sabato 29 aprile 2017

Bassotto


Arrivato a Godesberg, mi sedetti di nuovo ai piedi della mia bella amica; vicino a me si accucciò il bassotto marrone, ed entrambi la guardavamo negli occhi.

Heinrich Heine, da "Idee - Libro Le Grand" (1826), pag.114 di "Impressioni di viaggio" ed. De Agostini 1981, traduzione Vanda Perretta


(dipinto di Carl Reichert)

mercoledì 26 aprile 2017

Il volo del calabrone (ma forse no)


"Il volo del calabrone", brano musicale scritto da Nikolaj Rimskij-Korsakov, è molto conosciuto e ha avuto infinite versioni e arrangiamenti, dai grandi violinisti e pianisti fino a Nini Rosso (tromba, anni '60) e Bobby Mc Ferrin (voce, di oggi). L'originale viene da un'opera lirica del 1899, "La fiaba dello zar Saltan", ma oggi (sarà la primavera) in me è l'entomologo che prevale, e quindi qualcosa non mi torna: all'ascolto è evidente, questo non è il volo di un calabrone. Il calabrone infatti non ronza intorno a qualcosa, ma va diretto al suo scopo. Mi vengono in aiuto i dischi e i programmi di sala in inglese: "The flight of the bumble-bee". In inglese, il calabrone è "hornet". Nell'errore cade anche il mio dizionario, evidentemente la confusione è grande ed è ora che qualcuno provi a guardarci dentro (tocca a me, disdetta).
Bumble-bee è il bombo, Bombus terrestris, Bombus occidentalis, perfino Bombus arctica (e molte altre specie), cioè una grossa ape piuttosto pacifica ma, come tutte le api, provvista di pungiglione. Non è ben organizzato come le api e quindi non lo si può allevare per il miele (fa il nido sottoterra), ma è comunissimo e lo si incontra un po' dappertutto. Il calabrone, "hornet", è una vespa: vespa crabro. Come vespa, il calabrone si nutre di frutta e di altri insetti; non va svolazzando sui fiori ma si muove invece diritto e veloce, come un piccolo aereoplano super efficiente. Insomma, se va sui fiori e svolazza ronzando, è un bombo. Probabilmente è la parola bombo che non piace, a noi italiani sembra uno scherzo, un dolcetto farcito, un tipo tondo e grasso, un gioco di bambini piccoli; e invece è proprio il suo nome scientifico.


A proposito del bombo circola da sempre una storiella, che sia stato studiato a lungo e che gli ingegneri aeronautici non abbiano capito come faccia a volare, con quel peso e con quelle alette: dal canto suo il bombo, all'oscuro dei dubbi degli ingegneri, vola quieto ed efficiente senza alcun problema. 

lunedì 24 aprile 2017

Le palme in Piazza Duomo


...Ma nulla la città odia quanto il verde, le piante, il respiro degli alberi e dei fiori.
(Dino Buzzati, Il tiranno malato, numero 46 dei "Sessanta racconti")

Le palme e i banani in Piazza del Duomo a Milano, qualsiasi cosa se ne pensi, dimostrano con certezza una cosa sola: che per gli architetti e per gli urbanisti gli alberi sono solo elementi d'arredo. Un albero vale un lampione, nei rendering degli architetti e degli esperti di arredo urbano: un lampione, una fioriera, un portaombrelli, un tavolo, un armadio, una poltrona. Lo prendi di qui e lo sposti di là, e quando sei stufo lo butti via e ci metti qualcos'altro. E' il destino di una generazione (anche più di una, ormai) che non è abituata a vedere la linea dell'orizzonte. L'orizzonte, e ormai non solo a Milano ma anche nei paesi più distanti, è il palazzo davanti. O quello di fianco, o quello che trovi appena svoltato l'angolo; si comincia così da bambini e poi si trova naturale tutto questo, ma la scomparsa dell'orizzonte non è una cosa naturale, è il risultato di una modificazione profonda e artificiale. Vale anche per gli olivi centenari espiantati per il gasdotto in Puglia, per la Tav in Val di Susa, per tante altre cose ancora. Si perde anche il significato delle parole: "olivo centenario" significa che ci ha messo cento anni per diventare così, o magari anche di più di cento anni; invece, da come lo dicono, sembra che sia solo un pezzo d'arredo come un altro. Lo prendi di qui, lo sposti di là, "poi si abituano e smettono di rompere" (eh sì, è il modo più veloce per far tacere chi non è d'accordo, dare del "polemico", o peggio, a chi muove anche solo una piccola obiezione...).

(foto di Arthur Prentiss, 1915)

Il racconto successivo, nel libro di Buzzati, si intitola "Il problema dei parcheggi": viene proprio da pensare che li abbia messi in sequenza lui uno per uno, questi racconti, e non un editor qualsiasi. Buzzati sapeva e vedeva, anche perchè era cresciuto fra le montagne, a Belluno. A Milano, nell'orizzonte di cemento, ci abitava e ci lavorava soltanto.

venerdì 21 aprile 2017

Kira e Cucciolo


Kira era milanese, Cucciolo viveva in Liguria; si incontravano durante le vacanze (di Kira) ed erano molto amici. Erano contenti di stare insieme, diventavano tristi (soprattutto Cucciolo) quando finivano le vacanze e Kira doveva tornare a Milano. Una bella amicizia, un po' rude ma di quelle vere, durata tanti anni. Da parte mia, ho conosciuto di persona Kira ed era proprio così, invece Cucciolo l'ho visto solo in fotografia e un po' me ne dispiace.



 
(disegni e testi di Monica Rainer, dal sito www.mazzate.com/fumetti   )
(per vedere le foto dei veri Kira e Cucciolo, questo sito  )

mercoledì 19 aprile 2017

Armadillo

La canzone è famosa: eterea, sognante, bellissima. Non finirei mai di ascoltarla.
Non so da dove salti fuori, a un certo punto, l'armadillo ("the scaly armadillo", in rima con "weeping willow", il salice) ma l'immaginario di Roger Waters, di Syd Barrett, e di tutti i Pink Floyd di quel periodo era davvero qualcosa di fuori dal comune.
Ignoravo anche l'esistenza della parola "eiderdown", piumino: pillow è il cuscino, weeping willow è il salice piangente, che agita intorno i suoi rami. Intendersi di rime e di metrica è sempre una bella cosa: qui siamo dalle parti del nonsense, ma del resto l'Inghilterra è il paese di Lewis Carroll...
Direi che è qualcosa che non si può tradurre, è una canzone tutta costruita su rime e assonanze, quasi come James Joyce in Finnegans Wake. Bisognerà proprio studiarsi l'inglese; altrimenti, basta e avanza la musica. Siamo comunque nel reame dei sogni, come spiega bene il titolo.

Julia Dream
(Roger Waters)
Sunlight bright upon my pillow
Lighter than an eiderdown  
Will she let the weeping willow
Wind his branches round
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams...
Every night I turn the light out
Waiting for the velvet bride
Will the scaly armadillo 
Find me where I'm hiding...
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams
Will the misty master break me
Will the key unlock my mind
Will the following footsteps catch me
Am I really dying
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams

                                                                                                                ( un clic qui per l'ascolto )

lunedì 17 aprile 2017

Il gatto di nonno Joyce


A Trieste ci sono belle librerie e sezioni nutrite con scritti di autori che hanno stabilito un legame
con la città o perchè ci sono nati ( sono tanti! ) o perchè ci sono capitati e restati per lunghi periodi di tempo. In via San Nicolò ci sono due librerie; una è quella antiquaria, legata a Umberto Saba che ne fu proprietario per diversi anni ; l'altra, moderna, colpisce non meno della prima per la qualità e il numero dei libri esposti. Impossibile uscire con meno di tre, quattro volumi in busta. Io ne ho trovati cinque da portar via e tra questi un delizioso librino contenente una fiaba di James Joyce, corredata di raffinate illustrazioni di Cristiano Coppi. La fiaba, contenuta in una lettera inviata nel '36, era destinata al nipotino dello scrittore, Stephen. Non la  racconto. Dico solo che di mezzo ci sono un ponte, un sindaco, la città di Beaugency, un secchio d'acqua, un gatto, e infine un diavolo che passa il tempo a sfogliare i giornali e che parla uno strano francese..

illustrazioni di Cristiano Coppi





Il prezioso libricino si intitola "Il gatto e il diavolo"; la traduzione è di Franco Marucci; la casa editrice è la ETS




venerdì 14 aprile 2017

Samuel Beckett


Tom Bishop, studioso e intimo amico, (...) offrì il suo aneddoto beckettiano preferito, sul cane che lui e sua moglie avevano chiamato col nome dello scrittore. Erano troppo imbarazzati per dirglielo, ma lui lo scoprì comunque tramite un amico comune. La signora Bishop gli chiese se non si sentisse offeso, e Beckett rispose: «Se il cane non se la prende, non vedo perché dovrei farlo io.»
Mel Gussow, Conversazioni con (e su) Beckett, ed. UbuLibri 1996, pag.131
(nell'immagine, Samuel Beckett sul set di "Film")

mercoledì 12 aprile 2017

L'uovo o la gallina?


L'umorismo balinese è come il nostro e abbonda di barzellette sul sesso, truismi e giochi di parole. Volli saggiare lo spirito del nostro giovane cameriere d'albergo e gli chiesi: « Perché la gallina attraversa la strada?» La sua reazione fu piuttosto sprezzante: «Questa la sanno tutti», disse all'interprete. Io replicai: «Benissimo, allora dimmi chi è nato prima: l'uovo o la gallina?» La domanda lo mise in imbarazzo (...) poi spinse il turbante sulla nuca, riflettè un momento e infine dichiarò con grande sicurezza: «L'uovo.» «Ma chi ha posato l'uovo?» «La tartaruga, perché la tartaruga è il primo tra gli animali e posa tutte le uova.»
Charlie Chaplin, Autobiografia, pag.392 ed. Oscar Mondadori 1977

E' una risposta corretta anche dal punto di vista naturalistico, perché i rettili (tutti) depongono le uova e i rettili erano già sulla terra prima della comparsa degli uccelli. Anche i pesci, e anche gli insetti, depongono uova, ma qui ci si allontana troppo dall'albero genealogico della gallina. In fin dei conti, però, sulla questione aveva forse ragione Samuel Butler, che mette la parola definitiva; e non solo per le galline, a pensarci bene.

«Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.»
(Samuel Butler, da "Notebooks-life and letters" pag.79 ed. Guanda 1998)


lunedì 10 aprile 2017

« Perché mi tiri la coda?»


Amblyrhynchus Demarlis, la specie terrestre (...) ha coda tonda e dita non palmate. Questa lucertola, invece di trovarsi come l'altra su tutte le isole Galapagos è limitata alla parte centrale dell'arcipelago e precisamente alle isole Albemarle, James, Barrington e Indefatigable. Verso sud, nelle isole Charles, Hood e Chatham e verso nord, in quelle di Towers, Bindloes e Abingdon, non ne vidi una e non ne sentii parlare. Sembrerebbe che siano state create nel centro dell'arcipelago e da qui si siano diffuse soltanto fino a una certa distanza. (...) Sono forse di statura un po' minore della specie marina, ma parecchie di esse pesavano dai quattro ai sette chili. Sono di movimenti pigri e semi intorpiditi. Quando sono spaventate, camminano lentamente con la coda e il ventre sollevati da terra. Si fermano spesso e sonnecchiano per un minuto o due, con gli occhi chiusi e le zampe posteriori allargate sul terreno riarso. Abitano in tane che scavano qualche volta fra i pezzi di lava, ma più generalmente su tratti piani del soffice tufo simile ad arenaria. (...) Osservai a lungo un individuo mentre scavava fino a quando metà del suo corpo fu sepolto; mi avvicinai allora e lo tirai per la coda; ne fu molto stupito e subito risalì per vedere di cosa si trattasse, poi mi fissò in viso come per dire: « Perché mi tiri la coda?».
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.483 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)


(il nome scientifico citato da Darwin oggi non è più in uso, e non è quindi facile risalire alla specie esatta; la foto qui sopra è di Matt Moyer e viene da The Huffington Post)

sabato 8 aprile 2017

Il pappagallo di lungo corso






- Vieni, Hawkins, - diceva, - vieni a farti una chiacchierata con John. Nessuno è più benvenuto di te, figliolo. Siediti, e senti le novità. Ecco il capitano Flint ... il mio pappagallo l'ho chiamato Capitano Flint come il famoso bucaniere... ecco il Capitano Flint che predice il successo al nostro viaggio. Non è vero, capitano? E il pappagallo diceva , con grande rapidità, " Pezzi da otto ! "Pezzi da otto! Pezzi da otto! " fino a che ci si chiedeva come non finisse senza fiato, o John tirava il suo fazzoletto sulla gabbia.
- Quell'uccello, - diceva, - potrebbe benissimo avere duecento anni, Hawkins...quasi tutti vivono tantissimo; e se qualcuno ha visto più misfatti, deve essere il diavolo in persona. Ha navigato con England, il grande capitano England, il pirata. E' stato in Madagascar, a Malabar, in Suriname, a Providence, e a Portobello. Era là quando ripescarono quelle disgraziate navi al Plate. E' là che ha imparato a dire "Pezzi da otto" e c'è poco da meravigliarsi; ce n'erano trecentocinquantamila, Hawkins! Era all'arrembaggio del Viceroy of Indies fuori da Goa; e a guardarlo si potrebbe pensare che sia giovanissimo. Invece ne ha respirata di polvere da sparo... non è vero, Capitano? - Pronti a virare, - urlava il pappagallo. - Ah, è un bel furbo davvero, - diceva il cuoco, e gli dava dello zucchero che tirava fuori dalla tasca, allora l'uccello becchettava le sbarre e si metteva a bestemmiare, con una malvagità difficile da credere. - Ecco, - aggiungeva allora John, - non si può toccare la pece e non sporcarsi, ragazzo.

R.L.Stevenson, L' isola del tesoro


giovedì 6 aprile 2017

La violetta

Il testo è di Goethe, la musica è di Mozart; composto nel 1785, tratto dal singspiel giovanile di Goethe "Erwin und Elmire". Mozart, probabilmente commosso dal testo o forse già pensando alla musica, aggiunse due versi alla poesia: "povera violetta, era una violetta dal gran cuore". Nell'ottobre dello stesso anno, andrà in scena "Le nozze di Figaro".
(notizie da "Mozart, il catalogo è questo" di Poggi e Vallora, ed. Einaudi)

Das Veilchen (La violetta), K 476
Lied in sol maggiore per soprano e pianoforte
Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
Testo: Johann Wolfgang von Goethe
Vienna, 8 giugno 1785

Una violetta stava sul prato
il capo reclinato, ignota;
una così graziosa violetta!
Giunse una pastorella
con passo lieve ed anima serena, per la sua strada
e quindi, e quindi, è già nel prato, e canta.
«Ah, - pensa la violetta, - vorrei tanto
essere il fiore più bello della natura,
ah, anche solo per un istante,
fino a quando mi avrà colto il mio amore
e mi avrà stretto languida sul cuore!
Ah, soltanto, soltanto, per un breve quarto d'ora!»
Ma, ahimè, venne la pastorella
e non si cura della violetta,
calpesta l'infelice.
Essa moriva, rimanendo felice:
«...muoio dunque, ma è per lei che muoio,
ai piedi di lei!»

https://www.youtube.com/watch?v=a2grRV8T95M
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martedì 4 aprile 2017

Il più bel gelso che mai


14 Maggio

Anche jer sera tornandomi dalla montagna, mi posai stanco sotto que’ pini; anche jer sera io invocava Teresa. Udii un calpestio fra gli alberi; e mi parea d’intendere bisbigliare alcune voci.  Mi sembrò poi di vedere Teresa con sua sorella, sbigottitesi a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi, mi si gittò addosso con mille baci. Mi rizzai. Teresa s’appoggiò al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de’ cinque fonti.  E là ci siamo quasi di consenso fermati a mirar l’astro di Venere che ci lampeggiava su gli occhi. – Oh! diss’ella, con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch’egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando
clic sull'immagine
leggo i suoi versi io me lo dipingo qui, malinconico, errante, appoggiato al tronco di un albero, pascersi de’ suoi mesti pensieri (…).Io non so come quell’anima, che avea in sé tanta parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de’ mortali – oh quando s’ama davvero! (…).  E saliva su per la collina ed io la seguitava. (…)
– Tutto è amore, diss’io; l’universo non è che amore(… ). Teresa sospirò insieme e sorrise. La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai. È alto, solitario, frondoso: fra’ suoi rami v’ha un nido di cardellini(…).La ragazzina intanto ci aveva lasciati, saltando su e giù, cogliendo fioretti e gettandoli dietro le lucciole che veniano aleggiando. Teresa sedea sotto il gelso ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco, le recitava le odi di Saffo – sorgeva la Luna – oh! – perché mentre scrivo il mio cuore batte sì forte? beata sera!


U. Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis


domenica 2 aprile 2017

I gatti di Mahler

Siamo a Steinbach, in Austria, al tempo della composizione della Terza Sinfonia, nel 1896. 

(...) a Steinbach trovai Mahler disponibile come non lo avevo ancora mai visto. Qui, in mezzo alla natura, non disturbato dalle noie del Teatro dell'Opera di Vienna, concentrato solo sui suoi pensieri e sulle sue creazioni, si sentiva libero (...). Sul prato, tra il lago e la locanda in cui aveva preso alloggio, aveva fatto alzare quattro pareti e un tetto, per formare una stanza. In questa "casetta per comporre", fittamente rivestita di edera, il cui mobilio consisteva in un pianoforte, un tavolo, una sedia e un divano, e la cui porta, aprendosi, scrollava giù dall'edera innumerevoli maggiolini su chi entrava, passava le sue mattine, per lavorare non disturbato dai rumori della casa e della strada. (...) Vero piacere gli procuravano alcuni gattini e non si saziava mai di osservare il loro comportamento. Nelle passeggiate più brevi li portava con sè nelle tasche grandi della giacca, per divertirsi durante le soste con la loro presenza sempre interessante; le bestiole erano così abituate a lui che perfino il giocare a nascondersi veniva premiato da un pieno successo, della quale cosa non era meno orgoglioso. Era affezionato di cuore a tutte le altre creature: cani, gatti, uccelli; gli animali del bosco lo divertivano e destavano allo stesso tempo il suo più serio interesse. (...) Mi raccontava di non essere capace di dimenticare una volta quando, di notte in campagna, lo aveva colpito dolorosamente il muggito profondo e prolungato dei buoi, come una voce della natura proveniente dall'animo sordo dell'animale.
(Bruno Walter, "Gustav Mahler"; pagine 55-56 edizione Studio Tesi 1981, traduzione Piera Di Segni)

venerdì 31 marzo 2017

Il vento nei salici


Il ciclista risale Castle street, la strada di Edimburgo dove si affacciano i bianchi bow windows della casa natale di Kenneth Grahame, l'autore de " Il vento tra i salici ", uno dei libri per l'infanzia più noti e letti in Gran Bretagna. 

La strada mi è divenuta familiare qualche anno fa. L'ho risalita più volte e nella
saletta con i bow windows bianchi ho fatto colazione; questo è successo perchè la casa natale di Kenneth Grahame oggi è una guest house.
E fin qui niente di speciale. Sono tanti i siti di interesse storico-culturale che hanno cambiato destinazione d'uso sfruttando proprio il blasone conferito dal passaggio o la permanenza di un personaggio illustre. Non sto scrivendo il post per consigliare un albergo "letterario" ( anche se è in ottima posizione e con un buon rapporto qualità/prezzo )



E allora?

mercoledì 29 marzo 2017

Storia di fantasmi


Attaccate al muro del locale c’erano le tre ruote di una macchinetta a gettone, ciascuna delle quali numerata da uno a dieci. Con aria drammatica annunciai, tra il serio e il faceto, che mi sentivo in possesso di una straordinaria forza psichica: avrei fatto girare le tre ruote, e la prima si sarebbe fermata sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette. E, vedi caso, la prima ruota si fermò sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette: una probabilità su un milione. Wells disse che si trattava di una pura coincidenza. «Ma quando si ripete la coincidenza merita un esame più approfondito» dissi io, e gli raccontai ciò che mi era accaduto da ragazzo. Passando davanti a una drogheria di Camberwell Road notai che, cosa insolita, le serrande erano chiuse. Qualcosa mi spinse ad arrampicarmi sul davanzale per sbirciare nell’interno dal foro romboidale della serranda. Dentro il locale era buio e deserto, ma le mercanzie erano tutte al loro posto, e al centro del pavimento scorsi un’enorme cassa da imballaggio. Balzai giù dal davanzale con un senso di repugnanza e ripresi la mia strada. Poco dopo si diffuse la notizia di un delitto. Edgar Edwards, un vecchio e gentilissimo signore di sessantacinque anni, si era impadronito di cinque drogherie uccidendone i proprietari con un contrappeso di finestra e prendendo il loro posto. In quella bottega di Camberwell, dentro alla cassa da imballaggio, c’erano le sue ultime tre vittime: i coniugi Darby e il figlioletto.

lunedì 27 marzo 2017

Il tarlo del domani
















Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse :
 - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo? 
La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: 
- Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita. 
La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.
Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.
La nutrice le dava da mangiare in silenzio.
La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere.

da La canzone del domani di R.L.Stevenson in "Favola crudele" ed. Fiabesca

sabato 25 marzo 2017

Il timo e il tempo



In inglese, il timo (nome scientifico thymus, ne esistono molte varietà) e il tempo (il tempo che scorre, non quello atmosferico) sono scritti in maniera diversa, ma la pronuncia è uguale. L'erba aromatica è thyme, il tempo è time. Su questo gioco di parole si basa una canzone tradizionale di area britannica, "Let no man steal your thyme": rivolto alle giovani donne, è un avvertimento. "Non lasciate che un uomo rubi il vostro tempo" (pardon: timo). "Venite, venite, voi belle e tenere ragazze, che fiorite nella vostra primavera: fate attenzione, tenete in ordine il vostro giardino.". Gli uomini vengono, prendono quello che gli piace, poi se ne vanno: fate attenzione...
(la voce è quella, magnifica, di Jacqui Mc Shee; tratto da THE PENTANGLE - 1st album, 1968)


giovedì 23 marzo 2017

La sirena di pietra

disegno di Moebius
«Proseguimmo, galleggiando, verso il centro di questo luogo strano – con acqua tutto attorno a noi come mai mi era capitato di vedere – e gruppi di case, chiese, e moltissimi edifici imponenti che si levavano da essa; e ovunque lo stesso straordinario silenzio. Poco dopo, attraversammo veloci un corso d’acqua ampio e aperto, e passammo davanti a quel che mi sembrò un vasto molo lastricato dove i fanali splendenti che lo illuminavano mostravano lunghe file di archi e colonne di possente costruzione e grande solidità, ma leggere a vedersi quanto ghirlande di brina o ragnatele, là, per la prima volta, vidi camminare della gente. Arrivammo, così, a una scalinata che dall’acqua portava a un grande palazzo dove, dopo aver attraversato innumerevoli corridoi e gallerie, mi coricai per riposare, e ascoltai le nere imbarcazioni passare discrete su e giù sotto la mia finestra, sull’acqua increspata, finché mi addormentai.»

( C. Dickens, Immagini d’Italia – Un sogno italiano – 1846 )


martedì 21 marzo 2017

Bip Bip

Come tutti, ho sempre pensato che Bip Bip fosse uno struzzo; come tutti quelli che sanno un pochino di inglese, ho pensato che "roadrunner" significasse solo la sua traduzione letterale, "uno che corre sulla strada". Invece mi sbagliavo, non solo Bip Bip non è uno struzzo, ma "roadrunner" è il nome di un uccello che esiste per davvero, diffuso in molti Stati americani e anche in Messico.


Da noi non esiste, ma a Hollywood e dintorni certamente è una presenza familiare; sa volare ma il più delle volte cammina, velocemente, non veloce come Bip Bip ma quello lo si dà per scontato. Una gallina, verrebbe da dire a vederlo qui da noi, abituati ai polli, ai fagiani, ai piccioni, che hanno abitudini abbastanza simili. Invece no, il roadrunner è parente del cuculo. Il suo nome scientifico è Geococcyx californianus, ed appartiene alla famiglia dei Cuculidae.


Stabilito tutto questo, prendo in mano la foto del Geococcyx californianus e il disegno del cartoon, e li confronto: no, bipbip, ciuffetto a parte, non somiglia molto al roadrunner. Somiglia di più a uno struzzo. Ha qualcosa del roadrunner, ma per me resterà sempre uno struzzo. Anzi, no, Beep Beep (per usare la grafia originale, almeno una volta in questo post) è una Creatura Fantastica, forse anche Mitologica, e come tale va trattata. Quanto al Coyote, beh, lui è umano. Umanissimo. Quanti sforzi facciamo anche noi, quante preoccupazioni, quanta insistenza sui dettagli, per poi scoprire alla fine che è stato tutto inutile...
Ma del Coyote per oggi non ci occupiamo, ne parleremo a tempo debito: Beep Beep mi è già scappato via, l'ho fermato per un istante ma chissà dov'è a quest'ora. Scusatemi, corro a vedere dov'è andato. Devo. Devo proprio. I'm sorry, but I must.


(nelle immagini: il roadrunner da Wikipedia; un disegno originale di Chuck Jones; et moi)

domenica 19 marzo 2017

Il gatto heideggeriano

Ma è venuto il momento di immortalare il campione mondiale di tutti i tempi di salto in basso, il mitico gatto heideggeriano della Giudecca.
 Il micio in questione, tale Pucci, tre quarti di secolo fa amava addormentarsi sul davanzale di una casa al terzo piano: crogiolandosi – come si suol dire – beatamente al sole. 
Per non essere disturbato da nessuno, Pucci usciva sul terrazzino, si arrampicava sulla balaustra, da lì saltava sul davanzale accanto e si distendeva all’esterno degli scuri chiusi. Quando la mia bisnonna apriva gli scuri, Pucci si ritrovava di colpo sbalestrato nel vuoto, miagolava di spavento e assumeva in un baleno la stessa posa aerea degli scoiattoli volanti, delle scimmie dotate di membrane planari: i gatti sono provetti cascatori.
 I ragazzini che giocavano in calle tenevano sempre d’occhio quella finestra al terzo piano: ogni volta che avvistavano Pucci di ritorno sul davanzale, facevano passare una mezz’ora, lasciavano che il gatto si appisolasse in pace, dopodiché chiamavano alla finestra la mia bisnonna che si riaffacciava aprendo di scatto gli scuri.
Ci si domanda spesso se gli animali sognino, se siano anch’essi travagliati da incubi simili ai nostri, come quelli che si concludono con una caduta nel vuoto, sogni che sprofondano in se stessi fino a sfondarsi in un risveglio rassicurante sul guanciale. Consideriamo ora l’esperienza di questo gatto heideggeriano che, proveniente da un placido sonnecchiare, spalancava gli occhi sulla caduta. Negli stessi anni il filosofo Martin Heidegger spiegava che venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo.
 La vita è un gatto addormentato sul davanzale che si sveglia all’improvviso cadendo dal terzo piano.


Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce


venerdì 17 marzo 2017

Isole Keeling, 1836

(...) Sembra che l'oceano e la terra stiano combattendo qui per la supremazia, e sebbene la terraferma abbia ottenuto un vantaggio gli abitanti dell'acqua pensano che il loro diritto sia almeno altrettanto valido. In ogni punto si incontrano granchi eremiti di più di una specie che trasportano sul dorso le conchiglie che hanno rubato sulla spiaggia vicina. In altro, numerose sule, fregate e sterne riposano sugli alberi; e il bosco, per gli abbondanti resti e per l'odore dell'aria, si potrebbe chiamare una colonia di uccelli marini. Le sule, sedute sui loro rozzi nidi, vi fissano con un'aria stupida ma irosa. Le sterne stolide, come dice il loro nome, sono piccole creature sciocche. Ma v'è un uccello graziosissimo: è una piccola sterna bianca come la neve, che si libra dolcemente a pochi metri sul vostro capo, scrutando con tranquilla curiosità la vostra espressione con i suoi grandi occhi neri. Basta poca immaginazione per pensare che un animale così delicato e leggero debba essere abitato da qualche vagante spirito fatato.
 (alle Isole Keeling, presso Sumatra, tra Ceylon e l'Australia; aprile 1836)
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.563 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)

(nell'immagine la sterna di Darwin, Gygis alba; la foto è di Donald Gudehus)

mercoledì 15 marzo 2017

Di marzo



Fuori faceva fresco, una sera di marzo. Mi rialzai il bavero della giacca, mi misi il cappello e mi tastai in tasca, in cerca della sigaretta. Mi venne in mente la bottiglia del cognac: sarebbe stata molto decorativa, ma avrebbe frenato gli impulsi caritatevoli. Era una marca molto costosa, riconoscibile dal tappo. Il cuscino stretto sotto il braccio sinistro, la chitarra nella destra, ritornai verso la stazione. Soltanto strada facendo notai le tracce di quello che qui si usa chiamare "il tempo di follia". Un ragazzotto ubriaco, travestito da Fidel Castro, tentò di provocarmi, ma lo evitai. Sui gradini della stazione un gruppo di dame spagnole e di matadores aspettavano un tassí. Avevo completamente dimenticato che era carnevale. Era quel che ci voleva. Per un professionista non c'è modo migliore di mimetizzarsi che mescolarsi ai dilettanti. Posai il mio cuscino sul terzo gradino dal basso, mi sedetti, presi il cappello e vi misi dentro la sigaretta: non proprio nel mezzo e non in un angolo, proprio cosí come se vi fosse stata gettata dall'alto e cominciai a cantare: "Il povero Papa Giovanni ...". Nessuno badava a me, non sarebbe neppure stato un bene: dopo una, due, tre ore avrebbero pur cominciato ad accorgersi di me. Interruppi la mia strofa quando udii la voce al microfono che annunciava un treno, da Amburgo... Allora andai avanti. Mi spaventai quando la prima moneta cadde nel cappello: era un soldo, colpí la sigaretta, la sospinse troppo da parte. La rimisi al posto giusto e ripresi a cantare.

Heinrich Böll, Opinioni di un clown, ed. Mondadori
traduzione di Amina Pandolfi




Böll ci mette accanto a Hans, un giovane uomo d'estrazione alto borghese che invece di pensare a porre per sè le basi di un solido futuro, si tiene distante da ogni progetto, da ogni illusione, da ogni idea preconcetta e, da clown, rappresenta la grande buffoneria che è l'esistenza, tanto più falsa, quanto più pretende di essere autentica. Il romanzo si risolve nel lungo colloquio che Hans intrattiene col lettore il quale non può, alla fine, che arrendersi alla triste evidenza dell'ipocrisia individuale e collettiva. La citazione che ho sopra riportato è nell'ultima pagina del romanzo. Quella che trascrivo sotto è invece una delle tante espressioni fulminanti in cui ci si imbatte durante la lettura del romanzo.
Heinrich Böll


"La gente ricca riceve molti più regali di quella povera; e quello che deve proprio comprare, lo ha sempre molto più a buon prezzo."

lunedì 13 marzo 2017

Il leone di San Gerolamo

Tra i dipinti dei grandi pittori, nelle gallerie dei Musei o nei libri, il più facile da riconoscere tra i santi raffigurati è San Gerolamo: un vecchio con in mano un libro, spesso poco vestito, che ha al suo fianco un leone. Il libro è la Bibbia, che San Gerolamo tradusse in latino: è la cosiddetta Vulgata, ancora oggi in uso nei paesi cattolici. San Gerolamo (347-420) fu uno dei Padri del Deserto, che nei primi secoli del Cristianesimo vissero da eremiti in Egitto e in Terra Santa, nel deserto: da qui l'essere poco attento al vestiario. Il leone viene dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, testo fondamentale per iconografia e simbologia, scritto tra il 1260 e il 1298: un leone ferito a una zampa da una spina fu guarito da San Gerolamo e da allora non lo abbandonò più. Il leone è inoltre simbolo della violenza e della forza bruta vinte dalla pietà. (qui sotto, Antonio Colantonio, Napoli 1445)


Dimenticandosi per un attimo di San Gerolamo (se possibile) è interessante guardare i leoni dipinti dai grandi pittori del Rinascimento. Sono davvero tanti, tanti quanti i San Gerolamo, che è uno dei personaggi storici più ritratti dai grandi pittori: ovviamente sono tutti dipinti di fantasia, non abbiamo nessun ritratto del vero San Gerolamo.

sabato 11 marzo 2017

Draghi


Un po' di draghi, che una volta facevano spavento ma con i tempi che corrono non fanno più paura a nessuno (per la paura, basta e avanza il telegiornale).  (qui sopra, Little Nemo di Winsor McCay, 1910 circa)

giovedì 9 marzo 2017

Uomini di mare


Eduard Manet, Il porto di Calais


Vi era un che di sorprendente nel modo in cui tra il mio vecchio amico e la nostra nuova conoscenza si era stabilita una così eccellente intesa. Erano infatti uno l'opposto dell'altro: una delle due personalità si estendeva per il lungo, l'altra per il largo, e questo in sé sarebbe stata sufficiente per un divario incolmabile. Marlow, alto e dinoccolato, un insieme composito di sfumature di marrone, senza la minima traccia di appariscenza, aveva uno sguardo velato, affilato, il portamento neutro e l'irritabilità segreta che si accompagnano a una predisposizione alla congestione del fegato. L'altro, compatto, aveva membra forti e solide; pareva copiosamente dotato di organi sani (...). Non ci si sarebbe aspettati di trovare il minimo accordo tra i temperamenti di due organismii del genere. Ho notato però tratti profondamente somiglianti fra i laici che vivono a bordo di navi e religiosi riuniti nei monasteri. Dev'essere perché servire il mare e servire un tempio portano entrambi a un distacco dalle vanità e dagli errori del mondo che non segue alcuna regola ferrea. Nel loro modo di considerare le cose terrene, gli uomini di mare si intendono benissimo tra loro, giacchè la semplicità è una buona consigliera e l'isolamento un educatore passabile. Essi hanno tutti in comune una disposizione d'animo composta di innocenza e scetticismo, cui si aggiunge una inaspettata capacità di intuire le motivazioni, tipica degli spettatori disinteressati a una partita.

Joseph Conrad, Il caso, ed. Adelphi
traduzione di Richard Ambrosini

martedì 7 marzo 2017

Del libero arbitrio di un topo




“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra!
 Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.

F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, ed.
Frassinelli

domenica 5 marzo 2017

Il fiume in secca



Di `na rosa nasci `na spina. Di `na spina nasci `na rosa.

Quannu u ciumu è a siccu
si virunu i petri,
arresta u fangu
no cori
(Dario D'Angelo, 4 aprile 2016) (dal blog Solo testo)


(quando il fiume è in secca / si vedono le pietre / resta il fango / nel cuore)
(il dipinto è di Egon Schiele)

venerdì 3 marzo 2017

Il cane dello zio


Ho sempre ammirato la disinvoltura dei cani che entrano in un salotto, in pieno ricevimento. Il contegno dei più abituali frequentatori di riunioni mondane è goffo e impacciato al paragone con l'entrata semplice e sicura di un cane in un salotto. L'animale, per nulla intimidito dalla presenza di tante belle e importanti persone, entra, va difilato di qua e di là, ha l'aria di credere che non si aspetti che lui, e questo non lo turba affatto. (...)
Ieri sera, mentre prendevo il fresco sulla via che porta al paese, (...) questa bestiaccia s'azzuffa con un minuscolo cagnolino e vedo una bellissima signorina che se la prende con me: « Quando si ha una belva, invece d'un cane, - strepitava - non si porta in giro». E si teneva in braccio il suo cagnolino, che continuava ad abbaiare con fare provocatorio (...) «Ma anche quel microbo - osservai - non scherza. » « Microbo! E' bello quel suo cavallo!» (...) « Via, - dissi - non si riscaldi. Per farle piacere, darò quattro calci al mio cane.» «Lui non ha colpa. La colpa è del padrone, che dovrebbe badarci.» «Va bene - dico - darò quattro calci a mio zio, che è il padrone.» Intanto camminavamo insieme.
(Achille Campanile, da "In campagna è un'altra cosa", pag.25 ed.Rizzoli 1980)


(la foto era su internet, purtroppo non era indicato l'autore)

mercoledì 1 marzo 2017

L'ora amica




Giro di vite  ( The turn of the screw – 1898- ) di Henry James è un lungo racconto ambientato in una località remota e isolata dell'Essex. C’è una dimora gentilizia, ci sono due bambini orfani, pieni di grazia  e innocenti, c’è una giovane istitutrice che si occupa di loro ma ci sono soprattutto due ombre, due presenze, una maschile, l’altra femminile che portano inquietudine e disordine nel piccolo mondo ameno e armonioso in cui la protagonista -e voce narrante- del racconto svolge la sua mansione di educatrice. La pagina che riporto è tra le più importanti del racconto. L’istitutrice sta per vedere qualcosa che la turberà profondamente. Come spesso succede nella vita, la visione inquietante segue un momento invece sereno, quello in cui la protagonista del racconto si dice contenta del lavoro che sta facendo e in pace con la propria coscienza.

martedì 28 febbraio 2017

In nota di cicogna




La cicogna non ha un vero e proprio verso, non emette che un debole sibilo ma è in grado di produrre ugualmente un suono caratteristico ( qui ). Quando maschio e femmina si avvicinano, rovesciano indietro il collo e battono ripetutamente il becco. Dante, nel XXXII canto dell’Inferno, per rappresentare, attraverso un linguaggio sufficientemente aspro, l’algido luogo in cui si trova e la condizione dei dannati, ricorre al suono secco, tagliente, prodotto dalle cicogne. Le livide ombre , imprigionate in Cocito, il gelido lago infernale, ne la ghiaccia, battono i denti in nota di cicogna.



Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: «Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danòia in Osterlicchi,
né Tanai là sotto ’l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;

livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.


XXXII canto dell'Inferno ( vv.15
-36 )