venerdì 27 marzo 2020

Indugiante bellezza


dipinto di Camille Corot

 Lontano, sì senti il richiamo del cuculo; un colombo selvatico stava tubando sull’olmo più vicino al campo, e come erano spuntate le margherite e i ranuncoli dopo l’ultimo falciatura! Inoltre, il vento aveva preso a soffiare verso sud-ovest ... un’aria deliziosa, piena di vita! Spinse all’indietro il cappello e lasciò che il sole gli cadesse sul mento e le guance. In un modo o nell’altro, oggi, volevo  compagnia… voleva un volto grazioso da guardare. La gente trattava i vecchi come se non volessero nulla. E con la filosofia non forsytiana che sempre si intrufolavo nella sua anima, pensò : “ Non se ne ha mai abbastanza! Con un piede nella tomba si vorrà ancora qualcosa, non ne sarei sorpreso!“. Quaggiù… Lontano da da impegni d’affari, i nipoti, e i fiori, gli alberi, gli uccelli del suo piccolo dominio, per tacere del sole, della luna e delle stelle su di loro, mi dicevano, giorno e notte, “Apriti, sesamo”. Il sesamo si era aperto… Quanto, forse, non sapeva. E non sempre stato sensibile a ciò che adesso si cominciava a chiamare “ Natura”, sensibile in modo genuino, quasi religioso, sebbene non avesse mai perso l’abitudine di chiamare tramonto un tramonto e panorama un panorama, per quanto profondamente potessero commuoverlo. Ma adesso la Natura gli faceva male, tanto l'ammirava. In ognuno di questi giorni calmi, splendenti, lunghi, con la mano di Holly nella sua, e il cane Balthazar davanti a cercare zelantemente qualcosa che non trovava mai, egli avrebbe passeggiato sostando a guardare le rose che si aprivano, i frutti che crescevano sulle spalliere, la luce del sole che faceva brillare le foglie della quercia e gli alberelli del boschetto, le  foglie delle ninfee aprirsi splendenti, e l'argenteo colore del grano novello nel campo; ascoltando gli storni e le allodole, e le mucche Alderney che ruminavano, agitando lentamente la coda a ciuffo; e in ognuno di questi giorni meravigliosi il semplice amore di tutto ciò gli causava un po’ di dolore, sentendo forse, giù nel profondo, che non ne avrebbe goduto molto a lungo. Il pensiero che un giorno di questi… forse tra meno di dieci anni, forse neanche tra cinque, tutto questo mondo gli sarebbe portato via,  prima che avesse esaurito la capacità di goderne, gli appariva come un' ingiustizia che incombeva all’orizzonte. Se vi era qualcosa dopo questa vita, non sarebbe stato ciò che voleva; non Robin Hill, e i fiori e e gli uccelli e i visi graziosi… troppo pochi, anche adesso, di chi gli stava intorno! Con gli anni la sua antipatia per gli inganni era aumentata; il conformismo che aveva sopportato negli anni Sessanta come aveva sopportato le lunghe basette per semplice esuberanza, se ne era andato da tempo, lasciandolo rispettoso  di tre cose soltanto…  la bellezza, la rettitudine e il senso della proprietà; e di queste la più importante era la bellezza. Aveva sempre avuto ampi interessi, e, invero, poteva ancora leggere il Times sebbene fosse capace in ogni momento di posarlo se sentiva cantare un merlo. La rettitudine… la proprietà,  in un modo o nell’altro,  erano stancanti; i merli e tramonti non lo stancavano mai, solo che gli davano la sgradevole sensazione di non poterne godere abbastanza. Guardando intensamente il silenzioso fulgore del tardo pomeriggio e tutti piccoli fiori dorati e bianchi sul prato, pensò: “Questo tempo era come la musica dell'Orfeo, che aveva ascoltato recentemente al Covent Garden, un 'opera bella, non come Meyerbeer, neanche esattamente come Mozart, ma, nel suo genere, forse ancora più armoniosa; qualcosa di classico e della sua "Epoca d'oro", casta e dolce, e la Ravogli "quasi degna del tempo passato"… La lode più alta che poteva immaginare. Il desiderio struggente di Orfeo per la bellezza perduta, per il suo amore che scendeva nell'Ade, come nella vita facevano l'amore e la bellezza...il desiderio struggente che cantava e palpitava in quella musica d'oro, fremeva anche nell'indugiante bellezza del mondo quella sera.

John Galsworthy, Quattro interludi
Ed. Robin

nota penso che John Galsworthy si riferisca all'opera di Gluck e non a quella di Lully o di Monteverdi. ( qui )

martedì 24 marzo 2020

Mamma Gatta ( III )


3.
Arriva dunque l'inverno, fa freddo, gela, è un inverno duro, in giardino non c'è niente da fare e ci si va poco. Vedo ancora ogni tanto la Gatta, ma dei gattini (ormai adulti) ho perso la traccia, mi dico che non ci saranno più. Invece, una gattina ricompare, ha saputo passare l'inverno e a marzo me la ritrovo sempre più vicina; le spiego che non ho la minima intenzione di prendere un gatto ma finirà che la vince lei, la sua storia la trovate qui. La Gatta continua a soffiare e a fare figli; non so più quanti ne ha fatti, crescono e se ne vanno via, ma lei ha preso il mio giardino a dimora stabile. Ogni tanto la saluto e le dico "ciao Gatta", ma lei si ritrae e soffia e minaccia, è davvero Tigre.


Ma poi ne è passata di acqua sotto i ponti, questo è un racconto di tempo e il tempo passa veloce. Volete sapere come va oggi, anno 2020? La Gatta è diventata docilissima, non si fa accarezzare ma prende i bocconi dalla mia mano. Ce ne ha messo del tempo, ma ormai della Tigre non ha più nulla, sembra perfino più piccola di com'era prima e chi viene a vederla per la prima volta non riesce a credere a quello che racconto di lei. Mi ha portato i piccoli e non ha detto niente quando li ho presi in mano, ma ha capito ben presto che io poi li davo via (mi sono appoggiato a persone fidate) e non li avrebbe visti più; accade anche che i gattini siano malati (nati a settembre, arriva subito il freddo...) e bisogna portarli via presto. Lei li cerca, i gattini non ci sono più, è triste e smagrita, temo che non passi l'inverno e invece ce la fa, a primavera ecco dei nuovi gattini, e poi ancora in estate, ma stavolta me li nasconde. Continua a venire da me, è sempre più domestica, ma i gattini non me li lascia più. Adesso è primavera ed è ancora incinta, i nuovi piccoli nasceranno ad aprile e vediamo cosa succederà. Intanto Ciccetta e Aramis, i suoi figli del 2016, sono sempre qui in giro: Ciccetta sul tetto del garage o sulla sua amaca, e Aramis (diventato un gattone da esposizione) che si alterna fra la casa che lo ha adottato e le avventure da gatto vero. Alla Gatta non piace molto avere in giro quei due, ma loro - ne sono sicuro - di lei si ricordano bene, del suo affetto e della sua magnifica Scuola di Gatto.
Ogni tanto, mentre si strofina come una micetta di casa, le chiedo: «Ma, e una di quelle belle soffiate di una volta? Non è che non mi vuoi più bene?»


(continua, ma non so quando)

domenica 22 marzo 2020

Mamma Gatta ( II )


2.
Avevamo comperato un'orata al supermercato, bella grossa; mia mamma dice "andiamo in giardino a pulirla invece di farlo in casa" e così si fa. L'operazione procede veloce, ma ecco arrivare due spie molto interessate sul tetto del garage: un grosso gatto scuro e, appunto, la Gatta. A un certo punto dico "porto via il pesce già pulito, se no qui succede qualcosa"; gli scarti li lasciamo lì, molto graditi ai nostri ospiti. Del gatto maschio dopo qualche mese non avrò più notizie, la Gatta invece si trova benissimo nei nostri giardini e li elegge a suo territorio, scacciando chiunque osi introdursi; in breve diventa padrona del luogo e ne approfitta per iniziare la sua discendenza. I gattini sono belli, la Gatta è selvatichissima e appena si accorge che qualcuno ha visto i micetti li prende e li porta via; qualcuno dei miei vicini comincia a prendere la scopa (non per cattiveria: i gatti scavano negli orti, per chi non ci avesse ancora pensato) e la Gatta diventa sempre più selvatica, e feroce. Si arriva così al fatidico 2016, quando troviamo la Gatta con tre bei micetti, di quelli da esposizione; questa volta non si sposta, deve aver capito che qui non la cacciamo via e non verrà disturbata. Invece succede questo: ho dei vicini nuovi, a loro i gatti piacciono e ne prendono uno in casa. La Gatta, sempre più Tigre, sente il micetto rapito che la chiama e lo va a cercare; se non fosse per le finestre chiuse (è al pianoterra) se lo sarebbe ripreso. Ci mette molto tempo a rassegnarsi, un paio di settimane o forse più. I due micetti rimasti crescono, e rimarranno con lei per molti mesi, dandomi così modo di osservare una straordinaria "scuola di gatto". La Gatta è una mamma perfetta, molto affettuosa e molto attenta; ai due gattini insegna tutto ciò che serve a un Gatto come si deve: arrampicarsi, camminare in bilico, seguire le tracce delle lucertole e dei topi, prendere una preda, schivare le minacce (le automobili soprattutto, che sono buone solo quando sono ferme e ci puoi salire sopra, o nasconderti sotto). Tutto ciò che serve a un gatto, insomma; e l'addestramento dura parecchi mesi perché ormai è arrivato l'inverno e un po' di compagnia non dispiace, anche se i gattini ormai sono grandi. Con noi umani, invece, la Gatta è sempre Tigre: guai ad avvicinarsi, soffia e ringhia (il ringhio "di pancia" dei gatti) e fa anche un po' spavento. Meno male che è un gatto e non un giaguaro, mi viene da pensare; e ogni tanto le porto qualcosa da mangiare, perché ormai è passato del tempo anche per me, e la cura del giardino è diventata mia (per quel che posso fare, non me ne ero mai occupato...). Ma lei soffia, soffia e inarca la schiena, e insegna anche ai figli che l'essere umano è pericoloso e cattivo. Guai ad avvicinarsi troppo, guai.



(segue)

venerdì 20 marzo 2020

Mamma Gatta ( I )


1.
In principio era la Gatta, mi verrebbe da dire; ma non è così, qui intorno fin da quand'ero bambino ci sono sempre stati gatti (liberi o di proprietà) e me ne ricordo ancora tanti, dal gattino che mi aveva graffiato perché cercavo di fargli il bagno (considerate che ero molto piccolo, un ricordo lontano) e io non capivo perché non avesse voluto giocare a quel gioco così divertente, passando per la gattina che si metteva sotto le finestre e diceva miao ogni volta che vedeva noi bambini affacciati (sapeva che qualcosa sarebbe arrivato, e mia mamma ci aveva insegnato a buttare bocconi piccoli, così non si sporca in giro). L'apparizione della Gatta segue però un evento cupo e abbastanza recente, una specie di tabula rasa: qualcuno aveva messo dei bocconi al veleno, e ci fu una strage di gatti che noi vecchi del posto ancora ricordiamo; ne fece le spese anche il cagnolino dei miei vicini di casa, poco più grande di un gatto o forse delle stesse dimensioni. Raccolti o fatti raccogliere i miseri resti (ne trovavamo in tutti i giardini, davvero una cosa brutta), della vecchia guardia rimase solo una gattina minuscola, miserina e con la coda di topo, che aveva preso in simpatia mia mamma. La gattina, sopravvissuta miracolosamente al veleno, non aveva più denti e non aveva più voce; mia mamma le tagliava apposta dei pezzettini di carne delle dimensioni giuste da poter ingoiare, e visse ancora per qualche anno (fece poi una fine tragica, anche questa di matrice oscura). E' a questo punto, sette o otto anni fa, che entra in scena la Gatta: una Gatta magnifica, non tanto per il pelo (bianca con chiazze nere) ma per l'aspetto fiero e per le movenze eleganti. Una Tigre, insomma. Mia mamma la mandava via, spruzzandole addosso un po' d'acqua, perché portava via il cibo alla povera gattina Codaditopo; ma poi Codaditopo sparì definitivamente, e qui comincia una nuova storia.


(segue)

lunedì 16 marzo 2020

Il cane da venticinque lire

(Robert Doisneau, 1953)
In fondo, ero già un po’ stanco di quell'andar girovago sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po’ di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania. Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi bene in un logoro mantello che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che me l’avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola: - Venticinque lire...
Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia. Io, intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando quel cane, mi sarei fatto, sì, un amico fedele e discreto, il quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch’io stessi per farle.
- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo. Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m’allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà cosi sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, capitolo VIII)


giovedì 12 marzo 2020

L'Alberòn




L'Alberòn era tra il cimitero e il campo sportivo di Tomo, enorme e con radici che affioravano. Stava aggrappato sull'orlo del rilievo lungo la strada che da Tomo va a Porcen, in solitudine, intorno solo prato.
Era un cumulo davati agli occhi di verdi forati da luci azzurre. Il tronco, cinque metri di circonferenza.  Corteccia grigio-bruna e muschio a macchie. Tre rami, come alberi normali. In su, una cascata di rami e rametti barocchi. Foglie pesanti. La chioma, quindici, venti metri. Qualche ramo dei più alti ingrigito, scortecciato da frustate di fulmine.
(...)
L'erba intorno era sempre bassa, pestata da quelli che andavano a sedersi sotto. C'era odore di secco e si aveva una vista lunga, ombreggiata da un deposito antico di anni.
Per la maggior parte di quelli di Tomo l'Alberòn era Alberòn e basta. Secondariamente era un olmo.

Matteo Melchiorre, Requiem per un albero
Ed. Spartaco

domenica 8 marzo 2020

La laguna dei gabbiani assassini


Al cinema, e in letteratura, il gabbiano è sempre stato un simbolo di libertà e di purezza: vola alto nel cielo, sopra il mare, bello elegante e lontano, e la sua voce è triste e romantica, quasi un gemito di dolore per solitudine, o per amore.
Ma poi le cose cambiano, sono ormai lontani i tempi di "Il gabbiano Jonathan Livingston" (Richard Bach, 1970, fortunatissimo bestseller) e anche di "La gabbianella e il gatto" (Luis Sepùlveda, 1996).
Da molti anni, ormai, i gabbiani hanno abbandonato il mare e volano sopra le discariche di rifiuti, o assediano gli insediamenti umani; li vediamo da vicino e abbiamo imparato a conoscerli meglio. Che fossero dei predatori, anche violenti, lo sapevano già da sempre gli zoologi e i naturalisti; oggi il loro comportamento è sotto gli occhi di tutti, e non sempre è un bello spettacolo. Il gabbiano, forse, è bello solo se visto da lontano; e non solo lui, a dirla tutta.


(Allen Seaby, inizi '900)
 
Ecco in proposito la testimonianza di un nostro illustre contemporaneo:
Paolo Bullo, dal suo blog:
Le mie cronache semiserie dall’orrida Venezia non sarebbero tali se non cominciassi, come sempre, con qualche nota di costume. Perciò mi sento obbligato d’informare che nella città lagunare è ormai prassi, attraverso le calli, una specie di senso unico alternato per i pedoni. L’alternanza consiste nella possibilità di essere investiti dal trolley di 150 kg trascinato a stento da una giapponesina oppure essere travolto da un gruppo d’alpini in evidente stato euforico (non chiedetemi che ci facessero gli alpini a Venezia, forse un raduno?). Io, che sono notoriamente aperto a tutte le esperienze, ho deciso, con un certo orgoglio, di provare entrambe le opzioni. Son cose che si raccontano ai nipoti, con quell’espressione un po’ choosy (ma che in realtà è dovuta al rimbambimento dell’età) di chi è sopravvissuto ad avventure memorabili e ormai la sa lunga sulla vita.
C’è poi il problema dei gabbiani affamati, più volte affrontato su queste pagine. Ora, il gabbiano è un uccello che una volta viveva soprattutto di pesci e per tirar su il pranzo doveva faticare non poco in mare aperto, seguendo le scie dei pescherecci o delle navi e disputandosi una mezza sardina con gli squali e le orche. Una lotta dura per la sopravvivenza. La bestiolina, potenza dell’evoluzione, a un certo punto ha notato che sulla terraferma, al riparo dai marosi e dalle correnti, gli umani lasciavano in giro un sacco di cibo e che anzi, in casi particolari ma non rarissimi, alcuni di questi umani potevano diventare loro stessi un alimento altamente proteico. Non solo, appiccicati l’uno all’altro nelle strettissime calli gli uomini non hanno possibilità di fuga, quindi perché perdere un’opportunità di trovare cibo a rischio zero?
Questa e altre circostanze hanno trasformato gli eleganti volatili in assassini spietati, che dall’alto si buttano in picchiata sugli uomini appena abbattuti dai trolley (o dagli alpini), li smembrano con gli acuminati artigli e ne straziano poi i corpi con il becco. Insomma, son diventate bestie pericolose e, vi dirò, spesso di dimensioni non trascurabili: ipotizzo i 35-40 kg, visto che anche ieri, sotto ai miei occhi, un paffuto neonato americano è stato ghermito dalla culla sotto lo sguardo inebetito dei genitori che si stavano mangiando una pizza del diametro di un metro. Insomma, la ricerca del cibo regola la vita degli animali e degli uomini. Così fan tutti, si potrebbe dire.
(20.3.2013)
(Eva Auld-Watson, 1942)
 
Mancavo dall’orrida Venezia da parecchio tempo e, francamente, rivederla è stato il solito dispiacere. Gli ossessivi compulsivi come me hanno bisogno di conferme e, in questo senso, Venezia è formidabile in certi schemi precostituiti. Scendi dal treno e sai che verrai investito dal trolley di un giapponese e mentre cercherai, a fatica perché gli anni passano, di rialzarti, due sceriffi statunitensi ti investiranno con la carrozzella in cui un neonato obeso succhia un leccalecca gigante a forma di Kim Jong-un. Se sopravvivi – qualcuno ce la fa – potrai cadere svenuto sulla via che ti porta alla Fenice, preda dell’incredibile commistione di aromi di zucchero filato, vongole filippine, castagne, pesce fritto, spaghetti al forse ragù e pizza. I terribili buttadentro dei locali attenteranno alla tua vita a ogni passo mentre tu, nel frattempo, cerchi di schivare gli attacchi degli ormai famosi gabbiani assassini le cui dimensioni sono ormai tali che le grandi navi che scorrazzano in laguna sembrano giocattoli. E, come potete vedere dall’immagine, anche gli aeroporti sono ormai invasi dai pennuti giganti (qui ne vediamo uno che si è mimetizzato da aereo e attacca una pattuglia di caccia militari, che scompaiono quasi).
(30.11.2017)




giovedì 5 marzo 2020

Lepre o coniglio?


Bugs Bunny è una lepre o un coniglio? Dal nome si direbbe un coniglietto, "bunny", ma dall'aspetto si direbbe piuttosto una lepre: corpo allungato e snello, zampe lunghe, orecchie lunghe... La verità è che Bunny è sia lepre che coniglio, a seconda di quel che serviva agli autori in quel preciso cartone animato. Diventa un coniglio, magari non "a rabbit" ma "a wabbit", quando serve la erre moscia di Elmer Fudd (Taddeo), e ritorna lepre quando sta cadendo e gli serve un "hare tonic": che suona come "hair tonic", la lozione contro la caduta dei capelli che diventa la lozione contro la caduta della lepre, in un gioco di parole intraducibile che è stato utilizzato in diversi titoli dei suoi cartoons. E infine, a dirla tutta, Bunny è tante altre cose: un campione di trasformismo dal talento straordinario. Il mio preferito è probabilmente quello che riprende la storia del fagiolo magico, ma è difficile sceglierne uno solo e me li porterei via tutti.

Bugs Bunny nasce nel 1938, come comprimario nella serie Looney Tunes; e nel titolo è una lepre, "Porky's hare hunt". Tra i suoi primi disegnatori troviamo Tex Avery e Bob Clampett; a dargli le caratteristiche definitive saranno Robert Mc Kimson, Chuck Jones e Friz Freleng. La sua voce storica è quella di Mel Blanc, grande talento vocale che alla Warner doppiava quasi tutti i personaggi dei cartoni. Non ho mai amato il doppiaggio italiano, che banalizza troppo il sonoro; e per quanto mi riguarda con Bunny, ma anche con Paperino e tutti quei personaggi di un'epoca d'oro, non vado oltre il 1960. Quello che è venuto dopo, con Bunny, con Paperino, con Topolino e Beep Beep, non ha nemmeno un centesimo dell'invenzione e del divertimento dei primi autori.

 

domenica 1 marzo 2020

Edwin

 Il grande amore di mia madre è morto oggi. Era una vecchia quercia, sano fino al midollo anche in punto di morte. È crollato per terra mentre sfogliava, chino sul leggio, una pagina della Sinfonia in Sol minore di Mozart. Quando lo hanno trovato, stringeva nella mano rigida un brandello della partitura, gli squilli dei corni all’inizio dell’Adagio. Una volta aveva detto a mia madre che la Sinfonia in Sol minore è il più bel brano musicale mai composto.  Leggeva da sempre le partiture come altri leggono i libri. Di qualsiasi opera gli capitasse tra le mani, arcaica o frivola che fosse. Ma soprattutto andava a caccia del nuovo. Solo in età avanzata, verso i novant’anni, senti il bisogno di rivivere un’altra volta quello che già conosceva, in modo diverso, alla luce di un sole che si andava spegnendo. Rilesse dunque il Don Giovanni che aveva divorato con occhi affamati da ragazzino, e La Creazione. Era musicista, direttore d’orchestra. Tre giorni prima di morire aveva diretto il suo ultimo concerto alla Stadt halle. Gyorgy Ligeti, Bartók, Conrad Beck. Mia madre l’ha amato per tutta la vita. Ne’ lui né gli altri se ne sono mai accorti. Nessuno sapeva della sua passione, lei non ne fece mai parola. “Edwin “sussurrava però in riva al lago da sola con il suo bambino per mano. Circondata da anatre starnazzanti sulla sponda in ombra, guardava la riva opposta, splendente di sole. “Edwin”. Il direttore d’orchestra si chiamava Edwin.

Urs Widmer, Il grande amore di mia madre
Ed. Keller

martedì 25 febbraio 2020

Platano


(platanus orientalis, orto botanico di Padova)

Un'altra musica famosa, di quelle che tutti conoscono senza magari sapere che cos'è; nei matrimoni, per esempio, la si esegue spesso all'organo. Le parole più brutte per la musica più bella, così viene spesso definita "Ombra mai fu" (dall'opera "Serse" di Georg Friedrich Haendel): il re Serse riposa all'ombra di un platano, in un momento di quiete. Il testo è davvero bruttino, la musica è uno dei tempi lenti di Haendel, vale a dire un tempo sospeso in cui perdersi, almeno per la durata del brano.

nell'ordine: Kathleen Ferrier,  Sara Mingardo Fritz Wunderlich , e per tromba e organo
recitativo: Fronde tenere e belle del mio platano amato, per voi risplenda il fato. Tuoni, lampi, e procelle non v'oltraggino mai la cara pace, né giunga a profanarvi austro rapace.
aria: Ombra mai fu / di vegetabile / cara ed amabile, / soave più…





sabato 22 febbraio 2020

Bassotti



(senza indicazioni, trovata on line)

Se pensi ai fumetti e dici "bassotti" la riposta, quasi in automatico, è "Banda Bassotti"; ma i Bassotti dei fumetti di Topolino non assomigliano per niente a un bassotto, e chissà di che razza sono, direi piuttosto dei bulldog o dei boxer. Un bassotto vero è invece quello del Signor Bonaventura, che Sergio Tofano si inventò nel 1917; e altrettanto vero, anche nel tratto umoristico di Benito Jacovitti, è Kilometro, bassotto detective e amico fedele di Cip l'arcipoliziotto. Kilometro viene disegnato da Jacovitti alla fine degli anni '60, non è uno dei suoi personaggi più famosi ma me lo ricordo ancora volentieri (i più famosi, per Jacovitti, sono Cocco Bill e Zorry Kid; andando più indietro nel tempo troviamo Pippo Pertica e Palla).


(Jacovitti 1971, corriere dei piccoli)
Il bassotto tedesco classico, "dachshund", non è molto di moda in questi anni, e anche il basset hound suo parente è diventato raro; gli si preferiscono altri cani, magari ingombranti come gli husky e i labrador. Negli ultimi anni, nei dintorni di Milano, si vedono sempre più spesso dei levrieri: il cinodromo ha chiuso, e i cani sono stati dati in adozione. Il levriero è l'esatto opposto del bassotto, a guardarlo bene; ma io qui sopra ho scritto "cani ingombranti" e adesso mi devo correggere perché, ripensando a incontri ravvicinati di qualche anno fa, il bassotto non è un cane piccolo e non lo è nemmeno il basset hound, che può raggiungere ingombri notevoli. Se avete un bassotto, dunque, meglio tenerlo a dieta e fargli fare tanto movimento; ma questo vale per qualsiasi cane, e anche per i padroni a dirla tutta.

 
 

giovedì 20 febbraio 2020

Dev'essere un cammello



(netsuke giapponese, fine '800)
Confesso subito di non aver mai amato molto Frank Zappa, ho avuto per le mani a suo tempo molti dei suoi dischi ma mi sono sempre sembrati musica gradevole o poco più, e non ho mai capito perché passi ancora oggi per un genio. I geni, quelli veri, sarei andato a cercarli e trovarli poco tempo dopo; intanto però mi è rimasto in casa questo 33 giri, direi il suo più famoso. Non so perché mi sia rimasto qui, forse una dimenticanza, comunque sia non mi dispiace riascoltarlo: il titolo è "Hot rats", non hot dogs ma hot rats. L'umorismo tipico di Frank Zappa, non dei più fini; il significato del titolo del brano sul cammello (It must be a camel) mi sfugge, ma è comunque un ascolto che non dispiace.

qui per l'ascolto


martedì 18 febbraio 2020

Respirare

(Picasso, 1900)


respirare

Chittaia diri?
Ca si ciauru di pani,
di tavula cunsata a festa?
Ca si meravigghia di passulina,
scoccia daranci zuccarata?
Chittaia fari?
No sai chi facissuru sta ucca,
sti iammi ne to iammi,
i manu ca ti cercunu assitati?
Sugnu ciatu ca sattacca na specchiera,
signami ancora cu li to ita.
(Dario D'Angelo)


Cosa devo dirti?
Che sei fragranza di pane,
profumo di pranzo in un giorno di festa?
Che sei meravigliosa passolina,
buccia d'arancia candita?
Cosa devo farti?
Non lo sai cosa farebbero queste labbra,
queste gambe tra le tue,
queste mani che ti cercano senza sosta?
Sono solo un alito sullo specchio,
segnami ancora con le tue dita.


Dario D'Angelo, dal suo sito "Solo Testo"

qui per sapere cos'è la passolina




domenica 16 febbraio 2020

Suono di passi



Calpestare la sabbia nel mattino rarefatto, timidezza di un esitante solo sole rosso che pare voler chiedere scusa per il disturbo recato alla notte, o per la giornata che porterà. Ecco il mare. Anche se è  prestissimo, evitare con cura le passerelle gli stabilimenti, avvicinarsi alla riva scendendo per uno spicchio selvaggio di spiaggia libera, tra l’ultimo bagno di Pinarella, il 59, e le prime colonie.
Fascino di una spiaggia romagnola dentro un’alba di settembre. I turisti che fino all’altro ieri la
gremivano, come non ci fossero mai stati. Recenti mareggiate hanno depositato un lungo tronco d’albero poco più in là della battigia. Sparuti bagnini al lavoro, come a continuare per riflesso condizionato qualcosa che più non ti riguarda. Gli ombrelloni, tranne quei pochi per coppie di anziani stranieri, già messi a ricovero per l’inverno, e i sostegni, rimasti soli nella piazza, paiono cippi di un sacrario militare.
Fa ancora freddo. Meno male che hai indossato la casacca della tuta che avevi nello zaino. Non hai pensieri. Sei qualcosa di dolente che cammina. Esisti solo come suono dei tuoi passi.

Nicola Pezzoli, Il volo interrotto degli angeli  ( qui )

venerdì 14 febbraio 2020

Serenata sotto la luna


Una serenata, direi così famosa che la conoscono tutti, magari senza sapere che è di Schubert. Il testo, per una volta, non è di quelli memorabili (leggeri scorrono i miei canti nella notte, verso di te; qui nel bosco silenzioso, cara, vieni da me! ...) Non è Heine, e nemmeno Goethe; ne è autore Ludwig Rellstab e direi che può piacere, ma vale qui ciò che si dice da sempre dei libretti d'opera, "con la musica di Verdi anche Francesco Maria Piave diventa Leopardi". Ma qui mi conviene fermarmi, già troppe parole. Buon ascolto.

nell'ordine: Hans Hotter , Jussi Bjoerling, Thomas Quasthoff e Claudio Abbado, Sergej Rachmaninov

 
(Albert Anker, 1887)
Ständchen (Serenade)
(Musica di Franz Schubert, testo di Ludwig Rellstab)
Leise flehen meine Lieder
Durch die Nacht zu dir;
In den stillen Hain hernieder,
Liebchen, komm zu mir!
Flüsternd schlanke Wipfel rauschen
In des Mondes Licht;
Des Verräters feindlich Lauschen
Fürchte, Holde, nicht. 
Hörst die Nachtigallen schlagen?
Ach! sie flehen dich, 
Mit der Töne süßen Klagen 
Flehen sie für mich. 
Sie verstehn des Busens Sehnen,
Kennen Liebesschmerz,
Rühren mit den Silbertönen 
Jedes weiche Herz. 
Laß auch dir die Brust bewegen,
Liebchen, höre mich! 
Bebend harr' ich dir entgegen!
Komm, beglücke mich!

mercoledì 12 febbraio 2020

Quante cornacchie

(Henry Meynell Rheam, 1898)







Quante cornacchie vicino a Winchester: in primavera si sentono crocidare, un suono struggente che si dice "cawing". Quanto vento sulle alture là intorno, come agitata la luce, quanta emotion altrui, quante colline!

(Luigi Meneghello, Il dispatrio, pag120 ed. BUR 2007)




lunedì 10 febbraio 2020

sabato 8 febbraio 2020

La febbre è un furetto

(Nishiyama Hoen, 1804-1867)

Christine Lavant
 
Si sente odor di neve

Si sente odor di neve, resta appeso 
il sole ai vetri come un frutto rosso;
se questa febbre scrollo via di dosso 
diventerà un furetto, e sarà preso,    
e chi vi scalda poi, dita gelate?
I re cantori vanno per le strade
e dalle mie sorelle certamente.
La mia tristezza cresce giornalmente,
però non quanto basta a essere pia.
Prendere il frutto rosso nella mia
stanza vorrei, e annuserei la buccia,
giusto per dirmi che sapore ha il cielo.
Il furetto s’acquatta a bruciapelo,
sguscia via dal vicino e s’incantuccia,
tanto in un groppo mi si stringe il cuore.
Chissà se il cielo scende dalle alture
quando si è troppo deboli a salire.
Il frutto l’hanno già fatto sparire…
Però nella mia stanza si sta bene,
e caldi più che neve su un pomario.
Del cranio mi fa male un emisferio
soltanto; poi nel sangue va e viene
il sonno con un fiore, e su e giù in me
lui canta le carole dei tre re.
 
Da: Die Bettlerschale (La scodella del mendicante), Salzburg 1956, traduzione di Elena Grammann
qui per saperne di più



giovedì 6 febbraio 2020

Central Park in the dark


(John Atkinson Grimshaw, 1873)

"Central Park in the dark" di Charles Ives è del 1906, una breve composizione che include anche suoni e rumori ambientali. E' un notturno, all'inizio quasi impercettibile, una passeggiata in Central Park dove a un certo punto il silenzio e i suoni sommessi vengono interrotti da una musica improvvisata, da cabaret o da festa di strada; poi torna il silenzio, camminando ci siamo portati lontani e la musica si attenua, cessa quasi d'improvviso. In tutto, poco più di sette minuti. Metto qui sotto il link, ma fate attenzione perchè all'inizio si sente poco o niente. Charles Ives (1874-1954) è il primo grande compositore americano ed è davvero una personalità fuori dagli schemi consueti. In primo luogo per la sua professione: lavorava nelle assicurazioni e la musica per lui era solo una grande passione. L'avere un introito assicurato gli garantì libertà assoluta nelle sue composizioni, sia nelle Sinfonie più consone al repertorio normale di un'orchestra che in altri brani più sperimentali. In "Central Park in the dark", Ives mette in musica rumori e canti della notte, nel Central Park di New York; in "The gong on the hook and ladder" (1911) c'è la trascrizione, in poco più di due minuti, della parata dei pompieri sulla Main Street; in "The unanswered question", forse il suo capolavoro, c'è la domanda senza risposta, una meditazione profonda e inquietante sulla nostra vita. Lontanissimo dai futuristi e dalle macchine intonarumori di quel periodo, Ives fa vera musica, ed in modo particolarissimo e personale. Erano gli anni in cui Stravinskij cominciava ad affermarsi, e Schoenberg iniziava il suo percorso dodecafonico; ma Ives c'era già, e ad altissimi livelli.
ne ho scritto qualcosa qui  , tanto tempo fa

qui per l'ascolto




martedì 4 febbraio 2020

La doppia felicità di Blitz

Elsa Morante

La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.
Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. Il suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). Il mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.
Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz *; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: "Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! ".
E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando il passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.

 
Elsa Morante, La storia
Ed. Einaudi

*Blitz è un cane

domenica 2 febbraio 2020

Neve



(Dublino 1965, Mac Weeney)
Fuori era ancora buio. Nell'aria senza vento la neve cadeva più fitta della vigilia. I grossi fiocchi lanuginosi scendevano pigramente e a poca distanza da terra restavano ancora esitanti se posarsi o no al suolo. Quando dal vicolo uscirono sull'Arbàt, era già più chiaro. La nevicata velava tutta la strada d'una bianca cortina che scivolava giù agitando e impigliando nelle gambe dei passanti i suoi lembi frangiati, così da far perdere la sensazione di procedere, quasi che i piedi anziché avanzare restassero a muoversi sempre nello stesso punto. Per strada non c'era anima viva. I partenti del vicolo Sivcev non incontrarono nessuno. Presto però, tutto coperto di neve, come passato in pasta liquida, li raggiunse un vetturino con una rozza imbiancata allo stesso modo. Per una somma favolosa, ma che in quegli anni non valeva un soldo, li fece salire tutti con la roba in carrozza. Solo Jurij Andreevic preferì raggiungere a piedi la stazione, libero da pesi e bagagli.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.174 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate



venerdì 31 gennaio 2020

Lupi nella notte


(Andrew Wyeth)
Erano le tre di notte, quando alzò gli occhi dalla scrivania e dalla carta. Dalla chiusa concentrazione in cui era completamente sprofondato, ritornava a sé, alla realtà, felice, forte, tranquillo. All'improvviso, nel silenzio degli spazi lontani che si stendevano fuori della finestra, udì una nota triste e accorata. Passò nella stanza vicina, buia, per guardare fuori. Durante le ore che aveva trascorso scrivendo, i vetri si erano coperti di uno spesso strato di brina e non lasciavano distinguere nulla. Scostò il tappeto arrotolato messo davanti alla porta d’entrata per le correnti d’aria, si buttò sulle spalle la pelliccia, e uscì sul terrazzino d'ingresso.
Lo abbagliò il bianco fulgore che ammantava e faceva splendere la neve, senza un'ombra, sotto la luce della luna. Dapprima non riuscì a fissare lo sguardo e a vedere nulla. Ma, dopo un istante, affievolito dalla distanza, gli arrivò un ululio, prolungato, lamentosamente uterino, e notò allora sull'orlo della radura, al di là del burrone, quattro ombre in lungo, non più grandi di un trattino.
I lupi stavano in fila, coi musi rivolti verso la casa e protesi in alto; ululavano contro la luna o contro le finestre della casa dei Mikulicyn, che riflettevano quella luce argentea. Per alcuni istanti rimasero immobili, ma, nell'attimo in cui Jurij Andreevic capì che si trattava di lupi, come se il suo pensiero li avesse raggiunti, trottarono via dalla radura, le groppe abbassate come cani. Non riuscì a capire in quale direzione fossero fuggiti. 'Brutta novità,” pensò. 'Ci mancavano anche loro. Possibile che abbiano la tana qui vicino? Forse proprio nel burrone. E' terribile! E c'è la cavalla di Samdevjatov nella stalla. Forse hanno fiutato proprio la cavalla. "
Decise per il momento di non dir nulla a Lara, per non spaventarla; rientrò, chiuse per bene il portone e tutte le porte tra la parte riscaldata della casa e quella non abitata, tappò le fessure e i buchi e tornò verso la scrivania. La lampada ardeva luminosa e accogliente, come prima. Ma ora non aveva più voglia di scrivere. Non riusciva a rasserenarsi, non poteva più pensare a nulla, all'infuori dei lupi e delle altre complicazioni che li minacciavano. E poi era stanco. In quel momento Lara si svegliò. (...)

Jurij Andreevic sentiva che il suo sogno di stabilirsi a Varykino per un lungo periodo non si sarebbe avverato e che l'ora della sua separazione da Lara era prossima, che l'avrebbe immancabilmente perduta, e con lei avrebbe perduto la sua ragione di vita, forse la vita stessa. L’angoscia lo consumava. Ma ancor più lo struggeva l'attesa della sera e il desiderio di piangere quell'angoscia in una forma che suscitasse anche negli altri il pianto.
I lupi a cui aveva pensato per tutta a giornata non erano più i lupi sulla neve, al lume della luna: erano diventati il tema dei lupi, una figurazione della forza avversa che si era prefissa di perdere lui e Lara, o di scacciarli da Varykino. Sviluppandosi, l'idea di questa forza ostile aveva raggiunto verso sera un'intensità estrema, come se nella Sut'ma fossero apparse le tracce di un mostro antidiluviano e nel burrone si fosse rintanato un drago favoloso, di mostruosa grandezza, avido del suo sangue e bramoso di Lara.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pagine 353-355 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate


mercoledì 29 gennaio 2020

Rabia

A.Carracci, Il venditore di pasta per topi
 Ma i veri padroni di Venezia e delle strade nelle ore del mattino erano gli ambulanti, e Mattia non tardò ad accorgersene. Il primo ambulante in cui era capitato di imbattersi e che gridava a pieni polmoni:” Rabia! Rabia!”, era stato per l’appunto un venditore di rabia  cioè di veleno per topi. Mattio s’era stretto contro il muro per scansarlo e l’ambulante gli era passato davanti tutto impettito -anche un venditore di veleno per topi, nel suo piccolo, può essere un grande uomo! -tenendo in spalla un lungo bastone, una canna d’India da cui penzolavano, attaccati ad altrettanti uncini, dodici topi morti: sei per parte, grossissimi e molto vecchi, a giudicare dalle code quasi prive di pelo. Sull’altra spalla il venditore aveva una bisaccia con dentro la rabia, e poi anche portava appesi alla cintura due fiaschetti di inchiostro, tre o quattro mazzi di piume d’oca già tagliate e una filza di spugnette da calamaio, che costituivano il resto della sua mercanzia destinata a topi e scrittori. Gridava camminando: “ Penne, inchiostro, spugne da calamaio! Rabia, rabia!”

Sebastiano Vassalli, Marco e Mattio
Ed. Mondadori

lunedì 27 gennaio 2020

Notizie dal cielo


Emanuele Kant riconosceva due meraviglie nel creato: il cielo stellato sopra il suo capo, e la legge morale dentro di lui. Lasciamo da parte la legge morale: abita in tutti? E' vero, si può ammettere che sia congenita in noi, nasca con noi, e nel corso di ogni singola vita si evolva e maturi, o invece degeneri e si spenga? Ogni anno che passa accresce i nostri dubbi; davanti alla necrosi politica che affligge il nostro Paese, e non solo il nostro; davanti alla corsa insensata verso il riarmo nucleare, non si sfugge al sospetto che sulla legge morale prevalga un principio perverso, per cui acquista potere chi di questa legge, che sentiamo unica in ogni tempo e luogo, cemento di tutte le civiltà, non sa che farsene e non ne percepisce il pungolo, é senza e sta bene senza. Il cielo stellato invece rimane: sta sul capo di tutti, anche se noi cittadini lo possiamo vedere di rado, offuscato dai nostri fumi, stretto fra i tetti, offeso dalle antenne Tv. (...)
 Quando lo scorgiamo nelle notti serene, da un qualche osservatorio lontano dalle nostre luci disturbatrici, è ancora sempre quello: il suo fascino non è mutato. Le «vaghe stelle dell’Orsa» sono quelle che ridavano pace a Leopardi, la W di Cassiopea, la Croce del Cigno, Orione gigantesco, il triangolo di Boote affiancato dalla Corona e dalle Pleiadi care a Saffo, sono ancora sempre quelli, abbiamo imparato a conoscerli da bambini e ci hanno accompagnato per tutta la vita. E' il cielo "delle stelle fisse", immutabile, incorruttibile; l'antagonista del nostro mondo terrestre, il nobile-perfetto-eterno che abbraccia e avvolge l’ignobile-mutevole-effimero.

E invece non ci è più lecito guardare alle stelle così, in questo modo ingenuo e riduttivo. Il cielo dell’uomo d'oggi non è più quello. Abbiamo imparato ad esplorarlo con i radiotelescopi, ed a mandare in orbita strumenti capaci di cogliere le radiazioni che l'atmosfera intercetta: ora siamo obbligati a sapere che le stelle visibili dai nostri occhi, nudi od aiutati, sono una minoranza esigua; il cielo si sta rapidamente popolando di una folla di oggetti nuovi, insospettati.
Cent’anni fa, l’universo era puramente ottico; non era molto misterioso, e si riteneva che lo sarebbe diventato sempre meno. Appariva amico e domestico: ogni stella era un sole come il nostro, più grande o più piccola, più calda o meno, ma non eterogenea; alcune erano in realtà un po’ inquiete, qualche stella nuova era comparsa, ma tutto faceva pensare che il disegno dell'universo fosse dappertutto lo stesso. Gli spettroscopi mandavano messaggi rassicuranti: niente paura, nelle stelle c’era idrogeno, elio, magnesio, sodio, ferro, le materie prime dei chimici nostrani. Si riteneva probabile che ogni stella-sole avesse il suo corteggio di pianeti: alcuni astronomi (primo fra tutti Camille Flammarion, il divulgatore infaticabile ed entusiasta) asserivano anzi che doveva averlo, altrimenti non avrebbe avuto ragione d’esistere. Infatti ogni pianeta, ivi compresi quelli del nostro Sole, doveva essere albergo di vita, o esserlo stato, o essere destinato a diventarlo in futuro: osservatori dagli occhi troppo acuti vedevano sulla Luna fumi e luci fugaci, e su Marte reti di canali troppo regolari e geometrici per essere opera solo della natura. Un universo abitato solo da noi, così imperfetti, sarebbe stato un'immensa macchina inutile.

Ora il cielo che pende sopra il nostro capo non è più domestico. Si fa sempre più intricato, imprevisto, violento e strano; il suo mistero cresce invece di ridursi, ogni scoperta, ogni risposta alle vecchie domande fa nascere miriadi di domande nuove. Copernico e Galileo avevano sbalzato l'umanità dal centro del creato: non era stato che un trasloco, da cui pure molti si erano sentiti destituiti ed umiliati. Oggi ci accorgiamo di ben altro: che la fantasia dell’artefice dell’universo non ha i nostri confini, anzi, non ha confini, e sconfinato diventa anche il nostro stupore. Non solo non siamo il centro del cosmo, ma ne siamo estranei: siamo una singolarità. E' strano l’universo per noi, noi siamo strani per l’universo.
Generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini immancabili nella poesia popolare ed in quella sublime; con la parola "stelle" Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema. Le stelle d’oggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura. Sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensì altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni.
L'anagrafe dei mostri celesti si allunga a dismisura: a descriverli, il nostro linguaggio di tutti i giorni fallisce, è inetto.(...)

Non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed all'esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri. Queste notizie dal cielo sono una sfida alla nostra ragione.
E' una sfida da accettare. La nostra nobiltà di fuscelli pensanti ce lo impone: forse il cielo non farà più parte del nostro patrimonio poetico, ma sarà, anzi è già, nutrimento vitale per il pensiero. E' possibile che il nostro cervello sia un unicum nell'universo: non lo sappiamo, né probabilmente lo sapremo mai, ma sappiamo già fin d’ora che è un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta. Non neghiamogli alimento, non cediamo al panico dell’ignoto. Forse spetterà a loro, agli studiosi degli astri, dirci quanto non ci hanno detto, o ci hanno detto male, i profeti ed i filosofi: chi siamo, donde veniamo, dove andiamo.
L’avvenire dell'umanità è incerto, anche nei paesi più prosperi, e la qualità della vita peggiora; eppure io credo che quanto si va scoprendo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio. Quanto alcuni pochi stanno audacemente acquistando nella conoscenza del mondo fisico farà sì che questo periodo non sarà giudicato un puro ritorno alla barbarie.

Primo Levi, da "L'altrui mestiere" pagine 172-175  

illustrazioni: una mappa stellare del 1600; Preissiger 1851, un libro scolastico francese

sabato 25 gennaio 2020

Sparare alla colomba


- La vedi, là, quella colomba nel cielo? Spara.
- Non sparare!
Quella per la colomba, là nel cielo, sarebbe stata la settima pallottola di quelle fuse nella Gola del Lupo: è la pallottola del diavolo. Ma nel "Franco Cacciatore" di Carl Maria von Weber finisce tutto bene, nonostante la paura e gli spaventi che ci siamo presi; la colomba è salva, è salva anche Agathe, il piano del diavolo Samiel non è andato in porto, o forse Samiel si è solo divertito un po' con il disgraziato Kaspar, chissà. Ma il lieto fine ci sta, e poi la musica è così bella che ci si perde dentro.


(dipinto di Carl Probst)
Carl Maria von Weber (1786-1826) è un po' parente di Mozart, nel senso che era parente della moglie di Mozart, Konstanze Weber; molto più giovane di loro, condivide però con Mozart la brevità della sua vita. Weber può essere considerato come uno degli eredi di Mozart, la sua musica e le sue opere discendono direttamente dal Mozart tedesco, dal Flauto Magico e dal Ratto dal Serraglio. Il Franco Cacciatore, "Der Freischütz", è stato composto fra il 1817 e il 1820 ed è magico e meraviglioso, tenebroso e pieno di luce, insomma qualcosa da non perdere, e vale la pena anche di imparare un po' il tedesco, per capire bene cosa vi succede.

qui per ascoltare questa scena


giovedì 23 gennaio 2020

Madrigale senza suono


Stravinskij,  Craft e la partitura del Momumentum pro Gesualdo

Madrigale senza suono è un romanzo di Andrea Tarabbia che delinea la relazione sul piano artistico tra Carlo Gesualdo, principe di Venosa, e Igor Stravinskij, due musicisti, distanti per i secoli che li dividono ma non per il gusto della ricerca e della sperimentazione.
Le loro voci e i loro pensieri si intrecciano e si inseguono, durante la narrazione, proprio come succede in un madrigale, e le parole, mute sulla pagina, acquisiscono un suono, solo interiore, durante la lettura. 
A sostanziare, giustificare la relazione tra i due musicisti  c’è l’intenzione di Stravinskij di “edificare” un Monumentum pro Gesualdo, riscrivendo in chiave strumentale tre madrigali composti dal principe di Venosa, ovvero Asciugate i begli occhi ( qui ), Ma tu cagion di quella atroce pena ( qui ), Beltà poi che t'assenti ( qui ). La stesura della partitura si accompagnerà, nel romanzo,  alla lettura di un misterioso manoscritto, opera di un essere deforme al servizio di Gesualdo; il testo, ritrovato, in una singolare circostanza, in  una libreria antiquaria, si presenterà, pur nella incerta attendibilità, come il mezzo per rendere possibile a Stravinskij la conoscenza, da una particolare prospettiva, del principe, delle ossessioni e dei desideri che lo definiscono e ne determinano il destino, dell’idea che ha della funzione della musica e delle sue potenzialità espressive. 
Stravinskij interviene nel romanzo commentando i momenti del manoscritto che più lo suggestionano e che riguardano non solo la ricerca compositiva di Carlo Gesualdo ma anche la  drammatica esperienza privata del principe di Venosa, e dunque l' omicidio  della prima moglie e dell’amante di questa.
Più  voci, più punti di vista, più lettori, visto che oltre a Stravinskij che  nel romanzo commenta la storia che sta leggendo, c’è, naturalmente, il lettore del romanzo di Tarabbia. Un intersecarsi di sguardi e di sensibilità,  uno spartito  a più voci destinato a produrre effetti ogni volta diversi in relazione all’unica variabile, quella del lettore di tutte le voci di una narrazione in forma di madrigale.

Un clic qui per l'ascolto di Monumentum pro Gesualdo 

qui un estratto del romanzo

martedì 21 gennaio 2020

Gazze


(Bewick, 1826)


Due gazze arrivarono nel cortile e presero a svolazzare cercando dove posarsi. Il vento arruffava e gonfiava le loro piume. Si posarono sul coperchio del cassone delle immondizie, passarono sullo steccato, scesero a terra e cominciarono a camminare nel cortile. «Le gazze annunciano neve», pensò. Nello stesso momento dietro la tenda sentì Sima che diceva: «Le gazze portano notizie. Visita o lettera.» Dopo poco suonarono il campanello (...) Fuori nevicava. Al vento, la neve scendeva obliquamente, sempre più rapida e fitta, come per riguadagnare il tempo perduto. Jurij Andreevic guardava dinanzi a sè fuori dalla finestra, come se non la vedesse cadere ma continuasse a leggere la lettera di Tonja, e non asciutte stelline di neve balenassero e volassero via, ma piccoli spazi bianchi tra i piccoli caratteri neri, bianchi, bianchi, senza fine, senza fine.


Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.335 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate




domenica 19 gennaio 2020

Una rosa


Una rosa

Cera una rosa che maspettava.
Tutta ianca, sinni stava affacciata alla finestra. No niuru che la circondava, pareva ca parrava sulu ammia: "No viri ca sugnu ca?" diceva.
Però non cera astiu, no, na sò dumanna e mancu scantu a farisi viriri in tutta a so biddizza in nda strada deserta, nella notte.
"I paroli veri su muti, fatti sulu picchì i sapi ascutari" pinsai e trasii a casa a inchiri u bicchieri.
A darici acqua, a darimi acqua.

Dario D'Angelo, 10 dicembre 2019
 
C'era una rosa che mi aspettava. Tutta bianca, stava affacciata alla finestra. Nel buio che la circondava, sembrava parlare solo a me: "Non vedi che sono qua?" diceva. Però non c'era astio, no, nella sua domanda e nemmeno vergogna nel farsi vedere in tutta la sua bellezza nella strada deserta, nella notte. "Le parole vere sono mute, fatte solo per chi le sa ascoltare", pensai, ed entrai in casa a riempire un bicchiere. Per darle acqua, per darmi acqua.

venerdì 17 gennaio 2020

La meneuse de tortues d'or

un clic qui

info

il dipinto è di Susan Culver

mercoledì 15 gennaio 2020

Gelo

(Jacob Frank, Yellowstone)







Una chiara notte di gelo. Straordinaria luminosità e compiutezza di tutto quello che si vede. La terra, l'aria, la luna, le stelle sono inchiodate, saldate insieme dal gelo. Nel parco, di traverso sui viali, si stampano le ombre degli alberi come tornite e in rilievo. Pare che nere figure attraversino continuamente la strada in vari punti. Grosse stelle sono sospese fra i rami del bosco come azzurre lanterne di mica. Tutto il cielo è un prato estivo disseminato di piccole margherite.


Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.232 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate




lunedì 13 gennaio 2020

Storia dell'amaca ( II )


La rete-amaca dura poco più di un anno, poi crollerà sotto l'effetto congiunto del vento e di una breve nevicata; tutt'altro che da escludersi che le escursioni del gattino Disaster abbiano avuto l'effetto che temevamo. Nel frattempo, io ho fatto amicizia - o meglio, sono stato costretto a fare amicizia - con il gattino - pardon, gattina - e l'ho chiamata non più Disaster ma Ciccetta (o meglio Cicetta, con una c sola: vezzeggiativo scherzoso comunemente in uso nel comasco) ma ogni tanto Disaster riaffiora.
Che fare. A Ciccetta la rete antigrandine piaceva tantissimo, ma adesso non c'è più. Aspetto per un po' per vedere se viene ripristinata (non oso chiedere direttamente) poi mi rendo conto che la rete è destinata a rimanere un ricordo e comincio a riflettere. In fin dei conti, ho un pezzo di rete in garage: può servire? Ne ritaglio un pezzo abbastanza grande da contenere un gatto - pardon, una gattina - e lo lego ai rami di un pesco. Ci sta perfettamente, sembra fatta apposta; il filo che ho usato per appenderla è bello robusto (filo elettrico, avanzi di vecchi lavori), vediamo se si fida a entrarci. Dopo un po' di titubanza (mi ha guardato bene per tutto il tempo dei lavori, è stata attenta) finalmente il collaudo: funziona, sono anche riuscito a prendere bene le misure lasciando pendere la rete quel tanto che basta per contenere il corpo. Manca ancora una cosa, però, e Ciccetta me lo fa notare: allunga una zampina sulla siepe, poi la tira indietro e mi guarda. Ripete il gesto, è chiaro: mica si può camminare sulla siepe, le piantine pungono e si rischia di scivolare di sotto. Io pensavo che avrebbe usato il pesco per salire, ma così non è: abituata a scorrazzare sui tetti dei garage, Ciccetta vorrebbe un collegamento diretto. Una tavola di legno va bene? Certo che sì, approvato. Sistemo bene la tavola, anzi la cambio perché è troppo stretta, e la variante di valico è pronta. Siamo nel gennaio 2018, quindi l'amaca sta per compiere due anni - ma ormai la storia dell'amaca qui in giro la conoscono tutti, mancavate solo voi.