martedì 27 febbraio 2018

Fauno


Dopo qualche momento capì che non era il trillo di un uccello. Nessun uccello avrebbe mai cantato una melodia cosi precisa, perché il loro canto è capriccioso come le loro ali. Si drizzò a sedere e guardò intorno, ma non vide nulla: al di sopra del suo capo le colline salivano con dolce pendio su su, verso il cielo limpido; intorno a lei gli sparsi cespugli di erica sonnecchiavano nel sole; sotto di lei, in lontananza, poteva vedere la casa di suo padre, una macchia grigia accanto a un ciuffo di alberi - e poi la musica finì, lasciandola ai suoi stupiti interrogativi.
Per quanto cercasse, non riuscì a trovare le sue capre. Infine tornarono spontaneamente da dietro un colle, sfrenate e sovreccitate come non le aveva mai viste. Anche le mucche persero la loro solita aria solenne e le girarono intorno abbandonandosi a goffi salti.
Mentre tornava a casa, quella sera, una strana esultanza insegnò ai suoi piedi a danzare. Essa volteggiava qua e là ora precedendo le sue bestie, ora seguendole. I suoi piedi saltellavano battendo un ritmo capriccioso. Aveva un motivo nelle orecchie e ballava con esso, buttando le braccia in fuori e al di sopra del capo, e ondeggiando e piegandosi nell'andare. Ora il suo corpo godeva della sua piena libertà: l'agilità, l’equilibrio e la sicurezza delle sue membra la incantavano, e anche la forza che non conosceva stanchezza la incantava. Il tardo pomeriggio era pieno di una pace serena, la dolce luce crepuscolare del sole disegnava un sentiero per i suoi piedi, e la vastità dei campi era tutta un volo di uccelli che sfrecciavano e cantavano, e lei cantava con loro un canto che non aveva parole, e non aveva bisogno di parole.


(Tiziano, le tre età)

L'indomani sentì di nuovo quella musica, fievole e vaga, meravigliosamente dolce eppure sfrenata come il canto di un uccello, ma era una melodia che nessun uccello avrebbe saputo ripetere. C’era un tema che tornava sempre. In un fiotto di trilli, passaggi, volate e ritornelli, eccolo riaffiorare con una solennità strana, quasi sacra - una melodia che imponeva il silenzio, sottile, estremamente austera e distaccata. C'era in essa qualcosa che le faceva battere il cuore, qualcosa verso cui le sue orecchie e le sue labbra si tendevano con desiderio. Era gioia, minaccia, spensieratezza? Non lo sapeva; ma una cosa sapeva: che per quanto terribile fosse, era soltanto sua. Era il suo pensiero non nato divenuto misteriosamente suono, e sentito con l'anima più che compreso con la mente.

domenica 25 febbraio 2018

venerdì 23 febbraio 2018

Dr. Livingstone, I suppose.


 ( Ligabue, 1956 )
La sensazione di essere nelle grinfie di un grande felino è forse un po' meno terribile di quanto ci immaginiamo, come risulta dall'esperienza che il dottor Livingstone fece con un leone: «Si è indotti in una specie di stato sognante, in cui non si soffre né si ha paura. Assomiglia a quello descritto dai pazienti narcotizzati con il cloroformio, i quali vedono tutta l'operazione ma non sentono il coltello... E' probabile che questa condizione si produca in tutti gli animali uccisi dai carnivori; e in tal caso è un provvedimento misericordioso del nostro benevolo creatore per lenire la sofferenza della morte». 
 (Viaggi missionari)

Bruce Chatwin, Le vie dei canti, pag.256,
traduzione di Silvia Gariglio, ed.Adelphi 1991


( Alfred Kubin )


mercoledì 21 febbraio 2018

Puma



Ed ecco ho fatto il disegno di un puma,
ed è venuto che non mi dispiace:
è nella nebbia e nel gelo che fuma
dalle narici il suo fiato par brace.
Fuori fa freddo ed è quasi normale,
siamo in montagna e nevica e fa male:
e là lontano c'è una lepre in fuga.

(Giuliano Bovo / Emilio Gauna, da Golem anno 2001)






















                                                                                                         (il disegno è di Giacinta)

lunedì 19 febbraio 2018

Mulini a vento


Nel libro di Cervantes, Don Chisciotte si trova ad affrontare anche un mulino ad acqua (succede nel capitolo XXIX della seconda parte), ed è un'avventura divertente ma è difficile trovare qualcuno che se ne ricordi. Tutti ricordano invece, anche senza aver letto il libro, la sua epica battaglia contro i mulini a vento scambiati per giganti.

- Quali giganti? - disse Sancio Panza.
- Quelli - rispose il padrone - che tu vedi laggiù, con le braccia lunghe, che taluni ne sogliono avere quasi di due leghe.
- Guardate - rispose Sancio - che quelli che si vedono laggiù non son giganti, bensì mulini a vento, e quel che in essi sembrano braccia sono le pale che, girate dal vento, fanno andare la macina del mulino.
- Si vede bene - rispose don Chisciotte - che in fatto d'avventure non sei pratico: son giganti quelli. E se hai paura, scostati di lì e mettiti a pregare mantre io vado a combattere con essi fiera e disuguale battaglia.
E così dicendo spronò il cavallo Ronzinante, senza badare a quello che gli gridava lo scudiero (...)
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, capitolo VIII, parte prima) (ed.Sansoni 1949, traduzione di Alfredo Giannini)

Georg Wilhelm Pabst nel suo film mette questo episodio alla fine, con ottima sintesi considerando che un film di un'ora e mezza non può contenere tutto il Quijote. Sconfitto dai mulini a vento, Don Chisciotte viene riportato a casa su un carro, come in gabbia; una volta arrivato a casa trova che stanno bruciando i suoi libri, e muore tra le braccia di Sancio. Ma i libri, miracolosamente, rinascono dalle loro ceneri.

Un uomo che impazzisce quando arriva davanti a una valle di mulini a vento: succede in "Segni di vita" (Lebenszeichen, 1968) uno dei primi film di Werner Herzog. L'uomo è un militare, le conseguenze potrebbero essere tragiche. Le pale eoliche oggi sono abbastanza comuni, nel 1968 (su un'isola greca) era sicuramente qualcosa di inaspettato.
(Pablo Picasso)

La cavalcata di Don Chisciotte è stata messa in musica tante volte: nell'opera di Massenet c'è anche Ronzinante (gli zoccoli al galoppo un po' scombinato, resi dalle percussioni), nel film di Pabst le musiche sono di Jacques Ibert, nel poema sinfonico di Richard Strauss (con la macchina del vento in partitura), e prima ancora (in modo giocoso) da Georg PhilippTelemann.  Le musiche citate nel libro di Cervantes, quelle originali cinquecentesche e seicentesche (Don Chsciotte canta e suona, nel libro, e con bella voce) sono state incise da Jordi Savall in cd più libro (dischi Alia Vox).

venerdì 16 febbraio 2018

Mucca e mosca (e bambini)

(Benozzo Gozzoli)

(...) allora Brigid Beg afferrò la mano destra della Donna Magra, e poco dopo Seumas le strinse gentilmente la sinistra, e questa muta richiesta di protezione e di conforto richiamò ancora una volta la donna da quelle vallate della collera che stava così impetuosamente attraversando.
Mentre proseguivano senza fretta, scorsero una mucca che se ne stava accosciata in un campo, e alla vista di quell’animale la Donna Magra si fermò pensierosa.
- Tutto - disse - appartiene al viandante.
E inoltratasi nel campo, munse la mucca e ne raccolse il latte in un secchio che aveva con sé.
- Chi sa chi è il padrone di questa mucca - disse Seumas.
- Forse - disse Brigid Beg - non ha padroni.
- La mucca è padrona di se stessa, - disse la Donna Magra - perché nessuno può essere padrone di una cosa viva. Sono sicura che ci dà il suo latte molto volentieri, perché noi siamo gente modesta e sobria, senza ingordigia e senza pretese.
Non appena libera, la mucca tornò ad accosciarsi nell'erba e riprese il suo ruminare. Poiché cominciava a far freddo, la Donna Magra e i bambini si raggomitolarono contro il corpo caldo della bestia. Tirarono fuori dalle bisacce qualche pezzo di pane e si misero a mangiare, bevendo tutti contenti il latte dal secchio. Ogni tanto la mucca si voltava a guardarli benevolmente, dando loro il benvenuto nel nido dei suoi fianchi ospitali. Aveva uno sguardo mansueto, materno, e le piacevano molto i bambini. I due piccoli smettevano continuamente di mangiare per stringere tra le braccia il collo della mucca, per ringraziarla, far le lodi della sua bontà, e per mostrarsi a vicenda le molte meraviglie del suo aspetto.
- Mucca, - disse Brigid Beg in estasi - ti amo.
- Anch’io - disse Seumas. - Hai visto come ha gli occhi?
- Perché la mucca ha le corna? - disse Brigid.
Allora lo domandarono alla mucca, ma quella sorrise e non disse niente.
- Se una mucca parlasse, - osservò Brigid - che cosa direbbe?
- Facciamo le mucche, - rispose Seumas - così lo sapremo.
Allora diventarono mucche e mangiarono qualche stelo d’erba, ma si accorsero che quando erano mucche non avevano voglia di dire nient'altro che «muuhh», e conclusero che anche le mucche non avevano voglia di dire altro che quello, e li colpì il pensiero che forse non valeva la pena di dire altro.

(dipinto di Rosa Bonheur, 1822-1899)
 
Una mosca gialla, di forma allungata e sottile, era in viaggio da quelle parti, e si posò sul naso della
mucca per rilassarsi un momento.
- Benvenuta - disse la mucca.
- E una notte magnifica per viaggiare, - disse l’insetto - ma da soli ci si annoia. Non hai visto in giro nessuno dei miei?
- No, - rispose la mucca - stanotte non si vedono che scarabei, ed é difficile che quelli si fermino a far due chiacchiere. Tu sì che devi fare una bella vita, sempre in volo a divertirti di qua e di là.
- Tutti abbiamo i nostri guai - disse l’insetto con voce malinconica, e cominciò a pulirsi l’ala destra con le zampe.
- Succede anche a te che qualcuno si appoggi contro la tua schiena, come stanno facendo questi tre contro la mia, o che ti rubi il latte?
- Ci sono troppi ragni in giro - disse l’insetto. - Li trovi sempre dappertutto: se ne stanno acquattati nell'erba e ti balzano addosso. A furia di aguzzare la vista mi sono venuti gli occhi storti. Sono brutti tipi, voraci, screanzati e intrattabili, tremendi, veramente tremendi.
- Li ho visti, - disse la mucca - ma a me non hanno mai dato fastidio. Spostati un po’ più in su per favore, che voglio leccarmi il muso: è strano, questo pizzicorino che non mi dà pace. -
La mosca si spostò un po' più su.
- Se tu fossi rimasta dov’eri, continuò la mucca - e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata.
- Non mi avresti potuto colpire con la lingua - disse la mosca. - Lo sai che mi muovo in fretta.
Al che la mucca, sorniona, si passo la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso.
- Hai visto? - disse la mosca.
- Ho visto - rispose la mucca, e scoppio in un muggito di ilarità cosi improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.

(James Stephens, La pentola dell'oro, cap.XVII traduzione Adriana Motti, ed. Adelphi)

(Van Gogh, 1883) 

martedì 13 febbraio 2018

Biacco




Quel giorno si sentiva strano. La notte non aveva dormito. Aveva quattordici anni, ed era stufo di essere un bambino. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte e all'alba era uscito di casa; sorgeva il sole, e nel parco la lunga e frastagliata ombra degli alberi, umida di rugiada, copriva la terra. L'ombra non era nera ma grigio scura, come feltro bagnato. Sembrava che il profumo inebriante del mattino emanasse proprio da quell'ombra umida, distesa sulla terra, con oblunghi intagli di luce simili a dita di giovinetta. Quand'ecco, un rivoletto d'argento vivo, dello stesso colore delle gocce di rugiada nell'erba, fluì a pochi passi da lui e scorreva, scorreva senza che la terra lo assorbisse. Improvvisamente, con un movimento subitaneo, guizzò di lato e scomparve. Era una serpe, un biacco. Nika trasalì.

(Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pagina 20 edizione Feltrinelli 1988, traduzione di Pietro Zveteremich)


domenica 11 febbraio 2018

River towns


Vivo in una cittadina a cui non manca niente dal punto di vista paesaggistico. Faccio colazione guardando il Visentin innevato, ho a pochi chilometri il Cansiglio e i suoi faggeti, e, soprattutto, potevo e potrò ancora ( quando la mia caviglia sarà guarita )  raggiungere il mio posto di lavoro percorrendo un placido lungofiume. Il Meschio scorre in leggera pendenza e le sue acque sono fredde, tanto da aver consentito agli artigiani medioevali di temprare perfettamente le spade che hanno armato ( sigh ) i cavalieri di tutta Europa.

venerdì 9 febbraio 2018

Voliera


Chiudi in una stessa gabbia uccelli di specie e linguaggio diversi, e vedrai che in principio tacciono tutti allo stesso modo.
(Robert Musil, L'uomo senza qualità, pag. 164 edizione Einaudi 1980)

Gli etologi (mi pare che sia proprio Desmond Morris, ma non ho trovato il rimando preciso) fanno notare che è lo stesso comportamento che abbiamo noi umani in ascensore. Imbarazzo, diffidenza, qualcosa del genere, forse paura - in natura esistono anche i predatori, mai dimenticarlo. In queste occasioni, meglio tacere e aspettare.


Rameau, Le rappel des oiseaux
per pianoforte
per clavicembalo

(dipinto di Albert Janesch, 1889)

mercoledì 7 febbraio 2018

Euridice aveva un cane


Il paese è cambiato. Anche se rimango chiuso in biblioteca sento tutti i cambiamenti, li sento uno sopra l'altro come cicatrici di frustate sulla mia schiena, i più remoti scandalosamente attuali come i più freschi. (...)
Fuori del paese la cosa più bella era un grande lavatoio di pietra, e chi aspettava la corriera si sedeva sul bordo all'ombra, e tuffava le mani nell'acqua gelida, che anche quando era torbida di sapone sembrava pulita. Adesso c'è solo una colonnina spartitraffico, e quando, in corriera, dico " fino al lavatoio", il bigliettaio mi guarda con sospetto.
A questo fervoroso spirito di rinnovamento i Baldi sembravano aver aderito senza resistenze, anzi con un loro speciale entusiasmo. (...) Guardavo la nostra casa e la loro e le trovavo sempre più divergenti, l'una ancorata in una fissità quasi minerale (...), l'altra immersa nel flusso del tempo, che se la portava via, se la lavorava a sua imago, ne cambiava la chimica. Una casa va e l'altra resta, pensavo, e nella nostra sentivo abitare lo spirito della morte, come se di due gemelli solo uno crescesse, combinando le cellule del proprio corpo con gli elementi del mondo in un connubio rigeneratore, mentre l'altro morisse bambino e rinsecchisse così, come una piccola mummia; poi però mi ribellavo a questa idea, e mi dicevo che se lo spirito della vita coincideva con la catena di scempi che si perpetrava oltre il muro, se vivere significa morire in continuazione, allora la morte era anche di là, dai Baldi, e più brutta di là che di qua.
Pensando che ci doveva essere stato un tempo in cui le due case erano molto meno lontane fra loro, mi accorgevo con spavento di portarmi addosso non solo i miei ricordi, ma anche quelli degli altri: riuscivo a soffrire anche per loro, per quello che avevano perso e che nemmeno rimpiangevano, e perfino quando non avevo mai saputo cosa c'era prima, ugualmente ne percepivo l'ombra dietro l'attualità, come un fantasma sdegnato che impetri vendetta. Tutto il paese era popolato di queste ombre, tremolavano ovunque e mi sembrava di essere il solo a vederle. E anche quando gettavo lo sguardo in giardini mai visti, durante giri in bicicletta sempre più rari e brevi, non potevo non difendermi dall'assalto di altre e altre ombre, che si levavano da tutte le parti imponendosi con la lor muta dolenza.
Rientravo a casa turbato, carico di appelli e di richiami che mi frastornavano, e di quelle larve inquietate  mi sentivo il custode, come l'ultimo sacerdote di un culto che solo in lui sopravvive.

Michele Mari, Euridice aveva un cane, ed. Einaudi

Felice Casorati, Ragazza sul tappeto rosso


Il passo che ho riportato è tratto da Euridice aveva un cane, una raccolta di racconti di Michele Mari. Qui e Qui una fine analisi di Elena del racconto eponimo e di altri racconti che sottendono gli stessi temi del primo: il Tempo, la Memoria. Elena sviluppando la sua linea interpretiva, mette a confronto  Proust e Mari.

lunedì 5 febbraio 2018

Yeats


Qualche tempo fa, parlando di sirene, ho detto che di Yeats conoscevo poco o niente a parte la raccolta di Fiabe irlandesi. Il giorno dopo, senza quasi che me ne accorga, comincia ad emergere nella mia memoria una melodia tra le più belle: la melodia del ricordo, dolce e triste, un'occasione perduta che riaffiora. Ma sì, "Down by the Salley Gardens": il testo è di Yeats, il soggetto è molto simile a quello dell'Eugenio Onegin di Puskin. Due giovani si incontrano ai Giardini, lei è incantevole, tutto appare favorevole, l'amore potrebbe sbocciare con la naturalezza con cui le foglie nascono sui rami, "ma io ero giovane e stupido" (I was young and foolish) e l'ho lasciata andare...
Quanto alla musica, il mio insegnante di pianoforte mi aveva spiegato cosa succede: è un reel, ma suonato lentamente e con dolcezza.

It was down by the Salley Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Salley Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree.
In a field down by the river, my love and I did stand
And on my leaning shoulder, she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy , as the grass grows on the weirs
But I was young and foolish, and now am full of tears.
Down by the Salley Gardens, my love and I did meet.
She crossed the Salley Gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,
But I was young and foolish, and with her did not agree.
(Words: W. B. Yeats, 1889. Tune: Maids of the Mourne Shore, Trad.)

nella versione di Kathleen Ferrier

nella versione di John Mac Cormack

venerdì 2 febbraio 2018

Il posto segreto di Fucsia

Mervyn Peake, Autoritratto -1932-
Riaccostò la porta, mise il paletto e venne presa dai brividi, come sempre, non appena si chiudeva la porta alle spalle. Per un momento il tremito la scosse tutta, da capo a piedi.
Poi, reggendo la candela che illuminava il suo viso e tre gradini alla volta, Fucsia iniziò l’ascesa verso il suo regno segreto.
Salendo per le volute di tenebra, il suo corpo s’impregnava di trepidazioni spossanti, come una pianta al sopraggiunger dell’aprile. Il cuore le batteva da spezzarsi.

Era un amore, il suo, intenso e profondo come l’amore dell’uomo per la donna. Come l’amore dell’uomo o della donna per il proprio mondo, per il mondo che è al centro del loro essere, il punto in cui la fiamma della vita arde finalmente libera e intatta.
L’amore del tuffatore per il suo mondo di luci vaganti, di perle e di alghe, col fiato che urge nel petto. Nato nell’istante stesso del tuffo, egli si riconosce in ogni sciame di pesci verdicci, nei colori delle spugne, e quando posa sul fondo fatato dell’oceano, la mano stretta a una costola insabbiata di balena, egli è completo e infinito. Vita, energia e universo pulsano all’unisono nel suo corpo. Amore.
L’amore del pittore, solo, davanti alla grande superficie colorata che sta creando. La tela, ritta di fronte a lui, gli rimanda forme incerte, interrotte, agitate da un ritmo nuovo, tra il soffitto e il pavimento. Tubetti contorti, colore fresco spremuto e spalmato sul secco della tavolozza, polvere sotto il cavalletto, bave di colore sul manico dei pennelli. La luce, bianca in un cielo nordico, tace. La finestra è spalancata e l’uomo respira l’odore del suo mondo. Il suo mondo: una stanza d’affitto, acqua ragia. L’uomo avanza verso la creatura che sta per nascere. Amore.
La terra grassa si sbriciola tra le dita del contadino. «Qui, finalmente» mormora il pescatore di perle muovendosi lieve tra strane luci acquoree, e il pittore, sulla zattera solitaria della sua soffitta, bisbiglia: «Io sono io», e con loro il lento villano sul suo acro di terra, e con loro la bruna Fucsia sulla scala ricurva, dicono: «Qui, finalmente»


Fucsia saliva, sfiorando con la destra la parete di legno, e salendo sentiva di essere una cosa sola con la scala a spirale e il solaio. Incontrò l'attesa asse sconnessa  e seppe che rimanevano solo diciotto gradini: altri due giri e il solaio l'avrebbe accolta con il suo indescrivibile crepuscolo grigio-oro.



Mervyn Peake, Tito di Gormenghast, ed. Adelphi     
trad.di Anna Ravano

mercoledì 31 gennaio 2018

Oricalco


Il professore fece un segno e i Tuareg bianchi si avvicinarono. Un intenso silenzio regnava nella misteriosa sala, turbato solo dal gorgoglio fresco della fontana. I tre negri si erano messi ad aprire l'involucro deposto vicino al sarcofago dipinto. Curvi sotto il peso di un indicibile orrore, Morhange e io guardavamo. Ben presto una forma rigida, una forma umana ci apparve. Un lampo rosso brillò su di lei. Avevamo davanti a noi, stesa al suolo, avvolta in un velo di mussola bianca, una statua di bronzo pallido, una statua simile a quelle che nelle nicchie intorno sembravano fissare su di noi uno sguardo impenetrabile. "Sir Archibald Russel" mormorò lentamente il professore. Morhange, muto, si avvicinò, ebbe la forza di sollevare il velo e fissò a lungo la cupa statua di bronzo
“Una mummia, una mummia” disse infine “ma vi sbagliate, non è una mummia."
“A voler parlare con proprietà” replicò Le Mesge, non si tratta di una mummia; tuttavia, avete davanti la spoglia mortale di Sir Archibald Russel. Infatti, caro signore, devo dirvi che i processi di imbalsamazione usati da Antinea differiscono da quelli dell’antico Egitto. Qui niente natron, niente bende, niente aromi. Lo Hoggar ha ottenuto subito risultati che la scienza europea ha raggiunto solo dopo lunghi tentativi. Quando sono arrivato qui, quale non è stato il mio stupore nel constatare che vi si praticava un metodo di imbalsamazione che ritenevo conosciuto solo nel mondo civile.”
Con l’indice piegato, il professore batté un piccolo colpo sulla fronte opaca di Sir Archibald Russel: ne uscì un suono metallico.
"E' bronzo, mormorai, non è una fronte umana, è bronzo."
Le Mesge alzò le spalle. "E' una fronte umana” affermò tagliente “e non é bronzo. Il bronzo è più scuro, signore. Questo é l‘eccezionale metallo misterioso di cui parla Platone nel Crizia, che sta fra l'oro e l'argento; è il metallo specifico dell’Atlantide: è l'oricalco."
Chinandomi maggiormente, constatai che era lo stesso metallo che ricopriva le pareti della biblioteca.
"L'oricalco, continuò Le Mesge. - Non avete l’aria di capire molto bene come un corpo umano possa sembrare di questo metallo. Su, capitano Morhange, voi, a cui facevo credito di un certo sapere, non avete mai sentito parlare del procedimento del dottor Variot per conservare i corpi in modo diverso dall'imbalsamazione? Non avete mai letto il libro di quel medico? (Variot, L'anthropologie galvanique, Parigi 1890 - nota di M.Leroux). Vi espone il metodo detto della galvanoplastica. I tessuti cutanei sono spalmati da un leggero strato di sale d’argento per diventare conduttori di elettricità. Il corpo viene quindi immerso in un bagno di solfato di rame e la polarizzazione e compie il suo lavoro. E' lo stesso procedimento con il quale è stato metallizzato il corpo di questo stimato maggiore inglese, ma il solfato di rame è stato sostituito da un bagno di solfato di oricalco, materiale ben più raro. Così invece dl una statua di un povero metallo come il rame, avete davanti a voi un corpo di un metallo più prezioso dell’oro e dell’argento, in una parola una statua degna della nipote di Nettuno.”
Le Mesge fece di nuovo un segno, gli schiavi presero il corpo e in pochi minuti lo fecero scivolare nel suo sarcofago di legno dipinto. Questo fu poi collocato diritto nella sua nicchia, vicino a quella in cui una custodia del tutto uguale portava l'etichetta n. 52. Poi, compiuta l’opera, senza dire una parola, i tre Tuareg si ritirarono. (...)

(Pierre Benoit, L'Atlantide, pagine 124-125 ed. Demetra 1995, traduzione di Gabriella Pesca Collina)



Il misterioso oricalco, in fin dei conti, potrebbe anche essere plastica, o fibra di carbonio, o titanio, alluminio, o qualcun altro ancora degli elementi presenti sulla Terra e oggi utilizzati dalla nostra tecnologia, ma ignoti ai tempi di Platone e poco conosciuti anche ai tempi in cui Pierre Benoit scriveva L'Atlantide. In fin dei conti, di Atlantide si immaginano tante cose, è ben possibile che conoscessero anche questi materiali; se padroneggiavano la galvanotecnica potevano isolare l'alluminio... Quanto all'oricalco, in tempi moderni è il nome di una lega metallica particolare, simile all'ottone, con il quale furono costruite anche trombe e strumenti a fiato; nell'Otello di Verdi si parla di "titanici oricalchi" per indicare tuoni e rumori della tempesta (il libretto è di Arrigo Boito).
Per saperne di più su leghe metalliche e bronzo, posso però rimandare anche qui, su questo stesso blog, in "La verità su Re Mida".

(nelle immagini, questa precisa scena dall'Atlantide di Pierre Benoit ripresa in "Totò sceicco" di Mario Mattoli)

domenica 28 gennaio 2018

I talk to the wind

Il gruppo inglese dei King Crimson si forma nel 1969. Il loro è un rock intellettuale, colto, con un’espressione non sempre aggressiva ma a tratti delicata, in particolare quando è dettata dai testi poetici di Peter Sinfield. In uno dei brani più rappresentativi della vena romantica del Re Cremisi c'è un interlocutore che non ascolta, perché - dice Sinfield - non può farlo, il vento.



giovedì 25 gennaio 2018

Una misteriosa processione



...più tardi, ha smesso di parlare e mi ha arrestato, ponendo il braccio sinistro davanti al mio petto come una barriera: con la mano destra indicava un leggero fremere dell'erba, a pochi passi dal nostro sentiero. Un serpente? no, su un tratto di terreno battuto è emersa una piccola processione: un porcospino avanzava cauto, con brevi arresti e riprese, e dietro di lui, o di lei, venivano cinque cuccioli, come minuscoli vagoni a rimorchio di una locomotiva giocattolo. Il primo stringeva in bocca la coda della guida, ognuno degli altri, allo stesso modo, stringeva il codino dell'antecedente. La guida si è fermata netta davanti a un grosso scarabeo, lo ha rivoltato sul dorso con la zampina e lo ha preso tra i denti: i piccoli hanno rotto l'allineamento e le si sono affollati intorno; poi la guida è arretrata dietro un cespuglio, trascinandosi dietro tutti i personaggi.

(Primo Levi, da "La chiave a stella", il racconto "Batter la lastra" pag.83 edizione Einaudi 1993)




martedì 23 gennaio 2018

La scarpa di gomma di Romain

" Avevo quasi nove anni quando per la prima volta m'innamorai. Fui ghermito interamente da una passione violenta e totale che mi avvelenò l'esistenza e rischiò di costarmi la vita.
Lei aveva otto anni e si chiamava Valentina. Potrei descriverla a lungo e fino a perdere la parola, e se avessi la voce non la smetterei di cantare la sua bellezza e la sua dolcezza. Era una brunetta con gli occhi chiari, mirabilmente ben fatta, vestita di bianco e con una palla in mano. 


domenica 21 gennaio 2018

Gip e Marsupione


I fumetti di Braccio di Ferro, quelli originali di Elze C. Segar, sono molto diversi dai cartoons che siamo abituati a vedere: prima di tutto non ci sono gli spinaci (arriveranno in seguito), e poi sono dei veri e propri racconti d'avventura, che ricordano magari il viaggio di Sindbad, pieni di creature fantastiche (sirene, streghe di mare...) piuttosto che di duelli a colpi di sganassoni. Una di queste creature fantastiche è il Gip (Jeep, nell'originale), forse un cucciolo ma non si sa di che specie, raccolto in uno dei tanti viaggi, che poi resterà con Braccio di Ferro diventando un suo fedele alleato. Ha poteri soprannaturali, e soprattutto dice sempre la verità. A vederlo così si direbbe il tentativo fallito di disegnare un gatto (si sa che disegnare i gatti non è facile), un gatto mal disegnato poi trasformato in qualche cosa d'altro. A dirla tutta, Segar non è mai stato un gran disegnatore; però alla fine piace, Braccio di Ferro è simpatico, così come Olivia, e anche al Gip ci si affeziona presto. Insomma, questo si chiama saper trarre vantaggio anche dai propri difetti.


venerdì 19 gennaio 2018

Nato in inverno


Michele Mari bambino


Nacqui hieme ineunte. Poi ragazzino, incominciai a trasferire particole di anima nei libri che leggevo, fino a dislocarvela compiutamente: in questo modo potevo circolare nel mondo come un insensibile golem senza patir troppi danni, e quando mi prendeva vaghezza di recuperare un po' della mia anima andavo a cercarmela là dove l'avevo nascosta, nei libri: soprattutto in quelli spaventosi e d'avventura: finché, presa l'abitudine di recuperarne troppa, di roba, per far prima a nasconderla ho cominciato a sbatterla in gran quantità dentro i libri che mi sono messo a scrivere io, appositamente. Ecco, fine della dinamica.







E' un passo tratto da Leggenda privata, un libro dichiaratamente autobiografico di Michele Mari, un autore a cui mi sono accostata solo di recente.  Penso sia difficile raccontare di sé stessi evitando il rischio di banalizzare e ridurre il proprio vissuto; ancora più complicato è non tradire la propria intimità nel momento in cui la si rende oggetto di uno scritto e le si dà una forma.


Michele Mari in treno con la madre