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sabato 14 dicembre 2019

L'albero e il cielo

(Kandinskij, 1903)

L’albero e il cielo

Un albero vaga nella pioggia,
ci passa in fretta davanti nel grigio scrosciante.
Ha un affare da sbrigare.
Prende vita dalla pioggia
come un merlo in un frutteto.
Appena smette di piovere l'albero si ferma.
S'intravede dritto e fermo nelle notti chiare,
come noi in attesa dell'istante
in cui i fiocchi di neve
si rovesciano nello spazio.

(Tomas Tranströmer, premio Nobel 2011 , da un libro di poesie pubblicato dall'editore Crocetti,  traduzione di Maria Cristina Lombardi)





martedì 11 giugno 2019

Il carpino tacque



Al passare della nuvola, il carpino tacque. E' compagno all’olmo, e nella Néa Keltiké lo potano senza remissione fino a crescerne altrettanti pali con il turbante, lungo i sentieri e la polvere: di grezza scorza, e cosi denudati di ramo, han foglie misere e fruste, quasi lacere, che buttano su quei nodi d’in cima. La robinia tacque, senza nobiltà di carme, ignota al fuggitivo pavone delle Driadi, come alla fistola dell’antico bicorne: radice utilitaria e propagativa dedotta in quella campagna dell’Australasia e subito fronzuta e pungente alla tutela dei broli, al sostegno delle ripe. Fu per le cure d’un agronomo che speculava il Progresso e ne diede sicuro il presagio, vaticinando la fine alle querci, agli olmi, o, dentro i forni della calcina, all’antico sognare dei faggi.
Dei quali non favolosi giganti, verso la fine ancora del decimottavo secolo, era oro e porpora sotto ai cieli d’autunno tutta la spalla di là della dolomite di Terepattola, dove di qua strapiomba, irraggiando, sulla turchese livellazione del fondovalle, che conosciamo essere un lago. La calcina, manco a dirlo, per fabbricare le ville, e i muri di cinta alle ville: coi peri a spalliera.
 
(Alexandre Calame, 1854 - querce)

Quella straduccia che il medico doveva risalire andò a lungo nell’ombre, non già dei carpini radi, ma delle robinie senza fine. Dai rametti le frasche si dividevano innùmeri, lodevolmente verdi e però piene di giudizio, animate dal proposito di venir d’esempio all’uomo e di letificarne i rinati municipi, con quell’idea d’ordine e di denaro bene speso ch’era continuamente suggerita dal dispositivo simmetrico. Le fogliolette ellittiche, eguali come tutte le creature dello Standard e dell’Australasia, parevano razionate agli steli da una occhiuta intendenza ed eran degne al certo d’un viale-della-stazione con monumento equestre del generale Pastrufacio; il vittorioso di Santa Rosa. E ogni peduncolo, d’ognuna di quelle frasche, due lunghi aguglioni come due spille di cravatta, uno per parte: che non ne vietano l'assaggio, quando ci capita, alla lingua ottimistica del somaro. Per tal modo, d’attorno la villa e i peri, tutto fu robinia, oltreché banzavòis. Quel parallelopipedo bianco, spalancato ai venti e al zoccolare delle Peppe, la robinia lo stringeva del suo verzicante assedio. Lungo la siesta georgica dei Pirobutirro, d’ogni imagine trionfò la robinia. La sua mediocre puzza la fece considerare utile ai molti; come tutti i prodotti utili e di poca puzza riesce indispensabile, un bel giorno, alla economia collettiva, nelle migliorate speranze della vita maradagalese verso la fine del diciannovesimo secolo. Ed anche a Lukones.
(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, pagina 52 edizione Einaudi 1984)

domenica 28 ottobre 2018

L'albero più alto di Milano


( Toni Demuro )
Una vecchina nera nera in piazza Firenze guardava gli alberi. «Che alberi sono?» domandai, visto che li osservava con tanto interesse. «Noi ci dicciamo àlberi» rispose, e capii dall’accento che era sarda, probabilmente gallurese. Ma la sua scarsa conoscenza delle specie era compensata dalla curiosità che sprigionava quel suo visino grinzoso e simpatico, tutto teso a guardare in su. «Perché vvoglio vvedere chi è più alto. Noi a Luras le abbiamo più basse le sughere...».
Trattenendo il desiderio di spiegarle che a Milano querce da sughero non ce ne sono, mi allontanai con l’idea fissa di sapere qual é l’albero più alto della città. Quale sarà, dove, chi l’ha visto, chi lo vede, chi lo racconta?
Lontano la donnina sarda guardava sempre in su e pareva dicesse «più alto, più alto...» come in «Miracolo a Milano » di De Sica, nella tenda della maga chiromante. All’angolo di via Procaccini avevo deciso che l’albero più alto di Milano è un certo platano antico dell’ex Giardino Perego, in via dei Giardini. Un albero che da ragazzo tenevo di mira dal settimo piano di via Annunciata con un Flaubert a piombini, cercando di beccarne i frutti, tondi, ispidi, simili a corbezzoli.
Ma dove trovare in realtà l’albero più alto? La ricerca non deve limitarsi ai Navigli ma estendersi a tutto il territorio comunale. Chi riuscirà a individuare e descrivere una pianta quasi sconosciuta che magari è in piazza Piola o in Mac Mahon? Personalmente punto sui Giardini Pubblici, su un vecchio faggio rosso o una magnolia con le foglie a barca. O un Taxodium Distichum della Florida, di quelli con le radici nell'acqua. Non ricordo pioppi piramidali, anche perché il vento li abbatte prima che raggiungano record di altezza.
Il Parco Sempione è misterioso. Sicuramente privo di noci americani e di sequoie, può contare soltanto su cedri del Libano e su betulle che si sono montate la testa. Abeti dove? Gli aceri contano solo per la chioma e per i frutti fatti a elicottero che pirlano quando cascano. I Giardini Ravizza e Guastalla sono stati abbassati dallo smog, il Parco Lambro è di recente formazione e, schiacciato com'è fra Milano 2 e gli aeroplani, non può sicuramente candidare l'albero vincente. Spero in rari giardini privati ancora esistenti, querce secolari nutrite da antichi principi che telefonano direttamente alla forestale e in caso di necessità chiedono perfino aiuto a «L’Airone». I tigli di via Marina, i frassini misteriosi della Villa Reale, l’olmo del Petrarca, chi vince? Chiunque mi aiuterà a scoprire gli alberi più alti, e forse più nobili della città avrà la mia gratitudine.


Giovanni Gandini, da "Caffè Milano". Edizioni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987




martedì 17 gennaio 2017

Alberi



Perché siamo come tronchi nella neve. Posano in apparenza, leggeri, tu pensi di poterli smuovere con un lieve tocco. Invece no, non puoi, perché sono confitti al suolo. Ma, vedi, anche questa è solo apparenza.
(Franz Kafka, Gli alberi )


(Leonardo da Vinci, datato 1502)