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mercoledì 21 novembre 2018

Ragnatelo


Per quante camere d’albergo è passata la mia vita! Vi ho trascinato la mia solitudine, la mia uggia, la mia infelicità. Lavorare o far qualcosa non è affar mio; per fortuna sono ricco. Orbene, fu in una di tali camere che mi venne la grande idea. L’albergo era in una piccola città di provincia dove si affogava nella noia; il caldo era quasi intollerabile, la mia stanza era perfino infestata dalle pulci. Perché m’attardassi lì lo sa Iddio, se non è pel solito motivo che non sapevo dove andare e che in qualunque posto ho sempre trovato caldo o pulci o qualcosa di equivalente. Ad ogni modo usavo passare quasi l’intera giornata e in particolare i lunghissimi pomeriggi steso gnudo sul letto, dove con accorgimenti riuscivo a salvarmi dai rabbiosi animalucci; guardavo giornali illustrati, mi sforzavo talvolta di leggere un libro, per lo più contemplavo il soffitto imbiancato. E così non tardai a notare un ragnatelo che ne pendeva: al quale, propriamente, dovetti l’idea. Non poi ragnatelo, se mai vestigio di esso; un semplice ed esiguissimo filo, lungo forse un due spanne, come se ne possono vedere dappertutto, salvo che poca gente, scommetto, ha avuto l’opportunità di osservarne il comportamento. Uso di proposito questa parola: giacché, il mio almeno, era una cosa viva. Bastava un nulla d’aria, altrimenti insensibile, a farlo oscillare, torcersi, arricciolarsi; o che io soffiassi debolmente alla sua volta, o fischiettassi a fior di labbra; ma bastava anche niente. Direi anzi che non stava mai fermo. Perbacco, ci son giorni d’estate che l'aria in una stanza positivamente non si muove, e del resto io facevo esperimenti vari, tappavo porta e finestra, chiudevo le fessure con coperte o indumenti; e lui lì seguitava a tremare e ad agitarsi, benché un po' meno tumultuosamente. Nel mezzo della notte accendevo d’improvviso la luce: abbrividiva sempre. Era un'anima in pena, ecco cos’era, o meglio un’anima cui qualcuno infliggesse un continuo tormento; e a me piaceva immaginare che quel qualcuno fossi io medesimo. Poco importava se era un povero filino di ragnatelo: io mi sentivo finalmente un dominatore. Tra noi correva una specie di corrispondenza: i miei soffi erano un implacabile, atroce questionario, e i suoi contorcimenti le sue risposte impotenti, i vani tentativi di allontanare la tortura, erano il suo terrore, l'implorazione non meno vana. Sì, io avevo su di lui, per dir così, diritto di vita e di morte: potevo con un soffio più brutale inchiodarlo al soffitto, spengerlo per sempre. Se seguitava a tremare anche quando non spirava un alito di vento, di ciò non era forse causa il mio respiro stesso, come dire che lui sentiva la presenza del suo carnefice?

(Tommaso Landolfi, L'eterna provincia, da "In società", 1962)


(Odilon Redon 1872, l'angelo caduto)

lunedì 2 luglio 2018

Asino, ragno, mogli


Un piccolo viottolo tagliava il sentiero che il Filosofo stava percorrendo, e a poco a poco gli giunse all'orecchio un trambusto di gente in cammino, lo stropiccio di piedi, un rotolare di ruote, e il lungo, instancabile brusio delle voci. Pochi minuti dopo arrivò al viottolo e vide un asino che tirava un carro stracarico di pentole e di recipienti, accanto al quale camminavano due uomini e una donna. Gli uomini e la donna parlavano tutti insieme ad alta voce, addirittura accalorati, e l’asino trascinava il suo carro senza aver bisogno d'essere guidato o assistito. Finché c’era una strada lui la percorreva; quando arrivava a un incrocio girava a destra; quando uno degli uomini diceva «uuh!» si fermava; quando diceva «aah!» andava indietro e quando diceva «iih!» riprendeva la sua strada. Questa era la vita, e se uno ci trovava da ridire si buscava una bastonata, una sassata o un calcio; se invece continuava a camminare non succedeva niente, e questa era la felicità.
Il Filosofo salutò il gruppetto.
- Dio sia con voi - disse.
- Dio e Maria siano con te - disse il primo uomo.
- Dio, Maria e Patrick siano con te - disse il secondo uomo.
- Dio, Maria, Patrick e Brigid siano con te - disse la donna.
L'asino invece non disse niente. Dal momento che la parola «uuh!» non era entrata nel discorso, capì che la cosa non lo riguardava, sicché girò a destra sul nuovo sentiero e continuò il suo viaggio.
(...)

martedì 8 maggio 2018

Salticidae


Si dice "ragni saltatori" e uno pensa chissà che cosa; invece sono piccolini, non fanno la tela, vivono per terra e ogni tanto anche sulle piante. Capita di trovarseli anche in casa (arrivano dal balcone), ma non sono pericolosi. O meglio: non sono pericolosi perché sono piccoli. Per saltare, infatti, saltano; e corrono, caspita come corrono, sono velocissimi. Ogni volta che li vedo e che ci penso, e che magari vedo qualche loro fotografia ingrandita, ringrazio il Signore che ha fatto me così grosso e loro così piccoli. Fossero stati grandi anche quanto un cane o un gatto, non avremmo avuto scampo. Invece mangiano insetti, quindi la cosa non ci tocca e magari lavorano anche per noi. Non che siano brutti: è vero che hanno otto occhi, ma l'aspetto complessivo è aggraziato, non è una tarantola insomma. Recenti scoperte hanno anche messo in luce il loro talento musicale, da percussionisti: picchiettano per terra con le zampe davanti e sembra proprio che abbiano talento e fantasia nelle variazioni (ovviamente, per sentire questa musica non basta l'orecchio umano... sono così piccoli).
I ragni saltatori ("Salticidae", ne esistono quasi seimila specie diverse) li vedo sempre quando uso l'annaffiatoio nell'orto: io bagno e allago, loro scappano dall'inondazione (per loro è un'inondazione vera e propria, la piena del Nilo, il crollo di una diga, forse anche uno tsunami) e io mi diverto a inseguirli con il getto d'acqua, a imitazione della proverbiale "nuvola dell'impiegato" che ti segue ovunque vai. Ma poi mi fermo subito, il ragno è velocissimo ed è ormai fuori dalla zona dove ho seminato e l'acqua, si sa, è preziosa e non va sprecata. Tanto, so già che li troverò qui anche domani. Il divertimento è solo rinviato ed è, oltretutto, assolutamente innocuo sia per me che per loro.


(altre foto sul sito www.lucianabartolini.net )

sabato 7 gennaio 2017

Federigo Tozzi ( II )


Una mattina mi alzai con la voglia di uccidermi: dalla finestra pareva che anche il mio campo si travolgesse con me, nel vento; come mi volesse portar via tutti gli olivi. I muri della camera si facevano sempre più stretti, accostandosi insieme, e il mio respiro si mescolava con loro : sentivo il sapore della calcina. Sono certo che piangevo ! Mi pareva di cadere con la testa in giù, senza avere niente a cui sorreggermi. Un tratto, proprio dinanzi alla mia bocca, io vidi un ragnolino, quasi trasparente, attaccato, come un peso, al suo filo.
 (Federigo Tozzi, da "Bestie" pag.56 ed. Theoria 1987)



(disegno firmato Miss Wallflower, da internet)

venerdì 18 novembre 2016

Ragni e Giardini


(la foto del ragno sulla finestra è mia)
In fondo al parco c'era un pergolato protetto da piante rampicanti, profumato di gelsomino e di caprifoglio; uno di quegli angolini deliziosi che, spinti da impulsi generosi, gli uomini erigono a esclusivo beneficio dei ragni.


(Charles Dickens, Il circolo Pickwick, pag.132 vol.1 ed. Garzanti 2003)

martedì 27 settembre 2016

L'equipaggio della regina Mab





illustrazione di John Fray
Benvolio, Romeo e Mercuzio si chiedono in che modo introdursi nella  festa che Capuleti ha dato e tra i cui invitati figura Rosalina, la donna amata dal giovane Montecchi prima di incontrare Giulietta. Romeo è inquieto, ha un presentimento cattivo, ha fatto un sogno...

Romeo : Stanotte ho fatto un sogno.

Mercuzio: Anch'io.

Romeo: Ebbene, che cosa hai sognato?

Mercuzio: Che coloro i quali sognano, spesso sono messi in mezzo

Romeo: In mezzo alle coltri, e sognano delle cose vere.

Mercuzio: Ah! Allora, lo vedo, la regina Mab è venuta a trovarti.
Essa è la levatrice delle fate, e viene, in forma non più grossa di un agata
all'indice di un anziano, tirata da un equipaggio di piccoli atomi, sul naso degli uomini, mentre giacciono addormentati.
I raggi delle ruote del suo carro son fatti di esili zampe di ragno;
il mantice di ali di cavallette,
le tirelle del più sottile ragnatelo;
i pettorali di umidi raggi di luna,
il manico della frusta di un osso di grillo,
la sferza di un filamento impercettibile;
il cocchiere è un moscerino in livrea grigia,
grosso neppure quanto la metà del piccolo insetto tondo,
tratto fuori con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla.
Il suo cocchio è un guscio di nocciola,
lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme,
da tempo immemorabile carrozzieri delle fate.
In questo arnese essa galoppa da una notte
all'altra attraverso i cervelli degli amanti,
e allora essi sognan d'amore; sulle ginocchia dei cortigiani,
che immediatamente sognan riverenze;
sulle dita dei legulei, che subito sognano onorari,
sulle labbra delle dame che immantinente sognano baci,
(…)
Lei è la strega, che quando le fanciulle giacciono supine,
le preme, e insegna loro per la prima volta a portare,
e ne fa delle donne di buon portamento.
Essa è colei...

Romeo: Taci, taci, Mercuzio, taci!
tu parli di niente.

Mercuzio: E' vero, io parlo dei sogni,
che sono figli di un cervello ozioso,
generati da nient'altro che da una vana fantasia,
la quale è di una sostanza sottile come l'aria,
e più incostante del vento, che in questo momento carezza
il gelido grembo del settentrione, e, corrucciato,
se ne va via sbuffando, e volta la faccia
verso il mezzogiorno stillante di rugiada

dall' Atto I , scena IV  di Romeo e Giulietta   di William Shakespeare
traduzione di C.Chiarini   ed. Sansoni