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domenica 24 settembre 2017

I cani sanno leggere

Certo, imparare a leggere non serve proprio a nulla, quando l'odore della carne ti solletica le narici anche a distanza di un chilometro. Nondimeno, se abitate a Mosca e un minimo di cervello in zucca ce l'avete, volere o non volere imparerete a leggere senza nessun bisogno di andare a scuola. Su quarantamila cani moscoviti solo un idiota integrale non sa compitare la parola «salame». Pallino aveva cominciato il suo studio in base ai colori. Aveva appena quattro mesi quando tutta Mosca era stata tappezzata di certe insegne color verdeazzurro con sopra scritto "MSPO-spaccio carni". Ripeto, tutto questo è inutile perché la carne si individua all'odore. Una volta però era successo un gran pasticcio: lasciandosi guidare da un azzurro carico, Pallino, il cui odorato era stato ridotto a zero dal puzzo di benzina di un'automobile, invece che in una macelleria era andato a finire nel negozio di accessori elettrici dei fratelli Polubizner, in via Mjasnickaja. Dai fratelli Polubizner era stato accolto a colpi di filo elettrico, che scotta quasi quasi come la frusta di un cocchiere.
Proprio questo momento cruciale dev'essere considerato come il primo giorno di scuola di Pallino. Appena raggiunto il marciapiede, il cane si era reso conto che «azzurro» non significa sempre «carne» e, stringendosi la coda fra le zampe posteriori e ululando per il dolore cocente, s'era ricordato che su tutte le macellerie le scritte cominciano con uno strano affare colorato simile a uno slittino, situato subito a sinistra. Poi le cose andarono meglio. La «A» la imparò alla Genepesca, all'angolo della via Mochovaja, e poi la «C» (gli era più comodo affrontare la parola «Pesca » da dietro, perché in genere dall'altra parte c'era sempre una guardia). Le mattonelle di ceramica che tappezzavano gli angoli di Mosca significavano sempre e immancabilmente «Formaggio ». Il nero becco da samovar con cui cominciava la parola gli ricordavano l'ex proprietario Cičkin, le montagne di formaggio rosso tipo olandese, quelle belve dei commessi che odiano tanto i cani, la segatura per terra e il «backstein» dal lezzo nauseabondo. Se suonavano la fisarmonica - sempre meglio di «Celeste Aida » - e c’era odore di salsicce, le prime lettere sulle insegne bianche si sistemavano comodamente nelle parole «non pro...». Voleva dire «non pronunciare parole oscene e non dare mance». Qui a volte scoppiavano di punto in bianco zuffe violente, la gente si pigliava a pugni sul muso e, più raramente, a colpi di tovagliolo o a calci. Se nelle vetrine erano appesi dei prosciutti e, sotto, facevano bella mostra di sé dei mandarini, allora... gau-gau... ga...stronomia. Se c'erano bottiglie scure con dentro un brutto liquido... V-i-vi-vini... Già Ditta Fratelli Eliseev.
Lo sconosciuto che si era portato dietro il cane fino alla porta del suo lussuoso appartamento al piano nobile suonò il campanello e l'animale concentrò tutta la sua attenzione sul grosso biglietto da visita, nero a lettere d'oro, appeso accanto all'ampia porta a vetri ondulati, di un colore rosato. Riuscì subito a leggere le prime tre lettere: pi-erre-o, pro. Ma poi seguiva una schifezza complicata, un vero rebus (...)
(Mikhail Bulgakov, Cuore di cane, capitolo II, edizione BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino)
(fotografia di Robert Doisneau, Parigi 1953)