mano destra nella montagna e, ruotandola lentamente, aveva scavato un cratere fino al legno del "tavoliere". Qui aveva deposto il lievito e, versando un po' alla volta dell'acqua salata, aveva cominciato a mescolarlo con la farina.
Maddalena Tataranni aveva imparato a fare il pane da sua madre, sua madre dalla nonna e la nonna dalla bisnonna... "

Nicola Rizzi, C'era una volta il forno di una volta ed. BMG







Qui un video molto bello sulla mia città d'origine
A Matera si sforna ancora oggi il pane "alto". La forma pietrosa, il colore di terra, d'argilla, il profumo caldo, materno somigliano a quelli dei Sassi e della Gravina.




Info 

Nicola Rizzi
Matera ( nelle parole di Nicola Rizzi )
Pane e frittata ( da Basilicata Coast to Coast )


martedì 4 febbraio 2020

La doppia felicità di Blitz

Elsa Morante

La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.
Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. Il suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). Il mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.
Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz *; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: "Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! ".
E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando il passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.

 
Elsa Morante, La storia
Ed. Einaudi

*Blitz è un cane

mercoledì 15 gennaio 2020

Gelo

(Jacob Frank, Yellowstone)







Una chiara notte di gelo. Straordinaria luminosità e compiutezza di tutto quello che si vede. La terra, l'aria, la luna, le stelle sono inchiodate, saldate insieme dal gelo. Nel parco, di traverso sui viali, si stampano le ombre degli alberi come tornite e in rilievo. Pare che nere figure attraversino continuamente la strada in vari punti. Grosse stelle sono sospese fra i rami del bosco come azzurre lanterne di mica. Tutto il cielo è un prato estivo disseminato di piccole margherite.


Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.232 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate




venerdì 10 gennaio 2020

Neve






Aprii la finestra e allungai una mano fuori. Aspettai che un fiocco di neve mi si posasse sul palmo:
era bagnato e pesante, si scioglieva subito a contatto con la pelle, ma chissà come era stato 2000 metri più su.

Paolo Cognetti, Le otto montagne
Ed. Einaudi





giovedì 12 dicembre 2019

Appartamenti abbandonati

 L’appartamento non capisce cosa è successo. Pensa che il proprietario sia morto. Da quando la porta si è chiusa sbattendo e la chiave ha cigolato nella serratura, tutti i rumori arrivano sordi, senza ombre e angoli, come macchie confuse. Lo spazio si congela, resta inutilizzato, indisturbato da qualsiasi corrente, nessuna tenda viene spostata, e in queste immobilità le forme di prova iniziano, con incertezza, a cristallizzarsi in forme sospese per un momento tra il pavimento e il soffitto del corridoio.
Naturalmente qui non compare nulla di nuovo, e come potrebbe? Sono solo imitazioni di forme conosciute, impigliate in nuvole gorgoglianti, con un contorno soltanto temporaneo. Sono singoli episodi, gesti isolati come l’impronta dei piedi su un tappeto morbido, che compare e scompare continuamente sempre nello stesso posto. Oppure una mano appoggiata sul tavolo che segue il movimento della scrittura, anche se i movimenti sono incomprensibili, perché realizzati senza penna, senza carta, senza scrittura e perfino senza il resto del corpo.

Olga Tokarczuk, I vagabondi. Ed. Bompiani
illustrazione di Carlo Ravaioli

martedì 10 dicembre 2019

Neve


Fa la neve sulle foglie
e sulle penne degli uccelli
che vengono a battere nei vetri
per domandare qualcosa;
tutti i mobili della casa scricchiolano,
come se mangiassero sementi.
 
(Tonino Guerra, a Mosca con Tarkovskji)
(da "Piove sul diluvio", 1977; trascritta da "Scrittori per un anno" di Rai Storia)




(la foto è di Tonino Guerra, scattata nella sua casa di Mosca e presa dal documentario citato)

martedì 26 novembre 2019

Jesce Sole


In questi giorni un'invocazione al Sole l'abbiamo fatta tutti, anche se è autunno e il sole non sarà certo così "scagliento". Il testo è quasi comprensibile anche a chi non è napoletano, soprattutto se ascoltate e non leggete soltanto. Dedicato a tutti quelli che sono in ansia o che stanno soffrendo in questi giorni di alluvione, dal Piemonte a Matera, da Sarno a Venezia, alla Liguria tutta e a tutti gli altri. Spero che funzioni, magari se lo recitiamo insieme funziona.
(Una sola cosa ancora: masto Giuliano non sono io, ma questo penso che fosse già chiaro fin dall'inizio)
 
 
Jesce, jesce, jesce Sole
scagliento imperatore
scaniello mio d'argento
che vale quattuciento
Cento cinquanta tutta la notte canta
canta viola lu masto de scola
masto masto mannancienne presto
ca scenne masto Tieste
cu lanza cu spada
cu l'auciello accumpagnata
Sona sona zampugnella
ca t'accatta la vunnella
la vunnella de scarlato
si nun sona te rompo la capa
Nun chiovere
nun chiovere
ca aggia ire a movere
a movere lu grano
de masto Giuliano
Masto Giuliano
manname na lanza
ca aggia ire in Franza
da Franza a Lombardia
dove sta madama Lucia
Nun chiovere
nun chiovere
Jesce, jesce Sole
(dal primo lp della Nuova Compagnia di Canto Popolare, anno 1973)
 
qui per l'ascolto
 
(il sole del disegno viene da un libro del 1905, non meglio definito, trovato in rete)

domenica 10 novembre 2019

Indian summer


Quello che per noi è l'estate di san Martino, per gli americani è l'estate indiana, "Indian summer". E' già autunno inoltrato e fa freddo, ma arriva comunque una bella giornata di sole; nel tempo ci ho fatto caso, e capita spesso. Non sempre, si sa: ma anche questo fa parte della normalità.

"Indian summer" è anche il titolo di una bella canzone dei Doors, da "Morrison Hotel". Il testo non dice niente di speciale, una semplice dichiarazione d'amore che sottintende un ricordo; ma è comunque un bell'ascolto, che scalda l'anima.  (qui)
 Indian Summer
(Jim Morrison, Robby Krieger)
I love you the best
Better than all the rest
I love you the best
Better than all the rest
That I meet in the summer
Indian summer
That I meet in the summer
Indian summer
I love you the best
Better than all the rest
(da "Morrison Hotel")

(l'immagine è degli anni '30, non ho trovato indicazioni sull'autore)

mercoledì 2 ottobre 2019

Nulla mischiato con niente



NUDDU AMMISCATU CCU NENTI


sugnu terra e scantu
di ventu tra li fogghi
sugnu radice che cerca
e si inturciunia a ligari
sugnu ramu spizzatu
da li me timpeste
iuncu
ca non mori
sugnu ciuri e fruttu
rialu damuri
sugnu furesta
ca si movi e canta
filu d'erva
ca si fa friscalettu
sugnu acqua e aria
ummira e suli
sugnu tempu

(Dario D'Angelo 30/08/2019 )

(dipinto di Piet Mondrian)




NULLA MISCHIATO CON NIENTE
sono terra e brivido
di vento tra le foglie
sono radice che cerca
e si contorce a legare
sono ramo spezzato
dalle mie tempeste
giunco
che non muore
sono fiore e frutto
regalo d'amore
sono foresta
che si muove e canta
filo d'erba
che si fa musica (zufolo)
sono acqua e aria
ombra e sole
sono tempo
(Scantu: improvvisa paura, brivido; Friscalettu: zufolo)



lunedì 30 settembre 2019

Sole ingannatore


( fonte )

Sole ingannatore è il titolo italiano di un film del 1994 diretto da Nikita Mikhalkov, il regista di  Oci ciornie. Una costante, nel film, è proprio la luce solare che illumina esterni solitamente ripresi dall’alto e che inquadra dettagli di interni di una dimora di campagna dell’URSS nei primi anni del governo di Stalin. I colori sono chiari; i personaggi vestono di bianco e tutto, dai volti sorridenti, alle attività amene in cui si intrattengono i membri della famiglia protagonista della vicenda, richiama una sorta di età dell’oro, un tempo senza tempo in cui anche dei carri armati possono essere bloccati da contadini a difesa di un biondissimo campo di grano e rimandati indietro da un eroe di guerra chiamato a vigilare su un piccolo mondo di pace. L’incanto è rotto dall’arrivo di uomo che ritorna nell’ambiente originario dal quale, non per sua volontà,  era stato escluso anni prima e verso cui sembra mantenere un atteggiamento ambivalente, non solo o non sempre nostalgico.
Il film si conclude con l’elevarsi verso il cielo di un enorme telo con l’effigie di Stalin, come il sole in posizione dominante ma su un contesto e su scene molto diverse da quelle iniziali e centrali del film.


Qui il trailer
Qui un post di Gabrilu


( fonte )

giovedì 26 settembre 2019

Verdi prati, selve amene


(George Harvey, canadese, 1835)

Verdi prati, selve amene,
perderete la beltà.
Vaghi fior, correnti rivi,
la vaghezza, la bellezza,
presto in voi si cangerà.
E cangiato il vago oggetto,
all'orror del primo aspetto
tutto in voi ritornerà.

(da "Alcina" di Haendel, l'aria di Ruggiero dopo aver lasciato Alcina;
testo di Antonio Fanzaglia, da L'isola di Alcina di  L.Ariosto)

(qui per l'ascolto)


mercoledì 4 settembre 2019

Figli



Nesciunu i fogghi a pampina.
Crisciunu e savviluppano a chiddu cattrovanu
con fiducia. Cangiano
sutta o suli e all’acqua.
(Edward Hopper, 1906)
Qualcosa diventa lignu, oro, ametista. Qualcosa
resiste; autru casca
o primu ciatu di ventu.
Ancora, però, no cielu sulu sbrizzia.
Iddi, e me occhi, su pronti,
già chini di culuri, d’anima dei santi.
Di chistu sugnu cuntentu.

(Dario D'Angelo, dal suo blog "Solo Testo")



Nascono le foglie a pampini,
crescono e si avviluppano a quello che trovano
con fiducia. Cambiano
sotto il sole e all'acqua.
Qualcosa diventa legno, oro, ametista. Qualcosa
resiste; altro casca
al primo fiato di vento.
Ancora, però, nel cielo pioviggina soltanto.
Essi, ai miei occhi, sono pronti,
già pieni di colori, d'anima dei santi.
Di questo sono contento.




venerdì 23 agosto 2019

Un sole vecchio e grasso


Un sole vecchio e grasso, ma detto con affetto - sia ben chiaro - e anche con un po' di rimpianto per i bei momenti vissuti sotto quel sole. E' in uno dei dischi più famosi dei Pink Floyd, Atom Heart Mother.  (qui)
 
(Newton, 1799)

Fat Old Sun
(David Gilmour)
When that fat old sun in the sky is falling,
Summer evening birds are calling.
Summer's thunder time of year,
The sound of music in my ears.
Distant bells,
New mown grass smells so sweet.
By the river holding hands,
Roll me up and lay me down.
And if you sit,
Don't make a sound.
Pick your feet up off the ground.
And if you hear as the warm night falls
The silver sound from a time so strange,
Sing to me, sing to me.
When that fat old sun in the sky is falling,
Summer evening birds are calling.
Children's laughter in my ears,
The last sunlight disappears.
And if you sit,
Don't make a sound.
Pick your feet up off the ground.
And if you hear as the warm night falls
The silver sound from a time so strange,
Sing to me, sing to me.
When that fat old sun in the ...

(il tentativo di traduzione è mio, serve solo per evitare di andare a prendere il dizionario; è difficile, quasi impossibile, rendere come si deve il testo: per esempio "fat old sun" sono solo tre sillabe, in italiano ne servono almeno sei...)
(Quando quel sole vecchio e grasso cade nel cielo, gli uccelli della sera d'estate stanno chiamando. Il tuono dell'estate cronometra l'anno, il suono della musica nelle mie orecchie. Campane distanti, l'erba appena falciata odora dolcemente. Lungo il fiume mano nella mano, mi fa cullare e mi fa lasciar andare. E, se ti siedi, non fare rumore. Stacca i piedi dalla terra. E, se ascolti come cade la calda notte, il suono d'argento che proviene da un tempo così strano, canta per me, canta per me. Quando quel sole vecchio e grasso cade nel cielo, gli uccelli della sera d'estate stanno chiamando. Risate di bambini nelle mie orecchie, l'ultimo sole che scompare. E, se ti siedi, non far rumore, stacca i piedi dalla terra.)

 

giovedì 15 agosto 2019

Un caldo inelegante


(Kate Greenaway, 1897)


What dreadful hot we have! It keeps me in a continual state of inelegance.
(Jane Austen, lettera alla sorella datata 18.9.1796; trovato on line)
(Che caldo terribile abbiamo! Mi tiene in un continuo stato di ineleganza)




martedì 13 agosto 2019

I soffi esitanti



Così, con tutte le luci spente, la luna tramontata e una pioggerellina che tamburellava sul tetto, cominciò un diluvio di tenebra immensa. Sembrava che niente potesse sopravvivere all'inondazione, alla profusione di tenebra che, insinuandosi nelle serrature e nelle fessure, penetrava attraverso le persiane, entrava nelle camere, inghiottiva qui una brocca e un catino, là un vaso di dalie rosse e
gialle, lì gli angoli vivi e la struttura massiccia di un cassettone. Non solo i mobili erano scomparsi: non era rimasto quasi più nulla del corpo e della mente da cui si potesse dire «E' lui» oppure «E' lei». A volte una mano si levava come per afferrare qualcosa o difendersi da qualcosa, oppure qualcuno gemeva, o rideva forte come scherzando con il nulla. Niente si muoveva in salotto o nella sala da pranzo o sulle scale. Solo attraverso i cardini arrugginiti e il legno gonfio di salsedine, certi soffi, staccati dal corpo del vento (dopo tutto la casa cadeva a pezzi), si insinuavano dagli angoli e si avventuravano all'interno.



Quasi si potevano immaginare, mentre entravano in salotto e si chiedevano, stupiti, giocherellando con un pezzo di carta da parati, resisterà ancora per molto, quando si staccherà? Poi sfiorando leggeri le pareti, passavano oltre pensosi come se chiedessero alle rose rosse e gialle sulla carta da parati se sarebbero appassite, e interrogando (con calma, perché avevano tempo a disposizione) le lettere strappate nel cestino della carta straccia, i fiori, i libri, che ora erano aperti e chiedendo loro Erano amici? Erano nemici? Quanto avrebbero resistito? Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave vagante, o dal Faro stesso, con l‟impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire e scomparire, quello che c'è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto stanco, sarebbero scomparsi.

 (...)


E così, facendosi strada, frugando, andarono alla finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e soffiarono un po‟ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.
Così, con la casa vuota e le porte chiuse e i materassi arrotolati, quei soffi dispersi, avanguardie di grandi eserciti, irruppero, spazzarono nude tavole, morsero e soffiarono, senza incontrare niente in camera da letto o in salotto che resistesse loro validamente, ma solo brandelli che si staccavano, legno che scricchiolava, nude gambe di tavoli, pentole e porcellane già incrostate, annerite, spaccate.
Quello che era stato usato e poi lasciato —un paio di scarpe, un berretto da caccia, qualche gonna scolorita e le giacche nell'armadio —solo quello manteneva la forma umana e nel vuoto indicava come un tempo era stato pieno e animato; come un tempo le mani si erano date da fare con ganci e bottoni; come un tempo lo specchio aveva ospitato un volto; aveva ospitato un mondo cavo nel quale una figura si era voltata, una mano era comparsa, la porta si era aperta, i bambini erano entrati di corsa scontrandosi; ed erano tornati nuovamente fuori. Ora, giorno dopo giorno, la luce proiettava, come un fiore riflesso nell'acqua, la sua immagine chiara nel muro di fronte. Solo le ombre degli alberi, volteggiando nel vento, rendevano omaggio sulla parete, e per un momento offuscavano lo stagno in cui si rifletteva la luce; oppure gli uccelli, volando, facevano muovere una macchia vellutata sul pavimento della camera.Così regnavano bellezza e quiete, e insieme plasmavano la forma della bellezza stessa, una forma da cui la vita si era staccata; solitaria come uno stagno di sera, lontano, visto dal finestrino del treno, che svanisce così in fretta che lo stagno, pallido nella notte, a malapena viene privato della sua solitudine, anche se visto. La bellezza e la quiete si dettero la mano nella camera, e tra le brocche velate e le sedie coperte da lenzuola, perfino l'intrusione del vento e il naso soffice delle brezze marine appiccicose, che frusciavano, trapestavano, chiedendo e richiedendo —«Svanirete? Morirete?» —disturbava appena la pace, l'indifferenza, l'aria di vera integrità, come se la domanda che ponevano non necessitasse della risposta: rimarremo.



Niente sembrava in grado di rompere quell'immagine, corrompere quell'innocenza o disturbare il manto fluente di silenzio che, settimana dopo settimana, nella stanza vuota, tesseva nella sua trama le grida cadenti degli uccelli, le navi che suonavano le sirene, il ronzio e il brusio dei campi, l‟abbaiare di un cane, il grido di un uomo, e li ripiegava intorno alla casa in silenzio. Solo una volta un‟asse si ruppe sul pianerottolo; una volta nel mezzo della notte con un boato, con uno strappo —come dopo secoli di sottomissione una pietra si stacca dalla montagna e precipita di schianto a valle —una piega dello scialle si allentò e oscillò avanti e indietro. Poi la pace calò di nuovo; e l‟ombra tremò; la luce si chinò alla sua stessa immagine in adorazione sulla parete della camera; quand'ecco che la signora McNab, squarciando il velo del silenzio con mani che erano state nel catino del bucato, frantumandolo con scarponi che avevano calpestato la ghiaia, entrò, come le avevano detto di fare, per aprire tutte le finestre e spolverare le stanze.

Virginia Woolf, Gita al faro, ed. Bompiani
traduzione di Luciana Bianciardi

Le immagini rappresentano ambienti della Monk's house di Virginia Woolf

mercoledì 24 luglio 2019

Un parto assistito


" Verso il primo doppopranzo del 20 giugno del 1670, mentre stava a spaccare ligna con l'accetta, Filònia, da una fitta più forte delle altre, capì che il mumentu era arrivato. La gnà Gesuina Palillo, una della truppa, matre di quattordici figli, le aveva spiegato quello che c'era da fare nell'occasioni. Non volle trasire in casa, che la teneva pulita come uno specchio, avrebbe allordato tutto. Perciò radunò tanticchia di paglia vicino al pozzo, si spogliò nuda, vi si stese sopra. Era sula: Gisuè era andato a Vigàta con l'asino, lo scecco, e aveva voluto portarsi appresso Pippìno, che ora aveva tre anni passati e dava già una mano al patre. 
Tutt'insemmula, a una spinta più forte, si vagnò in mezzo alle gambe, erano le acque che ora aiutavano la criatura, la sua testa, a nesciri fora. Il dolori era forte e Filònia si mise a fare voci, tanto era sola. A questo punto a lei s'avvicinò tutto l'armalume che consisteva in un cane randagio che s'era allocato in casa e che tutti chiamavano, senza fantasia, u cani, in una capra girgentana, alta e grossa, di lungo pelame marrò, con due corna di liocorno e grandi minne scure, in quattro galline bianche. Il gallo nero invece si mise a passiare nervosamente davanti e narrè. Quando finalmente la criatura niscì tutta, Filònia vide che aveva fatto un figlio màscolo, un altro doppo Pippìno, e se ne arricreò. Ah li figli màscoli, fortuna di la famiglia, ricchizza della casa! Ah petti forti, spalle larghe, vrazza nerborute, minchie per fare figli e figli! 


mercoledì 22 maggio 2019

Notti bianche


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François Couturier - pianoforte
Anja Lechner - violoncello
Jean-Marc Larché - sax soprano
Jean-Louis Matinier - fisarmonica                                                                             info