martedì 22 maggio 2018

Inventare un animale


(...) I Centauri sono creature affascinanti, portatrici di simboli multipli ed arcaici, ma della loro fisica impossibilita si era già accorto Lucrezio, ed aveva cercato di dimostrarla con un argomento curioso: a tre anni di età il cavallo è nel pieno delle sue forze mentre l’uomo è bambino, e «spesso cercherà in sogno il capezzolo» da cui è appena stato slattato; come potrebbero convivere due nature che non "fluorescente pariter", e che del resto non ardono degli stessi amori? In tempi più recenti, e in un bel romanzo fantascientifico, P. J. Farmer ha messo in rilievo le difficoltà respiratorie dei Centauri classici, e le ha risolte fornendo loro un organo supplementare "simile a un mantice, che inspirava aria attraverso un’apertura simile a una gola"; altri hanno insistito sul problema dell'alimentazione, facendo notare che una piccola bocca umana sarebbe stata insufficiente a permettere il passaggio del molto foraggio necessario per nutrire la parte equina.
Si direbbe insomma che la fantasia umana, anche quando non si trova davanti a problemi di verosimiglianza e di stabilità biologica, esiti ad intraprendere vie nuove e preferisca ricombinare elementi costruttivi già noti. Se si riesamina il bellissimo "Manuale di zoologia fantastica" di Borges, si stenta a trovarvi un solo animale veramente originale come disegno: non ce n'è uno che si avvicini neppure vagamente alle incredibili soluzioni innovative che si trovano ad esempio in certi parassiti, quali la zecca, la pulce, l'echinococco (...)

Primo Levi, da "L'altrui mestiere" pag.90, Inventare un animale



(Antoine Verard, 1494)


sabato 19 maggio 2018

I temporali di Rossini



Qui da me, in Lombardia, di questi tempi ogni sera c'è un temporale; e c'è anche da averne paura ma per oggi preferiscono parlare di musica, i temporali in musica sono tanti e si può cominciare da Gioacchino Rossini.


Dei temporali di Rossini, il più famoso è nell'ouverture dal "Guglielmo Tell": direi che lo conoscono tutti, anche senza sapere che è di Rossini. (qui) minuto 2:48 Toscanini,


Ma con i temporali Rossini si è divertito molto anche prima del "Guglielmo Tell": ne troviamo uno in "La pietra del paragone" (qui) , poi nel "Barbiere di Siviglia" (qui), e nella "Cenerentola" (qui) .


Sono molto famosi anche i temporali di Vivaldi (dalle Quattro Stagioni) e di Beethoven (dalla Sinfonia n.6), ma la stagione è solo all'inizio e ci sarà tempo di parlarne ancora.


(Giorgione, dettaglio da "La tempesta")

giovedì 17 maggio 2018

Opossum



(opossum, illustrazione del 1826)

Tra gli animali che abitano in quella zona ci sono cervi di diversi tipi, conigli, leoni, orsi e tanti altri animali selvatici; tra questi ne scorgemmo uno che porta i propri figli in una specie di borsa nella pancia, e lì li custodisce fintanto che sono piccoli, ossia finché non sanno procurarsi da soli il cibo. Se per caso si allontanano alla ricerca di cibo, la madre, anche se compare un uomo, non fugge se prima non li ha messi al sicuro in quella sua borsa.

(da "Naufragi" di Alvar Nunez Cabeza de Vaca, pag.23 edizione Einaudi 1989)


L'opossum, dicono i libri di scienze naturali, è l'unico marsupiale che vive al di fuori dell'Australia, o della Tasmania, insomma dell'Oceania. Vive in America, e vive ancora oggi in Florida, dove naufragò il nobile spagnolo Cabeza de Vaca nel 1527 (autore di un libro di memorie fra i più straordinari, detto en passant). L'opossum, dicono ancora i manuali, al di là del fatto di essere marsupiale e di vivere sugli alberi, è poi del tutto simile nel comportamento alle faine e alle donnole: vivacissimo, carnivoro feroce, aggressivo quando è messo in difficoltà. Insomma, tutto il contrario di Pogo: che è un opossum ma è timido, mite, dolce, e anche un po' pigro; e che vive proprio da quelle parti, lì dove era naufragato Cabeza de Vaca, tra la Florida e la Georgia, nella palude di Okefenokee.



Pogo nasce dalle matite e dalla fantasia di Walt Kelly, tra gli anni '50 e gli anni '60 ebbe il suo massimo successo, ma da noi è arrivato solo sulle pagine di Linus (anni '60 e anni '70). A noi che non siamo di Okefenokee, e che magari dubitiamo della sua esistenza (ma esiste davvero, e ci sono anche gli alligatori), magari serve un po' di tempo per capire cosa succede; però i disegni sono belli e ispirano subito simpatia. Se i disegni di Walt Kelly vi ricordano qualcosa, e se non sapete niente di Walt Kelly, sappiate che fu alle origini del successo dell'altro Walt, cioè Disney. I due lavorarono insieme per qualche anno, poi Walt Kelly si mise in proprio e inventò Pogo.


martedì 15 maggio 2018

rose cinesi e frutti di agazzino


L'orario del treno li strappò inesorabilmente dalla bella, amata Helstone,  la mattina dopo. Se n'erano
andati. Avevano scorto la parte finale della canonica lunga e bassa, ricoperta per metà da rose cinesi e da frutti di agazzino – sembrava più familiare che mai, col sole mattutino che luccicava sulle finestre, ciascuna appartenente a una benamata stanza. Ancor prima di essersi sistemati sulla carrozza mandata da Southampton per portarli in stazione, se n'erano andati per non fare più ritorno. Una fitta al cuore spinse Margaret a sforzarsi di guardare fuori per afferrare l'ultimo scorcio della vecchia torre della chiesa, dalla curva dove sapeva di poterla vedere al di sopra del mare di alberi della foresta; ma anche il padre se ne ricordò, e in silenzio riconobbe che lui aveva più diritto di lei a quell'unico finestrino dal quale si riusciva a vedere. Si appoggiò all'indietro e chiuse gli occhi, le lacrime sgorgarono, dopo essere rimaste qualche istante a brillare sulle ciglia che facevano ombra, prima di rotolare lentamente giù per le guance e cadere, inosservate, sul suo vestito. 


Elisabeth Gaskell, Nord e Sud,   ed. Jo March ( qui )
Traduzione di Laura Pecoraro

domenica 13 maggio 2018

Gatto falso, cane bugiardo


Una delle tante idiozie assurte a dignità proverbiale, e contro le quali la scienza vanamente si batte, è l’opinione che i gatti siano falsi. E' escluso che il gatto si sia procacciato questa fama per il modo circospetto con cui si accosta alla preda, perché anche le tigri e i leoni usano la stessa identica tattica. D’altra parte al gatto non si rimprovera di essere sanguinario, benché, al pari di quegli altri animali feroci, anch'esso uccida la preda mordendola. Non conosco alcun comportamento specifico del gatto per cui lo si potrebbe definite “falso”, magari a torto, ma con una qualche plausibilità. Sulla faccia di pochi animali il conoscitore può in ogni momento leggere così chiaramente lo stato d’animo come del gatto: si capisce sempre ciò che gli passa per la testa, e sempre si può sapere quel che ci si deve attendere da lui il prossimo istante.
Come è inconfondibile la sua espressione di fiduciosa cordialità, quando volge all'osservatore il suo musetto liscio con le orecchie dritte e gli occhi bene aperti, come si traduce immediatamente nella mimica dei muscoli del muso ogni ondata di eccitazione, ogni moto di paura o di ostilità! Nel gatto che ha mantenuto i colori della forma selvatica la striatura del muso rende ancor più evidenti i lievi movimenti della pelle, aumentando cosi l'intensità espressiva della mimica, ed è questa una delle ragioni per cui io preferisco a tutti gli altri il gatto tigrato, che ha ancora i colori della forma selvatica: basta un minimo cenno di diffidenza, ancora ben lontano dalla paura, e i suoi occhioni innocenti si fanno un po’ lunghi e obliqui, le orecchie abbandonano la loro posizione eretta e “affettuosa”, e non occorrerebbero neppure le sottili variazioni della postura e le oscillazioni della punta della coda per avvertirci del suo cambiamento di umore. E come sono espressivi i gesti di minaccia del gatto, come si differenziano radicalmente secondo l'oggetto cui essi si rivolgono, secondo che si tratti di un uomo amico che si e preso un po’ troppa confidenza, o di un vero, temuto nemico. Ma sono anche molto diversi se si tratta di una minaccia puramente difensiva, oppure se il gatto, sentendosi superiore all’avversario, gli annuncia la sua intenzione di aggredirlo. E non manca mai di farlo: a parte gli esemplari psicopatici, infidi e folli, che tra i gatti di razza molto selezionata non sono più frequenti che tra i cani di pari condizioni, il gatto non graffia e non morde mai senza prima aver messo seriamente e chiaramente in guardia l'offensore, e anzi di solito, subito prima dell’attacco, si assiste a un improvviso aggravamento dei gesti di minaccia, che già erano andati facendosi sempre più decisi. E' come se il gatto volesse in questo modo notificare un ultimatum: «Se non la smetti immediatamente, sarò costretto mio malgrado a passare alle rappresaglie! » .
Di fronte alle minacce di un cane, o in genere di un grosso animale da preda, il gatto notoriamente risponde inarcando la schiena: la gobba, assieme al pelo arruffato del dorso e della coda (che viene tenuta un po’ obliqua), lo fanno apparire al nemico più grosso di quanto non sia in realtà, tanto più che esso offre un poco il fianco all’avversario, in un atteggiamento che è simile a quello di “imposizione” di alcuni pesci. Le orecchie sono appiattite, gli angoli della bocca tirati indietro, il naso arricciato. Dal petto della bestia sale un lieve brontolio metallico che suona terribilmente minaccioso, e che di tanto in tanto, mentre si fanno più profonde le increspature del naso, si trasforma in quel caratteristico “soffiare”, fatto di sbuffi emessi a fauci spalancate e con i canini bene in evidenza. (...)
Konrad Lorenz, Gatto falso, cane bugiardo , da "L'anello di re Salomone" (traduzione di Laura Schwarz, ed. Adelphi)


(le tre immagini erano in rete, purtroppo senza indicazioni;
quella con la macchina per scrivere è datata 1910)

venerdì 11 maggio 2018

Una musica in sogno




Da Anime baltiche di Jann Brokken ed. Iperborea
Traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo



Assisto a un concerto nella Niguliste kirik, la chiesa luterana di San Nicola nel centro di Tallin. (...)
Ancora una volta mi colpisce quanto le melodie di Pärt siano semplici e trascinanti, cupe e al tempo stesso consolatorie. Usa i silenzi con una sapienza straordinaria: ha il coraggio di non far sentir niente per una, due, tre battute, così la nota che segue ha l'effetto di una scossa elettrica. Si ha l'impressione di sentire musica anche tra le note.
Quella sera nella Niguliste kirik vengono eseguiti Orient & Occident e Silouans Song *. Fuori nevica, dentro il pubblico è come ipnotizzato. Di colpo mi torna in mente un episodio della mia giovinezza a cui non avevo mai più pensato. Una notte mi ero svegliato in lacrime perchè in sogno avevo sentito una musica che qui sulla terra non esisteva. Talmente bella che da quella volta non avevo smesso di cercare che genere di musica fosse esattamente. Ascoltando Silouans Song in quella chiesa di Tallin, mi viene da chiedermi se non sia la musica del mio sogno.
(...)
Nel 1968, in un'intervista rilasciata alla radio (...), Pärt disse: " Io non sono sicuro che nell'arte possa esservi progresso. Il progresso in quanto tale si ha nella scienza.(...) Nell'arte la situazione è complessa: molti oggetti dell'arte del passato sembrano più moderni di certa arte contemporanea. Come si spiega questo fatto? Non è che il genio ha saputo guardare due secoli avanti. Io credo che la modernità della musica di Bach non scomparirà tra duecento anni, e probabilmente non scomparirà mai. Non perchè, in termini assoluti, sia migliore della musica contemporanea, il segreto sta nella domanda: con quanta profondità il suo autore è riuscito a esprimere la propria esistenza e, più in generale, la totalità della vita, le sue gioie, i suoi dolori e misteri?


Silouans song è un canto strumentale ispirato a un testo di San Silvano del Monte Athos, affine al salmo 41 della Bibbia (“L'anima mia ha sete del Dio vivente”).

martedì 8 maggio 2018

Salticidae


Si dice "ragni saltatori" e uno pensa chissà che cosa; invece sono piccolini, non fanno la tela, vivono per terra e ogni tanto anche sulle piante. Capita di trovarseli anche in casa (arrivano dal balcone), ma non sono pericolosi. O meglio: non sono pericolosi perché sono piccoli. Per saltare, infatti, saltano; e corrono, caspita come corrono, sono velocissimi. Ogni volta che li vedo e che ci penso, e che magari vedo qualche loro fotografia ingrandita, ringrazio il Signore che ha fatto me così grosso e loro così piccoli. Fossero stati grandi anche quanto un cane o un gatto, non avremmo avuto scampo. Invece mangiano insetti, quindi la cosa non ci tocca e magari lavorano anche per noi. Non che siano brutti: è vero che hanno otto occhi, ma l'aspetto complessivo è aggraziato, non è una tarantola insomma. Recenti scoperte hanno anche messo in luce il loro talento musicale, da percussionisti: picchiettano per terra con le zampe davanti e sembra proprio che abbiano talento e fantasia nelle variazioni (ovviamente, per sentire questa musica non basta l'orecchio umano... sono così piccoli).
I ragni saltatori ("Salticidae", ne esistono quasi seimila specie diverse) li vedo sempre quando uso l'annaffiatoio nell'orto: io bagno e allago, loro scappano dall'inondazione (per loro è un'inondazione vera e propria, la piena del Nilo, il crollo di una diga, forse anche uno tsunami) e io mi diverto a inseguirli con il getto d'acqua, a imitazione della proverbiale "nuvola dell'impiegato" che ti segue ovunque vai. Ma poi mi fermo subito, il ragno è velocissimo ed è ormai fuori dalla zona dove ho seminato e l'acqua, si sa, è preziosa e non va sprecata. Tanto, so già che li troverò qui anche domani. Il divertimento è solo rinviato ed è, oltretutto, assolutamente innocuo sia per me che per loro.


(altre foto sul sito www.lucianabartolini.net )

domenica 6 maggio 2018

Il Paese d'Oro



«Non andare fuori, all'aperto. Ci può essere qualcuno di guardia. Siamo al sicuro, se siamo al di qua dei rami.»
Stavano all'ombra di certi arbusti di noccioli. La luce del sole, filtrata da innumerevoli foglie, era ancora calda sui loro volti. Winston diede un'occhiata fuori, nel campo che si stendeva oltre i cespugli, e qualcosa gli parve tornare alla memoria. Gli sembrava d'averlo già veduto. Un vecchio pascolo consunto, con un sentiero in mezzo che vi correva a zig zag e le tane delle talpe, sparse qua e là. Sull'orlo frastagliato, al lato opposto, i rami dell'olmo si agitavano a una brezza leggera, e le foglie lustreggiavano debolmente come una densa massa di capelli di donna. In qualche luogo non troppo lontano doveva esserci un ruscello, con certe macchie verdi nel fondo, dove nuotavano i pesciolini. «C'è un ruscello, qua vicino, da qualche parte?» disse con un sottilissimo bisbiglio. «Certo. C'è un ruscello.

venerdì 4 maggio 2018

Orchi e limoni


E' risaputo che tutti gli orchi vivono a Ceylon, e che tutte le loro vite stanno in un solo limone. Un cieco taglia il limone con un coltello e tutti gli orchi muoiono.

"Il redentore segreto", da Indian Antiquary, I (1872)
pag. 19 da "Racconti brevi e straordinari"
a cura di Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges (ed. Franco Maria Ricci 1973, traduzioni di Gianni Guadalupi)

 (foto trovata su internet senza indicazioni)

mercoledì 2 maggio 2018

La luna (Tommaso Landolfi)




L'amico e io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s'affumica d’un giallo sinistro, tutto c'è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti. Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l’amico ed io non possiamo patire la luna.
Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch'è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse il filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l'aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l'amico entrò all'improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po’ più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse.
- Che è questo? - gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico nell’aspetto e, dirò, nel comportamento della vescica.
- Non vedi? Son riuscito ad acchiapparla... - rispose l’amico guardandomi con un sorriso incerto.
- La luna! - esclamai allora. L’amico annuì tacendo.
Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l’altro sudava un liquido ialino che gocciava di tra le dita dell’amico. Questo però non si decideva a deporla. (...)

(Tommaso Landolfi, Il racconto del lupo mannaro, dal volume "Il mar delle blatte", 1939)
(dipinto di Remedios Varo, 1958)


domenica 29 aprile 2018

La luna (Stevenson)


The moon has a face like the clock in the hall;
she shines on thieves on the garden wall,
on streets and fields and harbour quays,
and birdies asleep in the forks of the trees.
The squalling cat and the squeaking mouse,
the howling dog by the door of the house,
the bat that lies in bed at noon,
all love to be out by the light of the moon.
But all of the things that belong to the day
cuddle to sleep to be out of her way;
and flowers and children close their eyes
till up in the morning the sun shall arise.

(Robert Louis Stevenson, The Moon, n.32 da "A child's garden of verses")

Anthony Burgess una volta ha scritto che l'inglese è una lingua monosillabica, come il cinese; e già leggendo il primo verso di questa poesia si può capire che cosa intendeva. Di fatto, il ritmo usato da Stevenson è intraducibile in italiano, a meno di non voler scrivere qualcosa di completamente differente. Per esempio, "bat" è un monosillabo ma va tradotto per forza di cose con "pipistrello", una parola che da sola riempirebbe un verso intero; la stessa cosa accade con "clock" e "orologio". Di conseguenza, il mio tentativo di traduzione ha l'unico significato di risparmiare a chi passa di qui l'andare a prendere il dizionario se non ci si ricorda qualche parola (spero di non aver fatto troppi errori). (purtroppo non ho trovato il nome dell'autore del disegno, mi dispiace molto)

La luna ha una faccia come l'orologio nel salone;
splende sui ladri sul muro nel giardino,
su strade e campi e banchine del porto,
e sugli uccellini che dormono nelle biforcazioni dei rami.
Il gatto che schiamazza e il topo che squittisce,
il cane che abbaia dalla porta della casa,
il pipistrello che giace nel suo letto a mezzogiorno,
tutti amano essere fuori quando c'è il chiaro di luna.
Ma tutte le cose che appartengono al giorno
si stringono nel sonno per essere lontani dalla sua via;
e i fiori e i bambini chiudono i loro occhi
finché nel mattino non torni a salire il sole.

(Robert Louis Stevenson, n.32 da "A child's garden of verses")

venerdì 27 aprile 2018

La luna (Italo Calvino)



La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. E' un'ombra biancastra che affiora dall’azzurro del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? E' così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste. E' come un’ostia trasparente, o una pastiglia mezzo dissolta; solo che qui il cerchio bianco non si sta disfacendo ma condensando, aggregandosi a spese delle macchie e ombre grigiazzurre che non si capisce se appartengano alla geografia lunare o siano sbavature del cielo che ancora intridono il satellite poroso come una spugna.
In questa fase il cielo è ancora qualcosa di molto compatto e concreto e non si può essere sicuri se è dalla sua superficie tesa e ininterrotta che si sta staccando quella forma rotonda e biancheggiante, d’una consistenza ancora più solida delle nuvole, o se al contrario si tratta d’una corrosione del tessuto del fondo, una smagliatura della cupola, una breccia che s’apre sul nulla retrostante. L’incertezza é accentuata dall'irregolarità della figura che da una parte sta acquistando rilievo (dove più le arrivano i raggi del sole declinante), dall’altra indugia in una specie di penombra. E siccome il confine tra le due zone non è netto, l’effetto che ne risulta non è quello d’un solido visto in prospettiva ma piuttosto d’una di quelle figurine delle lune sui calendari, in cui un profilo bianco si stacca entro un cerchietto scuro. Su questo non ci sarebbe proprio nulla da eccepire, se si trattasse d’una luna al primo quarto e non d’una luna piena o quasi. Tale essa infatti sta rivelandosi, man mano che il suo contrasto col cielo si fa più forte e la sua circonferenza si va disegnando più netta, con appena qualche ammaccatura sul bordo di levante.
Bisogna dire che l’azzurro del cielo ha virato successivamente verso il pervinca, verso il viola (i raggi del sole sono diventati rossi), poi verso il cenerognolo e il bigio, e ogni volta il biancore della luna ha ricevuto una spinta a venir fuori più deciso, e al suo interno la parte più luminosa ha guadagnato estensione fino a coprire tutto il disco. E' come se le fasi che la luna attraversa in un mese fossero ripercorse all’interno di questa luna piena o luna gobba, nelle ore tra il suo sorgere e il suo tramontare, con la differenza che la forma rotonda resta più o meno tutta in vista.
In mezzo al cerchio le macchie ci sono sempre, anzi i loro chiaroscuri si fanno più contrastati per rapporto alla luminosità del resto, ma ora non c'è dubbio che è la luna che se li porta addosso come lividi o ecchimosi, e non si può più crederli trasparenze del fondale celeste, strappi nel manto d’un fantasma di luna senza corpo. Piuttosto, ciò che ancora resta incerto è se questo guadagnare in evidenza e (diciamolo) splendore sia dovuto al lento arretrare del cielo che più s’allontana più sprofonda nell'oscurità, o se invece è la luna che sta venendo avanti raccogliendo la luce prima dispersa intorno e privandone il cielo e concentrandola tutta nella tonda bocca del suo imbuto. E soprattutto questi mutamenti non devono far dimenticare che nel frattempo il satellite è andato spostandosi nel cielo procedendo verso ponente e verso l’alto.
La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, e il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo passo, non t'accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare 1’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo.
Corre la nuvola, da grigia si fa lattiginosa e lucida, il cielo dietro è diventato nero, è notte, le stelle si sono accese, la luna è un grande specchio abbagliante che vola. Chi riconoscerebbe in lei quella di qualche ora fa? Ora è un lago di lucentezza che sprizza raggi tutt'intorno e trabocca nel buio un alone di freddo argento e inonda di luce bianca le strade dei nottambuli. Non c'è dubbio che quella che ora comincia è una splendida notte di plenilunio d’inverno. A questo punto, assicuratosi che la luna non ha più bisogno di lui, il signor Palomar torna a casa.
(Italo Calvino, da "Palomar": Luna di pomeriggio)

 
(le immagini: una carta di una lotteria messicana; una foto di Lourdes Castro;
una cartolina postale di Libby Hall)

 

martedì 24 aprile 2018

Britten's cuckoo


Benjamin Britten mette in musica il cuculo almeno due volte, la prima a 19 anni. E' una composizione brevissima, meno di due minuti, su testo di Jane Taylor. Una composizione per bambini, ma Britten sapeva trarre piccole meraviglie anche dai cori per i bambini.  (qui)

Cucù, cucù, cosa fai tu?
« In aprile, faccio i miei progetti;
in maggio, canto notte e giorno;
in giugno, cambio la mia canzone;
in luglio, volo via lontano;
in agosto devo essere via da qui.»
Cucù, cucù.
Cuckoo!

testo di Jane Taylor , da "Tom Tiddler's Ground"

Cuckoo, Cuckoo, what do you do?
"In April I open my bill;
In May I sing night and day;
In June I change my tune
In July Far far I fly;
In August away I must."
Cuckoo, Cuckoo!

Benjamin Britten, da "Friday afternoons op.7"

Il secondo cuculo di Benjamin Britten è su testo dell'elisabettiano Edmund Spenser e fa parte della "Sinfonia di primavera", l'opera 44 ("Spring Symphony op.44"): "L'allegro cucù, messaggero della primavera..." (qui)  Così inizia, ma qui mi fermo con la traduzione perché il testo è pieno di simboli e di immagini difficili da tradurre, al di là dell'inglese elisabettiano. Un altro pezzo molto breve, due minuti circa, che fa parte di una lunga e complessa cantata costruita sui versi dei grandi poeti inglesi.

The merry cuckow, messenger of spring
His trompet shrill hath thrise already sounded:
that warnes al louers wayt upon their king,
who now is comming forth with girland crouned.
With noyse whereof the quyre of Byrds resounded
their anthemes sweet devized of loves prayse,
that all the woods theyr ecchoes back rebounded,
as if they knew the meaning of their layes.
But mongst them all, which did Loves honor rayse,
no word was heard of her that most it ought,
but she his precept proudly disobayes,
and doth his ydle message set at nought.
Therefore O love, unlesse she turne to thee
ere Cuckow end, let her a rebell be.

(Edmund Spenser)

(Peter Pears, Kathleen Ferrier, Benjamin Britten)


domenica 22 aprile 2018

Cape Cod


Trascorsi quell'estate in una casa ai margini delle dune. La mia camera era un attico dal soffitto basso, con una finestra dalla quale si vedevano le dune, la spiaggia e l'oceano. La mattina presto, vedevo il sole sul mare e la spuma argentea dei frangenti.

Il sole sorgeva nella foschia del mattino poi bruciava la foschia e era d'oro sulla spiaggia e bianco sulle case di Cape Cod, alcune centinaia di metri più in là sulle dune, dove una macchia scura cresceva stenta nella terra sabbiosa.  (...)                                    Osservavo i gabbiani dalla finestra della mia stanza e dalla veranda della casa e non mi stancavo di dipingerli, usando gli acquarelli o lievi strati di colori a olio; (...) Spesso non dipingevo affatto, ma sedevo nella veranda ad ascoltare e osservare, a farmi investire dal vento salato sulla faccia, a udire il rumore della risacca e le grida dei gabbiani.
- Un artista ha bisogno di tempo per non fare nient'altro che sedersi qua e là e pensare e lasciare che le idee vengano a lui - , mi disse Jacob Kahn un pomeriggio in quella veranda , dopo che ero stato seduto per ore su una sedia a contemplare la luce sull'acqua e la sabbia e le case più in alto sulle dune. - Lo disse una volta Gertrude Stein. Era un essere impossibile. Ma era saggia.-
- Ora capisco la luce nei quadri di Hopper-.
Guardò le case sulle dune. - Si -, disse. - E' la bianca luce solare di Hopper. Un giorno capirai la luce del sole in Monet, Van Gogh e Cézanne-.

Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, ed Garzanti
Traduzione di Donatella Saroli









Qui un confronto il paesaggio rappresentato nei dipinti di Hopper ed il luogo reale






                                               




mercoledì 18 aprile 2018

L'annaffiatoio celeste


Piove, e c'è il sole. Fenomeno tutt'altro che raro, piuttosto stupisce il modo in cui piove: piove un po', cinque minuti, dieci minuti, poi esce il sole. Piove così poco che le gatte non ci fanno quasi caso, cosa vuoi che siano queste quattro gocce. Invece no, non sono quattro gocce ma piove bene, regolare, e tanto: è acqua che bagna, nonostante quel che dicono le gatte. Non è acqua che devasta o inonda, ma qualcosa che sembra mandato apposta dal cielo per far fiorire le piante. Un annaffiatoio, insomma, ma usato da qualcosa o da qualcuno che non ci è dato conoscere. Un annaffiatoio celeste, per il quale le mie piantine ringraziano il Cielo (e mica solo loro, anche tutte le altre erbe che ci sono e che non serve affatto seminare perché fanno tutto da sole). Il che mi riporta all'estate scorsa, quando ero io l'annaffiatore e c'era molto caldo: prendevo l'acqua dal bidone dell'acqua piovana, cominciavo a dare sollievo a qualche piantina che ancora resisteva, ed ecco il gattino dal musetto buffo che mi veniva dietro, e dovevo stare attento a non calpestarlo - ma molto attento davvero, mica si sposta. Il gattino buffo è incuriosito dall'annaffiatoio: da dove viene quell'acqua? Come fa Giuliano (ammesso che lui mi chiami così, e poi chissà come mi chiama e chissà se mi ha dato un nome) a far piovere così bene e così regolare? E, soprattutto: si può toccare? Ci prova, gli piace, poi si spaventa, annusa dove è bagnato, torna da me che mi sono spostato un po' più in là. Lo bagno un pochino, non si sposta: sa già che non fa male, che c'è la pelliccia, e poi con questo caldo che cosa vuoi che sia.

Ma tutto questo succedeva l'anno scorso. Il gattino dal musetto buffo e la sua sorellina timida hanno trovato casa (lontano da qui, nel bergamasco) e a dirla tutta ne sento la mancanza ma non è che posso passare il mio tempo ad allevare gattine timide e gattini dal musetto buffo, anche se l'idea non mi dispiacerebbe. Un anno è passato, vedremo che gattini mi porterà l'anno nuovo (sono già arrivati, a dire il vero, ma la Gatta li tiene nascosti). Per adesso ho qui la loro mamma Ciccetta, e ho anche l'annaffiatoio celeste, che ogni tanto smette e poi riprende; si vede che anche lassù hanno un bidone dell'acqua piovana da cui bisogna attingere ogni tanto. Ma, poi, da dove verrà quell'acqua piovana che hanno lassù? La domanda è di quelle che fanno nascere tante altre domande, e nel dubbio, in attesa di trovare una risposta, mi ritiro con discrezione nei miei appartamenti.

lunedì 16 aprile 2018

Poi entrò un'ape

Tre bambini sono rinchiusi nell'ampia biblioteca di una torre antica, ostaggio dei monarchici della Vandea; sono stati sottratti ai soldati dell'esercito repubblicano che li proteggeva e che ne aveva fatto la propria mascotte; i bimbi  sono completamente ignari del destino che li attende: se i soldati repubblicani assalteranno la roccaforte dei ribelli della Vandea, i tre piccoli moriranno,  una miccia è già pronta per far saltare in aria l'ambiente in cui si trovano; intanto loro giocano a fare di un prezioso in-folio miniato, minuscoli colorati coriandoli o  osservano un millepiedi che attraversa la sala e  rondini che svolazzano vicino alla finestra lanciando il loro leggero grido primaverile...

E tutti e tre guardarono le rondini.
Poi entrò un'ape.
Nulla rassomiglia a un'anima più di un'ape. Va di fiore in fiore come un'anima di stella in stella, e dà il miele come l'anima dà la luce.
Quell'ape entrando fece un gran rumore, ronzava forte e sembrava dire: "Sono qui, sono stata dalle rose, ora vengo a vedere i bambini. Che succede qui?"
Un'ape è una massaia, e mentre canta brontola.
Finchè l'ape rimase nella stanza, i tre piccini non la abbandonavano con gli occhi.
L'ape esplorò tutta la biblioteca, frugò negli angoli, svolazzò con l'aria di essere in casa propria in un alveare, ronzò, alata e melodiosa, d'armadio in armadio, guardando attraverso i vetri dei titoli dei libri, come fosse stata uno spirito.
Fatta la visita se ne andò.
-Va a casa sua- disse René-Jean.
- E' una bestia"- disse Gros-Alain.
- No- replicò René Jean, -è una mosca.
- Musca- disse Georgette
(...)
Di fuori si sentiva un fracasso vaglo e lontano; era probabilmente il campo di assalto che eseguiva qualche movimento srategico nella foresta: cavalli nitrivano, tamburi battevano, cannoni rotolavano, catene si urtavano, segnali militari si chiamavano e rispondevano, una confusione di rumori discordanti che mescolandosi formavano una specie di armonia; i fanciulli ascoltavano estatici.




Il passo che ho riportato è tratto da Novantatre, un romanzo di Victor Hugo che documenta la ribellione della Vandea nel periodo della dittatura giacobina. 
I bambini sopravviveranno, la loro innocenza finirà per salvarli; l'ape anticipa la venuta di una figura che porterà la vicenda verso esiti inaspettati.


Victor Hugo e i suoi nipoti

sabato 14 aprile 2018

Dujardin

Una sera, al tramonto, aeree lontananze, cieli profondi; e folle confuse; rumori, ombre, moltitudini; spazi aperti all’infinito; vaga sera... Ma sotto il caos delle apparenze, fra i tempi e i luoghi, nell’illusione delle cose che si generano e nascono, uno fra gli altri, uno come gli altri, distinto dagli altri, simile agli altri, uno eguale e uno in più, dall’infinito delle esistenze possibili, io sorgo; ed ecco che il tempo e il luogo si precisano; e l’oggi, e il qui; l’ora che suona; e, intorno a me, la vita; l’ora, il luogo, una sera d’aprile, Parigi, una chiara sera al tramonto, i monotoni rumori, le case bianche, i fogliami d’ombra; la sera più dolce, e una gioia di esistere, di camminare; le strade e le folle e, nell’aria che spazia lontano, il cielo; Parigi intorno canta e, nella foschia delle forme intraviste, mollemente incornicia l’idea.
L’ora è suonata; le sei, l’ora attesa. Ecco la casa dove debbo entrare, dove troverò qualcuno; la casa; il portone; entriamo. Cade la sera; l’aria e piacevole; c’è una gaiezza nell’aria. La scala; i primi scalini. Se, per caso, fosse uscito in anticipo? lo fa qualche volta; e io vorrei raccontargli la mia giornata. Il pianerottolo del primo piano; la scala ampia e chiara; le finestre. Gli ho confidato, a questo buon amico, la mia storia d’amore. Che bella serata passerò! Non si burlerà più di me. Che deliziosa serata sarà! (...)

(Edouard Dujardin, I lauri senza fronde, ed. Einaudi 1975, traduzione Nicoletta Neri; l'inizio)


(foto dei fratelli Lumière, inizi 900; i colori sono originali, in autochrome)


giovedì 12 aprile 2018

Rattlesnakes


"...Rattlesnakes, per esempio, è proprio basato su un racconto che ha per protagonista una donna di circa trent‘anni; la frase chiave, pronunciata dal padre di lei, dice “la vita è un duro e sporco gioco, c‘è un serpente nascosto sotto ogni roccia”. È da qui che nacque l‘idea di scriverci una canzone. "

( da un' intervista rilasciata da Lloyd Cole a Federico Guglielmi )