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| Elsa Morante |
La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.
Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. Il suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). Il mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.
Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz *; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: "Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! ".
E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando il passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.
Elsa Morante, La storia
Ed. Einaudi
*Blitz è un cane
