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lunedì 23 febbraio 2026

Il mistero di Trieste

foto di Daniel Diesenreither


 " Forse il mistero di Trieste, penso mentre porgo la valigia all'autista, sta tutto in questa luce abbagliante, che mette a nudo le cose, enfatizza gli spigoli, sottolinea i contrasti, lasciandoti inerme come un fuggitivo nel cono di una torcia che lo punta. Una luce troppo potente, che schiaccia le ombre, rendendo tutto evidente e indecifrabile nello stesso tempo. "

Mariolina Venezia, Ritorni




lunedì 26 gennaio 2026

Cartoline

 1.

Ho perso la mia strada a Donoratico;

perdo del tutto anche il mio senso pratico,

vedo là il mare, penso a Cesenatico.

Ma in tutto questo non c'è nulla di drammatico:

ho solo acceso l'idiota automatico.






2.

Cercando rime tra le brume a Radicondoli

cercando versi e ritmi e non trovandoli

cercando invano ritrovare Radicondoli

per la diritta via che era smarrita

nel mezzo del cammin di nostra vita...






3.

Indeciso fra Maldive e Maldiventre

fra la Sardegna e il mare tropicale

fra la barriera corallina e il caldo mare

che dalla Corsica fin qua mi chiama,

io m'abbandono alla bonaccia reticente.



                                          



4.

Inerpicato per le vie di Andorra,

l'asino arranca ed io non è che corra.

Il sole tutto quanto intorno indora,

io la mia meta non la vedo ancora,

lungo è il percorso e non v'è chi mi soccorra.





5.

Nella mia stanza di Bogotà

misuro il tempo che se ne va,

e con il metro la profondità

che mi separa dall'eternità:

lo spazio tempo, la lunghezza e vastità.




6.

Di bachi e di bruchi

di Nô e di Kabuki

io qui a Nagasaki

di api e di fuchi

di mele e di cachi

di enigmi e di voci

di cani mordaci

e tigri feroci

di donne senz'ombra

di amori passati

di vecchi valori

di vesti veloci

di sari e di sete

che sento frusciare -

ma è un'ombra, un tramonto,

io qui a Nagasaki...



7.

And I remember that lady in Jesi,

quietly walking, stepping so lazy,

dancing so slowly, so simply, so lightly,

driving me crazy,

lady of Jesi...






Le rime riportare sono di Giuliano Bovo

Le immagini sono di David Merveille








domenica 24 settembre 2023

IL FIUME

 



Cosa scorre nelle vene col mio sangue?                                                                                                    Lacrime e paglia, maestoso l'angue,                                                                                                                il corpo d'Adamo immane vi langue,                                                                                                              ed il mio corpo esaurito ed esangue.                                                                                                              Vi dorme il Drago, vi dorme il gran Serpente,                                                                                                vi scorre succo d'orina e di nepente,                                                                                                               vi scorre la Memoria ed anche il niente                                                                                                          vi scorre il sangue d'antenata gente.

Ed io contemplo, io che non son niente,

il grand'andare e il battito del cuore,

il gran venire e ritornare al cuore,

e il cupo e sordo strofinio di miei polmoni

ed il ronzio di fegato e rognoni

ed io li ascolto, io che non son niente.


Giuliano Bovo

 


martedì 22 agosto 2023

La Piazza San Marco di Goffredo Parise





Nel 1972 Anna Zanoli e il regista Luciano Emmer chiesero ad uomini di spicco del panorama culturale e politico italiano di scegliere un'opera, una piazza, una città, particolarmente amata e di raccontarla davanti alle telecamere. Nacque così il programma televisivo “Io e…” recuperabile oggi su Raiplay. Mi è capitato di scoprire qualche giorno fa una puntata in cui Goffredo Parise parla di Piazza San Marco e l’ho trovata decisamente bella. Per Parise, chi non capisce Piazza San Marco non capisce la dolcezza della vita. Ci vuole un atteggiamento infantile per cogliere la vitalità della piazza e quel che di fantastico che la connota, con i voli dei piccioni, i “Do mori” che si animano per battere le ore, le orchestrine dei Caffè, gli scorci bui da cui la si è vista, grande e luminosa, la prima volta, come è successo da bambino allo scrittore.

Lascio qui il link per vedere la  trasmissione :)



mercoledì 16 agosto 2023

Friedrich nei film di Wenders e Herzog

Propongo uno scritto di Giuliano di qualche anno fa!

Buona lettura!



Di Caspar David Friedrich (1774-1840) la mia fedele Garzantina dice: «Pittore tedesco. Esponente del Romanticismo.» Due righe scarse, seguite dall’elenco di qualche suo quadro, come “Il viaggiatore sopra il mare di nebbia”, che è del 1818 e rappresenta un uomo, di spalle, che contempla l’abisso in piedi sopra una roccia, sulle Alpi tedesche.
Ho conosciuto Friedrich grazie alle copertine dei dischi, soprattutto Schubert ma anche Beethoven, Weber, Schumann. L’abbinamento tra Friedrich e i grandi romantici di area tedesca è un raro esempio di perfetta coincidenza tra ciò che si vede e ciò che si ascolta.









Il viaggiatore del quadro è “Der Wanderer”: non un viaggiatore qualsiasi o un turista, ma colui che è in cerca: di se stesso, del suo rapporto con gli altri, del significato della vita.

WANDERERS NACHTLIED I
(Canto del viandante notturno, n.1)
(Goethe 1780, musicato da Schubert intorno al 1823)

Der du von dem Himmel bist,
Alles Leid und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest,
Ach! ich bin des Treibens müde!
Was soll all der Schmerz und Lust?
Süßer Friede, Komm, ach komm in meine Brust!

(O tu che sei del cielo, e ogni pena e ogni dolori acquieti, e ricolmi di consolazione chi è due volte misero, ah! Io sono stanco di tutto questo affannarsi. A che serve tanto dolore, e tanta gioia? Dolce pace, vieni, ah vieni, nel mio petto...)




WANDERERS NACHTLIED II
(Canto del viandante notturno, n.2)
(Goethe 1776, musicato da Schubert nel 1815)

Über allen Gipfeln ist Ruh,
in allen Wipfeln spürest du kaum einen Hauch;
die Vögelein schweigen im Walde,
warte nur, balde ruhest du auch!

(Su tutte le vette è pace, in tutte le cime degli alberi si ascolta appena un respiro; i piccoli uccelli tacciono nel bosco. Ascolta ancora, aspetta, presto anche per te ci sarà riposo.)





ATLANTE (Der Atlas)
Heinrich Heine, 1797-1856 (musicato da Franz Schubert, "Der Schwanengesang, pubblicato postumo nel 1828)

Ich unglücksel'ger Atlas! Eine Welt,
Die ganze Welt der Schmerzen muß ich tragen.
Ich trage Unerträgliches, und brechen
Will mir das Herz im Leibe.
Du stolzes Herz, du hast es ja gewollt!
Du wolltest glücklich sein, unendlich glücklich,
Oder unendlich elend, stolzes Herz,
Und jetzo bist du elend.

(Io, sventurato Atlante! Un mondo, l’intero mondo del dolore, devo portare sulle mie spalle. Sopporto l’insopportabile, e il cuore mi si vuole spezzare nel petto. Cuore orgoglioso, tu l’hai voluto: volevi essere felice, infinitamente felice; oppure infelice infinitamente. Cuore orgoglioso, eccoti infelice in eterno.)







Venne e sedette al mio fianco,
ma non mi destai.
Che sonno sciagurato fu quello,
me miserabile !
Venne nel silenzio della notte;
teneva in mano la sua arpa
e i miei sogni risuonarono
delle sue melodie.
Ahimè, perché le mie notti
vanno sempre perdute così?
Perché manco sempre la visione di colui
il cui alito sfiora il mio sogno ?

(Rabindranath Tagore, Gitanjali, XXVI )






Se vuoi così, smetterò di cantare.
Se fa sussultare il tuo cuore,
distoglierò i miei occhi dal tuo volto.
Se ti fa trasalire all'improvviso,
mentre passeggi, mi trarrò in disparte
e prenderò un'altra strada.
Se ti confonde mentre intrecci i fiori,
eviterò il tuo giardino solitario.
Se troppo agita l'acqua,
non vogherò vicino alla tua spiaggia.

(Rabindranath Tagore Il Giardiniere, XLVII )




A mezzanotte, colui che voleva essere asceta
annunciò: « Questo è il tempo di lasciare
la mia casa, e andare di Dio in cerca.
Ah, chi tanto a lungo in quest'illusione mi trattenne? »
Dio sussurrò: « Io. » -
ma l'uomo aveva le orecchie turate.
Con un bimbo addormentato al seno
sua moglie dormiva tranquilla
su un lato del letto.
L'uomo disse: « Chi siete voi,
che per tanto tempo m'avete ingannato ? »
Ancora la voce mormorò:
« Essi sono Dio. » -
ma egli non intese.
Il bimbo pianse nel sonno e si strinse
accanto alla madre.
Dio comandò:
« Fermati, sciocco, non abbandonare la tua casa ! » -
ma ancora non udì.
Dio disse tristemente, sospirando:
« Perché il mio servo m'abbandona
per andare a cercarmi ? »

(Rabindranath Tagore Il Giardiniere, LXXV )




Caspar David Friedrich è citato esplicitamente nei primi film di due grandi autori tedeschi, Wim Wenders e Werner Herzog; e anche in molti altri film di altri autori, ma bisogna pur limitarsi. Herzog e Wenders hanno sempre avuto grande attenzione alle immagini, e Friedrich rappresenta solo un momento della loro produzione. Del resto, con le immagini dai film di Herzog e Wenders ho già riempito le pagine di questo sito: sono tutte qui in archivio e il link è qui alla fine del post.




Va detto che non sono particolari che si notano durante la proiezione o la visione del film; oggi con il dvd a casa è possibile guardare il film come si faceva con la moviola, fotogramma per fotogramma; e fermare le immagini che più colpiscono. Magari si sta cercando qualcos'altro, e invece si trovano queste meraviglie.
Non tutti i film si meritano una simile attenzione, alcuni sì: primo fra tutti, “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick, dove non esiste un fermo immagine che non sia così perfetto da meritare di essere esposto in un quadro e una cornice. ma non solo. E’ stato così, passando i film di Herzog e di Wenders al computer, che ho pescato queste meraviglie.
I film da cui ho tratto le immagini sono: “Cuore di vetro”, “Kaspar Hauser” e “Woyzeck” di Werner Herzog; “La lettera scarlatta” e “Falso movimento” di Wim Wenders. L'isola del finale di "Cuore di vetro" è Skellig Rock, in Irlanda.






links:

domenica 23 luglio 2023

Portobuffolè


 

"Non aveva mai viaggiato, solo una volta si perse in bicicletta e arrivò all'alba in un paese di nome: Porto Buffolé. Udì il nome dagli abitanti, si spaventò pensando di essere al mare e corse via. Dopo un po' si fermò su un ponte molto curvo e senza acqua e si guardò intorno: non c'era né il porto né il mare ma una grande distesa di prati di molte qualità di erba, falciati e da falciare, illuminati all'orizzonte da una luce verdastra di temporale. Forse i prati finivano davvero nel mare, ma molto lontano un campanile pendente e appuntito stava sospeso su una fascia di pioggia. Dove era il porto e dove era il mare? Questa domanda rimase sempre senza risposta e spesso, fumando seduto per terra nei campi, pensava a Porto Buffolé."

Goffredo Parise,  " Sillabari", ed. Adelphi

venerdì 14 luglio 2023

La stanza del padre

 

( fonte )

Nella stanza di suo padre le pareti erano coperte di tappezzerie dorate. Vi si respirava l'odore caldo e accogliente del tè, che il Rabbi beveva da un bicchiere dipinto di rosso. Fumava sottili sigarette profumate,
che mandavano nell'aria immobile alte colonne di fumo azzurrastro che si condensavano in nuvole leggere. Nella credenza di mogano erano allineati barattoli di spezie il cui odore filtrava dalle antine di vetro.

A volte vedeva il padre che, chino sopra un libro, cantava sommessamente. Lo vedeva alzare gli occhi quando lui entrava nella stanza, e sorridergli, non già come un padre, ma come un giovane compagno. " Ebbene, Nahum," gli diceva " come vanno i tuoi studi?"


    I.J. Singer, " Yoshe Kalb", ed. Adelphi

sabato 25 marzo 2023

Cartoline



1.

Ho perso la mia strada a Donoratico;
perdo del tutto anche il mio senso pratico,
vedo là il mare, penso a Cesenatico.
Ma in tutto questo non c'è nulla di drammatico:
ho solo acceso l'idiota automatico.




2.

Cercando rime tra le brume a Radicondoli
cercando versi e ritmi e non trovandoli
cercando invano ritrovare Radicondoli
per la diritta via che era smarrita
nel mezzo del cammin di nostra vita...







3.

Indeciso fra Maldive e Maldiventre
fra la Sardegna e il mare tropicale
fra la barriera corallina e il caldo mare
che dalla Corsica fin qua mi chiama,
io m'abbandono alla bonaccia reticente.







 

4.

Inerpicato per le vie di Andorra,
l'asino arranca ed io non è che corra.
Il sole tutto quanto intorno indora,
io la mia meta non la vedo ancora,
lungo è il percorso e non v'è chi mi soccorra.






5.

Nella mia stanza di Bogotà
misuro il tempo che se ne va,
e con il metro la profondità
che mi separa dall'eternità:
lo spazio tempo, la lunghezza e vastità.






 

6.

Un cuore freddo come la Siberia;
e nella mente come un vuoto d'aria
a rimarcare che le mie parole
sono svanite come neve al sole:
ed è una nuvola nera che par seria...



 

7.

Di bachi e di bruchi
di Nô e di Kabuki
io qui a Nagasaki
di api e di fuchi
di mele e di cachi
di enigmi e di voci
di cani mordaci
e tigri feroci
di donne senz'ombra
di amori passati
di vecchi valori
di vesti veloci
di sari e di sete
che sento frusciare -
ma è un'ombra, un tramonto,
io qui a Nagasaki...



I testi e i disegni sono di Giuliano Bovo 


venerdì 17 febbraio 2023

In penombra

 

(fonte dell'immagine)


Una minuscola stanza in penombra può diventare un mondo. C'è un'infinità di pensieri che possono nascere guardando un soffitto di cartone o una conduttura d'acqua che passa in alto, da una parete all'altra. Più che pensieri sono immagini, e sembrano generare dalle cose presenti, anche se le cose presenti non
hanno niente a che fare. E ciò che è meraviglioso è che esse riempiono del tutto la mente, e sempre una nuova immagine fantasticamente fa dimenticare quella di prima, di modo che non ne rimane angoscia o rimpianto.

Da "Il seme tra le spine" in " Tutti i racconti" di Giuseppe Berto, ed. Bur






venerdì 13 gennaio 2023

Imarhan - Achinkad

 



Un clic qui per l'ascolto

info sulla band qui


venerdì 9 dicembre 2022

Nella grande solitudine

fotogramma di Salmonberries


 Dal racconto "Nella grande solitudine" in Le civette impossibili di Brian Phillips


Colin aveva un modo fascinosamente bizzarro di continuare a guardarti negli occhi pur morendo di imbarazzo per il fatto di essere osservato - lo stesso che potrebbe avere tua cugina dark quindicenne. E' una cosa che ho notato più volte negli abitanti delle zone remote dell'Alaska, la sensibilità totale e indifesa nei confronti degli sconosciuti. Era come se l'isolamento avesse impedito loro di rendersi insensibili alla presenza degli altri. Quando cammini per strada a Manhattan riesci magari a intuire che ogni persona che incroci è una costellazione di memorie e sensazioni vasta e unica quanto quello che hai dentro tu, ma è impossibile apprezzarlo davvero, una persona dopo l'altra: diventeremmo pazzi. Vivere tra la folla ci anestetizza all'effetto dei volti. La terra incognita di ogni sguardo, come la chiamava Saul Bellow. Ma se ti fai due passi nell'Alaska remota, anche solo per comprarti un sacchetto di patatine al negozio del paesino, spesso la reazione che ottieni è tipo: SALVE, VASTO E TERRIFICANTE COSMO DELLA PERSONALITA'. I varchi sono spalancati.

 

 

venerdì 25 novembre 2022

Sandy Denny, " The sea"




Un clic Qui per l'ascolto

Qui uno scritto di Giuliano su Sandy Denny








giovedì 5 maggio 2022

Sotto il sole

dipinto di Filippo Palizzi




E tu anche, Sicilia, isola mia, ti davi il rosso alle labbra, tornavi a civettare con la vita di nuovo. Sotto il sole che non s’è mai accorto di niente, non sa d’invasioni, grandini, mafie, alleva solo imparzialmente vespe su questa cesta di fichi e mosche su quell’ucciso, sotto un ulivo sciancato.

da "Argo il cieco" di Gesualdo Bufalino

mercoledì 19 maggio 2021

Il sogno di Opale

 Un "carotaggio letterario" di

Il sogno di Opale di Subhaga Gaetano Failla

ed. Ensemble

Le illustrazioni sono di Davide Bonazzi (fonte )



Lontano



Lui poteva scegliere adesso il tempo in cui mangiare e quello del sonno e del risveglio, l'ora dello studio e se morire di fame o d'angoscia oppure sopravvivere e rinascere.




                                                                    

A Opale


L'ultima dimora era stata una stanzetta così minuscola che se allargava le braccia per sbadigliare toccava con una mano il muro e con l'altra l'armadio. Ma c'era una grande finestra, un'apertura che dava sulla valle. Talvolta Gesualdo sedeva in equilibrio sul davanzale e restava incantato a osservare i colli e i cipressi e le oscillazioni di verde, del placido ondeggiare di un mare vegetale, e le casupole diradate e il bel cielo di tela antica, come nei dipinti rinascimentali.












Nella metropoli


notò una giovane donna, ferma nella macchina al semaforo, utilizzare quei pochi secondi per passarsi il rossetto sulle labbra, prima di tornare alla guida allo scattare del verde. Davvero inconcepibile, per uno come lui abituato a svegliarsi e a mettersi in azione con lentezza, e vissuto nelle consuetudini di un'esistenza che scorreva come un fiume torpido, quasi regolata ancora dal ritmo delle stagioni.




Autostop


Passarono ore e ore sotto il sole , avvolti dal profumo di nepitella, di origano e rosmarino, assetati e affamati. Talvolta, per rimandare un poco l'arsura e la fame, mangiavano ciuffi di finocchio selvatico che cresceva ai margini della strada.




La neve 

Il giorno successivo nevicò. Ognuno si attaccò di nuovo alle sbarre della finestra. La neve cadeva a fiocchi fitti, precipitava verso la strada a strapiombo dalla sommità, molto alta del carcere. Era un incanto, una meraviglia silenziosa. Le guardie non vennero a intimare di scendere dalle finestre. Eppure, quella comunicazione - ogni compagno restò per qualche secondo in segreta sintonia con la nevicata - era più pericolosa del contatto con un corteo di protesta. Si chiama poesia e mette radici profonde e salde che gli accidenti e le mutevolezze storiche difficilmente riescono a scuotere.
 







Nella città di Alice

si erano dati appuntamento compagni di mezza Europa. (...) per le strade e le piazze era (...) uno sciamare di orchestrine improvvisate, di chiacchierate all'aperto, di conferenze nelle aule universitarie sui temi più svariati, di scene teatrali messe in piedi in un attimo tra la folla festante dei compagni, durante gli ultimi giorni di un'estate eterna.




Il posto delle fragole

Ancora storditi dall'emozione, si erano ritrovati fuori, nella stradina del cinema ricoperta di neve caduta durante la proiezione. Sembrava un altro sogno creato da Bergman




Un risveglio

Al mattino si accorsero di aver dormito in una immensa area archeologica in fase di scavo. Erano stati forse protetti dalle antiche divinità, nessun acquazzone aveva guastato l'ultima notte del viaggio.






Il palco

...il palco crollò ma non completamente. Si adagiò di lato come un animale stanco e schiacciò parte del territorio del mondo nascosto.
(...)
Qualche giornalista si affrettò a cercare simbologie di fine di un'epoca o di un sogno, in quel crollo del palco, dettate dalla concezione dominante di un tempo lineare. Nel tempo ciclico, invece, il palco precipita e si erge infinite volte, senza punti di inizio né di fine, come nella circonferenza di un cerchio.




Sullo sfondo il palco del Festival internazionale dei poeti a Castelporziano







lunedì 10 maggio 2021

I fari della solitudine

 

da “Diario di un naufrago felice” di Paolo Cossato


Ar-Men:  il nome significa in bretone roccia ancorata sulla pietra. Ed è una roccia a trentacinque miglia dall’Isola di Sein, a nord-ovest delle coste francesi sull’Atlantico. Ma è più noto ai guardiani dei fari come Enfer des Enfers, inferno degli inferni, poiché a volte le onde arrivano quasi a sfiorare il culmine dei suoi trentasette metri. Si erge sul mare che bagna la regione della Francia un tempo detta Finistère. Finis terrae,  il confine della terra: così lo  si chiamava in tempi lontani, e Finsternis in tedesco significa tenebra. Nella tenebra affondava lo sguardo rivolto verso il confine segnato dalla notte e dalle acque dell’oceano. Costruito tra il 1867 e il 1881, la sua luce oggi si coglie ad oltre venti miglia in un bagliore intermittente ogni quindici secondi.

venerdì 3 luglio 2020

Situazione di stallo


... e in basso, l'ultimo metro di palazzo sopra l'acqua che hai sfondato, e dentro vedi i pali nudi... ma cos'è? Moto ondoso, quella cosa che ribalta le gondole in bacino, questo è moto ondoso (...) Sopra ogni palo a nudo sotto la fondamenta, una pantegana cariatide. Viva, ma ferma. Se si muove la pantegana viene giù il palazzo tanto così. C'è un gatto a sorvegliarla sulla riva, uno per ogni pantegana. E' stallo, da anni. L'unica bestia che ancora si muove, nei canali, è il mototopo.

da "Il Milione, quaderno veneziano" di Marco Paolini, anno 1998 (qui)



(Zhu Ling, 1820-1850)

martedì 30 giugno 2020

Città morte

Mahendraparvata, Cambodia | Ancient cities, Ancient ruins, Ancient ...
rovine di Mahendraparvata

Queste città giacciono, sprofondate in mezzo a orribili foreste, sotto i cieli deserti e bianchi. Le liane, le erbe, i rami morti coprono e ingombrano i sentieri che furono grandi viali popolosi, da cui il rumore dei carri, delle armi e delle canzoni è svanito.
Niente aliti di vento, niente fogliame, non una fontana nel silenzioso orrore di quelle regioni. Perfino i bengalini, qui, si allontanano dai vecchi ebani, che altrove sono i loro alberi. Tra le macerie, accumulate nelle radure, si slanciano immense e mostruose eruzioni di fiori altissimi - striati d'azzurro, con sfumature di fuoco, venati di cinabro, simili alle radiose spoglie di una miriade di pavoni dispersi -, calici funesti dove ardono, sottili, gli spiriti del Sole.


Villiers de l'Isle-Adam, Racconti crudeli, ed. Mondadori
Traduzione di Giuseppe Montesano

venerdì 15 maggio 2020

L'orco delle gravine




Le gravine sono profonde incisioni carsiche diffuse tra Puglia e Basilicata; quelle di cui ho esperienza diretta, per averle esplorate da ragazza con un gruppo di amici, sono quelle di Laterza e Matera. Sulle loro pareti si aprono cavità, grotte che non sono state visitate solo dalla fauna tipica della Murgia ma abitate anche da monaci e eremiti che hanno modellato il loro interno fino a ottenere giacigli, nicchie, altari, sedili di pietra e che hanno lasciato sulle pareti calcaree affreschi con soggetti religiosi.




Mi ha riportato alle gravine e all’atmosfera remota che è loro peculiare un film di qualche anno fa di Matteo Garrone, “Il racconto dei racconti”.  Garrone rivisita in chiave cinematografica tre narrazioni della raccolta di fiabe di Gianbattista Basile, Lo cunto de li cunti.
Per rappresentare la terza storia, quella narrata ne La pulce, Garrone sceglie come scenario Castel del Monte e le gravine pugliesi.


Un orco, dopo aver sciolto un impossibile indovinello posto da un re, riceve in premio la mano della figlia del sovrano, Viola.  Il re resta solo e beffato e Viola viene trascinata dall’orco verso un luogo inaccessibile e remoto, una grotta scavata su un’altura rocciosa.
Con sorpresa, osservando l’orco scalare la ripida parete e raggiungere la sua dimora con in spalla la povera, terrorizzata Viola, ho provato il piacere ( mettendo da parte per un momento la pena provata per la principessa )  di riconoscere i tratti tipici delle gravine.


 La conferma mi è stata data dalla visione degli interni di quella che sarebbe diventata la prigione della sfortunata Viola.




Le sequenze sono molto belle; Garrone riesce a restituire i tratti tipici dell’ambiente del quale elementi essenziali non sono solo la roccia e la macchia mediterranea (la memoria olfattiva mi ha fatto sentire l’odore del timo, del cappero, del fico.. ) ma anche e soprattutto  il silenzio interrotto dal volo del greppio e del grillaio o dal fremito appena percettibile delle piante basse radicate al suolo; anche il cielo, se rapportato alla grigia e severa massa calcarea che grava  sul paesaggio, pare più leggero e azzurro.


Bellissimo  il momento in cui Viola viene salvata da una famiglia di acrobati che tendono un filo tra le pareti della gravina e consentono alla principessa ( ma solo per poco ) di sfuggire all’orco.


Mi piacerebbe raccontare anche dell’indovinello del re  che ha a fare con il titolo della fiaba di Basile, La pulce;  magari lo farò un’altra volta..




Qui un'intervista a Matteo Garrone
Qui una sequenza del film ( una scena girata nel federiciano Castel del Monte )
Qui info sulle gravine

Le immagini sono fotogrammi del film "Il racconto dei racconti"  di Matteo Garrone


lunedì 11 maggio 2020

Beagle


Snoopy è un beagle, e beagle in italiano diventa "bracchetto", penso che questo lo sappiano tutti; ma si chiamava Beagle anche la nave dove viaggiò, negli anni '30 dell'Ottocento, il giovane Darwin. Nell'ottimo film BBC del 1978, dove si ricostruisce il viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, viene mostrata anche la polena della nave, che riproduce appunto il bracchetto (qui al minuto 44 della prima puntata). Non so se questo dettaglio sia vero, nelle illustrazioni d'epoca non si vede ma può ben darsi che ci sia stato.

 
Il sito www.agraria.org  porta questa descrizione del Beagle: «Molto utilizzato in passato e ancora oggi nella caccia alla piccola selvaggina, il Beagle è una razza piuttosto antica. Già nel secolo XIII veniva menzionata in alcuni poemi. Fu la razza prediletta di Elisabetta I. E’ stato introdotto in moltissimi paesi europei, con eccellenti risultati. In Francia è, senza dubbio, la razza canina più popolare. In Gran Bretagna, come la maggior parte delle razze da caccia, sono allevati per due scopi ed in due diversi modi: si allevano i Beagle da caccia e si allevano i Beagle da esposizione e compagnia. In Italia e in tutti paesi affiliati alla FCI lo standard è unico. In Francia questa razza fu importata intorno al 1860 e divenne con il passare del tempo un cane molto ricercato per le sue doti e prestazioni nella caccia; l’Inghilterra così venne superata nella popolarità di questo tipo di cane, perché per loro non era da considerarsi un buon cane da caccia, date le sue dimensioni ridotte e la sua moderata velocità. La sua diffusione in Italia è avvenuta negli ultimi decenni, ma il suo ruolo, per la maggior parte dei casi, è solo quello di cane da compagnia.»
 


Il fumetto di Snoopy viene dal mensile "Linus", anni '70; la foto dei cuccioli di beagle viene dal sito www.agraria.org  ; il disegno del Beagle di Darwin l'ho trovato sul magnifico blog http://annalisasanti.blogspot.com