sabato 26 agosto 2023

Columbidæ



- E’ ago-sto! E’ ago-sto! E’ ago-sto! – mi dice la tortora, insistente.
- Ma no che non è agosto, è vero che ho voltato il foglio del calendario ma non è agosto: è luglio.
Ma lei insiste: è agosto, è agosto, è agosto.
Il giorno dopo, ancora:
- Fa caldo, lo so anch’io, ma non è mica ancora agosto! Anche a luglio fa caldo, non serve mica che sia agosto.
Alla fine, si convince; smette di dire che è agosto e comincia a chiamare Rodolfo. O forse, chissà, Rodolfo è proprio il suo nome:
- Rhodòl-fo! Rhodòl-fo! Rhodol-fo!
Altre volte, il nome è Leopoldo; altre volte ancora, dice una frase di più sillabe, del tipo “lo riconosco”:
- Lo riconòs-co! Lo riconòs-co!
E via per tutto il giorno. Ma, intanto, sono riuscito a farle capire che non è agosto, ed è già qualcosa.



PS: le allucinazioni auditive, se avete a che fare con una tortora per più di un quarto d’ora, sono da considerarsi più che normali. Se proprio non ne potete più, andate fuori a dare un’occhiata: le tortore sono piuttosto belle, e anche decisamente buffe quando si muovono.
La foto della tortora viene da http://cinciamogia.wordpress.com


martedì 22 agosto 2023

La Piazza San Marco di Goffredo Parise





Nel 1972 Anna Zanoli e il regista Luciano Emmer chiesero ad uomini di spicco del panorama culturale e politico italiano di scegliere un'opera, una piazza, una città, particolarmente amata e di raccontarla davanti alle telecamere. Nacque così il programma televisivo “Io e…” recuperabile oggi su Raiplay. Mi è capitato di scoprire qualche giorno fa una puntata in cui Goffredo Parise parla di Piazza San Marco e l’ho trovata decisamente bella. Per Parise, chi non capisce Piazza San Marco non capisce la dolcezza della vita. Ci vuole un atteggiamento infantile per cogliere la vitalità della piazza e quel che di fantastico che la connota, con i voli dei piccioni, i “Do mori” che si animano per battere le ore, le orchestrine dei Caffè, gli scorci bui da cui la si è vista, grande e luminosa, la prima volta, come è successo da bambino allo scrittore.

Lascio qui il link per vedere la  trasmissione :)



mercoledì 16 agosto 2023

Friedrich nei film di Wenders e Herzog

Propongo uno scritto di Giuliano di qualche anno fa!

Buona lettura!



Di Caspar David Friedrich (1774-1840) la mia fedele Garzantina dice: «Pittore tedesco. Esponente del Romanticismo.» Due righe scarse, seguite dall’elenco di qualche suo quadro, come “Il viaggiatore sopra il mare di nebbia”, che è del 1818 e rappresenta un uomo, di spalle, che contempla l’abisso in piedi sopra una roccia, sulle Alpi tedesche.
Ho conosciuto Friedrich grazie alle copertine dei dischi, soprattutto Schubert ma anche Beethoven, Weber, Schumann. L’abbinamento tra Friedrich e i grandi romantici di area tedesca è un raro esempio di perfetta coincidenza tra ciò che si vede e ciò che si ascolta.









Il viaggiatore del quadro è “Der Wanderer”: non un viaggiatore qualsiasi o un turista, ma colui che è in cerca: di se stesso, del suo rapporto con gli altri, del significato della vita.

WANDERERS NACHTLIED I
(Canto del viandante notturno, n.1)
(Goethe 1780, musicato da Schubert intorno al 1823)

Der du von dem Himmel bist,
Alles Leid und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest,
Ach! ich bin des Treibens müde!
Was soll all der Schmerz und Lust?
Süßer Friede, Komm, ach komm in meine Brust!

(O tu che sei del cielo, e ogni pena e ogni dolori acquieti, e ricolmi di consolazione chi è due volte misero, ah! Io sono stanco di tutto questo affannarsi. A che serve tanto dolore, e tanta gioia? Dolce pace, vieni, ah vieni, nel mio petto...)




WANDERERS NACHTLIED II
(Canto del viandante notturno, n.2)
(Goethe 1776, musicato da Schubert nel 1815)

Über allen Gipfeln ist Ruh,
in allen Wipfeln spürest du kaum einen Hauch;
die Vögelein schweigen im Walde,
warte nur, balde ruhest du auch!

(Su tutte le vette è pace, in tutte le cime degli alberi si ascolta appena un respiro; i piccoli uccelli tacciono nel bosco. Ascolta ancora, aspetta, presto anche per te ci sarà riposo.)





ATLANTE (Der Atlas)
Heinrich Heine, 1797-1856 (musicato da Franz Schubert, "Der Schwanengesang, pubblicato postumo nel 1828)

Ich unglücksel'ger Atlas! Eine Welt,
Die ganze Welt der Schmerzen muß ich tragen.
Ich trage Unerträgliches, und brechen
Will mir das Herz im Leibe.
Du stolzes Herz, du hast es ja gewollt!
Du wolltest glücklich sein, unendlich glücklich,
Oder unendlich elend, stolzes Herz,
Und jetzo bist du elend.

(Io, sventurato Atlante! Un mondo, l’intero mondo del dolore, devo portare sulle mie spalle. Sopporto l’insopportabile, e il cuore mi si vuole spezzare nel petto. Cuore orgoglioso, tu l’hai voluto: volevi essere felice, infinitamente felice; oppure infelice infinitamente. Cuore orgoglioso, eccoti infelice in eterno.)







Venne e sedette al mio fianco,
ma non mi destai.
Che sonno sciagurato fu quello,
me miserabile !
Venne nel silenzio della notte;
teneva in mano la sua arpa
e i miei sogni risuonarono
delle sue melodie.
Ahimè, perché le mie notti
vanno sempre perdute così?
Perché manco sempre la visione di colui
il cui alito sfiora il mio sogno ?

(Rabindranath Tagore, Gitanjali, XXVI )






Se vuoi così, smetterò di cantare.
Se fa sussultare il tuo cuore,
distoglierò i miei occhi dal tuo volto.
Se ti fa trasalire all'improvviso,
mentre passeggi, mi trarrò in disparte
e prenderò un'altra strada.
Se ti confonde mentre intrecci i fiori,
eviterò il tuo giardino solitario.
Se troppo agita l'acqua,
non vogherò vicino alla tua spiaggia.

(Rabindranath Tagore Il Giardiniere, XLVII )




A mezzanotte, colui che voleva essere asceta
annunciò: « Questo è il tempo di lasciare
la mia casa, e andare di Dio in cerca.
Ah, chi tanto a lungo in quest'illusione mi trattenne? »
Dio sussurrò: « Io. » -
ma l'uomo aveva le orecchie turate.
Con un bimbo addormentato al seno
sua moglie dormiva tranquilla
su un lato del letto.
L'uomo disse: « Chi siete voi,
che per tanto tempo m'avete ingannato ? »
Ancora la voce mormorò:
« Essi sono Dio. » -
ma egli non intese.
Il bimbo pianse nel sonno e si strinse
accanto alla madre.
Dio comandò:
« Fermati, sciocco, non abbandonare la tua casa ! » -
ma ancora non udì.
Dio disse tristemente, sospirando:
« Perché il mio servo m'abbandona
per andare a cercarmi ? »

(Rabindranath Tagore Il Giardiniere, LXXV )




Caspar David Friedrich è citato esplicitamente nei primi film di due grandi autori tedeschi, Wim Wenders e Werner Herzog; e anche in molti altri film di altri autori, ma bisogna pur limitarsi. Herzog e Wenders hanno sempre avuto grande attenzione alle immagini, e Friedrich rappresenta solo un momento della loro produzione. Del resto, con le immagini dai film di Herzog e Wenders ho già riempito le pagine di questo sito: sono tutte qui in archivio e il link è qui alla fine del post.




Va detto che non sono particolari che si notano durante la proiezione o la visione del film; oggi con il dvd a casa è possibile guardare il film come si faceva con la moviola, fotogramma per fotogramma; e fermare le immagini che più colpiscono. Magari si sta cercando qualcos'altro, e invece si trovano queste meraviglie.
Non tutti i film si meritano una simile attenzione, alcuni sì: primo fra tutti, “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick, dove non esiste un fermo immagine che non sia così perfetto da meritare di essere esposto in un quadro e una cornice. ma non solo. E’ stato così, passando i film di Herzog e di Wenders al computer, che ho pescato queste meraviglie.
I film da cui ho tratto le immagini sono: “Cuore di vetro”, “Kaspar Hauser” e “Woyzeck” di Werner Herzog; “La lettera scarlatta” e “Falso movimento” di Wim Wenders. L'isola del finale di "Cuore di vetro" è Skellig Rock, in Irlanda.






links:

domenica 23 luglio 2023

Portobuffolè


 

"Non aveva mai viaggiato, solo una volta si perse in bicicletta e arrivò all'alba in un paese di nome: Porto Buffolé. Udì il nome dagli abitanti, si spaventò pensando di essere al mare e corse via. Dopo un po' si fermò su un ponte molto curvo e senza acqua e si guardò intorno: non c'era né il porto né il mare ma una grande distesa di prati di molte qualità di erba, falciati e da falciare, illuminati all'orizzonte da una luce verdastra di temporale. Forse i prati finivano davvero nel mare, ma molto lontano un campanile pendente e appuntito stava sospeso su una fascia di pioggia. Dove era il porto e dove era il mare? Questa domanda rimase sempre senza risposta e spesso, fumando seduto per terra nei campi, pensava a Porto Buffolé."

Goffredo Parise,  " Sillabari", ed. Adelphi

venerdì 14 luglio 2023

La stanza del padre

 

( fonte )

Nella stanza di suo padre le pareti erano coperte di tappezzerie dorate. Vi si respirava l'odore caldo e accogliente del tè, che il Rabbi beveva da un bicchiere dipinto di rosso. Fumava sottili sigarette profumate,
che mandavano nell'aria immobile alte colonne di fumo azzurrastro che si condensavano in nuvole leggere. Nella credenza di mogano erano allineati barattoli di spezie il cui odore filtrava dalle antine di vetro.

A volte vedeva il padre che, chino sopra un libro, cantava sommessamente. Lo vedeva alzare gli occhi quando lui entrava nella stanza, e sorridergli, non già come un padre, ma come un giovane compagno. " Ebbene, Nahum," gli diceva " come vanno i tuoi studi?"


    I.J. Singer, " Yoshe Kalb", ed. Adelphi

sabato 1 luglio 2023

FELLINI E LA FANTASIA

 

Sto leggendo un interessante libro pubblicato per la prima volta circa quarant'anni fa dalla Einaudi, si intititola "Fare un film". Il testo  raccoglie una serie di scritti in cui Federico Fellini parla di sé, del suo immaginario, della genesi dei suoi film, film straordinari, suggestivi, ma  dimenticati, tanto che fino al 2020, centenario della nascita del regista,  era un'impresa procurarseli in dvd!

 Fellini era uno degli autori più amati da Giuliano, coautore di questo blog e purtroppo scomparso più di due anni fa. Giuliano, in uno dei suoi altri blog, giulianocinema ha dedicato a Fellini e ai suoi film 89 post. Da una di queste pubblicazioni ho tratto l'articolo di Enzo Biagi che riporto e che Giuliano aveva accuratamente ricopiato. Buona lettura!





 FELLINI E LA FANTASIA

di Enzo Biagi, corriere della sera-7, febbraio 1998

Lo hanno iscritto, quelli della BBC, nella lista dei personaggi, cento in tutto, che hanno fatto la storia culturale del secolo. C'è anche un certo Hirst, che ha esibito, come opera d'arte, «una pecora intera morta e latte di mucca in contenitori trasparenti pieni di formalina». Mah. Strana compagnia: con lui ci sono Albert Camus, Walt Disney, Francis Bacon; ma tra gli esclusi John Ford, Marguerite Yourcenar, Luigi Pirandello, Giorgio Morandi e Amedeo Modigliani. Ma si sa: tutte le classifiche comportano anche una dose di faziosità.

Federico Fellini diceva: 
«Quante volte ho sentito definire i miei film “fantastici". Debbo quindi considerarmi un uomo che vive, che commercia con la fantasia. Ma non mi sono mai chiesto che cos'è. Provo l'imbarazzo, diciamo: la vergogna, di un palombaro al quale chiedessero che cos'è il fondo del mare e non sapesse che cosa dire. Già: ma forse io sono un palombaro che sa dire com'è. Per un momento avrei la tentazione di cavarmela così: “La fantasia è un ghiribizzo"».
Poi ci ripensava e si lasciava andare. «Voglio spudoratamente raccontare che cosa mi succedeva quando avevo sette od otto anni. Avevo battezzato i quattro angoli dei mio letto con i nomi dei quattro cinematografi di Rimini: Fulgor, Opera Nazionale Balilla, Savoia (come si chiamava quell'altro?...) e Sultano. Andare a letto era per me una festa, allora».

Mi sembra la rivelazione del segreto della sua arte.

«Non ho mai fatto capricci per restare alzato la sera: tutto quello che dicevano i grandi attorno alla tavola esauriva presto ogni interesse per me, sicché, appena potevo, correvo nella mia camera e mi infilavo sotto le lenzuola, spesso, anzi, con la testa sotto il cuscino. Chiudevo gli occhi, aspettavo buono buono col fiato trattenuto e un po' di batticuore, fino a quando, di colpo, silenziosissimo, cominciava lo spettacolo. Uno spettacolo tra i più straordinari. Che cos'era? Difficile raccontarlo, descriverlo: era un mondo, una fantasmagoria rutilante, una galassia di punti luminosi, sfere, cerchi lucentissimi, stelle, fiamme, vetri colorati, un cosmo notturno e scintillante che si proponeva, prima immobile, poi in un movimento sempre più vasto e avvolgente, come un immenso gorgo, un'abbagliante spirale. Ero succhiato e stordito in mezzo a questa esplosione, in una specie di vertigine che non mi dava nausea. Durava un tempo che non saprei stabilire, non troppo a lungo in ogni caso; infine si esauriva silenziosamente com'era venuto, perdendo forza come gli ultimi bagliori del fuoco che si spegne. Aspettavo qualche minuto, poi andavo a mettere la testa in un altro angolo, e le immagini riprendevano. La terza volta erano più sbiadite, avevano smalti meno lucidi. Raramente lo spettacolo notturno si ripeteva quattro volte. Alla fine, un po' stanco, ma soddisfatto e ancora riverberato da tutto quel bombardamento di stelle e di scintille solari, sprofondavo nel sonno».


Enzo Biagi, Corriere della sera, 7 febbraio 1998

sabato 24 giugno 2023

Limpida scrittura


"Per difendermi, da me stesso e dal mondo, una delle mie tecniche preferite, quella che mi è sempre venuta naturale e che poi nel tempo ho affinato, arrivando a farne un'arte - arte, detto per inciso, per niente astratta, visto che mi dà da vivere -, è trattenere un frammento di essere per sé, e farsi così, per quanto possibile, trasparenti. E vivere o scrivere, che poi, per chi scrive, è lo stesso, è nella trasparenza che mi sono sempre tenuto in equilibrio. No, non sempre; comunque"

Vitaliano Trevisan, Black tulips, ed. Einaudi

opera di Ettore Spallletti


sabato 10 giugno 2023

A proposito di

 


                                  BRITTEN


qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui i post miei e di Giuliano su composizioni di Benjamin Britten

lunedì 5 giugno 2023

Traslochi

 


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martedì 30 maggio 2023

A lezione dai merli


un clic qui
I santi sono di rado interessanti quanto i diavoli, e Messiaen, nato ad Avignone nel 1908, condusse una vita piuttosto monotona. (...)

Nessuno parlò mai di  un qualche lato oscuro della personalità del compositore. 

Il direttore d'orchestra Kent Nagano, che lavorò a stretto contatto con Messiaen nei suoi ultimi anni, una volta venne messo sotto torchio per raccontare qualche aneddoto poco lusinghiero o per altri versi rivelatore del suo mentore, e tutto quello che riuscì a pescare fu la storia di come una volta Messiaen e Yvonne Loriod avessero divorato un'intera torta di pere in un'unica seduta. (...)

"L'accordo perfetto, l'accordo dominante, l'accordo di nona non sono teorie ma fenomeni che si manifestano spontaneamente intorno a noi e che non possiamo negare, " disse una volta Messiaen." La risonanza esisterà finchè avremo orecchie per ascoltare ciò che ci circonda". (...)

Messiaen credeva che l'orecchio potesse, e dovesse, assorbire sia le note prossime che quelle remote - sia le rassicuranti risonanze degli intervalli fondamentali che le oscure relazioni tra gli armonici più acuti. (...) 

giovedì 25 maggio 2023

Riso amaro


E io sorrido quando si dice che siamo in democrazia.

E' democrazia quella in cui cui non viene imposto un pensiero unico attraverso la propaganda, la reiterazione fino allo sfinimento di ciò che si vuole dare per vero e certo, la demonizzazione e il boicottaggio delle voci dissenzienti. 

E' democrazia quella in cui i cittadini sono tutelati nel loro diritto alla pace.

E' democrazia quella in cui le istituzioni politiche sono realmente autonome e svincolate dai diktat provenienti da Paesi terzi.

E' democrazia quella in cui gli organi istituzionali preposti si fanno garanti della Costituzione.

E' democrazia quella in cui il cittadino vede tutelato e garantito il diritto alla salute e a cure tempestive.

E' democrazia quella in cui  trova possibilità di diffusione l'appello a referendum popolari. 
Ma quanti sanno che entro il 23 luglio si raccolgono firme per  questi tre referendum?





Qui un video informativo

venerdì 19 maggio 2023

Del sentirsi soli

 

il castello di Isabella Morra a Valsinni (qui )



" Confessò di amare profondamente Isabella, o almeno la sua leggenda. E come Isabella prima di lui, Rosario era una sorta di prigioniero di questo castello.

Ci spiegò che Isabella di Morra fu la prima femminista italiana, una delle scrittrici più famose di tutti i tempi e una poetessa e studiosa del XV secolo, il cui padre le aveva insegnato a leggere Dante e Plutarco all'età di sei anni. Purtroppo, però, aveva un branco di fratelli ignoranti e orribili (...).

Quando suo padre fu esiliato a Parigi dai sovrani aragonesi della Basilicata, Isabella rimase triste e sola nella sua bella prigione, in quella campagna lussureggiante e, nelle giornate più limpide, contemplava il mar Ionio. (...) Rosario recitò a memoria la descrizione di Isabella.


D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento. " *


*( Isabella Morra, D’un alto monte onde si scorge il mare )


Il passo che ho riportato è tratto da " Mistero a Matera" un romanzo di Helene Stapinski, una scrittrice americana tornata a più riprese in Lucania per chiarire un mistero che riguarda una sua antenata lucana  emigrata in USA. Il lavoro di ricognizione consente a Helene di percorrere luoghi appartati della Lucania e di imbattersi in storie e racconti suggestivi, come quello che riguarda Isabella Morra, la poetessa lucana che, innamorata di un barone spagnolo locale, riuscì a intrattenere con quest'ultimo una relazione, anche se solo epistolare. I fratelli di Isabella, non ammettendo tale rapporto, pugnalarono la sorella e ne scagliarono il corpo oltre le mura del castello. L'autrice del romanzo, fa dire a Rosario, la guida del castello, che " nelle giornate più ventose, il fantasma di Isabella (...) andava in giro per il castello. Giacché era un fantasma, era finalmente libera di vagare dove voleva, dalla montagna fino al mare. Ma, la maggior parte dei giorni, la sentiva qui, all'interno delle mura".

Ho trascritto qualcosa di " Mistero a Matera" ( lo sto leggendo in questi giorni ) perché nella storia di Isabella e nei suoi versi è possibile ritrovare il senso di costrizione e di solitudine di cui, magari in altre forme e in altra misura, siamo succubi un po' tutti.

giovedì 11 maggio 2023

Corvi

 

( fonte immagine )

" ... Come gli sentirono dire queste cose, lo presero tutti per pazzo; e per meglio sincerarsene, e rendersi conto di che genere di pazzia fosse il suo, Vivaldo tornò a chiedergli che cosa s'intendesse in realtà per cavalieri erranti.  - Non hanno letto  lor signori - rispose don Chisciotte - gli annali e le storie d'Inghilterra in cui sono trattate le gesta del re Arturo, che noi comunemente nel nostro volgare castigliano chiamamo il re Artù, intorno al quale esiste in tutto il regno di Gran Bretagna l'antica leggenda che quel re non sia morto, ma che per virtù di incantesimo si sia convertito in corvo, e che col volgere degli anni dovrà ritornare a regnare, riconquistando il suo regno e lo scettro? Tant'è vero che da quel tempo ad oggi non si troverà un solo inglese che abbia ucciso mai un corvo."    


dDon Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes  Ed. Einaudi


lunedì 1 maggio 2023

La musica in "Arancia Meccanica"

 Riporto uno scritto di Giuliano pubblicato sul suo blog, giulianocinema, Buona lettura!




A Clockwork Orange (Arancia meccanica, 1971) Regia di Stanley Kubrick Sceneggiatura: Stanley Kubrick, dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess Fotografia: John Alcott Montaggio: Bill Butler Scenografia: John Barry Arredamento: Russell Hagg, Peter Sheilds Costumi: Milena Canonero Musica: Rossini, Beethoven, Purcell, e altri Interpreti: Malcolm McDowell (Alex), Patrick Magee (lo scrittore), Adrienne Corri (moglie dello scrittore), Michael Bates (capo delle guardie), Anthony Sharp (ministro dell'Interno), Godfrey Quigley (cappellano della prigione), Warren Clarke (Dim), Miriam Karlin (la signora dei gatti), Paul Farrell (il vagabondo), Philip Storie (padre di Alex), Sheila Raynor (madre di Alex), Aubrey Morris (signor Deltoid), Carl Duering (dottor Brodsky), Steven Berkoff (poliziotto), David Prowse (Julian), Michael Tarn (Pete) Durata: 137 minuti

Henry Purcell (1659-1695) è il più grande musicista inglese, ed uno dei più grandi in assoluto. E’ sua la musica con la quale si apre “A Clockwork Orange”, il film di Stanley Kubrick girato nel 1972. Il suo nome non compare nei “credits” del film, dove viene invece riportato quello di Walter Carlos che si è limitato ad arrangiare la musica di Purcell. Henry Purcell ci ha lasciato molta musica, per nostra fortuna: musica strumentale e per coro, canzoni bellissime anche per la scelta dei testi (raccomando l’ascolto di “Music for a while”, giusto per nominarne una sola) raccolte alla sua morte sotto il titolo “Orpheus britannicus”. E poi scrisse molto per il teatro, per un genere che non è propriamente l’opera lirica come la intendiamo di solito, ma una via di mezzo tra il teatro recitato, l’opera vera e propria, il balletto, e qualsiasi altra cosa, alternando comico e drammatico, possa fare teatro e divertire il pubblico. E’ la continuazione del “mask”, genere teatrale tipicamente inglese, radicato in varie forme fin dai tempi di Shakespeare: per esempio in “The fairy queen” la Regina delle Fate compare per davvero, ma ha gran parte il Poeta, che appare ubriaco cantando: “I am drunk, boys, I am drunk, as I live, drunk...”. In “King Arthur” ci sono re Artù e i cavalieri, ma l’aria più famosa è l’aria del Gelo, il freddo invernale imitato dall’orchestra e dal canto del basso solista in una scena che è rimasta unica nella storia della musica. E in “Dido and Aeneas”, il suo capolavoro, appare l’eroe troiano e la regina cartaginese ha un’aria meravigliosa, ma streghe e fantasmi rubano la scena.

Henry Purcell ebbe molto a che fare con la famiglia reale inglese: e per la morte della regina Mary, moglie di Guglielmo III, scrive il brano scelto da Kubrick: “Music for the funeral of Queen Mary”, la cui marcia introduttiva è mescolata con l’antico tema del “Dies Irae”, un tema impressionante che Kubrick riprenderà anche in Shining, sempre con l’aiuto di Carlos. Il tema del dies irae è davvero molto antico e risale alla musica sacra liturgica; fu trascritto per la prima volta da Tommaso da Celano, un frate che fu discepolo e biografo di san Francesco d’Assisi. Viene dalla “Messa di Requiem” in latino e il testo si riferisce al giorno del giudizio: ”Dies irae, dies illa, solvet saeclum in favilla, teste David cum Sibylla...”. E’ un tema forte ed impressionante, che percorre tutta la storia della musica e che si può ascoltare, per fare due esempi famosi, in Berlioz (Sinfonia fantastica) e in Liszt (Totentanz).

La marcia funebre di Purcell, fusa con il dies irae e mixata da Walter Carlos, si ascolta in quattro momenti: 1) titoli di testa 2) a 1h35’, nell’incontro di Alex con gli ex drughi ora diventati policemen 3) a 1h21’ con la donna nuda nel “test” per vedere se la cura ha funzionato, cui segue la discussione filosofica tra il Ministro e il Cappellano su libero arbitrio e autodifesa. 4) a 1h57’, senza dies irae e in arrangiamento leggero, con Alex in via di guarigione dopo la caduta dal tetto dello scrittore.

“Le donne di Dublino hanno un aspetto divino”, canta il barbone, quando comincia il film. “Un vecchio sporco e ubriaco che canta le canzonacce care ai suoi padri”, come dice Alex. Si tratta di una famosa canzone irlandese, "Molly Malone": "In Dublin's fair city, where girls are so pretty...".





Walter Carlos è stato uno dei pionieri nell’uso “leggero” del computer in musica. C’erano stati in precedenza anni e anni di sperimentazione, da parte di musicisti importanti come Bruno Maderna e Luigi Nono, nei “laboratori di fonologia”; ma è alla fine degli anni ’60, con l’invenzione del sintetizzatore di suoni, il moog e il mellotron (che imitava gli archi dell’archi dell’orchestra) che nasce il successo di quello che oggi è un banale mezzo casalingo, e che invece quando uscì “Arancia Meccanica” era una novità epocale: il computer in musica. Kubrick era un grande appassionato di musica, e sempre attento alle novità della tecnica: quando si è rivolto a Carlos è facile immaginare che gli abbia fatto delle richieste esplicite, molto mirate: usare la grande musica ma senza usarla. Per questa storia di violenza non ci possono essere Beethoven, Purcell e Rossini in persona, ma dei loro simulacri. Walter Carlos svolge benissimo il suo compito, e – se ci fate caso - durante le scene di violenza non ascoltiamo mai Beethoven, ma il sintetizzatore di Carlos, o una voluta storpiatura della grande musica.



Gioacchino Rossini (1792-1868) non ha bisogno di presentazioni, almeno lo spero; in ogni caso è facile reperirle su qualsiasi enciclopedia. E’ l’autore del “Barbiere di Siviglia”, della “Cenerentola” e di molte altre opere, buffe oppure serie (“Mosè in Egitto”, “Guglielmo Tell”...). Ma “La Gazza Ladra” non è un’opera buffa, è una commedia con risvolti molti drammatici, che riguarda la pena di morte. Al tempo in cui viveva Rossini, prima dell’unità d’Italia, in molti posti vigeva ancora la pena di morte, anche per reati da poco come il furto di argenteria. L’opera racconta quindi un fatto vero, anche se incredibile: una ragazza condannata a morte perché creduta ladra, in balia del terribile Podestà. Ci sarà un lieto fine, quando si scoprirà il nido della Gazza. L’ouverture dalla “Gazza Ladra” è famosissima, e Claudio Abbado sostiene che sarebbe perfetta come inno italiano (se solo avesse un titolo diverso...). Kubrick la usa in diversi momenti del film: all’inizio, dopo il pestaggio del barbone, nella scena dello stupro nel teatro (stupro che non avviene, la ragazza riesce a fuggire perché i suoi aggressori vengono distratti dall’arrivo di Alex e dei suoi: questi maschi preferiscono le scazzottate al sesso). “La Gazza Ladra” continua fino all’arrivo nella villa dello scrittore, dove si interrompe: la scena successiva dello stupro e della violenza è senza musica, fatta eccezione per Alex che canta “Singing in the rain”. Alla ripresa, c’è ancora Carlos con Purcell. Al minuto 31, “La Gazza Ladra” torna nella scena in cui Alex pesta i suoi che gli si stavano ribellando e li getta in acqua, e prosegue nella scena dell’irruzione in casa della donna dei gatti.

Ancora di Gioacchino Rossini è l’ouverture dal “Guglielmo Tell”. E’ un brano molto lungo, dura quasi un quarto d’ora; qui se ne ascoltano due estratti, il famoso “galoppo” e il solo di violoncello che precede il temporale. Si ascolta per la prima volta nella scena con le due ragazze a casa di Alex, minuto 24: ma è molto accelerata e caricaturale, come tutta la scena. Al minuto 44, nel penitenziario, brevemente il solo di violoncello. A 1h28’ ancora il violoncello per Alex respinto dai genitori, prima nell’appartamento poi sul ponte fino all’incontro col mendicante.

Edward Elgar (1857-1934) è uno dei grandi musicisti inglesi del Novecento. L’Inghilterra, dopo Purcell, non ha avuto grandissimi musicisti; hanno adottato Haendel, che di nascita era tedesco e che deve molto all’Italia, ma per avere dei grandi musicisti davvero inglesi abbiamo dovuto aspettare Elgar, Britten, Vaughan Williams...

Di Elgar Kubrick sceglie il brano più famoso, “Pomp and Circumstance”: marcia n.1 e marcia n.4. Al minuto 58, nel carcere, dopo il colloquio con il cappellano, e ancora a 1h05’, il dottor Brodskij e la visita al carcere del Ministro degli Interni. Elgar è di solito un compositore molto sobrio e misurato, enigmatico; ma questo brano è diverso dalla sua solita produzione, ed è diventato quasi un secondo inno nazionale. E’ usato con evidenti fini caricaturali, ed è curioso notare il profluvio di ritratti di Beethoven durante la visita del Ministro nella cella di Alex, proprio mentre scorre la musica (peraltro bellissima) di Elgar.

Al minuto 53, nella scena in cui Alex in carcere si immagina come centurione romano , ascoltiamo brevemente la Sheherazade di Nikolaj Rimskij-Korsakov (solo di violino) . Rimskij-Korsakov (1844-1908) è un compositore fondamentale nella storia della musica, maestro di orchestrazione di un’intera generazione di musicisti, da Stravinskij ad Ottorino Respighi.

Di Ludwig van Beethoven (1770-1827) tutto sommato ascoltiamo poco: quasi sempre c’è di mezzo Walter Carlos, e io direi che è una scelta voluta. Kubrick sceglie di non far ascoltare davvero Beethoven, anche perché sarebbe stato difficile rendere nel film l’idea originale del romanzo di Anthony Burgess (le opinioni di Burgess su questo film e sulla violenza in genere sono qui nell’archivio del blog). Carlos storpia la marcia turca (dal quarto movimento della Nona di Beethoven) per l’incontro con le ragazze al minuto 24, nel negozio di dischi: il testo di Schiller, in origine cantato da un tenore e qui reso inintelligibile, recita: “Froh, wie seine Sonnen fliegen durch des Himmels prächt’gen Plan; Laufet, Brüder, eure Bahn, Freudig, wie ein Held zum Siegen” (“Felici, così come volano i suoi Soli attraverso le magnifiche piane del Cielo: così, fratelli, seguite il vostro cammino, gioiosamente, come un eroe alla vittoria”).

In quello che segue, una parte dell’Ouverture dal Guglielmo Tell di Rossini corre a velocità caricaturale, così come le immagini, in una scena famosissima e molto divertente .

La Nona Sinfonia si sente bene, senza distorsioni o storpiature, solo quando Alex è a casa sua e mette una cassetta (dal minuto 18), che termina quando Alex esce dalla sua stanza, la mattina dopo. Prima, al bar, un soprano aveva cantato “Alle Menschen werden brüder”, “Che tutti gli uomini diventino fratelli” (inizio del quarto movimento della Nona Sinfonia) e Alex aveva pestato duramente il suo compagno che aveva detto “basta, ma che cos’è questa roba”.

Il campanello dello scrittore, nella scena in cui ritorna Alex prima del finale, suona le prime tre note dalla Quinta (che non è la Nona, attenzione!). A 1h53’, Beethoven ancora distorto, questa volta dall’amplificazione esagerata: la Nona usata contro Alex dallo scrittore. Prima dei titoli di coda ascoltiamo il finale della Nona Sinfonia, con il Coro, non distorto.

Ed è Walter Carlos, e non Beethoven, durante il filmato dei nazisti a 1h12’: una finezza di Kubrick, perché due minuti dopo Alex si ribella e grida: “E’ un delitto usare Ludwig van Beethoven a quel modo! Lui non ha mai fatto del male a nessuno!” Purtroppo, è storicamente vero che i nazisti usarono ripetutamente per i loro scopi la musica di Beethoven (il cantore della fratellanza), e anche di Anton Bruckner (l’uomo più mite del mondo). E’ una cosa tristissima, che purtroppo si ripete spesso – e i musicisti non possono più difendersi, così come non può difendersi Giuseppe Verdi dall’uso improprio che si fa oggi, in alcune sedi, del “Va pensiero” (oltretutto scandito e gridato e non cantato con dolcezza, un peccato gravissimo che grida vendetta dal Cielo).

“Singing in the rain”, scritta da Arthur Freed e Nacio Herb Brown, dal film di Stanley Donen (1952) è cantata da Gene Kelly nei titoli di coda, e da Malcolm Mc Dowell in due momenti del film: due momenti molto diversi, ma sempre nella casa dello scrittore.

Al minuto 52, in carcere, ascoltiamo un inno al Redentore.

Terry Tucker (Overture to the sun) ed Erika Eigen (I want to marry a lighthouse keeper) pubblicarono dei dischi nel 1969, dai quali sono tratti i due brani, ma di loro non sapevo niente e ho fatto una breve ricerca su internet. Suppongo che della Tucker sia la musica in stile medievale a 1:18 durante gli insulti ad Alex per vedere se la cura ha funzionato, però potrei sbagliarmi (e poi c’è anche la musica delle scene dei film che Alex è obbligato a vedere). Ho trovato su internet un sito dove il disco di Terry Tucker, un lp del 1969 intitolato “Sounds of Sunforest”, è valutato la bellezza di 140 dollari: per chi fosse interessato...

Invece la canzone della Eigen è chiaramente ascoltabile a 1:24, quando Alex torna a casa dopo la cura e trova un inquilino al suo posto. “I want to marry a lighthouse keeper” è una canzone piuttosto semplice (ne ho trovato il testo intero su internet) che parla di una ragazza che vuole sposare un guardiano del faro, e che dopo lo aiuterà a tenere la luce accesa. Una metafora molto chiara, e probabilmente anche un doppio senso da cogliere.

Alla lista della musica, per quanto mi riguarda, aggiungo la voce di Romolo Valli (la più bella voce del cinema italiano), che doppia il Ministro degli Interni e che purtroppo qui si sente poco, mentre in Barry Lyndon è il narratore nella versione italiana.


Ma, soprattutto, “Arancia Meccanica” è il trionfo della forma. Ogni volta che rivedo il film rimango colpito dalla sua simmetria, che immagino cercata e voluta. Non è una simmetria “generica”, ma rispecchia la forma sonata, come fu codificato da Haydn a metà del Settecento:

1)Esposizione: primo tema, nella tonalità principale. Ponte o transizione. Secondo tema, alla dominante o al relativo maggiore. Gruppo cadenzale conclusivo.

2)Parte centrale: sviluppo tematico di elaborazione del primo tema, talvolta del secondo.

3)Ripresa: ritorno del primo tema, nella tonalità principale. Ponte. Ripresa del secondo tema, nella tonalità principale. Gruppo cadenzale, pure nella tonalità principale.

4) Coda (facoltativa)

(da: Breve storia della musica, di Massimo Mila)

E’ abbastanza facile identificare i vari “temi”, nella storia di Alex: temi che verranno ripresi, con variazioni, nella seconda parte del film. In mezzo c’è qualcosa come un Adagio, o un Andante: il carcere e la cura. Le Sonate non hanno queste dimensioni, non durano due ore e passa, e per questo la simmetria può sfuggire; però va detto che sia Burgess che Kubrick erano appassionati di musica, e questa struttura non è certamente casuale.

Aggiungo che questo non è un film che rivedo volentieri. E’ un film violento, del quale si è discusso molto; però basta mettersi dalla parte delle vittime, assumere la visuale dello scrittore quando è a terra, e tutto prende un altro significato. Invece viene spontaneo assumere la visuale di Alex, e anche questa è una bella domanda sulla quale dovremmo meditare.





mercoledì 19 aprile 2023

La linea d'ombra

Ieri ho sfilato dal posticino in cui era stato sistemato almeno 10 anni fa, un cd acquistato in Irlanda e, scorrendo la lista dei brani essenzialmente di tradizione celtica, un titolo mi ha riportato a uno scritto di Giuliano che voglio qui riproporre. Giuliano trovò una relazione tra un passo tratto dall'  Evgenij Onegin di Pushkin, un passo de "La linea d'ombra di Conrad" e infine il testo della canzone che ieri ho ascoltato e che poi ho scoperto essere in realtà una poesia di Yeats, Down by the Salley Gardens.  

Ripropongo di seguito il post di Giuliano, pubblicato sul suo blog, Deladelmur



Ho conosciuto la voce d'altri desideri,

ho conosciuto la nuova tristezza;

per i primi non ho speranze,

e per le vecchie tristezze ho pietà.

O fantasie ! Dov'è la vostra dolcezza?

dov'è la giovinezza, ritmo eterno ?

è proprio vero che dunque, alla fine,

io sono appassito, e appassita è la sua corona?

E' vero, proprio vero,

che senza elegiache illusioni

è fuggita la primavera dei miei giorni

( cosa ch'io ripetevo finora scherzando ) ?

Ed è proprio vero ch'essa non ha ritorno?

Vero proprio che presto avrò trent'anni ?

...

Così è giunto il mezzodì, e debbo

confessarmi, lo vedo io stesso

...

e tu, ispirazione giovanile,

agita la mia immaginazione,

rianima il sonnecchiante cuore,

vieni più spesso al mio cantuccio,

non lasciar raffreddare l'anima del poeta,

fa' che essa non sia crudele, non si irretisca,

non si pietrifichi infine,

nell'incanto distruttore del mondo,

fra i gelidi superbi,

fra gli sciocchi brillanti,

...

fra i figli astuti, pusillanimi,

folli e male avvezzi,

tra i delinquenti e i ridicoli, noiosi,

ottusi e faccendieri giudici,

tra le civette baciapile,

tra i servi volenterosi,

tra le scene quotidiane alla moda,

i tradimenti rispettosi, garbati,

tra i verdetti gelidi

della crudele vanità,

tra la vuotaggine dispettosa

dei calcoli, dei pensieri e delle convenzioni,

in quel vortice, insomma,

dove con voi io nuoto adesso,

amici cari !

...

Beato chi è stato giovane da giovane

beato chi è maturato a tempo,

chi gradualmente il freddo della vita

ha saputo sopportare con gli anni;

chi non s'è abbandonato a sogni strani,

chi non s'è fatto estraneo al volgo mondano ...

(Pushkin, Evgenij Onegin, cap. 6-8,ed. Sansoni, traduzione di Ettore Lo Gatto)


Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. E' il privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezioni. Uno chiude dietro di sè il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l'umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall'incanto dell'esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po' di se stessi. Si va avanti, allegri e frementi, riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, accogliendo il bene ed il male insieme - le rose e le spine, come si dice - la variopinta sorte comune che offre tante possibilità a chi le merita o, forse, a chi ha fortuna. Sì. Uno va avanti. E il tempo pure va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d'ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù.

Questo è il periodo della vita che può portare i momenti ai quali ho accennato. Quali momenti? Momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti d'irriflessione. Parlo di quei momenti nei quali i giovani sono propensi a commettere atti inconsulti, come sposarsi all'improvviso o rinunziare ad un'occupazione senza motivo. Questa non è la storia di un matrimonio. Non mi andò così male. Il mio atto, per quanto avventato, ebbe più il carattere di un divorzio, quasi di una diserzione. Senza una ragione plausibile per una persona di buon senso, piantai il mio lavoro - abbandonai il mio posto - lasciai il bastimento del quale non si sarebbe potuto dire altro di peggio che era un bastimento a vapore e che, perciò, non esigeva quella cieca fedeltà che... Ma è inutile voler giustificare quello che io stesso anche allora immaginai che fosse un po' un mio capriccio. (...)

(Joseph Conrad, inizio di “La linea d’ombra”)


Down by the Salley Gardens

(Words: W. B. Yeats, 1889. Tune: Maids of the Mourne Shore, Trad.)

It was down by the Sally Gardens, my love and I did meet.

She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.

She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,

But I was young and foolish, and with her did not agree.

In a field down by the river, my love and I did stand

And on my leaning shoulder, she laid her snow-white hand.

She bid me take life easy , as the grass grows on the weirs

But I was young and foolish, and now am full of tears.

Down by the Sally Gardens, my love and I did meet.

She crossed the Sally Gardens with little snow-white feet.

She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree,

But I was young and foolish, and with her did not agree.

(edizione consigliata: innanzitutto Kathleen Ferrier, ( qui )e poi John Mac Cormack)  ( qui ) ( qui la traduzione )


Ascolto l'Eugenio Onieghin di Pushkin, nella versione messa in musica da Ciaikovskij, e non posso non rimanerne ancora colpito. Eppure non è la prima volta che ascolto quest'opera, dovrei essermi abituato; ma è un po' l'effetto che fa la Bohème di Puccini, che credi di sapere già tutto e magari anche di esserne stufo, e invece mi sorprende sempre e mi trovo ad essere commosso. Di che cosa parla l'Eugenio Onieghin? Del tempo che passa, e che non torna più; e delle diverse strade che la vita ci mette davanti. La scelta, il più delle volte, spetta a noi: ma non sempre sappiamo individuare la strada giusta.

Evgenij Onegin è un giovane ufficiale russo, di quelli dei primi dell'Ottocento. Di lui si innamora Tatiana, che è poco più che una bambina; lei gli scrive una lettera, ma lui non le risponde nemmeno, ha ben altro per la testa. Ma passa poco tempo e Tatiana è ormai una giovane donna; per lei Eugenio litiga col suo migliore amico, Lenski. I due si sfidano a duello, e Lenski muore. Nel finale, Tatiana è una donna sposata; ad un ricevimento, Eugenio la incontra dopo molto tempo e scopre di esserne perdutamente innamorato. Ma ormai è tardi.

Credo poi che siano in pochi a conoscere davvero “The shadow line” di Conrad: il titolo di questo libro è stato talmente copiato e inflazionato che ha finito per perdere significato, ed è un peccato gravissimo. “La linea d’ombra” e “The end of the tether”, tradotto spesso con “Al limite estremo”, sono i libri dove Conrad parla del primo lavoro, del primo comando di una nave (il mestiere di Conrad, capitano su una nave mercantile) , delle prime responsabilità. Alle volte ci sono ostacoli incomprensibili sul nostro cammino, non riusciamo a capacitarci di quello che succede, ed è facile sbagliare (come capita in “Lord Jim”) oppure rinunciare e accontentarsi di qualcos’altro.

E infine “Down by the Salley Gardens”, una melodia bellissima sui versi di Yeats, che racconta l’incontro di un giovane con una ragazza; un incontro che non avrà seguito e che lascerà un grande vuoto nel ricordo: ancora l’Eugenio Onieghin.

mercoledì 5 aprile 2023

Con un agnello in braccio

 

 

Erano i tempi in cui la sera giravo per le vie intorno a Nybroplan con un agnello in braccio.
Me lo ricordo perfettamente. Era arrivata la primavera. L’aria era secca e come polverosa. La sera era fresca, ma conservava ancora il tiepido profumo del giorno: profumo di terra e delle foglie morte
dell’autunno scaldate dal sole. L’agnello belava spaurito mentre attraversavo la Sybillegatan.

sabato 25 marzo 2023

Cartoline



1.

Ho perso la mia strada a Donoratico;
perdo del tutto anche il mio senso pratico,
vedo là il mare, penso a Cesenatico.
Ma in tutto questo non c'è nulla di drammatico:
ho solo acceso l'idiota automatico.




2.

Cercando rime tra le brume a Radicondoli
cercando versi e ritmi e non trovandoli
cercando invano ritrovare Radicondoli
per la diritta via che era smarrita
nel mezzo del cammin di nostra vita...







3.

Indeciso fra Maldive e Maldiventre
fra la Sardegna e il mare tropicale
fra la barriera corallina e il caldo mare
che dalla Corsica fin qua mi chiama,
io m'abbandono alla bonaccia reticente.







 

4.

Inerpicato per le vie di Andorra,
l'asino arranca ed io non è che corra.
Il sole tutto quanto intorno indora,
io la mia meta non la vedo ancora,
lungo è il percorso e non v'è chi mi soccorra.






5.

Nella mia stanza di Bogotà
misuro il tempo che se ne va,
e con il metro la profondità
che mi separa dall'eternità:
lo spazio tempo, la lunghezza e vastità.






 

6.

Un cuore freddo come la Siberia;
e nella mente come un vuoto d'aria
a rimarcare che le mie parole
sono svanite come neve al sole:
ed è una nuvola nera che par seria...



 

7.

Di bachi e di bruchi
di Nô e di Kabuki
io qui a Nagasaki
di api e di fuchi
di mele e di cachi
di enigmi e di voci
di cani mordaci
e tigri feroci
di donne senz'ombra
di amori passati
di vecchi valori
di vesti veloci
di sari e di sete
che sento frusciare -
ma è un'ombra, un tramonto,
io qui a Nagasaki...



I testi e i disegni sono di Giuliano Bovo 


sabato 11 marzo 2023

Comunicazione libresca

 



Da "Works" ( edizione ampliata ) di Vitaliano Trevisan


" In più, anzi soprattutto, ed è un altro comune fraintendimento, si crede, anzi si dà per scontato, che chi scrive voglia comunicare, abbia cioè un qualcosa, un oggetto, che ha necessità di essere comunicato, ovvero, volendo parlare con lingua diritta, di essere venduto; e ancora, procedendo nella addizione, in negativo, si dà per scontato che il vero oggetto che l’autore vuole comunicare, al di là dell’oggetto libro e attraverso esso, sia in realtà l’autore medesimo. Anche questo è, purtroppo, del tutto normale, ma, in questo caso, qualcosa da aggiungere forse c’è. Comunicazione!, parola chiave dei tempi nostri attorno a cui ruota un insieme di rispettabili professionisti che fanno della contraffazione semantica una scienza. Se i cosiddetti "professionisti della comunicazione" comunicassero in modo semplice e chiaro non avrebbero alcuna ragione d’essere; lo stesso per i vari corsi di laurea, più o meno specialistici, e anche essi proliferanti, in scienze della comunicazione, dove tutto si insegna meno che a comunicare in modo chiaro e diretto, semmai il contrario. Ne escono giovani mostri addestrati a complicare e a manipolare il linguaggio, qualsiasi linguaggio, in modo tale che, allo stato attuale, ogni vera genuina umana conversazione, ovvero una pratica di relazione non contaminata dal germe della comunicazione, che non voglia perciò sempre necessariamente imporre (vendere) all’altro un oggetto, una verità, una sensazione, un’opinione, una visione del mondo eccetera, dove chi parla o  scrive, voglia semplicemente esprimersi, è ormai praticamente impossibile, a partire da quella con se stessi. Non c’è dunque di che stupirsi se, nella produzione libresca, degli ultimi ultimi decenni, il novecentesco (cosiddetto) "flusso di coscienza" sia stato sostituito da quell’insopportabile, insostenibile, illeggibile "flusso di comunicazione", oltretutto interiore. Comunicare se stessi a se stessi, cioè vendersi e comprarsi da sé! Spesso inconsciamente. Altrettanto spesso consciamente. Più spesso ancora, come per un sacco di altre cose, si sa ma ci si rifiuta di sapere. Ci basti dire, per chiudere con questa  triste e penosa digressione, che allo stato attuale lo scrivere, il pubblicare, l'andare in scena eccetera, non sono affatto un fine, ma un mezzo, uno degli elementi che concorrono a una più complessa e per definizione, subdola strategia di comunicazione, ovvero di marketing, di cui l’autore, che si crede un marchio, è un marchiato, è al tempo stesso oggetto e soggetto. La critica, quando non addormentata, non aiuta, anzi al contrario, si affanna a fabbricare adeguate teorie che arrivano al punto da considerare la strategia di vendita, ovvero il packaging artistico intellettuale, spessissimo disgustosamente corretto (prugna?), come opera in sé, trasformando così il contenitore in contenuto. Del resto, in un’epoca quale la nostra, in cui tutto si trasforma inesorabilmente in merce, non deve stupire che anche per le teorie letterarie artistiche esista un florido quanto asfittico mercato."