Entrò in un bar - una casa verde, una
specie di castelletto con i merli - all'angolo di via Meliàn con via
Olazabàl. Dietro il banco c'era un individuo malaticcio e molto
sporco. (...) Gauna ordinò una grappa. Dopo il terzo bicchiere sentì
una voce gutturale, stridula e, secondo quanto gli sembrò,
diabolica, che ripeteva: "La fortuna". Si voltò a destra e
vide avanzare verso di lui, sull'orlo del banco, una cocorita. Più
indietro, più in basso, rigidamente allungato su una piccola sedia,
quasi sdraiato per terra, un uomo riposava, con la faccia rivolta al
soffitto; accanto all'uomo, appoggiata alla spalliera di una sedia
identica, c'era una cassetta che aveva nel mezzo, a modo di piede, un
lungo palo. La cocorita insisteva: "la fortuna, la fortuna";
continuava ad avanzare e ormai era vicinissima. Gauna voleva pagare e
andarsene, ma il barista era scomparso da una porta aperta sulla
penombra del retrobottega. L'animale agitò le ali, aprì il becco,
rizzò le sue piume verdi e, subito, recuperò la sua liscezza; poi
fece un altro passo verso Gauna. Questi si rivolse all'uomo coricato
sulla sedia.
- Signore, - gli disse - il suo
pappagallino vuole qualcosa.
L'altro, immobile, rispose:
- Vuole indovinare la sua fortuna.