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martedì 24 marzo 2026

Your blue room

 

dipinto di Paul Klee


- Stanotte , - dissi, - ho fatto una scoperta affascinante.

- Una bella scoperta, spero.

- Ho scoperto di avere una passione in comune con John.

- Sul serio?

- Sembra proprio che tutti e due amiamo il colore blu.

(...)

-Beh, il blue è un bel colore. Molto tranquillo, molto sereno. Si situa bene nella mente. A me piace a tal punto che quando lavoro devo fare uno sforzo cosciente per non infilarlo in tutte le copertine.

- Ma è vero che i colori trasmettono emozioni?

- Certamente.

- E qualità morali?

- In che senso?

- Il giallo la vigliaccheria. Il bianco la purezza. Il nero il male. Il verde l'innocenza.

- Verde è l'invidia.

- Sì, anche quella. Ma il blu, cosa rappresenta?

- Non so. La speranza, forse.

- E la tristezza. Come quando si dice I am feeling blue. Opppure avere i blues.

- Non dimenticare true blue. L'assoluta lealtà.

giovedì 10 settembre 2020

Moon Palace


 Il posto giusto lo trovai sulla Centododicesima West, dove mi trasferii il quindici di giugno, arrivandovi con le mie valige qualche istante prima che due omoni consegnassero i settantasei cartoni contenenti i libri di zio Victor, rimasti chiusi per nove mesi in un magazzino. Era un monolocale a quinto piano di un grande palazzo senza ascensore: una stanza di medie dimensioni con un cucinino nell'angolo a sud-est, armadio a muro, bagno e una coppia di finestre che davano su un vicolo. Sul davanzale battevano le ali e tubavano piccioni, mentre nello spiazzo sottostante stavano piazzati sei bidoni della spazzatura ammaccati. All'interno l'atmosfera era scura, uno sfumato grigiore diffuso ovunque, che anche nelle giornate più splendenti non lasciava trapelare più di un meschino bagliore. Sulle prime sentii qualche spasmo, minuscole crisi di paura difronte alla prospettiva di vivere da solo, finché feci una singolare scoperta, che mi aiutò a riscaldare la casa e a sistemarmici.   Era la seconda sera o terza sera che ci passavo e, del tutto casualmente, mi trovai in piedi tra le due finestre, disposto obliquamente rispetto a quella sulla sinistra. Girato leggermente lo sguardo in quella direzione, mi apparve improvvisamente visibile una fessura libera tra i due palazzi sul retro della casa. Ed ecco lì sotto la Broadway, nel suo tratto più ristretto e limitato, ma a contare era il fatto che tutta la zona a me visibile appariva riempita da un'insegna al neon, una fiammeggiante pira di caratteri azzurri e rosa che tracciava distintamente le parole MOON PALACE. Vi riconobbi l'insegna di un ristorante cinese che aveva sede nello stesso edificio, poco più in là, ma la forza dell'impatto con quelle parole coprì ogni possibile riferimento e associazione. Caratteri magici, sospesi là nel buio come un messaggio proveniente da altrove se non dal cielo. Mi venne subito in mente lo zio Victor con il suo complessino*, e in quel subitaneo istante di irrazionalità fui abbandonato da ogni paura. Mai avevo provato qualcosa di altrettanto improvviso e assoluto. Una stanza spoglia e sudicia si era convertita in un luogo di interiorità, in un punto cruciale di strani presagi e misteriosi eventi arbitrari. Continuai a tenere lo sguardo fisso sull'insegna del Moon Palace, finché piano piano capii che ero arrivato nel posto giusto, che quell'appartamentino era veramente il luogo dov'ero destinato a vivere. 
Paul Auster, Moon Palace, ed. Einaudi
Traduzione di Mario Biondi

* ( i Moon man )

lunedì 2 settembre 2019

Una stanza

                                                                                     Da L'invenzione della solitudine* di Paul Auster

 
Pensa (...)  alle donne di Vermeer, sole nelle loro stanze, con la viva luce del mondo reale che penetra da una finestra ( a seconda dei casi aperta o chiusa ), e alla profonda fissità di quelle solitudini, evocazione quasi atroce del quotidiano e delle sue varianti domestiche. Pensa, in particolare, a un dipinto visto durante il viaggio ad Amsterdam, Donna in blu, la cui contemplazione, al Rijksmuseum, quasi lo paralizzò. Come ha scritto un critico:
" La lettera, la mappa, la gravidanza della donna, la sedia vuota, la scatola aperta, la finestra che non si vede: tutte sono allusioni o simboli naturali dell'assenza, del non veduto, di altri spiriti, altre volontà, altri tempi e luoghi, del passato e deel futuro, della nascita e forse della morte. In generale di un mondo che trascende i confini della cornice, e di orizzonti più vasti, più ampi che si chiudono dando di cozzo nella scena
sospesa davanti ai nostri occhi. Ed è tuttavia sulla pregnanza e sull'autosufficienza dell'attimo che insite Vermeer; con convinzione tale che la sua capacità di orientare e contenere si carica di valore metafisico ". 

Ancor più degli oggetti elencati, è la qualità della luce che entra dalla finestra non vista che lo persuade a volgere l'attenzione verso il difuori, al mondo oltre il dipinto. A. fissa attentamente il volto della donna, e a poco a poco riesce quasi a udirne la voce interiore mentre legge la lettera che ha tra le mani. Quella donna così avanti nella gravidanza , così tranquilla nell'imminenza deella maternità, con la lettera estratta dalla scatola, sicuramente già letta cento volte; e lassù, appesa al muro alla sua destra, una mappa del mondo che è immagine di tutto quanto esiste fuori dalla stanza: quella luce, che scende dolcemente sul suo volto e si riflette sul grembiule blu, il ventre gonfio di vita il cui blu è immerso nella luminosità, in una luce così pallida da essere quasi bianca. (...)

"La pregnanza e l'autosufficienza dell'attimo presente".






*   L'invenzione della solitudine è un libro autobiografico ma Paul Auster sceglie di parlare di sè ( A. ) in terza persona.
("... A. comprende che, mentre seduto in quella stanza scrive Il libro della memoria, sta parlando di sè come se fosse un altro per raccontare la propria storia. Deve assentarsi per essere presente. E così dice "A"., anche se intende "Io". Perchè la storia della memoria è una storia di sguardo; e rimane una storia di sguardo anche se le cos che si devono vedere non ci sono più " )

domenica 26 novembre 2017

Paul Auster, 4321




Combinare lo strano con il familiare: a questo ambiva Ferguson, , osservare il mondo da vicino come il realista più coscienzioso creando però un modo di vedere il mondo con un'ottica diversa, lievemente distorta, perché a leggere i libri che si soffermavano solo su ciò che è familiare imparavi cose che già conoscevi, e a leggere libri che si soffermavano solo su ciò che era strano imparavi cose che non avevi bisogno di conoscere, invece Ferguson desiderava più di tutto scrivere storie che dessero spazio non solo al mondo visibile degli esseri senzienti e degli oggetti inanimati ma anche alle vaste e misteriose forze inosservate che si celavano dentro quel mondo. Voleva disturbare e disorientare, far ridere a crepapelle o tremare di paura, spezzare i cuori e sabotare le menti e far ballare la danza demenziale dei ragazzi lanciati nel loro duetto tra sosia. Sì, Tolstoy era così commovente, Flaubert scriveva le più belle frasi del creato, ma per quanto gli piacesse seguire le svolte drammatiche e sempre più drastiche della vita di Anna K. ed Emma B., in quel momento della sua vita i personaggi che gli parlavano con più forza erano il K. di Kafka, Gulliver di Swift, Pym di Poe, Prospero di Shakespeare, Bartleby di Melville, Kovalèv di Gogol e il mostro di Mary Shelley.

(...)

Hemingway gli insegnò a guardare le sue frasi con più attenzione, a misurare il peso di ogni parola e sillaba  che entravano nella costruzione di un capoverso, ma per quanto mirabile fosse la scrittura di Hemingway quando era al meglio, le sue opere non gli dicevano granché, tutto quello sfoggio di virilità e lo stoicismo a denti stretti gli sembravano un tantino ridicoli, così lasciò perdere Hemingway per il più profondo e impegnativo Joyce, e poi, quando compì sedici anni, ricevette un altro pacco di tascabili da zio Don, tra cui i libri di Isaac Babel,, sconosciuto fino ad allora, che diventò subito il suo autore di racconti numero uno, e di Heinrich von Kleist ( ...) che diventò subito il suo autore di racconti numero due, ma ancor più utile per lui, per non dire preziosa e fondamentale, fu l'edizione Signer a quarantacinque centesimi di Walden e Disobbedienza civile che trovò posto sullo scaffale tra la narrativa e la poesia perché, pur non essendo un autore di romanzi o di racconti, Thoreau era un autore sublime per chiarezza e precisione, costruiva frasi di una tale bellezza che Ferguson quella bellezza la sentiva come uno sente un pugno al mento o la febbre nel cervello. (...) in ogni capoverso che  scriveva Thoreau combinava due impulsi opposti e inconciliabili che Ferguson definì l'impulso a controllare e l'impulso a rischiare. Era quello il segreto per lui. Il controllo da solo avrebbe prodotto risultati asfittici, soffocanti. Il rischio da solo avrebbe prodotto caos e incomprensibilità. (...)
Ma Thourea non era solo lo stile. Era il bisogno selvaggio di essere se stessi, solo e unicamente se stessi (...), un animo testardo che affascinava il sempre più testardo Ferguson, l'adolescente Ferguson...

Paul Auster, 4321, Torino, Einaudi, 2017, pp.495-497
traduzione di Cristiana Mennella