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martedì 19 settembre 2023

Ad occhi chiusi

 

fotogramma di "Fanny e Alexander "di I. Bergman



Quando il film non è un documento, è un sogno. Per questo Tarkovskij è il più grandi di tutti. Lui si muove con assoluta sicurezza nello spazio dei sogni, lui non spiega e, del resto, cosa dovrebbe spiegare? E' un'osservatore che è riuscito a rappresentare le sue visioni facendo uso del più pesante e del più duttile dei media. Per tutta la mia vita ho bussato alla porta di quegli spazi in cui lui si muove con tanta sicurezza. Solo qualche volta sono riuscito ad intrufolarmi dentro. I miei tentativi coscienti hanno avuto quasi sempre come risultato dei penosi insuccessi: "L'uovo del serpente", "L'adultera", "L'immagine allo specchio" ecc.

Fellini, Kurosawa e Bunuel si muovono nello stesso mondo di Tarkovskij, Antonioni era sulla stessa strada ma cadde sopraffatto dalla propria noiosità. Méliès vi si trovò sempre senza bisogno di rifletterci sopra. Era un mago di professione.


da "La lanterna magica" di I. Bergman


fotogramma di "Lo specchio" di A. Tarkovskij


martedì 5 settembre 2023

Il fagiolo saltatore

 Fece una pausa per riprendere fiato. Allora si udì nella stanza un rumorino secco proveniente da una scatoletta di cartone posata vicino al capezzale del colonnello. La scatola era aperta e dentro c’era un fagiolo saltatore che ogni tanto dava un piccolo balzo; il malato lo guardava allora con amicizia . Tutti ormai a Fort-Lamy conoscevano questa sua innocente mania: da qualche mese si portava sempre dietro uno di quei fagioli del Messico, abitati da un minuscolo verme che cerca di sbarazzarsi con scatti bruschi dell’involucro, ottenendo il solo risultato di far compiere un saltello al fagiolo. Da qualche tempo, appena si sedeva sulla terrazza del Ciaden, Babcock apriva la scatola e la posava sul tavolo. Qualche volta faceva anche le presentazioni: “Meet my friend Totò” diceva e di solito il fagiolo sceglieva proprio quel momento per fare un piccolo balzo. Allora il colonnello ordinava un whisky per il suo compagno di sventura, come l’aveva l’aveva definito una volta. Nessuno al Ciaden badava più a questa innocua mania: si era visto ben altro.

da “Le radici del cielo” di Romain Gary

Info


sabato 20 febbraio 2021

Gli anagrammi di Tamagni

                                                                                   Dal blog di Giuliano "L'OPERA AL CINEMA "

Giocare con gli anagrammi è bello, ma i risultati sono spesso deludenti a meno di essere davvero bravi. Di anagrammi davvero belli, o significativi, in realtà ce ne sono pochi; in campo musicale è magnifico quello indicato da Alfred Brendel: silent / listen. I più belli che io conosco, in italiano, sono Bibliotecario/Beato coi libri e Attore/Teatro.
Sul piano personale, non posso non essere colpito da calcio/colica. Non per via del football, ma perché i calcoli renali sono fatti di sali di calcio, nel mio caso ossalati di calcio. E anche colica, a guardar bene, è un quasi anagramma di calcoli. Chi ci è passato sa di cosa parlo...
Molto spesso si rimane delusi dagli anagrammi, e secondo me quelli brutti non andrebbero pubblicati. Uno dei più brutti è Eugenio Montale / Uomo inelegante, del tutto privo di senso. Insomma, molto spesso è meglio lasciar perdere gli anagrammi - a meno di non chiamarsi Ernesto Tamagni.

domenica 14 febbraio 2021

Se il cupido di Rubens sbatte le ali

Un clic qui                                                                                     


                                                                   

mercoledì 13 gennaio 2021

- Si fa una gran fatica a sbocciare, - mi disse ridendo il fiore

                                                                                 



- Si fa una gran fatica a sbocciare, -

mi disse ridendo il fiore;

e fa fatica il seme a germogliare,

è una fatica che costa dolore.

Il rischio poi è di farti calpestare,

o di finire sottoterra a marcire,

invece di fiorire sulle aiuole.

E' un rischio che si corre ed è da fare,

ma io voglio ritornarmene a dormire.

Nel fiero sonno io voglio sognare,                                                           

voglio sognare che posso anch'io fiorire,

voglio fiorire e poi rinascere e morire,

e che i miei frutti sian dolci da mangiare.     


da "Stagioni" di Giuliano Bovo    


                                                                


      


illustrazione di Grandville )







venerdì 9 agosto 2019

Passacaglia


Se l'Amore non recasse che pena, perché allora gli uccelli innamorati canterebbero così tanto?
(dall'Armida di Lully, atto quinto)

(Annibale Carracci, da Wikipedia)
Il mito di Rinaldo e Armida (che diventa Alcina nell'Orlando Furioso) ha ispirato molti dipinti e molta musica. Nella Gerusalemme Liberata, la maga Armida sottrae con le sue arti amorose l'eroe Rinaldo dalla battaglia; Rinaldo per lei depone le armi e dimentica ogni altra cosa. Vengono allora inviati due cavalieri per risvegliare Rinaldo, che riescono nel loro scopo. Al suo risveglio, Rinaldo scoprirà che Armida non è come l'aveva vista fin lì: è meno bella, più vecchia, un incanto che è anche una truffa. Riflettendo su Armida e Rinaldo, e forse anche invecchiando e avendo più pratica della vita, più che una storia di magia mi sembra la storia della fine di un amore: quando un amore finisce, si cominciano a vedere i difetti dell'altra persona. Difetti che c'erano anche prima, ma è l'amore la magia che ce li aveva nascosti. Può essere anche la storia di due innamorati di età diversa: l'età è impietosa, prima o poi i segni dell'invecchiamento arrivano (sia per i maschi che per le femmine) e ci vuole proprio un grande amore per non vederli.

Filosofia a parte, e terminando qui i miei sproloqui, questa è anche una bella occasione per ascoltare o riascoltare la Grande Passacaglia dall'Armida di Lully. Siamo nel quinto atto, verso il finale; è il momento che precede il risveglio di Rinaldo e la disillusione di Armida.
  (qui : il passo cantato è al minuto 6 dall'inizio)

C'est l'amour qui retient dans ses chaines
mille oiseaux qu'en nos bois nuit et jour on entend;
si l'amour ne causait que de peines,
les oiseaux amoureux ne chanteraient pas tant.
(atto V, Armida di Lully, anno 1686, versi di Philippe Quinault)

(è l'amore che tiene nelle sue catene i mille uccelli che nei nostri boschi notte e giorno ascoltiamo; se l'amore non causasse che pene, gli uccelli innamorati non canterebbero così tanto.)




sabato 20 luglio 2019

Carillon ( I )


Qui


In "La doppia vita di Veronica " di Krzysztof Kieślowski  ( info )


lunedì 11 febbraio 2019

Lelapo

fonte

Il cane dipinto da Piero di Cosimo ha un nome. Si tratta di Lelapo, famoso per la sua velocità: non dava scampo alcuno alle sue prede. Qui appare immobile, come Procri, la donna al centro del dipinto, uccisa dal marito Cefalo, forse nel quadro rappresentato in forma di satiro. Lelapo fu dato in dono a Procri da Minosse insieme a un giavellotto altrettanto formidabile: non mancava un colpo. La donna sarà ferita mortalmente proprio da quest’arma: gelosa del marito, Locri era nascosta tra i cespugli per spiarlo; Cefalo, sentendo un fruscio e credendosi osservato da un animale in agguato, lanciò il giavellotto e ferì mortalmente la moglie. Sembra che nella morte di Procri e nel dolore di Cefalo trovasse soddisfazione Artemide a cui cane e lancia erano originariamente appartenuti.

Trovo che questo dipinto parli di molte cose, dell'arte soprattutto, e di come riesca ad assorbire in sé, in modo lirico, qualsiasi cosa, anche la morte.


La storia di Procri e Cefalo appare nelle Metamorfosi di Ovidio ( qui ).
Qui una lettura dell'opera di Grazia ( dal blog "senzadedica" )

sabato 17 novembre 2018

La ragazza mela

Luigi Rossi, Le mele


C'era una volta un Re e una Regina, disperati perché non avevano figlioli e la Regina diceva: – Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?

Ora successe che alla Regina invece dì nascerle un figlio le nacque una mela. Era una mela così bella e colorata come non se n'erano mai viste. E il Re la mise in un vassoio d' oro sul suo terrazzo. In faccia a questo Re ce ne stava un altro, e quest'altro Re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del Re di fronte una bella ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava e pettinava al sole. Lui rimase a guardare a bocca aperta, perché mai aveva visto una ragazza così bella. Ma la ragazza appena s'accorse d'esser guardata, corse al vassoio, entrò nella mela e sparì. Il Re ne era rimasto innamorato.

venerdì 1 giugno 2018

Tentativo di classificazione


Il Tao è oscuro, ed è difficile parlarne; ve ne darò ora qualche idea sommaria. La luce nasce dalle tenebre; il differenziato nasce dal senza-forma; l’essenza nasce dal Tao; le forme materiali nascono dall’essenza e tutti gli esseri sono generati, reciprocamente, dalle forme: gli esseri che hanno nove orifizi nascono dall’utero, e quelli che ne hanno otto dall'uovo.

Zhuang-zi (Chuang-tzu), pag.200 ed. Adelphi 2001 traduzione di Carlo Laurenzi e Christine Leverd
(al di là della filosofia e della religione, va ricordato che gli uccelli e i rettili, in effetti, hanno un "orifizio" in meno rispetto ai mammiferi)


(Gustave Doré, per Orlando Furioso)



martedì 27 febbraio 2018

Fauno


Dopo qualche momento capì che non era il trillo di un uccello. Nessun uccello avrebbe mai cantato una melodia cosi precisa, perché il loro canto è capriccioso come le loro ali. Si drizzò a sedere e guardò intorno, ma non vide nulla: al di sopra del suo capo le colline salivano con dolce pendio su su, verso il cielo limpido; intorno a lei gli sparsi cespugli di erica sonnecchiavano nel sole; sotto di lei, in lontananza, poteva vedere la casa di suo padre, una macchia grigia accanto a un ciuffo di alberi - e poi la musica finì, lasciandola ai suoi stupiti interrogativi.
Per quanto cercasse, non riuscì a trovare le sue capre. Infine tornarono spontaneamente da dietro un colle, sfrenate e sovreccitate come non le aveva mai viste. Anche le mucche persero la loro solita aria solenne e le girarono intorno abbandonandosi a goffi salti.
Mentre tornava a casa, quella sera, una strana esultanza insegnò ai suoi piedi a danzare. Essa volteggiava qua e là ora precedendo le sue bestie, ora seguendole. I suoi piedi saltellavano battendo un ritmo capriccioso. Aveva un motivo nelle orecchie e ballava con esso, buttando le braccia in fuori e al di sopra del capo, e ondeggiando e piegandosi nell'andare. Ora il suo corpo godeva della sua piena libertà: l'agilità, l’equilibrio e la sicurezza delle sue membra la incantavano, e anche la forza che non conosceva stanchezza la incantava. Il tardo pomeriggio era pieno di una pace serena, la dolce luce crepuscolare del sole disegnava un sentiero per i suoi piedi, e la vastità dei campi era tutta un volo di uccelli che sfrecciavano e cantavano, e lei cantava con loro un canto che non aveva parole, e non aveva bisogno di parole.


(Tiziano, le tre età)

L'indomani sentì di nuovo quella musica, fievole e vaga, meravigliosamente dolce eppure sfrenata come il canto di un uccello, ma era una melodia che nessun uccello avrebbe saputo ripetere. C’era un tema che tornava sempre. In un fiotto di trilli, passaggi, volate e ritornelli, eccolo riaffiorare con una solennità strana, quasi sacra - una melodia che imponeva il silenzio, sottile, estremamente austera e distaccata. C'era in essa qualcosa che le faceva battere il cuore, qualcosa verso cui le sue orecchie e le sue labbra si tendevano con desiderio. Era gioia, minaccia, spensieratezza? Non lo sapeva; ma una cosa sapeva: che per quanto terribile fosse, era soltanto sua. Era il suo pensiero non nato divenuto misteriosamente suono, e sentito con l'anima più che compreso con la mente.

domenica 24 settembre 2017

I cani sanno leggere

Certo, imparare a leggere non serve proprio a nulla, quando l'odore della carne ti solletica le narici anche a distanza di un chilometro. Nondimeno, se abitate a Mosca e un minimo di cervello in zucca ce l'avete, volere o non volere imparerete a leggere senza nessun bisogno di andare a scuola. Su quarantamila cani moscoviti solo un idiota integrale non sa compitare la parola «salame». Pallino aveva cominciato il suo studio in base ai colori. Aveva appena quattro mesi quando tutta Mosca era stata tappezzata di certe insegne color verdeazzurro con sopra scritto "MSPO-spaccio carni". Ripeto, tutto questo è inutile perché la carne si individua all'odore. Una volta però era successo un gran pasticcio: lasciandosi guidare da un azzurro carico, Pallino, il cui odorato era stato ridotto a zero dal puzzo di benzina di un'automobile, invece che in una macelleria era andato a finire nel negozio di accessori elettrici dei fratelli Polubizner, in via Mjasnickaja. Dai fratelli Polubizner era stato accolto a colpi di filo elettrico, che scotta quasi quasi come la frusta di un cocchiere.
Proprio questo momento cruciale dev'essere considerato come il primo giorno di scuola di Pallino. Appena raggiunto il marciapiede, il cane si era reso conto che «azzurro» non significa sempre «carne» e, stringendosi la coda fra le zampe posteriori e ululando per il dolore cocente, s'era ricordato che su tutte le macellerie le scritte cominciano con uno strano affare colorato simile a uno slittino, situato subito a sinistra. Poi le cose andarono meglio. La «A» la imparò alla Genepesca, all'angolo della via Mochovaja, e poi la «C» (gli era più comodo affrontare la parola «Pesca » da dietro, perché in genere dall'altra parte c'era sempre una guardia). Le mattonelle di ceramica che tappezzavano gli angoli di Mosca significavano sempre e immancabilmente «Formaggio ». Il nero becco da samovar con cui cominciava la parola gli ricordavano l'ex proprietario Cičkin, le montagne di formaggio rosso tipo olandese, quelle belve dei commessi che odiano tanto i cani, la segatura per terra e il «backstein» dal lezzo nauseabondo. Se suonavano la fisarmonica - sempre meglio di «Celeste Aida » - e c’era odore di salsicce, le prime lettere sulle insegne bianche si sistemavano comodamente nelle parole «non pro...». Voleva dire «non pronunciare parole oscene e non dare mance». Qui a volte scoppiavano di punto in bianco zuffe violente, la gente si pigliava a pugni sul muso e, più raramente, a colpi di tovagliolo o a calci. Se nelle vetrine erano appesi dei prosciutti e, sotto, facevano bella mostra di sé dei mandarini, allora... gau-gau... ga...stronomia. Se c'erano bottiglie scure con dentro un brutto liquido... V-i-vi-vini... Già Ditta Fratelli Eliseev.
Lo sconosciuto che si era portato dietro il cane fino alla porta del suo lussuoso appartamento al piano nobile suonò il campanello e l'animale concentrò tutta la sua attenzione sul grosso biglietto da visita, nero a lettere d'oro, appeso accanto all'ampia porta a vetri ondulati, di un colore rosato. Riuscì subito a leggere le prime tre lettere: pi-erre-o, pro. Ma poi seguiva una schifezza complicata, un vero rebus (...)
(Mikhail Bulgakov, Cuore di cane, capitolo II, edizione BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino)
(fotografia di Robert Doisneau, Parigi 1953)

mercoledì 20 settembre 2017

Cardellino


Nei tempi antichi viveva in Irlanda un nobile uomo della casata dei Fitzgerald. Il suo nome era Gerald, ma gli Irlandesi, che avevano sempre avuto molta considerazione per la sua famiglia, lo chiamavano Gearoidh Iarla, il Conte Gerald. Aveva un grande castello, o meglio una fortezza, a Mullaghmast; e ogni volta che il governo inglese si provava a recare un torto alla sua patria era sempre pronto a prenderne le difese. Oltre a essere un valoroso condottiero in battaglia e abilissimo nell’usare ogni tipo d’arma, era esperto in magia nera ed era capace di assumere qualunque forma volesse. Sua moglie sapeva di questo potere e spesso gli chiedeva di farla partecipe di qualcuno dei suoi segreti, ma mai il Conte aveva voluto accontentarla. Lei insisteva soprattutto per vederlo sotto qualche strana sembianza, lui però continuava a rimandare con un pretesto o l'altro. Ma non sarebbe stata donna se non avesse avuto perseveranza. Il marito infine l’avvertì che se si fosse spaventata anche solo un po' mentre lui si trovava fuori dalla sua forma naturale, non gli sarebbe più stato possibile riacquistarla prima che molte generazioni di uomini fossero andate sotto terra. «Oh! Non sarebbe stata la moglie adatta per Gearoidh Iarla se avesse potuto spaventarsi facilmente. Se solo lui l’avesse accontentata in questo suo capriccio, avrebbe visto quant'era coraggiosa!»


Così una bella sera d’estate mentre stavano seduti nel grande salone, egli volse il viso dall’altra parte, mormorò alcune parole e, in un batter d’occhio, era bell'e che sparito e un grazioso cardellino svolazzava per la stanza. La moglie, per quanto si ritenesse coraggiosa, ne fu un po' spaventata ma seppe controllarsi abbastanza bene, soprattutto quando l’uccellino andò a posarsi sulla sua spalla, sbatté le ali, appoggiò il beccuccio alle sue labbra e cinguettò la più bella melodia che mai si fosse udita. La bestiola si mise a disegnar cerchi per la stanza, giocò a rimpiattino con la sua dama, volò in giardino, tornò indietro, si posò sul suo grembo come addormentato e balzò via di nuovo.
Quando il gioco era durato abbastanza da soddisfare entrambi, spiccò un altro volo all’aperto; ma, parola mia, non ci mise molto a tornare. Volò dritto in seno alla sua donna e, l’attimo seguente, un falco rapace si precipitava dietro di lui. La donna diede uno strillo acuto, sebbene non ce ne fosse bisogno, perché il terribile uccello - entrato come una freccia - andò a sbattere contro un tavolo con tale violenza che la vita gli schizzò fuori. Dal corpo scosso dai tremiti della bestia la dama volse lo sguardo al luogo dove, un attimo prima, aveva visto il cardellino: ma non posò mai più gli occhi né sul cardellino né sul Conte Gerald.
Una volta ogni sette anni il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare su un destriero dagli zoccoli d’argento che, al tempo in cui sparì, erano spessi mezzo pollice: quando questi zoccoli saranno diventati sottili come l’orecchio di un gatto, egli sarà restituito alla società dei viventi, combatterà una grande battaglia contro gli Inglesi e regnerà sull’Irlanda per quarant’anni. Assieme ai suoi guerrieri dorme ora in una lunga caverna sotto il Forte di Mullaghmast. Nel mezzo della caverna si allunga una tavola: il Conte sta al posto d’onore e i suoi soldati, vestiti delle loro armature, siedono ai due lati con la testa appoggiata sul piano. I cavalli, sellati e imbrigliati, stanno ritti ai loro posti dietro i padroni, su entrambi i lati; e quando il giorno verrà, il figlio del mugnaio che nascerà con sei dita per mano suonerà la sua tromba, e i cavalli scalpiteranno e alzeranno nitriti, e i cavalieri si sveglieranno e monteranno sui loro destrieri per andare a combattere.
In una notte che si ripete ogni sette anni, mentre il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare, l’accesso può esse visto da chiunque si trovi a passare di lì. Circa cento anni fa un mercante di cavalli che, un poco ubriaco, era fuori sul tardi, vide la caverna illuminata e vi entrò. Le luci, il silenzio e la vista degli uomini con l’armatura lo intimorirono non poco ed egli ridivenne sobrio. Le mani cominciarono a tremargli e una briglia gli cadde sul pavimento. Il suono del morso echeggiò per tutta la lunga caverna, e uno dei guerrieri che stava vicino a lui sollevò leggermente la testa e, con una voce fonda e roca, disse: - E già ora? - L’uomo ebbe la presenza di spirito di rispondere: - Non ancora, ma lo sarà presto, - e il pesante elmo ricadde sulla tavola. Il mercante di cavalli usci più in fretta che poté, e io non ho mai sentito di altri cui sia capitata una simile avventura.
L’ultima volta che Gearoidh Iarla è riapparso, gli zoccoli del cavallo erano sottili come una moneta da sei penny.

William Butler Yeats, L’incantesimo di Gearoidh Iarla; da "Fiabe irlandesi", pag.373-374 ed. Einaudi 1981, traduzioni di Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi.

(il cardellino prigioniero è di Karel Fabritius, anno 1654)

sabato 16 settembre 2017

Erbabianca


Si conta e si racconta a lorsignori che c’era una volta e c’era un Re e una Regina. La Regina ogni figlio che faceva era una femmina. Il Re, che desiderava un maschio, s’arrabbiò e disse: - Se fai un’altra femmina, te l'ammazzo. La povera moglie, angustiata, finì per mettere al mondo proprio un’altra femmina, ma così bella come non se n'erano mai viste. Per timore che il marito gliel’ammazzasse, disse alla comare:
- Se la prenda vossignoria, questa creatura, e ne faccia quel che meglio crede.
La comare la prese e si disse: «Che posso fare io d’una bambina? » e andata in aperta campagna, la pose su un cespuglio d’erba bianca.
In quella campagna stava un eremita. Nella sua grotta l’eremita aveva una cerva che stava nutrendo i cerbiattini appena nati. Ogni giorno, la cerva usciva per cercarsi da mangiare. Quella sera, quando la cerva tornò nella grotta, i cerbiattini cercarono di succhiare il latte, ma le mammelle della cerva erano vuote e i cerbiattini restarono a bocca asciutta. Lo stesso si ripeté il giorno dopo, e il giorno dopo ancora: i cerbiattini stavano morendo di fame. L’eremita, che ne aveva compassione, si mise dietro alla cerva, e vide che il latte andava a darlo a una bambina che stava in un cespuglio d’erba bianca. L’eremita prese in braccio la bambina, e se la portò nella grotta. Disse alla cerva:
- Nutriscila qua,e dividi il tuo latte tra lei e i tuoi cerbiatti -.

venerdì 8 settembre 2017

Falco, mio falco


Voce del falcone: (con dolore)
Ma come posso non piangere?
Ma come posso non piangere?
La donna non getta ombra,
l'Imperatore deve diventare pietra!
(Hugo von Hofmannstahl, da "La donna senz'ombra" di Richard Strauss)




L'Imperatore va a caccia e ferisce una gazzella, che si rivelerà essere una donna giovane e bella: un inizio davvero da favola. Ma l'opera non inizia così, tutto questo è già successo e quando si apre il sipario noi siamo più avanti, molto più avanti, prossimi alla tragedia. Potrà acquistare forma umana la giovane donna, che nel frattempo ha sposato l'uomo che l'aveva ferita? Il falco dell'Imperatore, dato per perduto, ritorna con questo messaggio: se la donna non trova l'ombra, cioè se esce definitivamente dal mondo degli spiriti, l'Imperatore verrà punito e diventerà pietra. Qui comincia "La donna senz'ombra", e ciò che segue è la storia della ricerca della natura umana, cioè dell'ombra (e della maternità). Per fare questo, la donna dovrà uscire dal palazzo, scendere tra gli umani, mischiarsi a loro.
Ce ne è abbastanza per innamorarsi di quest'opera, anche perché la musica è molto bella. A me è andata bene, nel 1986 ho trovato sulla mia strada Wolfgang Sawallisch che, alla Scala di Milano, mi ha condotto per mano in uno dei testi più complessi mai scritti: « La donna senz'ombra ha fama di essere uno dei libretti più difficili che si conoscano, oltre che uno dei più belli; ed è una fama giustificata. (Roberto Calasso, dal programma di sala 1985-86) »


La donna senz'ombra (Die Frau ohne Schatten) è stata scritta fra il 1914 e il 1917, la prima rappresentazione è del 1917, in tempo di guerra. Forse questo è stato il vero difetto di Richard Strauss (grandissimo musicista): vivere in un mondo da favola mentre il mondo intorno a lui faceva tutt'altra scelta.
dalla Premessa di Hugo von Hofmannstahl:
Durante una battuta di caccia l'Imperatore delle isole del Sud Ovest ferisce al collo una gazzella bianca, che si trasforma in una giovane donna, bellissima: la figlia del Re degli Spiriti. La sposa, ma dopo il matrimonio la donna perde il magico potere di trasformarsi in animale. D'altra parte, non è ancora un vero essere umano: le manca l'ombra e non è madre. due manifestazioni che hanno lo stesso significato. Intanto, il Re degli Spiriti è in collera con la figlia e manda segretamente dei messaggeri, che vengono ricevuti dalla nutrice; i due sposi ignorano questi fatti e godono del loro amore. Stanno insieme durante la notte e si dividono durante il giorno; l'Imperatore va a caccia e l'Imperatrice resta sola con la nutrice. Una mattina, sopra il padiglione solitario del giardino dove l'Imperatrice vive lontana da ogni estraneo, volteggia un falco. E' il falco preferito dall'Imperatore, che si era perso da quella battuta di caccia e con cui aiuto era stata catturata la gazzella bianca. Il suo minaccioso e triste richiamo suona all'orecchio dell'Imperatrice come una voce umana: «Il tempo è presto scaduto e ancora la donna è senz'ombra, così l'Imperatore dovrà trasformarsi in pietra.» L'Imperatrice comprende bene il significato del messaggio: lei ha lasciato il mondo dei demoni ma l'amore che l'Imperatore nutre per lei è soltanto gelosia e lussuria, non può farla entrare nella sfera degli esseri umani. Lei resta fra due mondi: uno non la lascia andare, l'altro non l'accetta ancora. Però la maledizione non colpirà lei ma suo marito, colpevole d'egoismo. Lei capisce e si spaventa, ma nello stesso momento trova la forza e il coraggio di affrontare la minaccia: così vuole conquistarsi l'ombra a costo di qualsiasi sacrificio.
Qui comincia l'opera. Buon ascolto, non è facile ma ne vale la pena. PS: le immagini per forza di cose saranno sempre un po' goffe; nessuna messa in scena può valere la forza del vostro immaginario. Nel caso, chiudete gli occhi e ascoltate la musica. ( un clic qui )
Die Stimme des Falken:
(klagend)
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen!

(dipinto di Andrew Wyeth, 1948)