domenica 8 aprile 2018

Da piccolo


Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto a assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi:" Di questo dunque sanno le orecchie".

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, ed. Einaudi



10 commenti:

  1. La fantasia è la capacità di combinare conoscenze di natura diversa
    per cui gli adulti avendo maggiori conoscenze dovrebbero avere parecchia fantasia
    in realtà hanno una cultura codificata invece i bambini che non hanno codici
    mescolano le cose in maniera per noi sorprendente.

    RispondiElimina
  2. Bella la definizione che hai scelto per "fantasia", anche perchè spesso, erroneamente, si è portati a pensare che sia una disposizione irrazionale..

    RispondiElimina
  3. Ciao. Bellissimo pezzo: magistrale.

    RispondiElimina
  4. Benvenuta, Tiziana!
    Sì, Michele Mari riesce a essere sorprendente. Ho iniziato a leggere i suoi scritti qualche mese fa e penso di continuare: per fortuna ha scritto un bel po' :-)

    RispondiElimina
  5. Quello che colpisce, come negli altri tuoi post su Mari, sono queste esperienze un po' traumatiche, come questa, dove non è tanto ciò che crede il bambino, quanto quel verbo (fui costretto). Ma lo capisco: devono avermi costretto da piccola a mangiar pesce e io, ancora oggi, ho gli sforzi di vomito solo al sentirne l'odore. Solidale con lui, come minimo.

    RispondiElimina
  6. L'infanzia ritorna in tutti gli scritti di Mari che ho letto. Evidentemente non si finisce mai di fare i conti con ciò che ci è successo in quel momento dell'esistenza: è sicuramente quello che ci definisce e fonda il nostro immaginario.
    L'equivalente del pesce è per me la ricotta con lo zucchero e la pasta di grosso formato:-)

    RispondiElimina
  7. Elena Grammann13 aprile 2018 18:51

    Quando, durante la mia infanzia, i nonni materni vennero a stabilirsi a casa nostra, mia nonna introdusse nel menù famigliare una minestra, detta al ris con la tevdùra, che era in sostanza un riso in brodo su cui galleggiava uno spesso strato di uovo sbattuto col formaggio, o qualcosa del genere. Quello che mi ributtava non era il sapore, ma il giallo paglierino intenso del liquido, che mi ricordava qualcosa di molto preciso e, a tavola, piuttosto disgustoso. Ma dal momento che questo è un blog bene educato non posso dire cosa :-)

    RispondiElimina
  8. Ma allora sei emiliana! :-) ( valore aggiunto..:-)

    RispondiElimina
  9. Elena Grammann14 aprile 2018 20:48

    Ebbene sì, sono emiliana (sul valore aggiunto ci sarebbe da discutere, soprattutto con riferimento all'immagine che i più recenti scrittori emiliani danno degli emiliani (lunatici and co.) ) :-)

    RispondiElimina
  10. Non conosco i romanzi degli autori emiliani più recenti ma mi fido del tuo giudizio e continuerò a ignorarli:-)

    RispondiElimina