"Nel primo verso della canzone (..) " Nature boy", ( qui il testo ) ricordo un incidente capitato quando avevo quattordici anni a casa di mia nonna a Melbourne. Vidi un servizio al telegiornale che mostrava il filmato del tentato omicidio di un candidato alla presidenza americano, George Wallace. Ricordo che mi colpiva il fatto che fosse reale, non una messa in scena come nei film e di essere stato molto disturbato dalle immagini. Semplicemente non avevo mai visto niente di simile (...). Mio padre, che stava guardando la tv con me, si accorse della mia angoscia (...). Mi disse che sì, succedevano cose terribili come quella, decise anche di mostrarmi la roba che lui riteneva bella – leggendomi spesso qualcosa e incoraggiandomi a seguire una direzione artistica nella mia vita. Fu un’azione semplice, ma efficace, un ribilanciamento di bene e male e a suo modo mi cambiò la vita.
Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che comincia in un sogno e che torna in molti sogni ma non è quello, non è solamente un sogno? Qualcosa che è lì, ma dove, come; qualcosa che capita sognando, certo, puramente sogno ma dopo anche lì, in altro modo perché morbido e pieno di buchi ma lì mentre ti lavi i denti, nel fondo della coppa del lavabo, continui a vederlo mentre sputi il dentifricio o metti la faccia sotto l’acqua fredda, e già assottigliandosi ma ancora lo senti afferrato al tuo pigiama, alla base della lingua mentre scaldi il caffè, lì, ma dove, come, incollato al mattino, con il suo silenzio nel quale già entrano i rumori del giorno, il radiogiornale perché abbiamo acceso l’apparecchio e siamo svegli e alzati e la vita continua. Maledizione, maledizione, ma com’è possibile, che cos’è questa cosa che fu, che fummo in sogno ma che è altro, torna ogni tanto ed è lì, ma dove, come è lì e dove è lì?
" Sì, era questo il segreto: scappare dentro il sonno e allogarcisi dentro, farci nido dentro, come chi indossa un vecchio maglione. Fuori ne restassero gli altri, e la loro salute, e le loro gengive rosse, i passi che vanno non si sa dove e vogliono non si sa che. E smettesse una buona volta il cuore di suonare a martello, il metronomo della goccia di torturare nel lavandino la mosca cavallina a zampe in su, precipitata dalla cornice di porcellana. Insomma, che vogliono gli altri, la luce, che vuole? Io ho la mia parete, lì avanti, con una fandonia dipinta. E i miei sogni d'oro zecchino, prima di chiudere gli occhi. E il sonno, infine: sepolcro sprangato, placenta di madre antica, nave solare per andarmene come un re."
"Io col passato ho rapporti di tipo vizioso, e lo imbalsamo in me, lo accarezzo senza posa, come taluno fa coi cadaveri amati. Le strategie per possederlo sono le solite, e le adopero tutte e due. Dapprincipio mi visito da forestiero turista, con agio, sostando davanti a ogni cocciopesto, a ogni anticaglia regale; bracconiere di ricordi, non voglio spaventare la selvaggina. Poi metto da parte le lusinghe, l'educazione, lancio a ritroso dentro me stesso occhi crudeli di Parto, lesti a cogliere e fuggire. Dagli attimi che dissotterro - quanti ne ho vissuti apposta per potermeli ricordare! - non so cavare pensieri, io non ho una testa forte, e il pensiero o mi spaventa o mi stanca. Ma bagliori, invece... bagliori di luce ed ombra, e quell'odore di accaduto, rimasto nascosto con milioni d'altri per anni e anni in un castone invisibile, quassopra, dietro la fronte... Sento a volte che basterebbe un niente, un filo di forza in più o un demone suggeritore... e sforzerei il muro, otterrei, io che il Non Essere indigna e l'Essere intimidisce, il miracolo del Bis, il bellissimo Riessere..."
"Come tutte le mattine, arriva il caldaista in laboratorio: deve fare le analisi sulle acque di caldaia, il pH e la conducibilità. Il caldaista cambia a seconda del turno, le analisi no: dalla caldaia dipende anche il demineralizzatore, e per esempio la misura della conducibilità dà un'idea della durezza dell'acqua, cioè del contenuto di sali. Più sali (cioè il comune calcare) ci sono nell'acqua, e maggiore sarà la conducibilità. L'acqua distillata non conduce elettricità, difatti; e l'acqua demineralizzata, se il lavoro è ben fatto, è praticamente la stessa cosa.
Il caldaista ha con sè due vasetti, tipo quelli della marmellata o dei sottaceti, con i suoi campioni d'acqua da analizzare. Sul coperchio bianco ci sono delle scritte col pennarello: ingres e degas. Io lo so cosa significano: sono le abbreviazioni di ingresso e degaso. O, meglio, è quello che si può scrivere, delle due parole, sul coperchio del vasetto (il resto non ci stava) ; ma ogni volta che mi capita di leggerlo la tentazione è troppo forte. - Ma tu lo sai chi erano Ingres e Degas? - chiedo al caldaista. - Ah, non so niente, non mi interessano queste cose qui. Non l'ho mica scritto io, li ho trovati così, i vasetti. Piuttosto, queste analisi qui dovrebbe farle il laboratorio, mica noi che non siamo mica periti chimici. Va bene quel valore qui? Sei sicuro che funziona bene questo strumento? Peccato non aver sottomano un libro di storia dell'arte. Sono sicuro che al caldaista brontolone farebbe piacere dare un'occhiata ai dipinti dei due pittori francesi; probabilmente ammirerebbe Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867), e di sicuro gli piacerebbero le ballerine di Edgar Degas (1834-1917). Il libro dovrò portarmelo da casa, e mi riprometto di farlo, prima o poi."
Passare una piacevole serata non è impresa particolarmente difficile se, cercando tra vecchi DVD, ti capita sotto gli occhi il film giusto: del '35, in bianco e nero, con un titolo accattivante per apprendisti melomani e con protagonisti come Harpo, Groucho e Chico Marx.
fotogramma di Il flauto magico di Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati
Avevo nove anni quando, nel 1952, vidi per la prima volta Salisburgo. Era in assoluto la prima volta che lasciavo Buenos Aires, la prima volta che mettevo piede in Europa e la prima volta che veniva in contatto con lo straordinario ambiente musicale del Festival. Essendo l'era del jet ancora di là da venire, raggiungere l’Europa fu un’impresa. Il nostro viaggio durò tre giorni: prima in aereo - un vecchio turboelica, naturalmente-, poi in treno: quando finalmente arrivammo a Salisburgo ero sfinito. Eppure, passando davanti al Festspielhaus - l'odierno Haus für Mozart- mi colpì la locandina che annunciava la rappresentazione de Il flauto magico. Chiesi ai miei genitori di cosa si trattasse e mi spiegarono che era un’opera di Mozart. Naturalmente i biglietti erano esauriti, ma mia madre - donna di grande intraprendenza e di rara audacia - mi incitò a darmi da fare per trovare il modo di intrufolarmi nel Festspielhaus promettendo di aspettarmi, insieme a mio padre, vicino a caffè Tomaselli. Per un ragazzino qual ero, in effetti, non fu difficile sgattaiolare inosservato dentro il teatro. Trovai un palco tutto per me e mi ci sistemai come un piccolo principe. I WienerHair Philharmoniker accordarono i loro strumenti, il direttore d’orchestra salì sul podio, e io mi addormentai di botto in quell' accogliente penombra. Dopo un po’ mi svegliai e non sapendo più dov'ero e dov’erano i miei genitori, mi misi a piangere in preda allo sconforto. Accorse una maschera che mi accompagnò subito fuori e così ebbe termine la mia piccola avventura. Trent’anni dopo, quando diressi il mio primo Flauto magico a Parigi mi tornò in mente Salisburgo e fantasticai che in un palco vuoto ci fosse, anche in quell'occasione, un bambino che dormiva, anzi russava.
Poco prima del crepuscolo di quello stesso pomeriggio, quando Gauna si preparava a uscire, cadde un acquazzone. Il ragazzo rimase sotto la porta finché cessò la pioggia e allora vide come gli abituali colori del suo quartiere, il verde degli alberi, chiaro nell'eucalipto che tremava in fondo al terreno vuoto e più scuro nei paraìsos del marciapiede, il bianco delle case, l'ocra della merceria all'angolo, il rosso dei cartelloni che annunciavano ancora la fallita asta dei lotti di terreno, l'azzurro del vetro dell'insegna dirimpetto, acquistavano una incontenibile e coniugata intensità, come se fossero stati raggiunti, dalla profondità della terra, da un'esaltazione panica. Gauna, abitualmente poco osservatore, notò il fatto e si disse che doveva raccontarlo a Clara. E' curioso fino a che punto una donna amata può educarci, per un certo tempo.
Adolfo Bioy Casares, Il sogno degli eroi, Bompiani
Nel corso di alcuni anni, sotto la voce "L'entomologo- storie naturali", Giuliano ha pubblicato sul suo blog, Deladelmur, diversi suoi scritti. Si parte da un dettaglio e, attraverso pochi tocchi, viene a definirsi un vivace e simpatico ritratto di uno di quei piccoli esseri che sono riusciti, bene o male, a sopravvivere in un paesaggio urbanizzato. Ne riporto uno. Gli altri sono qui
"Come si fa a prendere una lucertola che ti entra in casa dal balcone e poi slitta sul pavimento, e che è anche così piccola che ti sguscia fra le dita? Ci provo due volte, poi per superare la situazione di stallo tiro fuori di tasca il fazzoletto, e finalmente la prendo. Avvolta nel fazzoletto, la lucertola non sguscia più fra le dita (è davvero piccola, poco più che neonata); il mio timore è che mi lasci la coda in mano, ma non succede. Succede invece questo: che appena torna ad intravedere il balcone si tuffa fuori dalla mia mano (io volevo appoggiarla delicatamente verso la siepe o su un cespuglio) si getta nel verde con un tuffo clamoroso, roba da olimpiadi: era esattamente quello che voleva, tornare a casa il più velocemente possibile, uscire da quest’incubo liscio e pietrificato in cui si era cacciata, maledetta curiosità..."
Elias Canetti ( 1905-1994 ), a più riprese, trascorse diversi anni della sua vita in Inghilterra. In " Party sotto le bombe", un libro, pubblicato da Adelphi, che raccoglie le memorie dello scrittore sul tempo di tale soggiorno, Canetti delinea in modo conciso e incisivo i cambiamenti introdotti a livello ideologico e culturale e non solo politico dal governo Thatcher. Riporto qui i momenti più significativi del capitoletto dedicato alla Thatcher, il cui nome, peraltro, non viene mai fatto...
fotogramma di "sorry, we missed you" di K. Loach
" Durante la seconda guerra mondiale, oltre cinquant'anni fa, essere un'isola fu la salvezza dell'Inghilterra. Ed era ancora un'isola quando si è giocata in pieno questo privilegio che, al tempo stesso, costituiva un eccellente vantaggio. Oggi è ciò che resta di un governo la cui unica e sacrosanta ricetta è stata l'egoismo. E se ne menava un gran vanto, come di una nuova scoperta; una setta di arrampicatori in abito gessato - che si attribuivano il titolo di busy executives e cercavano di depredare la madrepatria di ciò che un tempo quest'ultima aveva carpito a tutte le contrade del globo - si diffuse per il Paese. L'Inghilterra decise di saccheggiare se stessa e impiegò a tale scopo un esercito di yuppies. Come ricompensa paradisiaca venne promessa una casa a tutti. La gente si mise di buzzo buono e, con foga davvero poco inglese, ottenne qualche successo. Lo Stato dichiarò orgogliosamente che non si sarebbe più fatto carico di nulla : ciascuno si sarebbe preso cura di sé, e chi mai, d'altronde, si metterebbe a spazzare la strada altrui! L'ipocrisia, che è sempre stata l'autentico cemento della vita inglese, si sgretolò. In brevissimo tempo la nuova parola d'ordine fu: Io per me, e gli altri vadano al diavolo. Si scoprì - e con stupore, devo ammetterlo - che l'egoismo, non meno dell'altruismo, si presta a diventare oggetto di predica. Al ruolo di sommo apostolo del Paese venne messa una donna, la quale opponeva regolarmente il proprio rifiuto a qualsiasi iniziativa destinata agli altri; per gli altri tutto era troppo dispendioso, per se stessa nulla lo era abbastanza. Acqua, aria, luce vennero messe nelle mani degli uomini di affari - e lì, a seconda dei casi, prosperarono o fallirono. il più delle volte fallirono. (... ) Grazie a lei molte città andarono in malora. La qualità delle scuole decadde affinché i ragazzi imparassero per tempo a contare solo su se stessi e divenissero spietati. (...) Perché ogni uomo inclina alla grettezza, cui rinuncia solo con una certa fatica, un respiro di sollievo attraversò il popolo inglese, che di colpo si sentì autorizzato a essere abietto come gli altri popoli, guadagnandosi per giunta lodi sperticate"
fotogramma di " Sorry, we missed you" di Ken Loach
"Ballarono un poco al suono di pezzi facili che egli sottopose al microfono, vollero udire un altro numero di canto, il duetto di un'opera, la barcarola graziosamente orecchiabile tolta dai Racconti di Hoffmann, e quand'egli richiuse il coperchio, se ne andarono un po' eccitati e chiacchierando verso le loro stanze, alla cura sullo sdraio, al riposo. Era l'esodo che Castorp aspettava. Lasciarono tutto quanto come stava: le scatole dalle puntine aperte, gli albi e i dischi sparsi qua e là. Era nel loro carattere. Il giovanotto finse di seguirli, ma giunto sulla scala abbandonò di soppiatto la fila, tornò in sala, richiuse tutte le porte , e rimase là per metà della notte, in profonda occupazione."
Thomas Mann, La montagna incantata
traduzione di Bice Giachetti-Sorteni
La Barcarola ( qui ) di cui si parla ne "La montagna incantata" è nel terzo atto di “Les Contes d’Hoffmann” di Jacques Offenbach.
Nel 1951 Michael Powell e Emeric Pressburger con "The Tales of Hoffmann" riscrissero in chiave cinematografica " Les Contes d'Hoffmann", l’opera lirica di Offenbach.
Chi abbia voglia di seguire il filo dei rimandi e delle riscritture a partire dai racconti di Hoffmann, potrà trovare nel blog di Giuliano ( giulianocinema ) materia sufficiente:-) Giuliano, descrivendo il film di Powell e Pressburger, parla anche di Hoffmann e Offenbach...
qui (post introduttivo ) qui, qui, qui , qui, qui ( post in cui si fa menzione della barcarola ), qui
Le immagini sono fotogrammi di "The Tales of Hoffmann" di Powell e Pressburger
Navigo inquieto nel mare di Minorca; non è lontana la sponda di Maiorca; buone correnti mi trascinano veloce e mi ritraggo nel guscio di mia noce: son specialista nel tirare i remi in barca
Ebridi
Tempesta sulle Ebridi del mare qui fra i torbidi a navigare intento stravolto ma contento in porto anch'io alle Ebridi.
A Zacinto, forse
E c'era un tale all'isola di Zante che disse sconsolato alla sua amante: "Il tuo pensiero sarà il mio destino: se tu vuoi che io resti son vicino; se vuoi che me ne vada son distante."
Pantelleria 1
I've found my love here in Pantelleria: she's a nice girl and her name is Lucia; but I'm so shy and so when she comes near my heart begins to thump - oh dear! I've found my love, but I can't tell her here...
Pantelleria 2
Trovo l'amore qui a Pantelleria: è assai carina e il suo nome è Lucia; mi sta vicino e mi fa tanta compagnia, le voglio bene ma c'è qui sua zia: io l'ho trovata e non la posso portar via...
Maldive
Una mappina delle Maldive per ricordare il mio atollo dov'è: è là che un dolce ricordo vive... Di quell'atollo vicino a Malè adesso la mia matita scrive.
*Una città irlandese, Limerick, ha dato il suo nome a piccole poesie senza senso, scritte per divertimento. Il limerick "classico" nasce in Gran Bretagna all'inizio dell'800, ed è di solito composto da 5 versi in rima che dovrebbero partire da una località geografica, un punto di inizio per giocare con ritmi e parole. Il tempo d'oro dei limericks, prevalentemente composti in lingua inglese, è quello di Lewis Carrroll e di Edward Lear. I limericks che ho qui pubblicato sono di Giuliano Bovo e sono anni fa apparsi sulla storica rivista online "Golem, l'indispensabile". All'epoca Giuliano pubblicava con lo pseudonimo di Emilio Gauna ( anagramma di "ma è Giuliano" ).
Vorrei segnalare una trasmissione radiofonica di Radio Popolare, "Prospettive Musicali". Le scalette dei brani proposti sono il frutto delle scelte sempre raffinate di Fabio Barbieri, Alessandro Achilli e Gigi Longo.
Fabio Barbieri ha un bel blog, Prospettive musicali e altri racconti ( qui il link ), seguendo il quale è possibile essere aggiornati sulla trasmissione radiofonica che ho segnalato e scaricarne il contenuto in podcast.
Il brano che propongo qui è il primo della scaletta della trasmissione dello scorso 23 maggio ( per l'ascolto un clic qui )
Nel parco c'era un lago, dove nuotava uno splendido cigno. Un giorno dei giovinastri lo rubarono.
La Direzione dei giardini pubblici decise di comperare un altro cigno. E per evitargli la sorte del primo, ingaggiò un apposito guardiano.
Era un vecchietto che da anni viveva solo. Le sere si facevano già fredde quando egli iniziò il suo lavoro al parco. Nessuno ormai ci veniva piú a passeggiare. Egli faceva di continuo il giro del lago. Osservava attentamente il cigno, e ogni tanto sbirciava le stelle. Il gran freddo lo tormentava.
Una sera pensò che il miglior rimedio per riscaldarsi era di andare all'osteria lí vicino. Stava già avviandosi, quando si ricordò del cigno: durante la sua assenza qualcuno avrebbe potuto rubarlo e il vecchietto avrebbe perso la sua unica fonte di guadagno. Abbandonò dunque l'idea dell'osteria.
Ma il freddo diventava sempre piú insidioso e lo faceva soffrire ancor piú della solitudine. Decise perciò di andare all'osteria portandosi dietro il cigno.
Le letture pubbliche di versi, in tv, ma anche in radio e a teatro, le metto tra le cose peggiori che possono capitarmi, e cerco sempre di evitarle con cura. La poesia è un fatto personale, o ti tocca oppure è meglio lasciar perdere. Non sempre è il momento giusto, e non sempre è l'autore giusto, e non sempre è il verso giusto di quel poeta, o il momento giusto di quel verso giusto di quel poeta giusto, per di più letto dalla voce giusta.
Tra gli attori, a me piaceva quasi solo Romolo Valli; e poi anche Benigni quando recita Dante, e pochi altri. Di solito, è un profluvio di facce, di gesti, di pose, di ammiccamenti, tutte cose sconvenienti. L'insieme peggiora, e definitivamente, quando sono i poeti (o presunti tali) a leggere in pubblico le loro poesie (o presunte tali) : o non sono capaci, o si danno un sacco di arie... Leggere poesie in pubblico è una cosa difficile, è come cantare un'aria d'opera: o si è davvero capaci, oppure è meglio lasciar perdere e non esibirsi. Come ben sanno gli appassionati, l'opera lirica è un'arte difficile, vietata ai dilettanti, agli stornellatori di piazza; e poi, a peggiorare il tutto, ecco i presentatori, soprattutto quelli televisivi: "Abbiamo questa sera ospite il Grande Poeta, che è un Grande Poeta, il Maggiore dei Poeti Viventi - e vi prego di Ascoltarlo con Attenzione, perché vi garantisco che è davvero un Grande Poeta!" . Ed ecco seguire il Poeta, che si toglie gli occhiali ed esegue; alla fine, naturalmente, applausi. In questo clima diventa persino comprensibile che un ministro (...) salti su ed esibisca la sua grande e personale ignoranza dicendo: "Mario Luzi? mai sentito nominare" (forse Luzi è troppo poeta per andare in tv a leggere i suoi versi, però altri lo fanno, eccome...).
E poi comporre poesia non è mica facile: "Che cosa vuoi che dica, che ho i capelli più corti / o che per le mie navi son quasi chiusi i porti...", cantava Guccini, che forse non è un poeta ma di certo è uno che sa scrivere in versi, cosa che non capita a molti. Sarò forse un pericoloso estremista, (ormai comincio a pensarlo anch'io, e me ne sono quasi convinto), ma penso proprio che il più delle volte convenga starsene zitti. Non è mica indispensabile scrivere poesie, né tantomeno farle leggere agli altri: la poesia sa da sola cosa deve fare e arriva lo stesso dove deve arrivare, quando è il momento non conosce ostacoli. E alla fine del mio discorso, per non esagerare, e per quel poco che so e che mi riguarda direttamente, provo a chiudere prendendo in prestito le parole da uno dei miei massimi poeti del Novecento:
It's a happy time inside my mind / when melody does find a rhyme / and says to me I'm coming home to stay...