Visualizzazione post con etichetta Renard. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Renard. Mostra tutti i post

martedì 26 settembre 2017

Lucertola


LA LUCERTOLA

Filiazione spontanea della pietra spaccata dove m’appoggio, mi s’arrampica sulle spalle. Immobile come sono, e con un pastrano color sasso, m’ha scambiato per il muro. Dopo tutto, la cosa mi lusinga.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.48 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)

(illustrazione di Lydekker, 1895)

lunedì 4 settembre 2017

Luccio


IL LUCCIO
Immobile, all'ombra d'un salice, è il pugnale nascosto nella cintura del vecchio bandito.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.64 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)


(Giappone, periodo Edo)

giovedì 27 luglio 2017

Tempesta di foglie

E' un pezzo che Pel di Carota, assorto, tien d’occhio la foglia più alta del pioppo grande. Fantastica, aspettando che si muova. Pare staccata dall’albero, si direbbe che viva a sé, sola, senza gambo, libera. Ogni giorno si indora al primo e all’ultimo raggio di sole. Da mezzogiorno sta lì immobile, come morta, pare una macchia piuttosto che una foglia, e Pel di Carota si spazientisce, a disagio, quando finalmente la foglia fa un segno. Sotto di lei, una foglia vicina fa lo stesso segno. Altre foglie lo ripetono, lo comunicano alle foglie vicine, che lo trasmettono rapidamente. E' un segno d’allarme, perché all’orizzonte compare l'orlo d’una calotta bruna.
Il pioppo rabbrividisce già! Tenta di muoversi, di smuovere i grevi strati d’aria che lo impacciano.
La sua inquietudine contagia il faggio, una quercia, gli ippocastani, tutti gli alberi del giardino avvertono a gesti che nel cielo la calotta si allarga, spinge innanzi il suo orlo netto e cupo.
Prima agitano le rame sottili, zittiscono gli uccelli, il merlo che gettava qualche nota a casaccio, come un pisello verde, la tortorella che Pel di Carota un momento fa vedeva versare a scatti il suo tubare dalla gola variopinta, la gazza intollerabile con quella sua coda da gazza. Poi mettono in moto i grossi tentacoli, per spaventare il nemico. La calotta livida continue la sua lenta invasione. Soffitta a poco a poco il cielo. Ricaccia il sereno, tura i buchi che potrebbero lasciar entrare l’aria, si prepara a soffocare Pel di Carota. A volte si direbbe che cede sotto il suo stesso peso, sta per cadere sul villaggio ma si ferma sopra la punta del campanile, teme di stracciarvisi.
Eccola così vicina che, senz’altra provocazione, il panico si scatena, s’alzano fragori. Gli alberi confondono le masse scure e corrucciate in fondo alle quali Pel di Carota immagina nidi pieni d’occhi tondi e di becchi bianchi. Le vette si tuffano e raddrizzano come teste svegliate di soprassalto. Le foglie scappano a branchi, tornan subito, impaurite, ammansite, e tentano di riappiccarsi. Quelle fini dell’acacia sospirano, quelle della betulla scorticata si lagnano; quelle dell'ippocastano fischiano, e le aristolochie rampicanti gorgogliano inseguendosi sul muro.
Più giù i meli tozzi scuoton le mele, fan suonare il terreno di tonfi sordi. Più giù i ribes sanguinano gocce rosse, i ribes neri gocce d’inchiostro. E più giù i cavoli ubriachi agitano le orecchie di asino e le cipolle si urtano tra loro, spaccano le palle gonfie di semi. Perché mai? Cos’hanno mai? E che cosa vuol dire tutto questo? Non tuona. Non grandina. Né un lampo né una goccia d’acqua. E' quel nero tempestoso lassù, quella notte silenziosa in pieno giorno che li fa impazzire, che spaventa Pel di Carota.
Ora la calotta è completamente spiegata sotto il cielo nascosto. Si muove. Pel di Carota lo sa; scivola, fatta di mobili nubi; lei scomparirà, lui rivedrà il sole. Tuttavia, benché soffitti del tutto il cielo, la calotta gli stringe la testa. Lui chiude gli occhi e lei gli benda le palpebre, dolorosamente.
Lui si caccia le dita nelle orecchie. Ma la tempesta entra in lui, dal di fuori, coi suoi gridi, il suo turbine. Gli afferra il cuore come una cartaccia sulla strada. Lo spiegazza, lo gualcisce, lo accartoccia, lo appallottola. E Pel di Carota non ha ormai più che un cuoricino da nulla, una pallottola di cuore.

(Jules Renard, Pel di Carota, pag.149 ed. BUR 1951, traduzione Piero Bianconi)
(dipinto di Pieter Kluyver, 1816-1900)

venerdì 14 luglio 2017

Star fermo, farsi ramo


IL MARTIN PESCATORE
Nessun pesce, oggi, ha abboccato; ma io rincaso con una rara commozione nel cuore. Mentre reggevo la canna della mia lenza, un martin pescatore é venuto a posarvisi sopra. Uccello più sfolgorante da noi non esiste. Sembrava un gran fiore azzurro in cima a un lungo stelo. La canna si piegava sotto quel peso. Io non respiravo neppure, fiero d’essere scambiato per un albero da un martin pescatore. E quando é volato via, non l’ha fatto, vi dico, per paura, ma perché ha creduto di passare, semplicemente, da un ramo a un altro ramo.
(Jules Renard, Storie naturali, pag.81 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)
 
El tenpo no se misura,
eternamente el score,
e duto nasse e duto more
nel lume alegro che l'aria inasùra.
Xe ben savê che passa duto,
l'ora de zogia, el momento de luto;
e spetâ calmi,
ben intonai,
cantando salmi.
Stâ fermi e fasse palo
quando vien la tormenta,
quando el più grando ben se piega al calo;
e la luse del sol in noltri stenta.
Sol tramontao
senpre el ritorna
e senpre azorna
nel cuor più tormentao.
(Biagio Marin , da "Nel silenzio più teso" ed. BUR 1981)
 
 
 
(il martin pescatore è di Ohara Koson, intorno all'anno 1900)

giovedì 6 luglio 2017

Rondini


LE RONDINI
M’insegnano la lezione, tutti i giorni. Punteggiano l'aria di piccole strida. Tracciano una riga dritta, segnano una virgola, e subito vanno da capo. Chiudono tra vertiginose parentesi la casa dove abito.
Troppo veloci perché lo specchio d'acqua del mio giardino possa ricopiare il loro volo, schizzano dalla cantina al granaio. Con la leggera penna dell’ala ghirigorano svolazzi inimitabili. Poi, a due a due, come abbracciate, si congiungono, si mescolano, e sull’azzurro del cielo spruzzano macchie d'inchiostro. Ma soltanto l’occhio d'un amico può seguirle; e se voi sapete di greco e di latino, io so legger l'ebraico che traccian nell'aria le rondini dei camini.
(Jules Renard, Storie naturali, pag.77 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)

 
(disegno di Clemens Brosch, 1913)

martedì 4 luglio 2017

Allodola


1.
Non ho mai visto un’allodola, e inutilmente mi alzo con l'aurora. L'allodola non è un uccello terreno. Calpesto da stamane le zolle e le erbe secche. Stormi di grigi passeri e di cardellini dipinti a vivi colori fluttuano sulle siepi spinose. La ghiandaia passa in rivista gli alberi nella sua tenuta ufficiale. Una quaglia sfiora l'erba medica e traccia col cordino la linea retta del suo volo. Dietro al pastore, che sferruzza meglio d’una donna, le pecore si susseguono l'una identica all'altra. E tutto s’imbeve di una luce così nuova che il corvo, che non presagisce mai nulla di buono, ora fa sorridere. Ma ascoltate come ascolto io. Non sentite lassù, in qualche parte, pestare in una coppa d’oro dei pezzi di cristallo? Chi può dirmi dove l’allodola canti? Se guardo in alto, il sole mi abbacina le pupille. Devo rinunciare a vederla. L’allodola vive in cielo ed é il solo uccello celeste che canti fino a noi.
2
Ricasca giù, briaca fradicia, per essersi ancora cacciata nell'occhio del sole.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.80 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)


(dipinto di Henriette Brown, 1860-1880)