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sabato 22 settembre 2018

L'arcobaleno


Da casa mia (c'è ancora un po' di bosco, e c'è il torrente che scorre un po' sotto) l'arcobaleno si vede spesso, d'estate dopo il temporale. Ma la bambina è troppo piccola e non lo sa ancora, e quando le diciamo "guarda, c'è l'arcobaleno" lei risponde come fanno spesso i bambini: "Lo so, l'ho già visto". Però, per fortuna, l'arcobaleno non dura un attimo ma resiste per parecchi minuti; così la bambina ha il tempo di voltarsi, di guardare, e di rimanere a bocca aperta, senza parole. Alla fine lo ammetterà: l'arcobaleno è davvero qualcosa di speciale. E' davvero un peccato che di questi momenti si perda memoria, crescendo.




mercoledì 12 aprile 2017

L'uovo o la gallina?


L'umorismo balinese è come il nostro e abbonda di barzellette sul sesso, truismi e giochi di parole. Volli saggiare lo spirito del nostro giovane cameriere d'albergo e gli chiesi: « Perché la gallina attraversa la strada?» La sua reazione fu piuttosto sprezzante: «Questa la sanno tutti», disse all'interprete. Io replicai: «Benissimo, allora dimmi chi è nato prima: l'uovo o la gallina?» La domanda lo mise in imbarazzo (...) poi spinse il turbante sulla nuca, riflettè un momento e infine dichiarò con grande sicurezza: «L'uovo.» «Ma chi ha posato l'uovo?» «La tartaruga, perché la tartaruga è il primo tra gli animali e posa tutte le uova.»
Charlie Chaplin, Autobiografia, pag.392 ed. Oscar Mondadori 1977

E' una risposta corretta anche dal punto di vista naturalistico, perché i rettili (tutti) depongono le uova e i rettili erano già sulla terra prima della comparsa degli uccelli. Anche i pesci, e anche gli insetti, depongono uova, ma qui ci si allontana troppo dall'albero genealogico della gallina. In fin dei conti, però, sulla questione aveva forse ragione Samuel Butler, che mette la parola definitiva; e non solo per le galline, a pensarci bene.

«Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.»
(Samuel Butler, da "Notebooks-life and letters" pag.79 ed. Guanda 1998)


mercoledì 29 marzo 2017

Storia di fantasmi


Attaccate al muro del locale c’erano le tre ruote di una macchinetta a gettone, ciascuna delle quali numerata da uno a dieci. Con aria drammatica annunciai, tra il serio e il faceto, che mi sentivo in possesso di una straordinaria forza psichica: avrei fatto girare le tre ruote, e la prima si sarebbe fermata sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette. E, vedi caso, la prima ruota si fermò sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette: una probabilità su un milione. Wells disse che si trattava di una pura coincidenza. «Ma quando si ripete la coincidenza merita un esame più approfondito» dissi io, e gli raccontai ciò che mi era accaduto da ragazzo. Passando davanti a una drogheria di Camberwell Road notai che, cosa insolita, le serrande erano chiuse. Qualcosa mi spinse ad arrampicarmi sul davanzale per sbirciare nell’interno dal foro romboidale della serranda. Dentro il locale era buio e deserto, ma le mercanzie erano tutte al loro posto, e al centro del pavimento scorsi un’enorme cassa da imballaggio. Balzai giù dal davanzale con un senso di repugnanza e ripresi la mia strada. Poco dopo si diffuse la notizia di un delitto. Edgar Edwards, un vecchio e gentilissimo signore di sessantacinque anni, si era impadronito di cinque drogherie uccidendone i proprietari con un contrappeso di finestra e prendendo il loro posto. In quella bottega di Camberwell, dentro alla cassa da imballaggio, c’erano le sue ultime tre vittime: i coniugi Darby e il figlioletto.