Visualizzazione post con etichetta costellazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta costellazioni. Mostra tutti i post

lunedì 27 gennaio 2020

Notizie dal cielo


Emanuele Kant riconosceva due meraviglie nel creato: il cielo stellato sopra il suo capo, e la legge morale dentro di lui. Lasciamo da parte la legge morale: abita in tutti? E' vero, si può ammettere che sia congenita in noi, nasca con noi, e nel corso di ogni singola vita si evolva e maturi, o invece degeneri e si spenga? Ogni anno che passa accresce i nostri dubbi; davanti alla necrosi politica che affligge il nostro Paese, e non solo il nostro; davanti alla corsa insensata verso il riarmo nucleare, non si sfugge al sospetto che sulla legge morale prevalga un principio perverso, per cui acquista potere chi di questa legge, che sentiamo unica in ogni tempo e luogo, cemento di tutte le civiltà, non sa che farsene e non ne percepisce il pungolo, é senza e sta bene senza. Il cielo stellato invece rimane: sta sul capo di tutti, anche se noi cittadini lo possiamo vedere di rado, offuscato dai nostri fumi, stretto fra i tetti, offeso dalle antenne Tv. (...)
 Quando lo scorgiamo nelle notti serene, da un qualche osservatorio lontano dalle nostre luci disturbatrici, è ancora sempre quello: il suo fascino non è mutato. Le «vaghe stelle dell’Orsa» sono quelle che ridavano pace a Leopardi, la W di Cassiopea, la Croce del Cigno, Orione gigantesco, il triangolo di Boote affiancato dalla Corona e dalle Pleiadi care a Saffo, sono ancora sempre quelli, abbiamo imparato a conoscerli da bambini e ci hanno accompagnato per tutta la vita. E' il cielo "delle stelle fisse", immutabile, incorruttibile; l'antagonista del nostro mondo terrestre, il nobile-perfetto-eterno che abbraccia e avvolge l’ignobile-mutevole-effimero.

E invece non ci è più lecito guardare alle stelle così, in questo modo ingenuo e riduttivo. Il cielo dell’uomo d'oggi non è più quello. Abbiamo imparato ad esplorarlo con i radiotelescopi, ed a mandare in orbita strumenti capaci di cogliere le radiazioni che l'atmosfera intercetta: ora siamo obbligati a sapere che le stelle visibili dai nostri occhi, nudi od aiutati, sono una minoranza esigua; il cielo si sta rapidamente popolando di una folla di oggetti nuovi, insospettati.
Cent’anni fa, l’universo era puramente ottico; non era molto misterioso, e si riteneva che lo sarebbe diventato sempre meno. Appariva amico e domestico: ogni stella era un sole come il nostro, più grande o più piccola, più calda o meno, ma non eterogenea; alcune erano in realtà un po’ inquiete, qualche stella nuova era comparsa, ma tutto faceva pensare che il disegno dell'universo fosse dappertutto lo stesso. Gli spettroscopi mandavano messaggi rassicuranti: niente paura, nelle stelle c’era idrogeno, elio, magnesio, sodio, ferro, le materie prime dei chimici nostrani. Si riteneva probabile che ogni stella-sole avesse il suo corteggio di pianeti: alcuni astronomi (primo fra tutti Camille Flammarion, il divulgatore infaticabile ed entusiasta) asserivano anzi che doveva averlo, altrimenti non avrebbe avuto ragione d’esistere. Infatti ogni pianeta, ivi compresi quelli del nostro Sole, doveva essere albergo di vita, o esserlo stato, o essere destinato a diventarlo in futuro: osservatori dagli occhi troppo acuti vedevano sulla Luna fumi e luci fugaci, e su Marte reti di canali troppo regolari e geometrici per essere opera solo della natura. Un universo abitato solo da noi, così imperfetti, sarebbe stato un'immensa macchina inutile.

Ora il cielo che pende sopra il nostro capo non è più domestico. Si fa sempre più intricato, imprevisto, violento e strano; il suo mistero cresce invece di ridursi, ogni scoperta, ogni risposta alle vecchie domande fa nascere miriadi di domande nuove. Copernico e Galileo avevano sbalzato l'umanità dal centro del creato: non era stato che un trasloco, da cui pure molti si erano sentiti destituiti ed umiliati. Oggi ci accorgiamo di ben altro: che la fantasia dell’artefice dell’universo non ha i nostri confini, anzi, non ha confini, e sconfinato diventa anche il nostro stupore. Non solo non siamo il centro del cosmo, ma ne siamo estranei: siamo una singolarità. E' strano l’universo per noi, noi siamo strani per l’universo.
Generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini immancabili nella poesia popolare ed in quella sublime; con la parola "stelle" Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema. Le stelle d’oggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura. Sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensì altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni.
L'anagrafe dei mostri celesti si allunga a dismisura: a descriverli, il nostro linguaggio di tutti i giorni fallisce, è inetto.(...)

Non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed all'esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri. Queste notizie dal cielo sono una sfida alla nostra ragione.
E' una sfida da accettare. La nostra nobiltà di fuscelli pensanti ce lo impone: forse il cielo non farà più parte del nostro patrimonio poetico, ma sarà, anzi è già, nutrimento vitale per il pensiero. E' possibile che il nostro cervello sia un unicum nell'universo: non lo sappiamo, né probabilmente lo sapremo mai, ma sappiamo già fin d’ora che è un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta. Non neghiamogli alimento, non cediamo al panico dell’ignoto. Forse spetterà a loro, agli studiosi degli astri, dirci quanto non ci hanno detto, o ci hanno detto male, i profeti ed i filosofi: chi siamo, donde veniamo, dove andiamo.
L’avvenire dell'umanità è incerto, anche nei paesi più prosperi, e la qualità della vita peggiora; eppure io credo che quanto si va scoprendo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio. Quanto alcuni pochi stanno audacemente acquistando nella conoscenza del mondo fisico farà sì che questo periodo non sarà giudicato un puro ritorno alla barbarie.

Primo Levi, da "L'altrui mestiere" pagine 172-175  

illustrazioni: una mappa stellare del 1600; Preissiger 1851, un libro scolastico francese

domenica 17 febbraio 2019

Ferro


Tutte le stelle catalizzano fino al ferro, che è la cenere ultima delle reazioni termonucleari; o bruciano direttamente l'idrogeno fino a divenire ferro. Se io prendo questo piatto, dice Freeman Dyson, e lo lascio qui per un tempo immenso, dieci alla trenta anni, anzitutto assumerà una forma sferica, perché la forza reciproca di gravità delle varie parti dell'oggetto induce transazioni atomiche lente, per cui un atomo si muove sempre di più verso il baricentro dell'oggetto. Su tempi così lunghi qualsiasi oggetto è praticamente liquido e prende una forma sferica: non esistono oggetti rigorosamente solidi. Su un tempo ancora più lungo c'è sempre una probabilità piccolissima ma finita di catalisi delle reazioni termonucleari, per cui nuclei contigui ma non sovrapposti di atomi diversi possono fondersi e dare luogo al ferro con sviluppo di energia. Un corpo del genere sviluppa sempre un po' di energia, convertendosi lentamente in ferro. Così l'universo si riempie di biglie di ferro: la Luna diventa una biglia di ferro, e altrettanto fanno la Terra e i pianeti.


(il fisico Tullio Regge, da "Dialogo" di Primo Levi e Tullio Regge, ed. Comunità / Oscar Mondadori 1984, pag.50)



(illustrazione da un libro dell'astronomo Thomas Wright, 1750)


mercoledì 13 giugno 2018

Stella mattutina

Il pianeta Venere, quando ancora non si sapeva che era un pianeta, veniva chiamato sia "Stella della Sera" che "Stella del Mattino", perché nell'antichità non solo si ignorava che fosse un pianeta ma si pensava anche fossero due stelle diverse. E' attribuita a Pitagora la scoperta che si tratta sempre dello stesso corpo celeste, ma di più io non ne so, so solo che questa melodia di Richard Wagner, dall'opera "Tannhäuser", è una delle più belle che ho ascoltato, in assoluto. Secondo me ha un solo difetto: è troppo breve. E' il canto che accompagna la salita in cielo di Elisabeth, la futura Santa Elisabetta d'Ungheria: Wagner si occupava anche di queste cose.



(Willy Pogany, 1911)
qui l'aria di Wolfram
qui l'ouverture dal Tannhäuser


O du, mein holder Abendstern,
wohl grüsst' ich immer dich so gern:
vom Herzen, das sie nie verriet,
grüsse sie, wenn sie vorbei dir zieht,
wenn sie entschwebt dem Tal der Erden,
ein sel'ger Engel dort zu werden!


O tu, mia dolce stella della sera,
volentieri sempre ti salutai:
da quel cuore che non l'ha mai tradita
salutala quando ti passerà innanzi,
quando si librerà dalla valle terrena,
per diventare lassù un angelo beato!

(traduzione letterale di Guido Manacorda, edizione Sansoni)


giovedì 19 ottobre 2017

Un'unica stella




Il cane l’orsa maggiore il cane minore l’auriga
la chioma di berenice andromeda arturo la lira
l’orsa minore perseo l’auriga il cane minore
andromeda cassiopea l’orsa maggiore le pleiadi
impeccabile solo il nord trafitto da un’unica stella.

( Toti Scialoja, da Le costellazioni )





                                                      





                                    





                                     (Cellarius, Harmonia macrocosmica)