Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post

lunedì 25 febbraio 2019

Ishiguro, Crooner

L'ho letto in meno di un'ora; le pagine sono sessanta ma ci sono tante illustrazioni. I personaggi sono quattro: un cantante americano sul viale del tramonto  e in cerca di rilancio; la donna che molti anni prima l'ha sposato essenzialmente per acquisire un superiore status sociale, un giovane musicista di un non ben identificato paese dell'area comunista europea, dissolta dopo la caduta del muro di Berlino e infine Venezia, o meglio, la Venezia mondana dei caffè di piazza San Marco e quella più intima dei canali e delle calli più silenziose. L'ho letto in meno di un'ora ma continuo a pensarci, forse perchè sorpresa dal valore paradigmatico che Ishiguro ha saputo dare alla situazione che ha costruito e ai personaggi che l'hanno animata, non ultima Venezia.

qui un estratto di "Crooner"




martedì 29 agosto 2017

La memoria di Venezia


Venezia, la città che amo di più al mondo, è soprattutto un labirinto. Esattamente come la rappresentò, nel 1500, con le sue tavole incise nel legno di pero, Jacopo de' Barbari, nella sua sorprendente Veduta a volo d'uccello ( qui ). Una Venezia quasi spettrale, che fa venire le vertigini per la precisione dei suoi dettagli. Le calli e i ponti, che spesso non conducono da nessuna parte e ti fanno tornare al punto di partenza. Quando ci si perde per Venezia si riacquistano le immagini del proprio passato, attraverso percorsi attorcigliati.
C'è un dettaglio che Jacopo de' Barbari non poteva mettere a fuoco e che è frequente meta delle mie visite e utile appiglio dei miei ricordi. Nell'alto e vecchio muro che delimita la Corte Centani, sulla Fondamenta Venier dai Leoni, dietro la fondazione Guggenheim, a tre metri di altezza, sta conficcata una testina di marmo bianco. Sembra un fantasma, o uno Zefiro, che voleva sbucar fuori, ma è rimasto impigliato nel momento di trapassare i mattoni. E' il volto di un rubicondo ragazzo con le guance gonfie e la bocca contratta, come se stesse per emettere un soffio.
Venezia è piena di pezzi di statue antiche incastonate negli angoli e nelle pareti dei suoi palazzi. Come le statue dei Mori, che danno il nome alle Fondamenta e al Campo. Uno se li trova di fianco all'improvviso, alla propria altezza come viandanti freddi e misteriosi. ( qui )
Questi frammenti mostrano come parte della bellezza della città lagunare sia stata costruita con le razzie dei palazzi dell’Oriente. Ogni nave che tornava trasportava  – anzi: doveva per obbligo  portare – statue, colonne, pavimenti che servivano ad abbellire la città. La Basilica di San Marco è l’esempio più vistoso di un patchwork di furti, un collage di stili e materiali, estratti dal loro contesto e funzioni originali, che la rendono unica e inimitabile. Mi pare che così anch’io scrivo quando racconto miei ricordi: a volte rubo pezzi da altre storie, incastonandoli nelle mie.

Francesco M. Cataluccio, L'ambaradan delle quisquiglie, ed. Sellerio


giovedì 23 marzo 2017

La sirena di pietra

disegno di Moebius
«Proseguimmo, galleggiando, verso il centro di questo luogo strano – con acqua tutto attorno a noi come mai mi era capitato di vedere – e gruppi di case, chiese, e moltissimi edifici imponenti che si levavano da essa; e ovunque lo stesso straordinario silenzio. Poco dopo, attraversammo veloci un corso d’acqua ampio e aperto, e passammo davanti a quel che mi sembrò un vasto molo lastricato dove i fanali splendenti che lo illuminavano mostravano lunghe file di archi e colonne di possente costruzione e grande solidità, ma leggere a vedersi quanto ghirlande di brina o ragnatele, là, per la prima volta, vidi camminare della gente. Arrivammo, così, a una scalinata che dall’acqua portava a un grande palazzo dove, dopo aver attraversato innumerevoli corridoi e gallerie, mi coricai per riposare, e ascoltai le nere imbarcazioni passare discrete su e giù sotto la mia finestra, sull’acqua increspata, finché mi addormentai.»

( C. Dickens, Immagini d’Italia – Un sogno italiano – 1846 )


domenica 19 marzo 2017

Il gatto heideggeriano

Ma è venuto il momento di immortalare il campione mondiale di tutti i tempi di salto in basso, il mitico gatto heideggeriano della Giudecca.
 Il micio in questione, tale Pucci, tre quarti di secolo fa amava addormentarsi sul davanzale di una casa al terzo piano: crogiolandosi – come si suol dire – beatamente al sole. 
Per non essere disturbato da nessuno, Pucci usciva sul terrazzino, si arrampicava sulla balaustra, da lì saltava sul davanzale accanto e si distendeva all’esterno degli scuri chiusi. Quando la mia bisnonna apriva gli scuri, Pucci si ritrovava di colpo sbalestrato nel vuoto, miagolava di spavento e assumeva in un baleno la stessa posa aerea degli scoiattoli volanti, delle scimmie dotate di membrane planari: i gatti sono provetti cascatori.
 I ragazzini che giocavano in calle tenevano sempre d’occhio quella finestra al terzo piano: ogni volta che avvistavano Pucci di ritorno sul davanzale, facevano passare una mezz’ora, lasciavano che il gatto si appisolasse in pace, dopodiché chiamavano alla finestra la mia bisnonna che si riaffacciava aprendo di scatto gli scuri.
Ci si domanda spesso se gli animali sognino, se siano anch’essi travagliati da incubi simili ai nostri, come quelli che si concludono con una caduta nel vuoto, sogni che sprofondano in se stessi fino a sfondarsi in un risveglio rassicurante sul guanciale. Consideriamo ora l’esperienza di questo gatto heideggeriano che, proveniente da un placido sonnecchiare, spalancava gli occhi sulla caduta. Negli stessi anni il filosofo Martin Heidegger spiegava che venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo.
 La vita è un gatto addormentato sul davanzale che si sveglia all’improvviso cadendo dal terzo piano.


Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce


domenica 22 gennaio 2017

Il giardino del Carteggio Aspern


" La temperatura era molto alta; era una di quelle notti che si sarebbero volentieri trascorse all'aperto, e non avevo ancora fretta di andare a letto. Ero tornato a casa in gondola, ascoltando il lento tonfo del remo nei canali angusti e bui, e ora l'unico pensiero che mi allettasse era la vaga considerazione che sarebbe stato piacevole sdraiarsi su un sedile del giardino nell'oscurità odorosa. Alla base di questo desiderio c'era senza dubbio l'odore del canale, e il respiro del giardino, non appena vi entrai, dette consistenza al mio proposito. Era delizioso - la stessa aria che doveva aver tremato ai voti di Romeo, quando egli se ne stava in mezzo ai fiori e levava le braccia verso il balcone della sua amata. Guardai le finestre del palazzo per vedere se l'esempio di Verona ( essendo Verona non molto distante ) non fosse stato seguito; ma era tutto buio, come al solito, e tutto silenzioso. "
Henry James, Il carteggio Aspern
ed. Alia
traduzione di Angelita La Spada


villa Eden
Il giardino descritto da James nel Carteggio Aspern è molto probabilmente il giardino Eden nell'isola della Giudecca.

Frederic Eden, un gentiluomo inglese, nel 1880 rilevò ciò che rimaneva dell'antico orto del convento della Croce e ne fece un giardino ricco di alberi, arbusti mediterranei e tropicali e di fiori, rose soprattutto. Il giardino e la villa furono successivamente della principessa Aspasia di Grecia e di sua figlia Alessandra. L'ultimo proprietario è stato l'architetto austriaco Hunderwasser, l'artefice delle residenze più colorate di Vienna ( qui ).
 

All’origine di The Aspern papers c’è probabilmente una vicenda di cui Henry James aveva preso nota nel suo diario durante un suo soggiorno fiorentino. Gli era stato raccontato che un critico d’arte di Boston desiderava impossessarsi di lettere di Shelley e Byron custodite da un’anziana signora a Firenze. Il seguito della storia, compreso lo stratagemma messo in atto dal critico bostoniano per impossessarsi del carteggio, viene ripercorso da James nel suo lungo racconto che, però, ha come scenario Venezia e personaggi con altra identità, sentimenti, modi di fare, quelli che l'autore loro regala. Nell’opera di James le lettere diventano quelle di un poeta americano, Jeffrey Aspern, e sono custodite da Juliana, una enigmatica, decrepita signora americana che da molti anni vive con la matura nipote in una dimora veneziana con tante sale silenziose e un giardino segreto.

giovedì 5 gennaio 2017

La città di porcellana

D'inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d'argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno sconsolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione ma una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; dalle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. (...) D'accordo, questo è un ottimo posto per le lune di miele, ma ho pensato spesso che bisognerebbe provarlo anche per i divorzi - per quelli in corso e per quelli già conclusi. Non c'è migliore fondale per un'estasi, per una passione che debba sfumare in dissolvenza; nessun egoista, abbia ragione o torto, può fare il divo in mezzo a questo servizio di porcellana posato su un'acqua di cristallo, perché il fondale gli ruba la scena.".


Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

ed. Adelphi

traduzione di Gilberto Forti