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venerdì 2 ottobre 2020

Gandalfo


Non sono mai stato un fan del Signore degli Anelli, però ho voluto ugualmente guardare i film e quando il vecchio Gandalf (non ricordo più in quale episodio) si rivolge alla bella Elfa, ancora giovane, ricordando i bei tempi in cui erano giovani insieme, non ho potuto non pensare al rapporto che esiste tra noi e gli animali. Forse Tolkien ha avuto un cane, ho pensato, e ha scritto questa pagina pensando a lui. Capita anche a me in questi giorni con la gatta Ciccetta, "se tu sapessi quanto sono vecchio io..." mi capita di dirle, soprattutto quando l'artrosi si fa sentire, e lei ovviamente non capisce, magari socchiude un po' gli occhi (è il sorriso dei gatti, fateci caso se non ci avete mai pensato), ma per lei è davvero come se uno di noi stesse chiacchierando con Garibaldi, o con Napoleone. Il tempo scorre in maniera differente: per un cane o per un gatto il primo anno di vita corrisponde a venti dei nostri, poi per un po' è come se si fermasse, poi inevitabilmente torna a farsi sentire e vedere. Quando prendiamo un cane o un gatto in casa, sappiamo già che avremo molti anni felici, ma non tanti come con un umano; ed è una riflessione triste, da bambini si correva insieme, poi a un certo punto non è più possibile. Ma questa è la nostra vita, che ci riserva comunque dei momenti meravigliosi, sia con gli animali che con le persone. Il tempo, per qualche momento, scorre dunque uguale per noi e per loro.


(la vignetta viene da La Settimana Enigmistica)


martedì 23 giugno 2020

Il cagnolino bianco


... la tapparella si abbassò, uno di quei cosi marrone sporco, tutti arrotolati, e io là che gettavo la palla a un cagnolino bianco, vedi caso. Alzo la testa, chissà poi perché, e la vedo venir giù. Chiuso e finito, finalmente. Rimasi a sedere ancora per pochi istanti, con la palla in mano e il cane che saltava e abbaiava, voleva farmi giocare. (pausa) Istanti. Gli istanti di lei, i miei istanti. (pausa) Gli istanti del cane. (pausa) Alla fine ho allungato la mano e lui l'ha presa tra i denti, con dolcezza, con dolcezza. Una vecchia palla nera, piccola e dura, di gomma piena. (pausa) La sentirò nel palmo della mano fino alla fine dei miei giorni. (pausa) Avrei potuto tenermela. (pausa) Ma l'ho data al cane. (pausa) Insomma...


Samuel Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, ed. Einaudi 1976, traduzione di Carlo Fruttero


( Fernand Khnopff, 1916 )

lunedì 1 giugno 2020

Il cane di Guido

Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso. Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente. Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e carne. Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch’io con piacere saltellare per l’ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro. Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, così rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido fornì di non essere degno di dirigere una casa commerciale. Ciò provava un’assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere. Perciò mi parve di dover dedicarmi io all’educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c‘era. Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l’avessi urtato per errore. Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v’era pace. Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi. Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò più di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido. - Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te. I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane. (...)

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, pag. 351 edizione Dall'Oglio 1976

 
(dipinto di James Barenger, 1780-1831)
 

lunedì 11 maggio 2020

Beagle


Snoopy è un beagle, e beagle in italiano diventa "bracchetto", penso che questo lo sappiano tutti; ma si chiamava Beagle anche la nave dove viaggiò, negli anni '30 dell'Ottocento, il giovane Darwin. Nell'ottimo film BBC del 1978, dove si ricostruisce il viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, viene mostrata anche la polena della nave, che riproduce appunto il bracchetto (qui al minuto 44 della prima puntata). Non so se questo dettaglio sia vero, nelle illustrazioni d'epoca non si vede ma può ben darsi che ci sia stato.

 
Il sito www.agraria.org  porta questa descrizione del Beagle: «Molto utilizzato in passato e ancora oggi nella caccia alla piccola selvaggina, il Beagle è una razza piuttosto antica. Già nel secolo XIII veniva menzionata in alcuni poemi. Fu la razza prediletta di Elisabetta I. E’ stato introdotto in moltissimi paesi europei, con eccellenti risultati. In Francia è, senza dubbio, la razza canina più popolare. In Gran Bretagna, come la maggior parte delle razze da caccia, sono allevati per due scopi ed in due diversi modi: si allevano i Beagle da caccia e si allevano i Beagle da esposizione e compagnia. In Italia e in tutti paesi affiliati alla FCI lo standard è unico. In Francia questa razza fu importata intorno al 1860 e divenne con il passare del tempo un cane molto ricercato per le sue doti e prestazioni nella caccia; l’Inghilterra così venne superata nella popolarità di questo tipo di cane, perché per loro non era da considerarsi un buon cane da caccia, date le sue dimensioni ridotte e la sua moderata velocità. La sua diffusione in Italia è avvenuta negli ultimi decenni, ma il suo ruolo, per la maggior parte dei casi, è solo quello di cane da compagnia.»
 


Il fumetto di Snoopy viene dal mensile "Linus", anni '70; la foto dei cuccioli di beagle viene dal sito www.agraria.org  ; il disegno del Beagle di Darwin l'ho trovato sul magnifico blog http://annalisasanti.blogspot.com

lunedì 27 aprile 2020

Argo


La storia del cane Argo è tra le più famose, ma è sempre bella da rileggere. Ulisse (Odisseo) non si è ancora fatto riconoscere, ma il cane si ricorda sempre di lui dopo tutto il tempo che è passato: vent'anni.

(Niels Pederson Mols, 1887)

Così essi tali parole fra loro dicevano:
e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie,
Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno
lo nutrì di sua mano (ma non doveva goderne), prima che per Ilio sacra
partisse; e in passato lo conducevano i giovani
a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri;
ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone,
sul molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte
ammucchiavano, perché poi lo portassero
i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo;
là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
E allora, come sentì vicino Odisseo,
mosse la coda, abbassò le due orecchie,
ma non poté correre incontro al padrone.
E il padrone, voltandosi, si terse una lagrima,
facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva:
« Eumeo, che meraviglia quel cane lì sul letame!
Bello di corpo, ma non posso capire
se fu anche rapido a correre con questa bellezza,
oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi,
per splendidezza i padroni li allevano ».
E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi:
« Purtroppo è il cane d'un uomo morto lontano.
Se per bellezza e vigore fosse rimasto
come partendo per Troia lo lasciava Odisseo,
t'incanteresti a vederne la snellezza e la forza.
Non sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia,
qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta.
Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano
dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano.
Perché i servi, quando i padroni non li governano,
non hanno voglia di far le cose a dovere;
metà del valore d’un uomo distrugge il tonante
Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra ».
Così detto, entrò nella comoda casa,
diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti.
E Argo la Moira di nera morte afferrò
appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.

Odissea, libro XVII, versi 290-328, versione di Rosa Calzecchi Onesti, ed.Einaudi

lunedì 16 marzo 2020

Il cane da venticinque lire

(Robert Doisneau, 1953)
In fondo, ero già un po’ stanco di quell'andar girovago sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po’ di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania. Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi bene in un logoro mantello che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che me l’avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola: - Venticinque lire...
Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia. Io, intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando quel cane, mi sarei fatto, sì, un amico fedele e discreto, il quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch’io stessi per farle.
- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo. Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m’allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà cosi sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, capitolo VIII)


sabato 22 febbraio 2020

Bassotti



(senza indicazioni, trovata on line)

Se pensi ai fumetti e dici "bassotti" la riposta, quasi in automatico, è "Banda Bassotti"; ma i Bassotti dei fumetti di Topolino non assomigliano per niente a un bassotto, e chissà di che razza sono, direi piuttosto dei bulldog o dei boxer. Un bassotto vero è invece quello del Signor Bonaventura, che Sergio Tofano si inventò nel 1917; e altrettanto vero, anche nel tratto umoristico di Benito Jacovitti, è Kilometro, bassotto detective e amico fedele di Cip l'arcipoliziotto. Kilometro viene disegnato da Jacovitti alla fine degli anni '60, non è uno dei suoi personaggi più famosi ma me lo ricordo ancora volentieri (i più famosi, per Jacovitti, sono Cocco Bill e Zorry Kid; andando più indietro nel tempo troviamo Pippo Pertica e Palla).


(Jacovitti 1971, corriere dei piccoli)
Il bassotto tedesco classico, "dachshund", non è molto di moda in questi anni, e anche il basset hound suo parente è diventato raro; gli si preferiscono altri cani, magari ingombranti come gli husky e i labrador. Negli ultimi anni, nei dintorni di Milano, si vedono sempre più spesso dei levrieri: il cinodromo ha chiuso, e i cani sono stati dati in adozione. Il levriero è l'esatto opposto del bassotto, a guardarlo bene; ma io qui sopra ho scritto "cani ingombranti" e adesso mi devo correggere perché, ripensando a incontri ravvicinati di qualche anno fa, il bassotto non è un cane piccolo e non lo è nemmeno il basset hound, che può raggiungere ingombri notevoli. Se avete un bassotto, dunque, meglio tenerlo a dieta e fargli fare tanto movimento; ma questo vale per qualsiasi cane, e anche per i padroni a dirla tutta.

 
 

martedì 4 febbraio 2020

La doppia felicità di Blitz

Elsa Morante

La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.
Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. Il suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). Il mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.
Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz *; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: "Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! ".
E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando il passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.

 
Elsa Morante, La storia
Ed. Einaudi

*Blitz è un cane

lunedì 16 dicembre 2019

Il cagnolino bolognese


Ricordo il sole che inondò di luce la camera quando furono aperte le persiane e il crepitio della legna nel caminetto, che non so chi avesse acceso. Ricordo pure il minuscolo cagnolino bolognese, nero, che mademoiselle Alphonsine teneva in braccio, stringendoselo al cuore. Il cagnolino mi divertiva in modo particolare, tanto che, interrompendo per due volte il discorso, allungai la mano per prenderlo; ma Lambert fece un cenno e Alphonsine immediatamente scomparve insieme al cane dietro al paravento.

(Fiodor Dostoevskij, "L'adolescente", parte seconda, cap. 9 pt 3 traduzione M. Rakowska e L.G Tenconi, ed. Garzanti 1981)



(l'immagine del cagnolino bolognese viene dal sito www.razzedicani.net  ) (non è nero, lo so...)

lunedì 18 novembre 2019

Ricky

«Ricky!» grida la gazza (o era un merlo indiano?) e Ricky accorre subito, povera anima, ma dov'è il suo padrone? La gazza (o il merlo indiano) era così brava che aveva imparato perfino il fischio per chiamare il cane, e anche il fischio era così perfetto che Ricky accorreva ma non trovava nessuno. 
E' un ricordo di tanti anni fa, metà anni '60: io ero un bambino e Ricky era un cane molto bello, un setter tricolore di proprietà di un amico di famiglia, una persona che mi ha insegnato tante cose e che ho poi colpevolmente trascurato nella mia adolescenza. Si sa, quando hai quattordici o quindici anni ti insegnano che interessarsi alla vita degli animali e delle piante è una scemenza, che sono cose da bambini: e invece non era vero, ma quando me ne sono accorto erano passati tanti anni (troppi) ed era ormai tardi per rimediare.
Il padrone di Ricky era un ex cacciatore (a pesca sul lago ci andava ancora, negli anni '60 aveva ancora un senso andarci), con grande competenza in fatto di animali e di natura, come erano i cacciatori di una volta; per questo e per altri motivi Ricky era un cane buono e affidabile, impossibile da dimenticare. Il padrone di Ricky era anche un allevatore di canarini, che teneva quasi come liberi in un grande spazio sotto l'appartamento dove abitava; e anche questo era uno spettacolo da sogno, per un bambino. La gazza (o il merlo indiano?) era in una grande voliera vicina all'ingresso di casa, e anch'io ho ascoltato quel "Ricky" e quel fischio. La mia confusione tra gazza e merlo indiano dipende non tanto dal tempo che è passato, ma dal fatto che ci sono stati entrambi, e sia il merlo indiano che la gazza sono capaci di imparare e ripetere parole e suoni, ancora meglio dei pappagalli. Non c'è nemmeno bisogno di perdere tempo a insegnarglielo, imparano tutto da soli e in fretta - anche se voi magari preferireste di no, perché a questo mondo, noi umani, non è che diciamo ad alta voce soltanto il nome del nostro cane; ma su questo preferirei sorvolare, nessuno è perfetto.




Ho cercato a lungo su internet una foto adatta, ho fatto fatica a trovarla e cercandola ho scoperto che il concetto di "setter" è in realtà molto vago: digitando "setter", o anche "setter tricolore", escono foto di cani molto diversi tra di loro, spesso così diversi da far dubitare dell'attribuzione del nome. Mi è già capitato altre volte, e a dirla tutta ormai sulle razze canine e feline comincio a nutrire serissimi dubbi. La foto qui sopra, comunque, si avvicina molto al mio ricordo di Ricky; è il più bel setter che ho trovato in rete, e l'immagine viene dal sito www.tuttogreen.it


domenica 20 ottobre 2019

Storia del cane scemo


- Che cos'ha sempre da abbaiare, quel cane scemo! - dice il mio vicino di pianerottolo - Mi ha tenuto sveglio tutta la notte...
Per la verità io ho dormito senza problemi, ma capisco che soffrire di insonnia deve essere una cosa pesante. Il cane è qui, a cinquanta metri in linea d'aria, nel giardino di una villetta. Per essere precisi non è una villetta, ma qualcosa di più grande, quasi una villa. Il giardino è ben tenuto, ma il cane no. E' un bel cane, un golden retriever di quelli diventati di moda negli ultimi decenni, ma è tenuto chiuso in poco spazio, quasi una gabbia da leone dei circhi di una volta. Tutto il giorno così, più che logico che si senta triste e che si metta ad abbaiare - o meglio, a piangere.
Lo spiego al mio vicino di casa, lo dico anche ad altri che se ne lamentano (in effetti, dà fastidio), lo spiego anche a mia sorella che passandogli vicino si è spaventata, perché la "gabbia" è di fianco alla strada e se ci passi a piedi sembra che il cane ti venga addosso. Le sbarre sono molto fitte e non c'è pericolo, ma quando non ci si aspetta il cane e il cane salta fuori, è più che normale spaventarsi.
Questa storia è durata molto tempo, ma ha un lieto fine a sorpresa.

(Alexander Averin, 2009)
 
Il lieto fine è questo: la villa è di un ergastolano, o quasi: almeno trent'anni di carcere, roba di 'ndrangheta. Quando, vicino a fine pena, l'uomo ottiene un permesso e torna a casa dalla sua famiglia, libera il cane. Adesso il cane è libero di correre nel suo bel giardino (il giardino è tenuto davvero bene), non è più un "cane scemo", è felice e non abbaia se non per fare festa al suo padrone. Invecchieranno insieme, immagino...

mercoledì 16 ottobre 2019

Zemirka


(Manet, 1876)

Liza: - (...) mamma, sentite, suonano le dodici, per voi è ora di prendere la medicina.
- E' venuto il dottore - annunciò una cameriera comparendo sulla soglia.
La vecchia si sollevò e si mise a chiamare il cagnolino: « Zemirka, Zemirka, vieni almeno tu con me». L'orribile vecchio piccolo cagnuzzo che era Zemirka non obbediva, e si ficcò sotto il divano dov'era seduta Liza.
- Non vuoi? Allora anch'io non ti voglio. Addio, padre mio, non so il vostro nome e patronimico, - disse rivolgendosi a me.
- Anton Lavrentevic...
- Be', fa lo stesso, mi entra in un orecchio e mi esce dall'altro. (...)

(I demoni, Dostoevskij, traduzione Alfredo Polledro, pagina 116 edizione Einaudi 1976)



lunedì 16 settembre 2019

Dobermann


Un cane spaventoso e feroce, domestico ma addestrato ad uccidere con un semplice comando, con una parola semplicissima. Ma il cane, anzi i due cani, in questo episodio del tenente Colombo visti da oggi sembrano mansueti cagnolini e non fanno poi tanta paura. Il telefilm è del 1978, e i cani sono due dobermann. All'epoca, quarant'anni fa, i cani feroci e spaventosi erano loro, i dobermann; sui dobermann circolavano tante leggende, compreso il "cranio troppo piccolo" dovuto della selezione della razza da parte dell'uomo, che "col passare del tempo li faceva diventare pazzi". Ai dobermann, che di natura avrebbero le orecchie cascanti, si tagliava il padiglione auricolare per farli sembrare più feroci (le orecchie diritte sono un segnale di aggressività, quelle penzoloni fanno tanto cane di compagnia). Allo stesso modo, si tagliava loro la lunga coda: un cane scodinzolante fa festa e non fa paura, e il dobermann doveva fare paura. Oggi queste pratiche sono vietate, ma quasi nessuno tiene più i dobermann come cani da guardia o da difesa. I dobermann sono passati di moda, ormai da molto tempo la moda sono i pitbull e i dogo argentini, dall'aspetto davvero minaccioso: mascelle che sembrano tagliole, i muscoli imponenti, la taglia massiccia.

Allo stesso modo, oggi non fanno più impressione le auto "aggressive" dei decenni passati (è arrivato il suv), le pistole (come minimo, serve il kalashnikov), le arti marziali (il karate lo praticano anche i bambini). Tra un po' nemmeno i pitbull basteranno, per spaventarci ci vorrà la bestia del Givaudan o magari lo yeti; e al posto dei suv arriveranno i carri armati o gli elicotteri. I padroni di casa continueranno a dirti "ma è mansueto, non fa male a nessuno, gioca con i bambini...", "sapessi quanto è affettuoso, ma solo con noi neh!". E il più delle volte è anche vero, anch'io ho conosciuto e conosco dei pitbull che sono dei cuccioloni, buoni di carattere, tutt'altro che aggressivi. I dobermann erano allevati per essere cattivi, anche per i pitbull è l'addestramento quello che conta; anche un cane lupo (Rintintin, il commissario Rex...) ha denti affilati e mascelle potenti può essere molto pericoloso, anche un cane di taglia piccola può mordere e fare del male. Molto dipende da noi, da noi umani, e qui sta il vero problema.




PS, per gli appassionati di Peter Falk e del tenente Colombo: si tratta di "How to dial a murder", 1978, regia di James Frawley, scritto da Tom Lazarus e Anthony Lawrence, con Kim Cattrall e Nicol Williamson. L'episodio è cinefilo e non solo cinofilo: per spingere i cani ad attaccare la parola che serve è "Rosebud", famosa per "Citizen Kane" di Orson Welles (in Italia "Quarto potere"). Nel telefilm c'è un piccolo museo del cinema, con citazioni precisissime da film scelti con competenza.



sabato 29 giugno 2019

Il vecchio e il cane

(lo spaniel è di Andrew Loomis)
Salendo le scale buie, ho urtato il vecchio Salamano, il mio vicino di pianerottolo. Era col suo cane. Sono otto anni che li si vede insieme. Lo spaniel ha una malattia della pelle, la rogna, credo, che gli fa perdere quasi tutto il pelo e lo copre di placche e di croste scure. A forza di vivere con lui, tutt’e due insieme in una stanzetta, il vecchio Salamano ha finito per somigliargli. Ha delle croste rossastre sul viso e pelo giallo e rado. Il cane, da parte sua, ha preso dal padrone un modo di camminare tutto curvo, col muso in avanti e il collo teso. Sembrano della stessa razza e tuttavia si detestano. Due volte al giorno, alle undici e alle sei, il vecchio porta il suo cane a passeggio. Da otto anni non cambiano il loro itinerario. Si può vederli lungo la rue di Lyon, il cane che tira l’uomo fino a che Salamano inciampa; allora il vecchio bastona il cane e lo insulta. Il cane s’accovaccia per il terrore e si impunta. A questo punto tocca al vecchio tirarlo. Quando il cane non se ne ricorda più, ricomincia a tirare il padrone e di nuovo é battuto e insultato. Allora restano tutt’e due fermi sul marciapiede e si stanno a guardare, il cane pieno di terrore, l’uomo di odio. E' così tutti i giorni. Quando il cane vuole orinare, il vecchio non gliene lascia il tempo e lo tira, e lo spaniel semina dietro di sé una scia di goccioline. Se per caso il cane sporca nella camera, é bastonato di nuovo. Sono otto anni che dura questa storia. Celeste dice sempre che "è una disgrazia", ma in fondo chi può saperlo? Quando l’ho incontrato per le scale, Salamano stava insultando il cane. Gli diceva: “Maledetto! Carogna!” e il cane gemeva, Io ho detto: “Buongiorno”, ma il vecchio ha continuato a insultarlo. Allora gli ho chiesto cosa aveva fatto il cane. Lui non mi ha risposto. Diceva soltanto: “Maledetto! Carogna!” Era chino sul cane e doveva essere occupato a sistemargli qualcosa nel collare. Ho parlato più forte. Allora, senza voltarsi, mi ha risposto con una specie di furia repressa: “E' sempre qui.” Poi se n'è andato tirando la bestia che si lasciava trascinare sulle quattro zampe e piangeva. (...)
Mi sono alzato, Raimondo mi ha stretto la mano molto forte e mi ha detto che fra uomini ci si capisce sempre. Uscendo ho richiuso la porta e sono rimasto un momento sul pianerottolo, al buio. La casa era calma e dal profondo della tromba delle scale veniva un soffio umido e oscuro. Non sentivo che i colpi del mio sangue che mi ronzava alle orecchie e sono rimasto immobile. Ma nella stanza del vecchio Salamano il cane ha dato un lamento sordo. Nel cuore di quella casa piena di sonno, il gemito è salito lentamente, come un fiore nato dal silenzio.


(Albert Camus, Lo straniero, capitolo III; ed. Bompiani 1987, traduzione Alberto Zevi)

giovedì 30 maggio 2019

Cagnara


(Edouard Doigneau, 1906)


1. Per farsi ubbidire da un cane, bisogna stabilire con lui un rapporto affettivo. E’ molto facile: il cane, essendo poco complicato, si farà avanti per primo.

James Herriot, da "Creature grandi e piccole"



2. Anche Freud si è interessato ai cani, ma solo in chiave psicoanalitica. Secondo lui, offendere qualcuno dandogli del cane deriva dal fatto che si tratta di un animale che in fondo ci turba perché non si vergogna dei propri escrementi, né delle sue funzioni sessuali.

(L'Espresso 12.12.1993, recensione a "The literary companions to dogs", antologia sui cani nella letteratura, novecento pagine, autore Christopher Hawtree)



lunedì 6 maggio 2019

Il gatto di Snoopy




Il gatto di Snoopy è quello dei vicini di casa, un gatto terrificante: Snoopy lo prende in giro, ma la zampata che gli arriva di ritorno fa a fette la sua cuccia e lui si ritrova sottosopra. Si chiama World War II (Secondo Conflitto Mondiale, nella traduzione italiana: è un gatto maschio, e quindi "Guerra" in italiano non andava bene), e noi non lo vediamo mai. Vediamo però le sue unghiate, davvero terrificanti anche se sappiamo bene che nei fumetti e nei cartoni animati tutto si aggiusta subito e quindi non c'è da preoccuparsi.



Charles Schulz, autore del fumetto, lo aveva spiegato in un'intervista: disegnare i gatti è difficile, ci aveva provato ma con esiti tutt'altro che soddisfacenti. Il gatto di Schulz è questo, appare in poche e rarissime strisce (altre immagini si trovano facilmente su internet digitando cose come "Snoopy's cat"): è bellino ma non si può dire che sia proprio riuscito.


(illustrazione tratta dal mensile "Linus", anno 1966)

Ripensando al gatto di Snoopy mi vengono da dire due cose: la prima è che è davvero difficile disegnare un gatto (anch'io ci ho provato: c'è un cagnolino, forse una femmina, che mi esce sempre piuttosto bene, ma con i gatti ho sempre desistito al primo tentativo) e la seconda, più complessa, è questa che segue. Disegnare, rendere visibile, qualcosa di immaginario o magari di mostruoso e terrificante risulta spesso deludente. Meglio lasciare libera l'immaginazione, quasi sempre. Da bambino avevo visto "Il pianeta proibito", per esempio, e finché i mostri dell'ID rimangono solo evocati faceva davvero spavento; poi verso la fine, quando il mostro si vede, la tensione cala. Più di recente, orchi e mostri del "Signore degli anelli" e di altri film: sono tutti uguali, visto uno li hai visti tutti. Ma questo è un argomento che per oggi mi porterebbe fuori strada, era solo un modo per rendere omaggio a Charles Monroe Schulz e alle sue strisce di fumetti, e anche al terrificante Gatto dei Vicini, più terribile di ogni mia fantasia.

giovedì 18 aprile 2019

Bibì e le forme


Al tempo che conducevo a spasso Bibí, la cagnolina di mia moglie, le chiese di Richieri erano la mia disperazione.
Bibí a tutti i costi ci voleva entrare.
Alle mie sgridate, sacculava, alzava e scoteva una delle due zampine davanti, sternutiva, poi con un'orecchia su e l'altra giu stava a guardarmi, proprio con l'aria di credere che non era possibile, non era possibile che a una cagnolina bellina come lei non fosse lecito entrare in una chiesa. Se non ci stava nessuno.
«Nessuno? Ma come nessuno, Bibí?» le dicevo io. «Ci sta il piú rispettabile dei sentimenti umani. Tu non puoi intendere queste cose, perché sei per tua fortuna una cagnolina e non un uomo. Gli uomini, vedi? hanno bisogno di fabbricare una casa anche ai loro sentimenti. Non basta loro averli dentro, nel cuore, i sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori, toccarli; e costruiscono loro una casa.»
A me era sempre bastato finora averlo dentro, a mio modo, il sentimento di Dio. Per rispetto a quello che ne avevano gli altri, avevo sempre impedito a Bibí di entrare in una chiesa; ma non c'entravo nemmeno io. Mi tenevo il mio sentimento e cercavo di seguirlo stando in piedi, anziché andarmi a inginocchiare nella casa che gli altri gli avevano costruito.
Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me quando mia moglie aveva riso nel sentirmi dire che non volevo piú mi si tenesse in conto d'usurajo a Richieri, era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era
foto di Elliot Erwitt
sentito ferire in me, Dio che in me non poteva piú tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d'usurajo.
Ma se fossi andato a dire cosí a Quantorzo o a Firbo e agli altri soci della banca, avrei dato loro certamente un'altra prova della mia pazzia.
Bisognava invece che il Dio di dentro, questo Dio che in me sarebbe a tutti ormai apparso pazzo, andasse quanto piú contritamente gli fosse possibile a far visita e a chiedere aiuto e protezione al saggissimo Dio di fuori, a quello che aveva la casa e i suoi fedelissimi e zelantissimi servitori e tutti i suoi poteri sapientemente e magnificamente costituiti nel mondo per farsi amare e temere.
A questo Dio non c'era pericolo che Firbo o Quantorzo s’attentassero a dare del pazzo.


La voce narrante è quella di Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello. 

lunedì 11 febbraio 2019

Lelapo

fonte

Il cane dipinto da Piero di Cosimo ha un nome. Si tratta di Lelapo, famoso per la sua velocità: non dava scampo alcuno alle sue prede. Qui appare immobile, come Procri, la donna al centro del dipinto, uccisa dal marito Cefalo, forse nel quadro rappresentato in forma di satiro. Lelapo fu dato in dono a Procri da Minosse insieme a un giavellotto altrettanto formidabile: non mancava un colpo. La donna sarà ferita mortalmente proprio da quest’arma: gelosa del marito, Locri era nascosta tra i cespugli per spiarlo; Cefalo, sentendo un fruscio e credendosi osservato da un animale in agguato, lanciò il giavellotto e ferì mortalmente la moglie. Sembra che nella morte di Procri e nel dolore di Cefalo trovasse soddisfazione Artemide a cui cane e lancia erano originariamente appartenuti.

Trovo che questo dipinto parli di molte cose, dell'arte soprattutto, e di come riesca ad assorbire in sé, in modo lirico, qualsiasi cosa, anche la morte.


La storia di Procri e Cefalo appare nelle Metamorfosi di Ovidio ( qui ).
Qui una lettura dell'opera di Grazia ( dal blog "senzadedica" )

domenica 23 dicembre 2018

Solo come un cane


Era stupido e triste passare le serate così, solo come un cane; e perché poi come un cane? i cani non sono mai soli; annusano i cantoni, e il compagno, o la compagna, se la trovano a fiuto, in un momento.

Primo Levi, da "Lilìt e altri racconti", pagina 117 edizione Einaudi 1981 (il racconto "Calore vorticoso", che non parla di cani ma di frasi reversibili, come "Sator Arepo tenet opera rotas")


(dipinto di Jacques Laurent Agasse, 1767-1849)

venerdì 9 novembre 2018

Bauschan e l'incompiuta di Schubert

“Quando la bella stagione fa onore al proprio nome e il cinguettare degli uccelli è riuscito a svegliarmi presto, (...) mi piace, prima di colazione, camminare senza cappello per una mezz’ora all’aperto, nel viale davanti a casa, o un po’ più in là, negli ampi prati, per respirare qualche boccata d’aria fresca mattutina prima di sprofondarmi nel lavoro, e partecipare alla gioia del limpido mattino. Allora, sui gradini che portano all’ingresso, lancio un fischio modulato su due note, tonica e quarta inferiore, l’inizio della melodia che apre il secondo tempo dell’Incompiuta di Schubert ( qui ), un fischio che si può considerare come un nome a due sillabe messo in musica. 
Un attimo dopo, mentre continuo a camminare verso la porta del giardino, si fa sentire in lontananza, in principio appena udibile, poi sempre più vicino e chiaro, un lieve tintinnio, come quello che può risultare dallo sbattere di una medaglietta contro le borchie metalliche di un collare; e, quando mi volto, vedo Bauschan in piena corsa voltare l’angolo posteriore della casa e precipitarsi su di me, come se volesse buttarmi a terra. Per lo sforzo solleva un po’ il labbro inferiore, così da scoprire due o tre dei suoi incisivi, che luccicano di un bianco candido al sole del mattino.
(...)
È un bracco tedesco a pelo raso, se non si prende troppo alla lettera questa definizione, ma la si intende con un po’ di buonsenso, perché un bracco come lo descrivono i libri di stretta osservanza, Bauschan non lo è proprio. Prima di tutto, forse è un po’ troppo piccolo, decisamente “al di sotto”, devo sottolinearlo, delle dimensioni di un cane da punta; poi anche le zampe anteriori non sono ben diritte, anzi sono un po’ piegate all’infuori, cosa che probabilmente non corrisponde con esattezza all’immagine del bracco di razza.
(...) Soprattutto gli occhi sono belli, dolci e intelligenti, anche se sporgono un po’ vitrei. L’iride è di un color bruno ruggine, lo stesso del manto; ma in effetti, a causa della forte dilatazione della pupilla dai riflessi neri, forma solo un sottile anello, il cui colore del resto sfuma e si perde nel bianco dell’occhio. (...)
E a un tratto, sporgendo la testa e aprendo e chiudendo in fretta le labbra, scatta verso il mio viso, quasi volesse mordermi il naso; pantomima che evidentemente vuole essere la risposta al mio discorso e che ogni volta, come Bauschan sa già in anticipo, mi fa indietreggiare di colpo ridendo. È una specie di bacio a mezz’aria, tra l’affettuoso e il burlesco, una manovra che gli è caratteristica fin dall’infanzia, mentre io non l’avevo mai notata in nessuno dei suoi predecessori. Del resto si scusa subito della libertà che si è preso, con scodinzolii, brevi inchini e un’espressione fra imbarazzata ed allegra. Poi, dal cancello del giardino, usciamo all’aperto.”

 Thomas Mann, “Cane e padrone” ed. Newton

Traduzione di Brunamaria Dal Lago Vener