mercoledì 29 aprile 2020

Mentre piove

( fonte )

 Ho sempre amato starmene al riparo mentre fuori piove forte. È una sensazione meravigliosa. Viene associata un po’ scioccamente alla serenità. In realtà ha a che fare con il piacere. Il rumore della pioggia esige un tetto come cassa di risonanza: trovarmi sotto questo tetto è il posto migliore per apprezzarne il concerto. Deliziosa partitura, sottilmente cangiante, rapsodica ma senza esagerare, ogni pioggia è una benedizione.


Amelie Nothomb, Sete                                           
 Ed. Voland

lunedì 27 aprile 2020

Argo


La storia del cane Argo è tra le più famose, ma è sempre bella da rileggere. Ulisse (Odisseo) non si è ancora fatto riconoscere, ma il cane si ricorda sempre di lui dopo tutto il tempo che è passato: vent'anni.

(Niels Pederson Mols, 1887)

Così essi tali parole fra loro dicevano:
e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie,
Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno
lo nutrì di sua mano (ma non doveva goderne), prima che per Ilio sacra
partisse; e in passato lo conducevano i giovani
a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri;
ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone,
sul molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte
ammucchiavano, perché poi lo portassero
i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo;
là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
E allora, come sentì vicino Odisseo,
mosse la coda, abbassò le due orecchie,
ma non poté correre incontro al padrone.
E il padrone, voltandosi, si terse una lagrima,
facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva:
« Eumeo, che meraviglia quel cane lì sul letame!
Bello di corpo, ma non posso capire
se fu anche rapido a correre con questa bellezza,
oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi,
per splendidezza i padroni li allevano ».
E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi:
« Purtroppo è il cane d'un uomo morto lontano.
Se per bellezza e vigore fosse rimasto
come partendo per Troia lo lasciava Odisseo,
t'incanteresti a vederne la snellezza e la forza.
Non sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia,
qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta.
Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano
dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano.
Perché i servi, quando i padroni non li governano,
non hanno voglia di far le cose a dovere;
metà del valore d’un uomo distrugge il tonante
Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra ».
Così detto, entrò nella comoda casa,
diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti.
E Argo la Moira di nera morte afferrò
appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.

Odissea, libro XVII, versi 290-328, versione di Rosa Calzecchi Onesti, ed.Einaudi

venerdì 24 aprile 2020

Una canzone che piace a tutti

Una canzone per tutti, in un momento difficile

qui e qui





ma anche qui e qui
e in tante altre parti del mondo civile

Buon 25 aprile!

martedì 21 aprile 2020

Pensieri disordinati





Ho sottratto la foto della giardinetta rossa al primo post di  "Pensieri disordinati", un blog appena nato che sento a me vicino e non solo perchè chi lo amministra è una mia carissima amica. Il motivo del furto è presto detto: ho trovato nell'immagine forse l'anima del blog, un'anima zingara, libera, passionale e ....innamorata della douce France.

 Pensieri disordinati è qui





domenica 19 aprile 2020

Il vento e le piante


Il vento oggi aveva voglia di parlare. Raccontava dei suoi viaggi, delle cose che aveva visto, delle illusioni che aveva regalato, delle urla che si era portato via. A un tratto si era tanto infervorato nei suoi discorsi che, distratto, aveva anche lasciato cadere un vaso dalla finestra di Alfredo verso il pavimento.
Era un bel vaso, fatto bene insomma. Conteneva tre piccole piante grasse che, scaraventate a terra, erano riuscite comunque quasi a conservare la loro forma, la loro delicata bellezza.
Il vento si era subito reso conto del danno provocato. Dapprima silenzioso si era poi trasformato in tiepida brezza. Era così che aveva continuato a sussurrare le proprie scuse ad Alfredo mentre questi raccoglieva il terriccio e cercava, tra dimenticati oggetti, un nuovo luogo dove interrare quei piccoli tesori.
“Chissà se si abitueranno a tornare sole, hanno vissuto un bel po’ di tempo insieme” pensò alla fine, quando ebbe trovato la soluzione, alzando gli occhi verso il suo amico. Il vento, però, era già sparito, così Alfredo si premurò solo di lasciarle vicine, ognuna nel suo piccolo vasetto.
“Se avete qualcosa da raccontarvi di certo ci riuscirete così” disse loro, prima di richiudere la finestra.

Dario D'Angelo dal suo blog, febbraio 2020

 
(Georg Scholz, 1925)
 

giovedì 16 aprile 2020

La luna che mangia le nuvole


Ricordo: da giorni, in città, si anelava ad un poco di pioggia da cui si sperava qualche sollievo al caldo anticipato. Io non m'ero neppure accorto di quel caldo. Quella sera il cielo aveva cominciato a coprirsi di leggere nubi bianche, di quelle da cui il popolo spera la pioggia abbondante, ma una grande luna s'avanzava nel cielo intensamente azzurro dov'era ancora limpido, una di quelle lune dalle guance gonfie che lo stesso popolo crede capaci di mangiare le nubi. Era infatti evidente che là dov'essa toccava, scioglieva e nettava.

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, cap.5, pag.170 ed. Dall'Oglio 1976)

 
(St. Nicholas magazine, 1891)
 

domenica 12 aprile 2020

giovedì 9 aprile 2020

Alcyone, tempesta atto IV


Alcione era figlia di Nettuno, o di Eolo secondo altre fonti; moglie del re Ceix (Ceice) in un matrimonio tra i più felici. La nave su cui viaggiava Ceice naufraga al ritorno da un consulto dell'oracolo di Apollo; Alcione, innamoratissima, si reca sul luogo del naufragio per trovare almeno il corpo del marito. Gli dei si muovono a pietà, e trasformano la coppia in alcioni, uccelli marini che rimangono fedeli al coniuge per tutta la vita; gli alcioni hanno il potere di calmare le tempeste nel periodo in cui fanno il nido e allevano i loro figli. La storia completa la si può trovare in Ovidio, Metamorfosi, libro 11 n.10.
L'opera di Marin Marais, Alcyone, è del 1706; non la riassumo perchè è molto complessa, ma la scena della tempesta è spettacolare e non posso lasciarla passare inosservata.

qui per la versione integrale, qui in versione da concerto.
 
 
(Joseph Vernet, 1772)
 

lunedì 6 aprile 2020

Pettini e capesante


Io le avevo sempre chiamate "pettini": è il loro nome scientifico, Pecten jacobaeus. L'ho chiamata così fino quasi ai vent'anni, poi mi è capitato di farne il nome davanti a una tavola imbandita e mi sono quasi saltati addosso: «Pettine? Ma che pettine, sono capesante!». Io non sapevo neanche che fossero commestibili, in casa mia i molluschi non erano di casa; so che mia nonna cucinava un ottimo baccalà alla veneta ma io purtroppo non ho l'età per ricordarmene. E poi c'erano i pesci del lago, le alborelle, gli agoni (pesce pregiatissimo), poco altro: trote, cavedani, qualche amico che andava a pescare (negli anni '60 era ancora possibile). Insomma, per me quella conchiglia lì era e rimane il pettine, e ancora oggi faccio fatica a dire l'altro nome, quello commerciale.
 
(martin-lister 1678)
 
Il nome scientifico, Pecten jacobaeus, da una parte sottolinea la somiglianza con i pettini per i capelli in uso nell'antichità, e dall'altra (jacobaeus) l'essere il simbolo dei pellegrini che vanno a Santiago di Compostela, cioè da san Giacomo. Il pettine è visibile anche in Botticelli, la Nascita di Venere. Esiste anche un'altra varietà simile, è sempre un pettine ma viene classificato come Chlamys varia. E, comunque, voi fate come vi pare, ma io continuerò a chiamare "pettine" quella conchiglia, e a pensare alla Venere di Botticelli.

(Terry Gilliam, fotogramma da Il barone di Munchhausen)


mercoledì 1 aprile 2020

Netsuke




















Su internet capita spesso di trovare belle immagini, e alcune tra le più simpatiche degli ultimi mesi le metto qui intorno: sono piccole sculture giapponesi e si chiamano "netsuke". Dopo averne viste un discreto numero mi sono finalmente posto la domanda: che cosa è di preciso un netsuke? La risposta per intero la trovate qui, in estrema sintesi posso anticipare che si tratta di una vera sorpresa, perché i netsuke sono elementi di abbigliamento. Il kimono giapponese, infatti, non ha tasche; per portare il necessario si usano borse o scatole legate alla cintura, e il netsuke serviva per chiudere la borsa o per trovarla più facilmente. Un parente stretto del portachiavi, insomma.
Porto qui dei netsuke che raffigurano animali, ma possono avere qualsiasi soggetto e non c'è limite alla fantasia. Se volete cercarne altri in rete, buon divertimento.


venerdì 27 marzo 2020

Indugiante bellezza


dipinto di Camille Corot

 Lontano, sì senti il richiamo del cuculo; un colombo selvatico stava tubando sull’olmo più vicino al campo, e come erano spuntate le margherite e i ranuncoli dopo l’ultimo falciatura! Inoltre, il vento aveva preso a soffiare verso sud-ovest ... un’aria deliziosa, piena di vita! Spinse all’indietro il cappello e lasciò che il sole gli cadesse sul mento e le guance. In un modo o nell’altro, oggi, voleva  compagnia… voleva un volto grazioso da guardare. La gente trattava i vecchi come se non volessero nulla. E con la filosofia non forsytiana che sempre si intrufolava nella sua anima, pensò : “ Non se ne ha mai abbastanza! Con un piede nella tomba si vorrà ancora qualcosa, non ne sarei sorpreso!“. Quaggiù… Lontano da da impegni d’affari, i nipoti, e i fiori, gli alberi, gli uccelli del suo piccolo dominio, per tacere del sole, della luna e delle stelle su di loro, mi dicevano, giorno e notte, “Apriti, sesamo”. Il sesamo si era aperto… Quanto, forse, non sapeva. E non sempre stato sensibile a ciò che adesso si cominciava a chiamare “ Natura”, sensibile in modo genuino, quasi religioso, sebbene non avesse mai perso l’abitudine di chiamare tramonto un tramonto di questi giorni meravigliosi il semplice amore di tutto ciò gli causava un po’ di dolore, sentendo forse, giù nel profondo, che non ne avrebbe goduto molto a lungo. Il pensiero che un giorno di questi… forse tra meno di dieci anni, forse neanche tra cinque, tutto questo mondo gli sarebbe portato via,  prima che avesse esaurito la capacità di goderne, gli appariva come un' ingiustizia che incombee panorama un panorama, per quanto profondamente potessero commuoverlo. Ma adesso la Natura gli faceva male, tanto l'ammirava. In ognuno di questi giorni calmi, splendenti, lunghi, con la mano di Holly nella sua, e il cane Balthazar davanti a cercare zelantemente qualcosa che non trovava mai, egli avrebbe passeggiato sostando a guardare le rose che si aprivano, i frutti che crescevano sulle spalliere, la luce del sole che faceva brillare le foglie della quercia e gli alberelli del boschetto, le  foglie delle ninfee aprirsi splendenti, e l'argenteo colore del grano novello nel campo; ascoltando gli storni e le allodole, e le mucche Alderney che ruminavano, agitando lentamente la coda a ciuffo; e in ognuno va all’orizzonte. Se vi era qualcosa dopo questa vita, non sarebbe stato ciò che voleva; non Robin Hill, e i fiori e e gli uccelli e i visi graziosi… troppo pochi, anche adesso, di chi gli stava intorno! Con gli anni la sua antipatia per gli inganni era aumentata; il conformismo che aveva sopportato negli anni Sessanta come aveva sopportato le lunghe basette per semplice esuberanza, se ne era andato da tempo, lasciandolo rispettoso  di tre cose soltanto…  la bellezza, la rettitudine e il senso della proprietà; e di queste la più importante era la bellezza. Aveva sempre avuto ampi interessi, e, invero, poteva ancora leggere il Times sebbene fosse capace in ogni momento di posarlo se sentiva cantare un merlo. La rettitudine… la proprietà,  in un modo o nell’altro,  erano stancanti; i merli e tramonti non lo stancavano mai, solo che gli davano la sgradevole sensazione di non poterne godere abbastanza. Guardando intensamente il silenzioso fulgore del tardo pomeriggio e tutti piccoli fiori dorati e bianchi sul prato, pensò: “Questo tempo era come la musica dell'Orfeo, che aveva ascoltato recentemente al Covent Garden, un 'opera bella, non come Meyerbeer, neanche esattamente come Mozart, ma, nel suo genere, forse ancora più armoniosa; qualcosa di classico e della sua "Epoca d'oro", casta e dolce, e la Ravogli "quasi degna del tempo passato"… La lode più alta che poteva immaginare. Il desiderio struggente di Orfeo per la bellezza perduta, per il suo amore che scendeva nell'Ade, come nella vita facevano l'amore e la bellezza...il desiderio struggente che cantava e palpitava in quella musica d'oro, fremeva anche nell'indugiante bellezza del mondo quella sera.

John Galsworthy, Quattro interludi
Ed. Robin

nota:
 penso che John Galsworthy si riferisca all'opera di Gluck e non a quella di Lully o di Monteverdi. ( qui )

martedì 24 marzo 2020

Mamma Gatta ( III )


3.
Arriva dunque l'inverno, fa freddo, gela, è un inverno duro, in giardino non c'è niente da fare e ci si va poco. Vedo ancora ogni tanto la Gatta, ma dei gattini (ormai adulti) ho perso la traccia, mi dico che non ci saranno più. Invece, una gattina ricompare, ha saputo passare l'inverno e a marzo me la ritrovo sempre più vicina; le spiego che non ho la minima intenzione di prendere un gatto ma finirà che la vince lei, la sua storia la trovate qui. La Gatta continua a soffiare e a fare figli; non so più quanti ne ha fatti, crescono e se ne vanno via, ma lei ha preso il mio giardino a dimora stabile. Ogni tanto la saluto e le dico "ciao Gatta", ma lei si ritrae e soffia e minaccia, è davvero Tigre.


Ma poi ne è passata di acqua sotto i ponti, questo è un racconto di tempo e il tempo passa veloce. Volete sapere come va oggi, anno 2020? La Gatta è diventata docilissima, non si fa accarezzare ma prende i bocconi dalla mia mano. Ce ne ha messo del tempo, ma ormai della Tigre non ha più nulla, sembra perfino più piccola di com'era prima e chi viene a vederla per la prima volta non riesce a credere a quello che racconto di lei. Mi ha portato i piccoli e non ha detto niente quando li ho presi in mano, ma ha capito ben presto che io poi li davo via (mi sono appoggiato a persone fidate) e non li avrebbe visti più; accade anche che i gattini siano malati (nati a settembre, arriva subito il freddo...) e bisogna portarli via presto. Lei li cerca, i gattini non ci sono più, è triste e smagrita, temo che non passi l'inverno e invece ce la fa, a primavera ecco dei nuovi gattini, e poi ancora in estate, ma stavolta me li nasconde. Continua a venire da me, è sempre più domestica, ma i gattini non me li lascia più. Adesso è primavera ed è ancora incinta, i nuovi piccoli nasceranno ad aprile e vediamo cosa succederà. Intanto Ciccetta e Aramis, i suoi figli del 2016, sono sempre qui in giro: Ciccetta sul tetto del garage o sulla sua amaca, e Aramis (diventato un gattone da esposizione) che si alterna fra la casa che lo ha adottato e le avventure da gatto vero. Alla Gatta non piace molto avere in giro quei due, ma loro - ne sono sicuro - di lei si ricordano bene, del suo affetto e della sua magnifica Scuola di Gatto.
Ogni tanto, mentre si strofina come una micetta di casa, le chiedo: «Ma, e una di quelle belle soffiate di una volta? Non è che non mi vuoi più bene?»


(continua, ma non so quando)

domenica 22 marzo 2020

Mamma Gatta ( II )


2.
Avevamo comperato un'orata al supermercato, bella grossa; mia mamma dice "andiamo in giardino a pulirla invece di farlo in casa" e così si fa. L'operazione procede veloce, ma ecco arrivare due spie molto interessate sul tetto del garage: un grosso gatto scuro e, appunto, la Gatta. A un certo punto dico "porto via il pesce già pulito, se no qui succede qualcosa"; gli scarti li lasciamo lì, molto graditi ai nostri ospiti. Del gatto maschio dopo qualche mese non avrò più notizie, la Gatta invece si trova benissimo nei nostri giardini e li elegge a suo territorio, scacciando chiunque osi introdursi; in breve diventa padrona del luogo e ne approfitta per iniziare la sua discendenza. I gattini sono belli, la Gatta è selvatichissima e appena si accorge che qualcuno ha visto i micetti li prende e li porta via; qualcuno dei miei vicini comincia a prendere la scopa (non per cattiveria: i gatti scavano negli orti, per chi non ci avesse ancora pensato) e la Gatta diventa sempre più selvatica, e feroce. Si arriva così al fatidico 2016, quando troviamo la Gatta con tre bei micetti, di quelli da esposizione; questa volta non si sposta, deve aver capito che qui non la cacciamo via e non verrà disturbata. Invece succede questo: ho dei vicini nuovi, a loro i gatti piacciono e ne prendono uno in casa. La Gatta, sempre più Tigre, sente il micetto rapito che la chiama e lo va a cercare; se non fosse per le finestre chiuse (è al pianoterra) se lo sarebbe ripreso. Ci mette molto tempo a rassegnarsi, un paio di settimane o forse più. I due micetti rimasti crescono, e rimarranno con lei per molti mesi, dandomi così modo di osservare una straordinaria "scuola di gatto". La Gatta è una mamma perfetta, molto affettuosa e molto attenta; ai due gattini insegna tutto ciò che serve a un Gatto come si deve: arrampicarsi, camminare in bilico, seguire le tracce delle lucertole e dei topi, prendere una preda, schivare le minacce (le automobili soprattutto, che sono buone solo quando sono ferme e ci puoi salire sopra, o nasconderti sotto). Tutto ciò che serve a un gatto, insomma; e l'addestramento dura parecchi mesi perché ormai è arrivato l'inverno e un po' di compagnia non dispiace, anche se i gattini ormai sono grandi. Con noi umani, invece, la Gatta è sempre Tigre: guai ad avvicinarsi, soffia e ringhia (il ringhio "di pancia" dei gatti) e fa anche un po' spavento. Meno male che è un gatto e non un giaguaro, mi viene da pensare; e ogni tanto le porto qualcosa da mangiare, perché ormai è passato del tempo anche per me, e la cura del giardino è diventata mia (per quel che posso fare, non me ne ero mai occupato...). Ma lei soffia, soffia e inarca la schiena, e insegna anche ai figli che l'essere umano è pericoloso e cattivo. Guai ad avvicinarsi troppo, guai.



(segue)

venerdì 20 marzo 2020

Mamma Gatta ( I )


1.
In principio era la Gatta, mi verrebbe da dire; ma non è così, qui intorno fin da quand'ero bambino ci sono sempre stati gatti (liberi o di proprietà) e me ne ricordo ancora tanti, dal gattino che mi aveva graffiato perché cercavo di fargli il bagno (considerate che ero molto piccolo, un ricordo lontano) e io non capivo perché non avesse voluto giocare a quel gioco così divertente, passando per la gattina che si metteva sotto le finestre e diceva miao ogni volta che vedeva noi bambini affacciati (sapeva che qualcosa sarebbe arrivato, e mia mamma ci aveva insegnato a buttare bocconi piccoli, così non si sporca in giro). L'apparizione della Gatta segue però un evento cupo e abbastanza recente, una specie di tabula rasa: qualcuno aveva messo dei bocconi al veleno, e ci fu una strage di gatti che noi vecchi del posto ancora ricordiamo; ne fece le spese anche il cagnolino dei miei vicini di casa, poco più grande di un gatto o forse delle stesse dimensioni. Raccolti o fatti raccogliere i miseri resti (ne trovavamo in tutti i giardini, davvero una cosa brutta), della vecchia guardia rimase solo una gattina minuscola, miserina e con la coda di topo, che aveva preso in simpatia mia mamma. La gattina, sopravvissuta miracolosamente al veleno, non aveva più denti e non aveva più voce; mia mamma le tagliava apposta dei pezzettini di carne delle dimensioni giuste da poter ingoiare, e visse ancora per qualche anno (fece poi una fine tragica, anche questa di matrice oscura). E' a questo punto, sette o otto anni fa, che entra in scena la Gatta: una Gatta magnifica, non tanto per il pelo (bianca con chiazze nere) ma per l'aspetto fiero e per le movenze eleganti. Una Tigre, insomma. Mia mamma la mandava via, spruzzandole addosso un po' d'acqua, perché portava via il cibo alla povera gattina Codaditopo; ma poi Codaditopo sparì definitivamente, e qui comincia una nuova storia.


(segue)

lunedì 16 marzo 2020

Il cane da venticinque lire

(Robert Doisneau, 1953)
In fondo, ero già un po’ stanco di quell'andar girovago sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po’ di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania. Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi bene in un logoro mantello che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che me l’avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola: - Venticinque lire...
Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia. Io, intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando quel cane, mi sarei fatto, sì, un amico fedele e discreto, il quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch’io stessi per farle.
- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo. Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m’allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà cosi sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, capitolo VIII)


giovedì 12 marzo 2020

L'Alberòn




L'Alberòn era tra il cimitero e il campo sportivo di Tomo, enorme e con radici che affioravano. Stava aggrappato sull'orlo del rilievo lungo la strada che da Tomo va a Porcen, in solitudine, intorno solo prato.
Era un cumulo davati agli occhi di verdi forati da luci azzurre. Il tronco, cinque metri di circonferenza.  Corteccia grigio-bruna e muschio a macchie. Tre rami, come alberi normali. In su, una cascata di rami e rametti barocchi. Foglie pesanti. La chioma, quindici, venti metri. Qualche ramo dei più alti ingrigito, scortecciato da frustate di fulmine.
(...)
L'erba intorno era sempre bassa, pestata da quelli che andavano a sedersi sotto. C'era odore di secco e si aveva una vista lunga, ombreggiata da un deposito antico di anni.
Per la maggior parte di quelli di Tomo l'Alberòn era Alberòn e basta. Secondariamente era un olmo.

Matteo Melchiorre, Requiem per un albero
Ed. Spartaco

domenica 8 marzo 2020

La laguna dei gabbiani assassini


Al cinema, e in letteratura, il gabbiano è sempre stato un simbolo di libertà e di purezza: vola alto nel cielo, sopra il mare, bello elegante e lontano, e la sua voce è triste e romantica, quasi un gemito di dolore per solitudine, o per amore.
Ma poi le cose cambiano, sono ormai lontani i tempi di "Il gabbiano Jonathan Livingston" (Richard Bach, 1970, fortunatissimo bestseller) e anche di "La gabbianella e il gatto" (Luis Sepùlveda, 1996).
Da molti anni, ormai, i gabbiani hanno abbandonato il mare e volano sopra le discariche di rifiuti, o assediano gli insediamenti umani; li vediamo da vicino e abbiamo imparato a conoscerli meglio. Che fossero dei predatori, anche violenti, lo sapevano già da sempre gli zoologi e i naturalisti; oggi il loro comportamento è sotto gli occhi di tutti, e non sempre è un bello spettacolo. Il gabbiano, forse, è bello solo se visto da lontano; e non solo lui, a dirla tutta.


(Allen Seaby, inizi '900)
 
Ecco in proposito la testimonianza di un nostro illustre contemporaneo:
Paolo Bullo, dal suo blog:
Le mie cronache semiserie dall’orrida Venezia non sarebbero tali se non cominciassi, come sempre, con qualche nota di costume. Perciò mi sento obbligato d’informare che nella città lagunare è ormai prassi, attraverso le calli, una specie di senso unico alternato per i pedoni. L’alternanza consiste nella possibilità di essere investiti dal trolley di 150 kg trascinato a stento da una giapponesina oppure essere travolto da un gruppo d’alpini in evidente stato euforico (non chiedetemi che ci facessero gli alpini a Venezia, forse un raduno?). Io, che sono notoriamente aperto a tutte le esperienze, ho deciso, con un certo orgoglio, di provare entrambe le opzioni. Son cose che si raccontano ai nipoti, con quell’espressione un po’ choosy (ma che in realtà è dovuta al rimbambimento dell’età) di chi è sopravvissuto ad avventure memorabili e ormai la sa lunga sulla vita.
C’è poi il problema dei gabbiani affamati, più volte affrontato su queste pagine. Ora, il gabbiano è un uccello che una volta viveva soprattutto di pesci e per tirar su il pranzo doveva faticare non poco in mare aperto, seguendo le scie dei pescherecci o delle navi e disputandosi una mezza sardina con gli squali e le orche. Una lotta dura per la sopravvivenza. La bestiolina, potenza dell’evoluzione, a un certo punto ha notato che sulla terraferma, al riparo dai marosi e dalle correnti, gli umani lasciavano in giro un sacco di cibo e che anzi, in casi particolari ma non rarissimi, alcuni di questi umani potevano diventare loro stessi un alimento altamente proteico. Non solo, appiccicati l’uno all’altro nelle strettissime calli gli uomini non hanno possibilità di fuga, quindi perché perdere un’opportunità di trovare cibo a rischio zero?
Questa e altre circostanze hanno trasformato gli eleganti volatili in assassini spietati, che dall’alto si buttano in picchiata sugli uomini appena abbattuti dai trolley (o dagli alpini), li smembrano con gli acuminati artigli e ne straziano poi i corpi con il becco. Insomma, son diventate bestie pericolose e, vi dirò, spesso di dimensioni non trascurabili: ipotizzo i 35-40 kg, visto che anche ieri, sotto ai miei occhi, un paffuto neonato americano è stato ghermito dalla culla sotto lo sguardo inebetito dei genitori che si stavano mangiando una pizza del diametro di un metro. Insomma, la ricerca del cibo regola la vita degli animali e degli uomini. Così fan tutti, si potrebbe dire.
(20.3.2013)
(Eva Auld-Watson, 1942)
 
Mancavo dall’orrida Venezia da parecchio tempo e, francamente, rivederla è stato il solito dispiacere. Gli ossessivi compulsivi come me hanno bisogno di conferme e, in questo senso, Venezia è formidabile in certi schemi precostituiti. Scendi dal treno e sai che verrai investito dal trolley di un giapponese e mentre cercherai, a fatica perché gli anni passano, di rialzarti, due sceriffi statunitensi ti investiranno con la carrozzella in cui un neonato obeso succhia un leccalecca gigante a forma di Kim Jong-un. Se sopravvivi – qualcuno ce la fa – potrai cadere svenuto sulla via che ti porta alla Fenice, preda dell’incredibile commistione di aromi di zucchero filato, vongole filippine, castagne, pesce fritto, spaghetti al forse ragù e pizza. I terribili buttadentro dei locali attenteranno alla tua vita a ogni passo mentre tu, nel frattempo, cerchi di schivare gli attacchi degli ormai famosi gabbiani assassini le cui dimensioni sono ormai tali che le grandi navi che scorrazzano in laguna sembrano giocattoli. E, come potete vedere dall’immagine, anche gli aeroporti sono ormai invasi dai pennuti giganti (qui ne vediamo uno che si è mimetizzato da aereo e attacca una pattuglia di caccia militari, che scompaiono quasi).
(30.11.2017)




giovedì 5 marzo 2020

Lepre o coniglio?


Bugs Bunny è una lepre o un coniglio? Dal nome si direbbe un coniglietto, "bunny", ma dall'aspetto si direbbe piuttosto una lepre: corpo allungato e snello, zampe lunghe, orecchie lunghe... La verità è che Bunny è sia lepre che coniglio, a seconda di quel che serviva agli autori in quel preciso cartone animato. Diventa un coniglio, magari non "a rabbit" ma "a wabbit", quando serve la erre moscia di Elmer Fudd (Taddeo), e ritorna lepre quando sta cadendo e gli serve un "hare tonic": che suona come "hair tonic", la lozione contro la caduta dei capelli che diventa la lozione contro la caduta della lepre, in un gioco di parole intraducibile che è stato utilizzato in diversi titoli dei suoi cartoons. E infine, a dirla tutta, Bunny è tante altre cose: un campione di trasformismo dal talento straordinario. Il mio preferito è probabilmente quello che riprende la storia del fagiolo magico, ma è difficile sceglierne uno solo e me li porterei via tutti.

Bugs Bunny nasce nel 1938, come comprimario nella serie Looney Tunes; e nel titolo è una lepre, "Porky's hare hunt". Tra i suoi primi disegnatori troviamo Tex Avery e Bob Clampett; a dargli le caratteristiche definitive saranno Robert Mc Kimson, Chuck Jones e Friz Freleng. La sua voce storica è quella di Mel Blanc, grande talento vocale che alla Warner doppiava quasi tutti i personaggi dei cartoni. Non ho mai amato il doppiaggio italiano, che banalizza troppo il sonoro; e per quanto mi riguarda con Bunny, ma anche con Paperino e tutti quei personaggi di un'epoca d'oro, non vado oltre il 1960. Quello che è venuto dopo, con Bunny, con Paperino, con Topolino e Beep Beep, non ha nemmeno un centesimo dell'invenzione e del divertimento dei primi autori.