giovedì 24 settembre 2020

A proposito del cetaceo fossile noto come “ balena Giuliana”

Nel dicembre del 2000, Gianfranco Lionetti, un noto e apprezzato studioso del territorio materano,  rinviene, presso il bacino lacustre di S. Giuliano, dei resti fossili appartenenti ad un cetaceo. Il bacino materano ben si è prestato e si presta alla ricognizione e osservazione di testimonianze di un passato lontano, remoto, in quanto luogo deputato, per la presenza dell’acqua, a garantire la sopravvivenza di uomini e animali.

Ecco come Gianfranco Lionetti, in un articolo pubblicato sulla rivista “MATHERA” (Anno II n.4 Periodo 21 giugno - 20 settembre 2018 ) racconta la scoperta dei resti del cetaceo:

“ Era il 27 dicembre del 2000; un mattino di un inverno mite (…)L’acqua del lago era bassa e ferma, distava dalle falesie argillose più di 30 metri. La riva orografica sinistra era asciutta e consentiva di percorrere chilometri senza dislivelli, in solitudine. Dallo Iazzo di Porcari mi spinsi fino ai ruderi di Masseria San Francesco su cui sostavano decine di cormorani e pochi aironi cinerini. I gabbiani lanciavano grida che rievocavano le diomedee citate da Omero nell’Odissea. (…)Superato lo Iazzo di Ferri, posto sotto il colle di Vultrino, e quindi la profonda insenatura contigua, percorsi la lunga parete argillosa che segue più a valle. (…) A circa metà della lunghezza della parete argillosa si attraversa una zona dove fino a qualche anno fa si trovavano piccoli gusci di molluschi marini di varia specie e in ottimo stato di conservazione. Vi si rinvenivano anche placche di echinidi e i relativi aculei. Una volta vi trovai due o tre denti di un piccolo squalo. Ora il giacimento è stato totalmente asportato dall’erosione e solo ogni tanto vi si recupera qualche fossile, a parte le comunissime nasse e i “piedi di pellicano”. Su quella parete, inoltre, avevo rinvenuto numerosi boli di pesce che mi davano la certezza che un giorno mi sarei imbattuto in uno strato con ittiofauna fossile. Con le ginocchia appoggiate al suolo, scrutavo con concentrazione fra i detriti vegetali accumulati dalle onde nella speranza di recuperare qualche conchiglia superstite. Superato questo luogo si giunge sotto lo Iazzo di Porcari dove la parete argillosa crollando trascina con sé pinastri e cipressi. Fu proprio sotto alcuni di questi alberi collassati che scorsi qualcosa che attirò la mia attenzione: di primo acchito mi sembrava di avere davanti a me dei frammenti di arenaria meno cementati rispetto ai soliti in cui ci si imbatte in quei paraggi.

martedì 22 settembre 2020

Della vita


Little Fly,
thy summer's play
my thoughtless hand
has brush'd away.
Am not I
a fly like thee ?
Or art thou not
a man like me ?
For I dance
and drink and sing,
till some blind hand
shall brush my wing.
If thought is life
and strength and breath,
and the want
of thought is death,
then am I
a happy fly
if I live
or if I die.
(William Blake, The fly)

Piccola mosca, i tuoi giochi estivi sono stati spazzati via dalla mia mano senza nemmeno pensarci. Ma non sono forse anch'io, come te, una mosca? O non sei forse tu un umano come me? Perché anch'io danzo, e bevo e canto, fino a quando qualche cieca mano spazzerà via le mie ali. Se il pensiero è vita, e forza e respiro, e la volontà di pensiero è morte, allora io sono una mosca felice sia ch'io viva sia ch'io muoia.


(disegno di Beatrix Potter)


sabato 19 settembre 2020

Nebbia

Guidai molto lentamente ma per gran parte del tempo non sapevo su quale lato della strada mi trovassi. (...) Stavo cominciando a preoccuparmi e mi sentivo solo, più solo che mai. La nebbia è una creatura marina, ha una vita propria e un proprio veleno, ed è nemica della terra e delle sue creature. Si insinua tra loro e la terra che conoscono, succhia via la linfa vitale e l’aiuto che sono  L’uno per l’altro. Un uomo è solo nella nebbia, senza amici né punti di riferimento; ovunque si giri diventa inconsistente  e scompare alla vista. Un uomo è fatto per vivere su una terra assolata, limpida, non nel mare, o nel passato. Una macchina spuntò fuori dalla nebbia verso di me, suonando il clacson, e sterzò bruscamente, evitandomi; con una fitta di paura mi resi conto che ero sul lato sbagliato della strada.  Accostai sulla destra, e mi fermai, restando con le mani sul volante e pensai: “Più di così non posso; non devo provare ad andare oltre“. Dovevo essere più ubriaco di quanto pensassi perché dopo un po’ la macchina si stava muovendo di nuovo, e guidava Trina. Almeno io pensavo fosse Trina.

fotogramma di "Nostalghia"di Tarkovskij

Robert Nathan, Cosi l’amore ritorna, ed. Atlantide

Traduzione di Gaja Cenciarelli

mercoledì 16 settembre 2020

Rinascere


Mettiamo questo momento. Fuori qualcuno fa gli auguri. Amici che si parlano da un marciapiede all'altro. Quel piccolo fiume di pietre che li separa sembra insormontabile, un muro più vero di ogni altro reale. Sono auguri semplici: buona Pasqua, buona Pasqua, che faremo, che farete, come state.
Alfredo non può fare a meno di sentire eppure il suo ascoltare è già lontano e nella sua testa le immagini sono diverse: donne, fiori, strisce di mare che brillano al sole. Capita sempre più spesso che si faccia trasportare dalle sue fantasie e che si interessi poco al presente.
Le voci si esauriscono, rumore di passi che si allontanano. Alfredo ha ancora in testa altro.
La campagna ha i colori più ricchi e un vento leggero lo accompagna tra l'erba già alta. Sa che dopo l'ultimo ciliegio troverà i primi meli. Ha fatto tante volte quel piccolo percorso. Sul muro a secco, che segnava gli antichi confini, si è posato uno strano uccello, Alfredo non ne ha mai visto uno così ricco di riflessi, di colori. Lo osserva approfittando della distrazione di quello e improvvisa, senza ragione, gli monta in testa una strana gioia e, contemporaneamente, la soluzione del dilemma: "Sei una cinciallegra, ecco. Non ti avevo mai vista"
Vorrebbe avvicinarsi a lei per osservarla meglio, ma rimane immobile per paura che quella si allontani. Alfredo però inizia a pensare che ancora qualcosa gli sfugga e in effetti riaffiora un ricordo vecchio di decenni.
Lui, da ragazzino, collezionava scatole di fiammiferi. Portavano tutte la foto di un animale sull'apertura e sul retro, invece, il nome di quello e alcune delle caratteristiche. Ne aveva tante di quelle scatole, Alfredo. Le chiedeva al padre, ai parenti, ai vicini. Fumavano tutti a quei tempi. "Cinciallegra, ecco". Ora ricordava e dalle sue parti ne viveva una particolarissima che portava il nome di una dea Aphrodite.
Non poteva essere che lei pensava Alfredo mentre il piccolo animale iniziava ad allontanarsi da lui e però, dopo un breve volo, fermarsi quasi ad attenderlo. "Dove mi porti?" chiede Alfredo ma quello non risponde e prosegue e lui lo sa che, dopo un piccola fila di gradini che superano un ripido dislivello, c'è uno spazio dove vivono da sempre i castagni.
Lì lei lo attende, Alfredo non sa chi sia, non riesce neanche a distinguerne bene il corpo, il viso. Sulle labbra però ne percepisce il sapore, sulle dita il morbido contatto della pelle. Alfredo si lascia trasportare dal vento, dalle foglie, dal sole, dall'ombra, dal gracile canto della cinciallegra. Sa che ora è il momento di rinascere.
(Dario D'Angelo, dal suo blog "Solo Testo", marzo-aprile 2020)



lunedì 14 settembre 2020

This mortal coil


Ho trovato in giardino una mantide, quasi adulta, che si è aggrappata ai miei capelli (quei pochi che restano) e mi ha fatto solletico sul collo. Stavo sistemando un po' una siepe, e dopo aver pensato, come sempre, che è una fortuna che lei sia così piccola e io così grande (se fossimo grandi uguali lei mi mangerebbe senza dubbio), l'ho presa con delicatezza e l'ho appoggiata sempre sulla siepe, ma da un'altra parte. In fin dei conti, dato che mangia altri insetti anche nocivi (ahimè, non solo quelli nocivi) è una mia potenziale alleata. Dopo qualche giorno ho trovato la sua pelle, ormai inutile e abbandonata: le mantidi, come le cavallette, non hanno il bruco ma crescono lentamente cambiando pelle; è la grande divisione nella classe degli Insetti, i nomi esatti sono olometaboli (farfalle e coleotteri, che hanno il bruco e la metamorfosi) ed eterometaboli, come mantidi e cavallette. Forse, la mia mantide adesso è adulta e ha già messo le ali; qui rimane la sua spoglia intatta. Per i nostri avi, queste metamorfosi e questi cambiamenti di pelle erano simboli, o metafore, di immortalità e di eterna giovinezza, forse anche di rinascita o di reincarnazione. La vita non finisce qui, insomma: dal punto di vista scientifico il ragionamento non torna del tutto, ma l'immagine è comunque suggestiva. In passato era infatti frequente trovare immagini di farfalle sulle lapidi; e l'idea del cambiamento di pelle come rigenerazione (anche nei serpenti) era già nell'epopea di Gilgamesh, il poema più antico dell'umanità che sia mai giunto fino a noi, o in Tiresia ed Asclepio nella cultura greca e poi romana. Oggi sono rimasti in pochi a fare attenzione a queste cose, quasi sempre davanti a queste apparizioni nelle nostre case ci sarebbero grida d'orrore e profluvio di insetticidi, ma per chi vuole riflettere, almeno per un istante, su come funziona davvero il mondo in cui viviamo, queste occasioni andrebbero raccolte con cura.

To die, to sleep -
to sleep, perchance to dream, ay there's the rub,
for in that sleep of death what dreams may come
when we have shuffled off this mortal coil,
must give us pause (...)
(William Shakespeare, Hamlet)
(alla lettera, secondo il mio dizionario, "coil" è una spirale, un rotolo, una serpentina, un rocchetto di filo: l'immagine antica delle Parche, verrebbe da dire.) ("to shuffle off" è "liberarsi di", e "rub" indica strofinare, sfregare fra le dita)



(la foto è mia, e mostra una mantide adulta, o meglio anziana: 
non più verde, si mimetizza meglio in autunno)

giovedì 10 settembre 2020

Moon Palace


 Il posto giusto lo trovai sulla Centododicesima West, dove mi trasferii il quindici di giugno, arrivandovi con le mie valige qualche istante prima che due omoni consegnassero i settantasei cartoni contenenti i libri di zio Victor, rimasti chiusi per nove mesi in un magazzino. Era un monolocale a quinto piano di un grande palazzo senza ascensore: una stanza di medie dimensioni con un cucinino nell'angolo a sud-est, armadio a muro, bagno e una coppia di finestre che davano su un vicolo. Sul davanzale battevano le ali e tubavano piccioni, mentre nello spiazzo sottostante stavano piazzati sei bidoni della spazzatura ammaccati. All'interno l'atmosfera era scura, uno sfumato grigiore diffuso ovunque, che anche nelle giornate più splendenti non lasciava trapelare più di un meschino bagliore. Sulle prime sentii qualche spasmo, minuscole crisi di paura difronte alla prospettiva di vivere da solo, finché feci una singolare scoperta, che mi aiutò a riscaldare la casa e a sistemarmici.   Era la seconda sera o terza sera che ci passavo e, del tutto casualmente, mi trovai in piedi tra le due finestre, disposto obliquamente rispetto a quella sulla sinistra. Girato leggermente lo sguardo in quella direzione, mi apparve improvvisamente visibile una fessura libera tra i due palazzi sul retro della casa. Ed ecco lì sotto la Broadway, nel suo tratto più ristretto e limitato, ma a contare era il fatto che tutta la zona a me visibile appariva riempita da un'insegna al neon, una fiammeggiante pira di caratteri azzurri e rosa che tracciava distintamente le parole MOON PALACE. Vi riconobbi l'insegna di un ristorante cinese che aveva sede nello stesso edificio, poco più in là, ma la forza dell'impatto con quelle parole coprì ogni possibile riferimento e associazione. Caratteri magici, sospesi là nel buio come un messaggio proveniente da altrove se non dal cielo. Mi venne subito in mente lo zio Victor con il suo complessino*, e in quel subitaneo istante di irrazionalità fui abbandonato da ogni paura. Mai avevo provato qualcosa di altrettanto improvviso e assoluto. Una stanza spoglia e sudicia si era convertita in un luogo di interiorità, in un punto cruciale di strani presagi e misteriosi eventi arbitrari. Continuai a tenere lo sguardo fisso sull'insegna del Moon Palace, finché piano piano capii che ero arrivato nel posto giusto, che quell'appartamentino era veramente il luogo dov'ero destinato a vivere. 
Paul Auster, Moon Palace, ed. Einaudi
Traduzione di Mario Biondi

* ( i Moon man )

domenica 6 settembre 2020

Vaga luna


L'invocazione alla luna, la più famosa e la più grande, è sicuramente "Casta Diva", una grande scena (e non soltanto un'aria: tutta la scena occupa un quarto d'ora) dall'opera "Norma" di Vincenzo Bellini. Oggi però mi è tornata davanti una piccola aria da camera, scritta da Bellini quando non era ancora famoso: il testo non è gran cosa, l'innamorato che si rivolge alla luna, ma la melodia è di quelle che non si dimenticano e ancora oggi è molto eseguita in concerto.

qui per voce maschile
qui per voce femminile
(ma poi fate voi, on line ce ne sono molte belle versioni)

(Jan Bogaerts, 1904)


Vaga luna, che inargenti
queste rive e questi fiori,
ed inspiri agli elementi
il linguaggio dell'amor;
testimonio or sei tu sola
del mio fervido desir,
ed a lei che m'innamora
conta i palpiti e i sospir.
Dille pur che lontananza
il mio duol non può lenire,
che se nutro una speranza,
ella è sol nell'avvenir.
Dille pur che giorno e sera
conto l'ore del dolor,
che una speme lusinghiera
mi conforta nell'amor.
(testo di anonimo)
(1827 circa, pubblicata postuma nel 1838)


mercoledì 2 settembre 2020

Hell

Per comporre Songs from the Divine Comedy, da cui è tratto Hell I ( qui ), Giovanni Sollima si lascia ispirare da alcuni canti della Divina Commedia, letti anche nella versione inglese di H. W. Longfellow, e dalla Profezia di Dante di George Gordon Byron nella traduzione di Lorenzo Da Ponte.
Il progetto ha le sue premesse in un soggiorno a New York; i "gironi danteschi di fine millennio" della metropoli stimolano la fantasia del musicista che si lascia incuriosire dalle soluzioni ritmiche adottate da Henry Wadworth Longfellow nel tradurre il poema dantesco e dalla differente sonorità dell’opera rispetto all’originale in volgare.




"Per l'Inferno ho scelto,inizialmente, una strada evocativa ma, dato che si trattava di un brano
strumentale, seppur con l'impiego delle voci nostre, della band, sporche,sofferenti e non impostate, ho voluto musicare i passi in cui Dante racconta, con la sua incredibile e visionaria fantasia, luoghi, atmosfere,corpi, espressioni. Quindi il III Canto, e terzine dal XVIII, dal XXV, dal XXXIV e altri (… ) Per quanto riguarda il Paradiso, il suo inserimento, quattro anni fa, è stato un inserimento inaspettato, una sorta di appendice sospesa, un piccolo memorial dedicato a mio padre appena scomparso.Scelsi dal Paradiso alcune terzine, cantate contemporaneamente sia nella lingua di Dante che nell’ inglese ottocentesco di Henry Wadworth Longfellow".

                                                                                                                                                       
Fonte (qui)

domenica 30 agosto 2020

I've known rivers


THE NEGRO SPEAKS OF RIVERS
I've known rivers:
I've known rivers ancient as the world
and older than the flow of human blood in human veins.
My soul has grown deep like the rivers.
I bathed in Euphrates when dawns were young.
I built my hut near the Congo and it lulled me to sleep.
I looked upon the Nile and raised the pyramids above it.
I heard the singing of the Mississippi
when Abe Lincoln went down to New Orleans,
and I've seen its muddy bosom
turn all golden in the sunset.
I've known rivers:
Ancient, dusky rivers.
My soul has grown deep like the rivers.
(Langston Hughes, 1901-1966)

Ho conosciuto fiumi: ho conosciuto fiumi antichi come il mondo e più vecchi del flusso di sangue umano nelle vene umane. La mia anima è diventata profonda come i fiumi. Mi sono bagnato nell'Eufrate quando le albe erano giovani. Ho costruito la mia capanna vicino al Congo e ne sono stato cullato fino al sonno. Ho guardato il Nilo e vi ho innalzato alte piramidi. Ho udito il canto del Mississippi quando Abe Lincoln scese fino a New Orleans, e ho visto il suo seno fangoso farsi tutto d'oro nel tramonto. Ho conosciuto fiumi: fiumi antichi, oscuri. La mia anima è diventata profonda come i fiumi. 
(traduzione di Giovanni Zanmarchi, dal volume "Da Frost a Lowell - Poesia americana del '900" a cura di Sergio Perosa, edizioni Accademia 1979)

(Frederick Edwin Church, 1857, Niagara Falls)

venerdì 28 agosto 2020

Una mosca shakespeariana


Marco colpisce il piatto con un coltello.
TITO: A cosa dai colpi, Marco, con il tuo coltello?
MARCO: A ciò che ho ucciso, mio signore: una mosca.
TITO: Maledizione, assassino! tu uccidi il mio cuore. I miei occhi sono sazi di spettacoli di violenza: un atto di morte commesso sugli innocenti non si addice al fratello di Tito. Vattene, vedo che non sei fatto per la mia compagnia.
MARCO: Ahimè, mio signore, ho ucciso solo una mosca.
TITO: «Solo?» e se quella mosca aveva un padre e una madre? Come stenderà le fragili ali dorate
ronzando per l'aria lamentosi fatti? Povera mosca innocente, con la graziosa melodia del suo ronzio era venuta qui a rallegrarci, e tu l’hai uccisa.
MARCO: Perdonami, signore: era una brutta mosca nera come il Moro dell'imperatrice, e perciò l'ho uccisa.
TITO: Oh! Oh! Oh! Perdonami allora per averti rimproverato, perché hai fatto un atto misericordioso. Dammi il coltello, infierirò su di lei illudendomi che sia il Moro venuto qui apposta per avvelenarmi. Questo è per te, e questo è per Tamora. Ah, marrano! Ma spero che non siamo caduti così in basso da non poter uccidere, insieme, una mosca che ci viene davanti a somiglianza d’un Moro nero come il carbone.
MARCO: Ahimè, pover’uomo! il dolore l'ha così sconvolto che prende ombre false per sostanze vere.
TITO: Su, sparecchiate. Lavinia, accompagnami; verrò nella tua stanza a leggere con te tristi storie accadute in tempi passati. Vieni con me, ragazzo: la tua vista è giovane, leggerai tu quando la mia comincerà ad annebbiarsi.
Escono.
(William Shakespeare, Tito Andronico, finale atto terzo, traduzione di Alessandro Serpieri, ed. Garzanti 1989)

Quando ho letto per la prima volta Tito Andronico, tanti anni fa, ho trovato questa pagina e non credevo ai miei occhi. Possibile che Shakespeare abbia scritto questa cosa? Oltretutto, Tito Andronico è un dramma di una crudeltà inaudita, con torture, mutilazioni, stragi, violenze; in questo contesto, trovare qualcuno che si commuove per una mosca (sia pure per pochi istanti) è davvero singolare. Mi sono tenuto le mie perplessità per anni, pensando che si tratta di un dramma giovanile e che i manoscritti di Shakespeare sono, come insegnano gli esperti, pieni di inserti e di improvvisazioni degli attori. Poi mi è capitato di vedere questa scena interpretata da Anthony Hopkins, nel film del 1999, e ho capito che a un grande interprete è possibile rendere alla grande anche pagine come questa. La regista Julie Taymor si prende qualche libertà e fa interpretare la parte che qui spetta a Marco (un adulto) a un bambino, nipote di Tito. Così, la faccenda della mosca diventa un affare tra nonno e nipote e tutto riesce a diventare credibile (francamente, io pensavo che l'avrebbero tagliata).
Il Moro, per chi non conoscesse la tragedia, è un personaggio importante. Un cattivo a tutto tondo, ma il suo discorso sulla sua provenienza è memorabile e anticipa Shylock (Il Mercante di Venezia).

PS: non ho trovato on line il momento esatto del film con Hopkins, per questo motivo il fotogramma qui sopra è tratto da "Mystery train" di Jim Jarmusch (notare il fermacarte in mezzo alla scrivania)

lunedì 24 agosto 2020

Traiettorie

opera di Alberto Giacometti (1947 )
 Nel suo studio di rue Hippolyte-Maindron, non lontano dal cimitero di Montparnasse, Alberto Giacometti contemplava uno dei suoi primi omini filiformi. Investito dell'alito vivifico dell'arte, l'omino di bronzo presunse immediatamente di andarsene per i fatterelli suoi: ma quando capì che i suoi piedi erano imprigionati in un basamento ne dedusse odio mortale al suo artefice, contro il quale, distraendo materia dalle guance, esplose uno sputo metallico che assotigliò uteriolmente la sua testolina. Allibito, Giacometti si chinò quel tanto da schivare il proietto, che continuando nel proprio impeto perforò una parete, e poi un'altra, e poi un albero, e poi tutto quello che incontrò nella sua orbita intorno alla terra senza mai rallentare, orbita dopo orbita finchè un giorno della primavera seguente, in Spagna, non penetrò nel collo di George Orwell. Solo allora, avendo assaggiato il sangue di un uomo giusto, il bolo si placò, e ritornò materia inerte, inconoscibile segno di rancore che fu.
Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffel, ed.Einaudi

venerdì 21 agosto 2020

Patty la gatta




Vicino al laboratorio c'erano delle villette, con giardini, e anche un po' di bosco; forse è da lì che veniva la gatta, una bella gatta più che domestica, affettuosissima, che in laboratorio si trovava benissimo e che restò in nostra compagnia per un paio d'anni. La mia collega Mariella la prende subito in consegna, la battezza Patty, le porta da mangiare; noi tutti, a partire dal Capo (il dottor Gigi) la assecondiamo. E' davvero una bella gatta, ma presto ci accorgiamo che ha un difetto: è una vera e propria fabbrica di micetti, ne fa sei alla volta e sono tutti belli come lei. La mia collega ne è contentissima, trova casa a ognuno di loro, vorrebbe portarsene via uno ma per il momento non può, disdetta. Quanti micetti ha partorito Patty in quei due anni? Difficile tenerne il conto, direi almeno diciotto (tre parti da sei). Non è che non si lavorasse, in laboratorio: il lavoro andava avanti lo stesso, Patty non stava sui banconi tra le beute e le bottiglie dei reagenti, sapeva come comportarsi e appariva solo quando era sicura di non dare fastidio - o meglio, quando non c'era confusione (i gatti detestano la confusione e il via vai di persone). So bene che ci sono molti capi (e anche molti sottoposti) convinti che se si parla e si scherza non si lavora: ma è un'idiozia, ci sono molti lavori dove si può chiacchierare e perfino leggere il giornale senza per questo rallentare il lavoro. Per esempio, in laboratorio, gran parte delle analisi erano di questo tipo: inietto il campione nel gascromatografo, e poi il gascromatografo impiega mezz'ora per completare l'analisi. Oppure: preparo l'occorrente per un numero di saponificazione, e poi il tutto deve bollire con refrigerante a ricadere per un'ora. Di tempo quindi ne avanza, sia per fare pulizia e preparare i reagenti che per dare una grattatina sulla testa a Patty.

Patty aveva scelto uno di noi in particolare, il Capo. Si sa che le gatte scelgono un membro della famiglia, e sicuramente il dottor Gigi meritava quest'attenzione, ma c'era anche un dettaglio non secondario: il Capo era l'unico di noi che lavorava da seduto, davanti al pc o davanti a carteggi vari, oppure al telefono. Di conseguenza, Patty era sempre sulle ginocchia del Capo - cosa che procurò qualche problema al dottor Gigi, ma anche lui non è che non stesse facendo nulla, non è che stesse coccolando "invece di lavorare", ma lavorava coccolando la gatta. Oggi, quando si fa home working, è normale che sui monitor compaiano i gatti e anche i bambini; si lavora e ci sono in giro i figli e gli animali di casa, ogni tanto fanno capolino, ma negli anni '90 certe cose non si potevano nemmeno immaginare e credo che questo lavorare con la gatta sulle ginocchia abbia causato qualche problema nella carriera di Gigi. Vallo a spiegare al dottor Biribò e al Direttore di Stabilimento, che puoi anche rispondere al telefono con la gatta accanto. La cosa, piacevolissima, andò avanti per un paio d'anni; poi la mia collega decise di portare a casa Patty, che - come fanno spesso i gatti - appena arrivata lì se ne andò via e non fu più ritrovata. Rimane un bel ricordo, anche e soprattutto pensando a come era il mondo del lavoro trent'anni fa e a come è ridotto oggi, con il precariato e tutto il resto - quello che sapete e vedete anche voi, non sto a dilungarmi.

lunedì 17 agosto 2020

Ieri è oggi

 La notte ci accampammo sull’isola e accendemmo un fuoco ai bordi della spiaggia. parlammo a lungo alla luce del falò; le ombre danzavano nella macchia alle nostre spalle, il cielo pallido, disseminato di stelle, si distendeva sopra di noi come un lago immenso, e la nostra barca si cullava tranquilla sull’ancora, seguendo il ritmo della marea.
Provai ad esprimere ad Arnie qualcosa di quello che sentivo, su me stesso, e sul mondo. “ Sappiamo così poco”, iniziai, “ e c’è così tanto da sapere. Viviamo solo per ciò che possiamo toccare o assaggiare, vediamo solo quello che è sotto il nostro naso. Lassù, sopra di noi, ci sono sistemi solari più grandi del nostro; e interi universi in una goccia d’acqua. E il tempo scorre senza fine ovunque. Questa terra, quest’oceano, questo piccolo frammento di vita, non ha alcun significato per se’... Ieri è vero tanto quanto oggi; solo che noi ce lo dimentichiamo.”
fotogramma del film "Il ritratto di Jenny"
Arnie sbadigliò: “ Sì “ disse, “ È così. Ora dormiamo. “

Robert Nathan, Ritratto di Jennie, ed. Atlantide
Traduzione di Simone Caltabellotta

Qui il film diretto da e ispirato al romanzo di Nathan
Qui la canzone di Jenny

giovedì 13 agosto 2020

Fine della notte


«Ogni notte e ogni mattina
nascono alcuni al soave diletto
nascono alcuni all'infinita notte.
ogni notte e ogni mattina
nascono alcuni alla rovina
nascono alcuni al soave diletto,
nascono alcuni all'infinita notte...»

(William Blake, 1789)
Questo è William Blake (1757-1827), con una traduzione presa al volo da "Dead man", il film di Jim Jarmusch.


 Due di questi versi, nell'originale inglese (Some are born to sweet delight, some are born to the endless night) li ho ritrovati ascoltando Jim Morrison. Il film di Jarmusch, strano e affascinante, è probabilmente ispirato proprio da Jim Morrison, dal testo e dalla musica oltre che dalla dizione; raccomando a tutti la visione del film (però serve pazienza) e metto qui sotto i due testi, per chi avesse voglia di ragionarci sopra

qui per Jim Morrison
qui per Jim Jarmusch

End Of The Night (The Doors, 1967)

Take the highway to the end of the night
End of the night, end of the night
Take a journey to the bright midnight
End of the night, end of the night
Realms of bliss, realms of light
Some are born to sweet delight
Some are born to sweet delight
Some are born to the endless night
End of the night, end of the night
End of the night, end of the night
Realms of bliss, realms of light
Some are born to sweet delight
Some are born to sweet delight
Some are born to the endless night
End of the night, end of the night
End of the night, end of the night


William Blake, 1757-1827, da “Auguries of Innocence”

Every night and every morn
Some to misery are born,
(William Blake 1805 - Resurrection)
Every morn and every night
Some are born to sweet delight.
Some are born to sweet delight,
Some are born to endless night.
We are led to believe a lie
When we see not thro' the eye,
Which was born in a night to perish in a night,
When the soul slept in beams of light.
God appears, and God is light,
To those poor souls who dwell in night;
But does a human form display
To those who dwell in realms of day.





lunedì 10 agosto 2020

sabato 8 agosto 2020

Un gatto inglese


(Henriette Ronner Knip)

Avrei però resistito e sopportata l’Inghilterra per quei sei mesi che mio padre e l’Olivi volevano 
infliggermi acciocché studiassi il commercio inglese (in cui intanto non m’imbattei mai perché pare si faccia in luoghi reconditi) se non mi fosse toccata un’avventura sgradevole. Ero andato da un libraio a cercare un vocabolario. In quel negozio, sul banco, riposava sdraiato un grosso, magnifico gatto angora che proprio attirava le carezze sul soffice pelo. Ebbene! Solo perché dolcemente l’accarezzai, esso proditoriamente m’assaltò e mi graffiò malamente le mani. Da quel momento non seppi più sopportare l'Inghilterra e il giorno appresso mi trovavo a Parigi.
Augusta, Alberta e anche la signora Malfenti risero di cuore. Ada invece era stupita e credeva di aver frainteso. Era stato almeno il libraio stesso che m’aveva offeso e graffiato? Dovetti ripetermi, ciò ch'è noioso perché si ripete male. Alberta, la dotta, volle aiutarmi: - Anche gli antichi si lasciavano dirigere nelle loro decisioni dai movimenti degli animali.
Non accettai l’aiuto. Il gatto inglese non s’era mica atteggiato ad oracolo; aveva agito da fato!
Ada, col grandi occhi spalancati, volle delle altre spiegazioni: - E il gatto rappresentò per voi l’intero popolo inglese?
Com’ero sfortunato! Per quanto vera, quell’avventura a me era parsa istruttiva e interessante come se a scopi precisi fosse stata inventata. Per intenderla non bastava ricordare che in Italia dove conosco e amo tanta gente, l'azione di quel gatto non avrebbe potuto assurgere a tale importanza? Ma io non dissi questo e dissi invece:
- E' certo che nessun gatto italiano sarebbe capace di una tale azione.

(Charles Burton Barber)

Ada rise a lungo, molto a lungo. Mi parve persino troppo grande il mio successo perché m'immiserii e immiserii la mia avventura con ulteriori spiegazioni.
- Lo stesso libraio fu stupito del contegno del gatto che con tutti gli altri si comportava bene. L'avventura toccò a me perché ero io o forse perché ero italiano. It was really disgusting e dovetti fuggire.
(...) La piccola Anna che fino ad allora era rimasta immota ad osservarmi, a gran voce si diede ad esprimere il sentimento di Ada. Gridò:
- E' vero che è pazzo, pazzo del tutto? (...) E' pazzo! Parla coi gatti! Bisognerebbe subito procurarsi delle corde per legarlo!

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, pag. 98 edizione Dall'Oglio 1976)




mercoledì 5 agosto 2020

Andromeda


Il drago non godette mai di miglior salute né di più eccellente disposizione d’animo della mattina in cui Perseo lo uccise. Si dice che Andromeda commentasse poi la circostanza con Perseo: si era alzato sereno, molto ben disposto, eccetera. Quando lo riferii a Ballard, si lamentò che questo particolare non figurasse nei classici. Lo guardai e gli dissi che anch’io ero i classici.

Samuel Butler, Note-books.
a pag.37 di "Racconti brevi e straordinari" a cura di Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges (ed. FMR 1973, traduzioni di Gianni Guadalupi)

(Arnold Boecklin, 1873, Angelica e Ruggiero)



sabato 1 agosto 2020

Riflessi


foto di André Kertesz
 Ancora più adulto, e in modo ben più strano, mi avevano fatto sentire durante la cena gli effetti di luci e ombre nel finestrone della sala da pranzo. Specchiato di semi profilo mentre masticavo dei rösti di patate o bevevo acqua e vino da un calice a gambo lungo, stupivo nel vedere la mia faccia da bambino espatriato incorniciata in una sottile barba nera che mi faceva sembrare un soldato di Agamennone, o un filosofo ateniese, e più vecchio di almeno sei anni. Il me stesso filosofo ateniese del futuro mi incuriosiva talmente che non riuscivo a staccargli  lo sguardo di dosso. Non vedevo l’ora che le mie guance diventassero davvero capaci di produrre un così onorevole ornamento. Alla fine Martina apri di poco il finestrone scorrevole per far entrare l’aria fresca della sera, e il me filosofo adulto, reso possibile da delicatissimi equilibri vetro-molecolari, svanì. Immaginai fosse tornato nel futuro ad aspettarmi. Anche se io a pensarci bene, non avevo mai avuto nessuna intenzione di diventare un filosofo ateniese, né tantomeno un soldato di Agamennone.

Nicola Pezzoli, Irrenhaus, KDP