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venerdì 17 settembre 2021

Acquazzone

 

Poco prima del crepuscolo di quello stesso pomeriggio, quando Gauna si preparava a uscire, cadde un acquazzone. Il ragazzo rimase sotto la porta finché cessò la pioggia e allora vide come gli abituali colori del suo quartiere, il verde degli alberi, chiaro nell'eucalipto che tremava in fondo al terreno vuoto e più scuro nei paraìsos del marciapiede, il bianco delle case, l'ocra della merceria all'angolo, il rosso dei cartelloni che annunciavano ancora la fallita asta dei lotti di terreno, l'azzurro del vetro dell'insegna dirimpetto, acquistavano una incontenibile e coniugata intensità, come se fossero stati raggiunti, dalla profondità della terra, da un'esaltazione panica. Gauna, abitualmente poco osservatore, notò il fatto e si disse che doveva raccontarlo a Clara. E' curioso fino a che punto una donna amata può educarci, per un certo tempo.


Adolfo Bioy Casares, Il sogno degli eroi, Bompiani
 

(fonte)





venerdì 4 maggio 2018

Orchi e limoni


E' risaputo che tutti gli orchi vivono a Ceylon, e che tutte le loro vite stanno in un solo limone. Un cieco taglia il limone con un coltello e tutti gli orchi muoiono.

"Il redentore segreto", da Indian Antiquary, I (1872)
pag. 19 da "Racconti brevi e straordinari"
a cura di Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges (ed. Franco Maria Ricci 1973, traduzioni di Gianni Guadalupi)

 (foto trovata su internet senza indicazioni)

domenica 25 marzo 2018

Il labirinto senza muri


Narrano gli uomini degni di fede che nei primi giorni ci fu un re delle isole di Babilonia che radunò i suoi architetti e maghi e ordinò loro di costruire un labirinto tanto complicato e sottile che gli uomini più prudenti non osavano entrarvi, e coloro che entravano si perdevano. Quest'opera era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono proprie di Dio e non degli uomini. Con l’andar del tempo venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per farsi beffe della semplicità del suo ospite) lo fece entrare nel labirinto, dove vagò vergognoso e confuso fino al calar della sera. Allora implorò l’aiuto divino e trovò la porta. Le sue labbra non profferirono alcuna lamentela, ma disse al re di Babilonia che egli aveva in Arabia un labirinto migliore, e che se Dio voleva, un giorno glielo avrebbe fatto conoscere. Poi tornò in Arabia, riunì i suoi capitani e cadì e invase i regni di Babilonia con tanta venturosa fortuna che ne abbattè i castelli, ne sbaragliò le genti e fece prigioniero lo stesso re. Lo legò sulla schiena di un veloce cammello, e gli disse: “O re del tempo e sostanza ed emblema del secolo! a Babilonia mi facesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora il Potente ha voluto che ti mostri il mio, dove non esistono scale da salire né porte da forzare, né faticose gallerie da percorrere, né muri che ti vietino il passo." Poi gli sciolse i lacci e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove morì di fame e di sete.


Storia dei due re a dei due labirinti, da "The land of Midian Revisited" (1879) di R.F. Burton
tratto da "Racconti brevi e straordinari", a cura di Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges, pagine 84-85 edizione Franco Maria Ricci, traduzione di Gianni Guadalupi.



domenica 11 marzo 2018

Un cavallo come Dio comanda


Un arabo incontrò il Profeta e gli disse: «O apostolo di Dio! Mi piacciono i cavalli. Ci sono cavalli in Paradiso?» Il Profeta rispose: « Se vai in Paradiso, avrai un cavallo con le ali, e lo monterai e andrai dove vorrai.» L'arabo ribattè: «I cavalli che mi piacciono non hanno le ali.»

Thomas Patrick Hughes, A dictionary of islam (1935)
tratto da "Cielo e inferno" di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares
(editore Franco Maria Ricci 1972, pagina 119, traduzioni di Antonio Porta e Marcelo Ravoni)


(dipinto di George Stubbs)

lunedì 23 ottobre 2017

L'invenzione di Morel

( fonte )


Scomporre e ricomporre : è quello che fa la natura o un binomio di divinità capricciose, all'infinito ;
o che fa chi vuol scoprire i segreti di un meccanismo 
o  quello che ho fatto io per capire qualcosa de "L'invenzione di Morel", un romanzo del 1940 di Adolfo Bioy Casares, scrittore argentino legato  da un rapporto di amicizia e collaborazione al più noto connazionale J.L. Borges


Gli elementi in gioco non sono molti. 
C'è un'isola. Vi approda il protagonista, un uomo in fuga; sta cercando di sottrarsi all'ergastolo a cui è stato condannato. E' questo un primo elemento di cui tener conto.


 Approdando sull'isola, l'uomo si libera da qualcosa che lo avrebbe limitato, una prigione, uno spazio buio, chiuso (la caverna di Platone o, più semplicemente la materia, il corpo?). L'isola è un grande spazio aperto, bagnato dalla luce e dall'acqua (il mondo delle idee o un  paradiso?)


L'acqua è un elemento ricorrente nel romanzo; è la via attraverso cui l'uomo approda sull'isola; avvolge il protagonista che più volte al suo risveglio vi si ritrova immerso ( il grembo ? );
il suo movimento ciclico ( le maree ) costituisce l'energia propulsiva necessaria ad azionare l'invenzione di Morel;


l'acqua è in una delle tre costruzioni che stazionano solitarie sull'isola : una piscina, una cappella, un museo ( chiamato così, è in realtà una residenza ).
Il numero tre è ricorrente nel romanzo, così come il numero otto. Sono cifre che rimandano al trascendente, a ciò che supera la materia, all'infinito, all'eterno.
L'8 è il numero della resurrezione, della rinascita.  Ruotato di 90° è il simbolo dell'infinito.


Castel del Monte


Alla rinascita fanno pensare l'approdo sull'isola del protagonista, la presenza della piscina ( una fonte battesimale? ).
Al continuo ritorno rimandano le maree e il ripetersi di situazioni, di cui il protagonista è spettatore,  che hanno tutta l'apparenza della realtà e che costituiscono invece il prodotto di una invenzione, "l'invenzione di Morel", appunto.


Tra le "scene" ricorrenti a cui l'uomo assiste c'è quella di una donna, vestita in modo elegante ma antiquato, il cui incarnato ricorda quello di una zingara ( un riferimento ai tarocchi, al destino ? ), che  assorta, con un libro fra le mani,  guarda il tramonto, il termine del giorno. 
Il motivo  della fine  è presente nel romanzo tanto quanto quello dell'inizio. Per rinascere bisogna morire. L'immagine più forte in questo senso è quella della partenza degli "intrusi" dell'isola, ovvero delle  persone che figurano nelle scene realizzate da  Morel  attraverso il congegno che ha ideato; partono con una imbarcazione, consapevoli di andare incontro alla morte; ricordano il pallido carico di altri "legni" letterari, da Dante a Coleridge, a  Shiel.


Anche la morte è momento ineludibile, necessario per garantire l'eternità, la riproduzione del ciclo ( anche in senso cinematografico... ed è una riproduzione , questa, a cui il protagonista assiste ). 
Per non rovinare il piacere della lettura non dico altro. Aggiungo solo che, leggendo il romanzo, ho intravisto altre possibilità interpretative. Una di queste è suggerita dal binomio illusione/realtà : ciò che consideriamo concreto ha invece la sostanza dei sogni, delle visioni, visioni di qualcuno che, più in alto di noi,  ( ci ) sogna :  Morel?




p.s
Borges, parlando de l'invenzione di Morel, fornisce un  suggerimento:
"Bioy  rinnova letterariamente un' idea che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:


Sono già stato qui,
ma quando o come non so dire:
conosco quest'erba davanti alla mia porta,
quel dolce intenso odore,
quel rumore sospirante, quelle luci attorno alla costa...  "








p.p.s.

Ci sarebbe anche un'altra chiave di lettura,   più...sentimentale, più segreta 

 ( cito da pag. 109 della mia edizione ) :


Forse abbiamo sempre voluto che la persona amata avesse un'esistenza di fantasma


La frase, nel romanzo,  è in sordina: è riportata tra parentesi, quasi a confessare la verità inconfessabile.



Le  linee interpretative non si negano vicendevolmente. Un punto di vista più celeste ( o più terrestre ? ) del mio saprebbe come ricomporle. Io non ancora...ma mi sto attrezzando.


.

 Qui il trailer del film  "L'invenzione di Morel" di Emidio Greco


p.p.p.s.

Ho dato al post l'etichetta  "refrain"  non solo perchè nel libro c'è una situazione che si ripete: ho già pubblicato queste mie considerazioni sul romanzo di Bioy Casares nel mio precedente blog, Giac.ynta, quello che gestivo senza Giuliano ( che ha parlato del film tratto dal libro in una serie di post nel suo blog, giulianocinema  )  (qui ).

giovedì 27 ottobre 2016

Cocorita


Entrò in un bar - una casa verde, una specie di castelletto con i merli - all'angolo di via Meliàn con via Olazabàl. Dietro il banco c'era un individuo malaticcio e molto sporco. (...) Gauna ordinò una grappa. Dopo il terzo bicchiere sentì una voce gutturale, stridula e, secondo quanto gli sembrò, diabolica, che ripeteva: "La fortuna". Si voltò a destra e vide avanzare verso di lui, sull'orlo del banco, una cocorita. Più indietro, più in basso, rigidamente allungato su una piccola sedia, quasi sdraiato per terra, un uomo riposava, con la faccia rivolta al soffitto; accanto all'uomo, appoggiata alla spalliera di una sedia identica, c'era una cassetta che aveva nel mezzo, a modo di piede, un lungo palo. La cocorita insisteva: "la fortuna, la fortuna"; continuava ad avanzare e ormai era vicinissima. Gauna voleva pagare e andarsene, ma il barista era scomparso da una porta aperta sulla penombra del retrobottega. L'animale agitò le ali, aprì il becco, rizzò le sue piume verdi e, subito, recuperò la sua liscezza; poi fece un altro passo verso Gauna. Questi si rivolse all'uomo coricato sulla sedia.
- Signore, - gli disse - il suo pappagallino vuole qualcosa.
L'altro, immobile, rispose:
- Vuole indovinare la sua fortuna.