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lunedì 22 aprile 2019

I gatti di Perec ( III )



6.
E' il ventitré giugno millenovecentosettantacinque e presto saranno le otto di sera. In cucina, Cinoc apre una scatola di pilchard agli aromi consultando le schede delle parole sepolte; il dottor Dinteville finisce di esaminare una vecchia signora; sulla scrivania abbandonata di Cyrille Altamont due maggiordomi stendono una tovaglia bianca; nel corridoio dell’entrata di servizio, cinque fattorini incontrano una signora che cerca il suo gatto (...)
pag.500

7.
E' il ventitré giugno millenovecentosettantacinque, e fra un attimo saranno le otto di sera; gli operai che sistemano l’ex camera di Morellet hanno finito la loro giornata; la signora de Beaumont riposa sul letto prima di pranzo; Léon Marcia ricorda la conferenza che Jean Richepin diede nel sanatorio in cui si trovava; nel salotto della signora Moreau, due gattini sazi dormono profondamente. (...)
pag.501

(Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense)


(etichetta per aghi da cucito inizi '900, immagine trovata in rete senza indicazioni sull'autore)




sabato 23 marzo 2019

I gatti di Perec ( II )



3.
La signora non vive qui, ma nello stabile accanto. La sua gatta, che risponde al nome di Lady Piccolo, passa delle ore su queste scale, forse sognando di trovarsi un bel gatto. Sogno ahimè illusorio, dato che i maschi di casa - Pip Moreau, Petit Pouce dei Marquiseaux, e Poker Dice di Gilbert Berger - sono tutti castrati.
pag. 315 gatti

4.
La stanza è vuota, se non per un grosso soriano - Poker Dice - che sonnecchia acciambellato sulla trapunta di peluche azzurro cielo buttata sul divano affiancato da due comodini gemelli.
pag.422 gatto

5.
E' il ventitrè giugno millenovecentosettantacinque e manca poco alle otto di sera. La signora Berger tornata dal dispensario prepara il pranzo e il gatto Poker Dice sonnecchia su un copriletto di peluche azzurro cielo; (...)
pag.500

(Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense )



(scatola per biscotti fine '800, immagine trovata in rete senza indicazioni)

domenica 3 marzo 2019

I gatti di Perec ( I )

1.
I due gatti di casa, Pip e La Minouche, dormono sul tappeto, le zampe completamente stese e distese, i muscoli della nuca rilassati, in quella posizione che si associa allo stato detto paradossale del sonno e che corrisponde, come dice chi sa, allo stato di sogno. Accanto a loro un piccolo bricco per il latte in mille pezzi. Si capisce che, non appena la signora Trevins e l'infermiera sono uscite, uno dei due gatti - che sia stato Pip? che sia stata La Minouche? o si saranno associati in un'azione colpevole? - l'ha acchiappato con zampa veloce ma, ahimè, invano, perché il tappeto ha istantaneamente assorbito il prezioso liquido. Le macchie si vedono ancora, attestando la recentissima scena.
pag112 gatti

2.
Solo un gatto poteva muoversi in mezzo a quella massa di cose senza provocare crolli, e di fatto, Gaspard e Marguerite avevano un gatto, un micione rossiccio che avevano inizialmente chiamato Leroux, poi Gaston, poi Cheri-Bibi e infine, dopo un'ultima aferesi, Ribibi, al quale piaceva pazzamente passeggiare fra tutta quella roba senza spostarla di un pelo, finendo con l'accovacciarvisi in mezzo come un pascià, sempre che non si sistemasse sul collo della padrona lasciando penzolare le zampe a destra e a sinistra con aria del tutto indolente.
pag258

(Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense)




(cartolina postale inizi '900, trovata in rete senza indicazioni sull'autore)

mercoledì 5 dicembre 2018

Nebbia

La parete di sinistra, quella davanti al braccio più lungo della L, é coperta di carta di sughero. In una rotaia fissata a circa due metri e cinquanta da terra, scorrono varie aste metalliche cui il pittore ha appeso una ventina di tele, quasi tutte di piccolo formato: appartengono per la maggior parte a una vecchia maniera dell’artista, quella che lui stesso chiama il suo periodo-nebbia e con la quale é diventato celebre: si tratta in genere di copie finemente eseguite di quadri famosi - La Gioconda, L'Angelus, La Ritirata di Russia, Le Déjeneur sur l'herbe, La lezione di Anatomia, eccetera - sui quali ha poi dipinto degli effetti più o meno spiccati di bruma, sfocianti in un vago grigiume da cui emergono appena le sagome dei suoi prestigiosi modelli. La vernice della mostra parigina, nella Galerie 22, maggio 1960, fu accompagnata da una nebbia artificiale che l’affluenza degli ospiti, fumatori di sigari o sigarette, fece ancora più opaca, con grandissima gioia dei cronisti. Il successo fu immediato. Due o tre critici ghignarono, fra cui lo svizzero Beyssandre che scrisse: “Non è certo al Quadrato bianco su fondo bianco di Malevic che fanno pensare i grigi di Hutting, ma piuttosto alla battaglia di negri in un tunnel cara a Pierre Dac e al generale Vermot”. Ma la maggior parte si entusiasmò per quello che uno di loro chiamava quel “lirismo meteorologico” il quale, disse, colloca Hutting all’altezza del suo celebre e quasi omonimo, Huffing, il campione newyorkese dell"‘Arte brutta”. Abilmente consigliato, Hutting si tenne circa metà delle tele e oggi non intende disfarsene, se non a condizioni impossibili.


Georges Perec, da "La vita istruzioni per l'uso", pag.48  ed. Rizzoli 1989, traduzione di Dianella Selvatico Estense


(dipinto di Thomas Wilmer Dewing)

sabato 4 novembre 2017

Quello che succede quando non succede nulla




Tutto comincia con un libro, diceva Cortázar e anche la mia scelta di venire qui, oggi, in questo bar, nasce da un libro. Il Café de la Marie in place Saint-Sulpice è famoso per quello, la gente ci va perché Georges Perec vi scrisse un classico del Novecento: il Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Come tutti i classici, anche questo libro si crede di conoscerlo senza averlo letto. Ne han parlato talmente tanti, e il titolo è così eloquente, che sembra inutile sobbarcarsi la fatica di leggerlo. La vulgata corrente lo spaccia per un semplice catalogo di cose e persone presenti in questa piazza del sesto arrondissement, steso in modo asettico dall'autore durante tre sedute di qualche ora ciascuna. Sfogliandolo distrattamente ci si può convincere che è proprio così, che non è altro che un monotono transito di piccioni, turisti, passanti e autobus. Pure il fatto che l'autore vivesse in via Linné suona come una conferma della natura tassonomica della sua opera, quasi fosse un predestinato. Che poteva scrivere, se non un catalogo, uno che abitava in quella strada?

(...)


George Perec


E invece  bastava aprirlo, e scorrere le prime righe, per scoprire che c'era molto di più. La sorpresa è dietro l'angolo, se si ha la pazienza di prestarvi attenzione.
     Perec esordisce così:


Ci sono molte cose a place Saint-Sulpice, ad esempio: il municipio, un ufficio del Ministero delle finanze, un commissariato, tre caffè....

e poco dopo sterza bruscamente avvertendo:


Molte, se non la maggioranza, di queste cose sono state descritte, inventariate, foografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto, delle nuvole.


Poco più avanti s'annoia da solo, e comincia a descrivere ciò che esiste solo nella sua testa, e s'inventa che d'un tratto in piazza sfili un immaginario corteo di novantuno motociclisti che scortano la Rolls Royce verde mela dell'imperatore del Giappone. Anche la conclusione è meno scontata di quanto ci si possa aspettare. Sembra quasi che il tentativo denunci il proprio fallimento, e l'autore si arrenda all'eterna e inarrestabile mutevolezza del mondo, che non se ne sta mai fermo, come le modelle riottose dei pittori, mostrando infine il sagrato vuoto, i piccioni che si alzano in volo tutti insieme: come a dire: basta così.
  Ma il punto cruciale è nella frase che Perec scrisse all'inizio. Quello che succede quando non succede nulla.
Sergio Garufi
Ecco, se dovessi raccontare il mio periodo di convalescenza a Bevagna, da quando Stella se ne andò, dicendomi che voleva stare per conto suo, fino a fine agosto, quando firmai il rogito della casa e tornai a Roma,  dovrei ricorrere a quella frase, parlare appunto di ciò che succede quando non succede nulla. Gli incubi ricorrenti di morire soffocato. I risvegli senza più Tito da portare fuori. Le serrande abbassate. I cartelli di "Chiuso per ferie". I vicoli deserti e così stretti che nemmeno il sole di mezzogiorno riesce ad entrare. 
Il passaggio di una donna in piazza Silvestri. Due bambini che si rincorrono sul corso. Un piccione che plana per abbeverarsi. Il barista del Tropical che mi chiede di una rapina. Un turista che fotografa il rosone della chiesa. Un auto che parcheggia. I rintocchi delle campane. Le suore che raccolgono i pomodori. E ancora altri piccioni. E altri turisti. E il pensiero costante di Stella come un groppo in gola che non se ne va, un astro lontano anni luce, invisibile a occhio nudo, irraggiungibile, la mia Dafne.


Sergio Garufi, Il superlativo di amare, ed. Ponte alle Grazie


Qui un video in cui l'autore, Sergio Garufi,  parla del suo romanzo, Il superlativo d'amare