sabato 30 dicembre 2017

Sirene irlandesi


La Sirena o, come si dice in irlandese, la Moruadh o Murrùghach (da muir, mare e oigh, ragazza) è una presenza non infrequente sulle coste più selvagge. Ai pescatori non piace vederla perché preannuncia sempre burrasca imminente. Le Sirene maschio (se si può usare una tale espressione - non ho mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhietti porcini e naso rosso, ma le loro donne sono bellissime, con coda di pesce e piccoli piedi palmati simili a quelli delle anatre. A volte - e non si può biasimarle - esse preferiscono ai loro amanti marini degli aitanti pescatori. Si dice che il secolo scorso, vicino a Bantry, fosse vissuta una donna tutta coperta di squame come un pesce e che fosse il frutto di una unione di tal tipo. Certe volte escono dal mare e vagano per la spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Quando assumono il loro vero aspetto, portano un cappello rosso chiamato cohullen druith, di solito coperto di piume; se viene loro rubato, non possono tornare ad immergersi tra le onde.
Il rosso è, in ogni paese, il colore della magia, ed e sempre stato così da tempo immemorabile. I cappelli delle fate e dei maghi sono sempre rossi.
(William Butler Yeats, Fiabe irlandesi, pag.61 ed.Einaudi 1981 trad. Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi)


Yeats mette nella sua raccolta tre racconti di sirene: nel primo, "Le gabbie d'anime", una sirena maschio tiene prigioniere sott'acqua le anime dei marinai annegati. Il protagonista, Jack Dogherty, diventa suo amico e insieme fanno gran bevute (alcoolici, ovviamente); Jack ne approfitta per liberare, un po' alle volte, le anime. La sirena maschio è così descritta:« capelli verdi, lunghi denti verdi, naso rosso e occhietti porcini. Aveva la coda di pesce, le gambe ricoperte di squame e le braccia corte come pinne. Non portava vestiti ma teneva sotto il braccio il cappello a tre punte». Ed è appunto "prendendo a prestito" il cappello a tre punte che Jack riuscirà a immergersi da solo, per liberare le anime. Le anime sono tenute prigioniere dentro delle bottiglie, quindi Jack Dogherty è in qualche modo parente dell'Astolfo sulla Luna. Tutto questo (la favola è narrata in tono comico) Jack lo deve fare di nascosto dalla moglie; e le anime sono invisibili, così che Jack non ha la soddisfazione di vederle volare via. L'amicizia fra Jack e Coo (così si chiama l'essere marino) durerà comunque per molti anni.
La seconda storia, "Il funerale di Flory Cantillon", racconta invece del matrimonio fra un uomo e una sirena, e della loro discendenza: quando uno della loro famiglia moriva, racconta la leggenda, veniva seppellito sotto il mare; ed in certi giorni particolari era possibile vedere sott'acqua la cappella del loro cimitero.
La terza storia, "La signora di Gollerus" narra del matrimonio fra un uomo e una sirena. La moglie sarà brava e avranno dei figli, ma a un certo punto lei scomparirà e non se ne avrà più notizia, lasciando al marito la cura dei figli. La sirena è così descritta:« una creatura giovane e bella che si pettinava i capelli d'un colore verde mare». Il protagonista (si chiama Dick) le ruba il berretto magico, così lei non può più immergersi e comincia a piangere. Allora Dick le si avvicina e la prende per mano:« non c'era nulla di sgradevole in quella mano, soltanto fra le dita aveva una piccola membrana, come quella che si vede nei piedi delle anitre, ma era sottile e bianca come la pelle fra l'uovo e il guscio.»

                                                                                     (l' immagine viene da "Kladderadatsch", 1943)

giovedì 28 dicembre 2017

Le gatte di Rossini e i gatti di Ravel


Le gatte di Rossini sono famose, e anche un po' famigerate; la musica è certamente di Rossini (il duetto dalla Semiramide, il Tancredi sempre di Rossini) ma non si sa se il "Duetto buffo dei gatti" l'abbia davvero scritto lui o se sia opera di qualche altro buontempone. Sta di fatto che esiste, e molte cantanti ci si sono divertite in concerto. L'esecuzione di riferimento è probabilmente questa, con Elisabeth Schwarzkopf e Victoria de los Angeles, per il concerto d'addio del grande pianista Gerald Moore. E' un peccato che non esista il video, perché il pubblico sembra divertirsi molto.
Per chi fosse curioso e non conoscesse Rossini, qui c'è una delle versioni originali "piratate": il duetto fra Semiramide e Arsace.


I gatti di Ravel, maschio e femmina, sono invece in "L'enfant et les sortilèges" ( qui  e qui per l'ascolto), una piccola opera in un atto su testo di Colette che vede un bambino messo in castigo nella sua stanza, e in quella stanza d'improvviso gli oggetti prendono vita, e anche i gatti hanno la loro parte.

martedì 26 dicembre 2017

Arvo Pärt

Arvo inizia a suonare avendo a disposizione un numero limitato di note:  il pianoforte su cui si esercita da bambino ha la parte centrale della tastiera difettosa. La mancanza è profetica: anticipa lo stile personalissimo che il musicista maturerà a partire dalla metà degli  anni Settanta, quando ridurrà all’essenziale gli elementi di cui disporre nelle composizioni . Il nome di Pärt è oggi associato ai lunghi intervalli di silenzio che preparano chi ascolta ad accogliere il suono nel suo nitore, nel suo valore puro.
Ad esercitare una forte influenza sul musicista è la monodia, la polifonia primitiva: “Ho scoperto che è sufficiente una singola nota, suonata con grazia ."

Lunghi intervalli di silenzio anche nella sua attività di compositore. Pärt sottolinea che per scrivere deve prepararsi per un lungo tempo. L’attesa può protrarsi per anni, seguiti però da un tempo di composizione molto breve e assai prolifico.
Una curiosità: a casa Pärt non devono mai mancare patate. Arvo trova ispirazione pelandole in silenzio. 

L’opera che segna una svolta nel percorso di Pärt  è Für Alina. Si tratta di una composizione di pochi minuti, che, ascoltata, lascia invece l’impressione di una durata infinita. E’ con Für Alina che prende forma il tintinnabuli ( o tintinnabulation ), la modalità compositiva tipica di di Pärt.

domenica 24 dicembre 2017

Natale


Nei Vangeli non c'è molto riguardo alla nascita di Gesù, l'unico che ne parla facendo una lunga descrizione è Luca, che indica i luoghi, il censimento, la mangiatoia, i pastori, gli Angeli. Gli altri dettagli che siamo abituati a conoscere (il bue, l'asinello, la neve...) vengono quasi tutti dagli apocrifi, o da tradizioni popolari.
Il presepe di san Francesco è datato 1223, l'affresco di Giotto ad Assisi è quasi contemporaneo: 1313 circa.



Questo è il Vangelo secondo Luca:


In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo censimento fu anteriore a quello che ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. E tutti partivano per farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret in Giudea, alla città di David chiamata Betlemme - perché egli era della casa e della famiglia di David - per farsi iscrivere con Maria, sua fidanzata, che era incinta.
Mentre si trovavano là giunse per lei il tempo del parto, e partorì il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. E c'erano là, in quella stessa contrada, dei pastori che stavano ai campi e facevano la guardia durante la notte al loro gregge. E un Angelo del Signore apparve ad essi e la Gloria del Signore li avvolse di luce, ed essi furono presi da gran timore. L'Angelo disse loro: « Non temete, perché io io vi annunzio una grande gioia, destinata a tutto il popolo: oggi vi è nato un Salvatore che è il Cristo Signore, nella città di David. E questo sia per voi il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia. »
E d'un subito si unì con l'Angelo una schiera numerosa dell'armata celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nell'alto dei Cieli, e pace sulla terra agli uomini di buona volontà.»
E quando gli angeli furono partiti da loro, verso il cielo, i pastori presero a dire fra loro: « Andiamo dunque sino a Betlemme, e vediamo quel che è accaduto e che il Signore ci ha fatto conoscere.» E andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino coricato nella mangiatoia. E poi che l'ebbero veduto fecero conoscere quanto era stato detto loro di quel Bambino. E tutti quelli che lo udirono si meravigliarono delle cose che erano state dette loro dai pastori; ma Maria riceveva in sè tutte queste cose e le meditava nel suo cuore. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio di tutto quello che avevano udito e veduto, così come era stato loro detto.
(Luca II, 1-20)

venerdì 22 dicembre 2017

del rumore e del troppo pieno


Quando - se non tutta, una buona parte dell' umanità - si sarà resa conto dell' importanza che il
silenzio e il vuoto presentano per la creazione e la fruizione artistica, forse molte incomprensioni
attuali cesseranno o si attenueranno.
Silenzio, ovviamente dentro all' opera musicale; vuoto spaziale dentro a quella visiva. E questo vale
non da oggi ma da sempre: pensiamo al vuoto «invisibile» di una gigantesca piramide; (…) al grande
vuoto d' una cattedrale barocca. E pensiamo al silenzio nelle pause di un preludio di Bach ( qui ) o di un
brano di Webern (qui ), per non parlare del silenzio nell' opera 4' 33" di John Cage, (qui ) (…) e ancora a
certi «silenzi» in alcuni lavori di Beckett e di Antonioni. (…).
Ecco, allora, (…) dovremo esercitarci a ritrovare - dentro e attorno a noi - quel silenzio (…) che ci
permetta (… ) di assaporare finalmente tutto ciò che rimaneva coperto dal «rumore» o dal «troppo
pieno» di una «inciviltà» come la nostra.

Gillo Dorfles  (13 luglio 2008) - Corriere della Sera




Vladimiro e Estragone

mercoledì 20 dicembre 2017

Un topo che si chiama Gerald


Il topo che si chiama Gerald arriva verso la fine della canzone: "sta diventando un po' vecchio ma è un buon topo", dice di lui Syd Barrett. Prima, prima di Gerald, ci sono tante cose, ed è come ascoltare la voce di Lewis Carroll o di Edward Lear; il nonsense e le nursery rhymes sono ben radicate nella poesia inglese e anche Syd Barrett era cresciuto in quel clima culturale. I ricordi di un bambino, ripensati da grande; oggetti e animali, i giocattoli e gli oggetti degli adulti, e una bambina con cui condividerli.

(Syd Barrett e Lindsay Korner, 1967)
I versi sono intraducibili, come sempre nelle filastrocche e nei nonsense; si comincia da una bicicletta (ho una bici, puoi farci un giro se ti piace: ha un cestino, un campanello che suona, te la darei volentieri ma l'ho presa in pegno) si continua con un mantello (cloak) che in inglese fa rima con scherzo (joke), e qui arriva Gerald: un topo (mouse) che non ha una casa (house) e che sta diventando un po' vecchio ma è pur sempre un buon topo. E gli omini di pan di zenzero (gingerbread men), che sono tanti, che sono dappertutto, uno qui, uno là, prendine un paio se li vuoi, sono lì sul piatto. Tutto questo ha un piccolo ritornello, "you're the kind of girl that fits in with my world", tu sei la ragazza che si adatta bene al mio mondo. L'elenco degli oggetti (topo compreso: che sia un pupazzo anche lui?) termina con una stanza piena di oggetti musicali, ognuno con il suo suono, molti sono a orologeria: se vuoi, andiamo di là e li facciamo funzionare. (Lo ammetto, a Syd Barrett sono sempre molto affezionato e i Pink Floyd senza di lui non è che mi interessino più di quel tanto).



lunedì 18 dicembre 2017

L'arte nella tempesta

Malevič, autoritratto

In questi giorni ho letto uno scritto di Todorov sull'arte e la condizione degli artisti negli anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre. Lo scrittore bulgaro mette in evidenza il rapporto difficile tra intellettuali e potere e la difficoltà di conciliare la rivoluzione politica con quella letteraria e artistica . Se all'inizio corrono parallele, visto l'analogo intento di sovvertire la tradizione, ben presto l'esigenza di rendere  scrittori e artisti strumenti dell'ideologia dominante  sottrae agli intellettuali la possibilità di esprimersi liberamente e addirittura di vivere, basti pensare a Pil'njack, a Babel', a  Mandel'štam, alla Cvetaeva e allo stesso Majakóvskij.
La seconda parte del saggio di Todorov è dedicata a illustrare l'esperienza di Malevič, il padre del Suprematismo, e di una concezione estetica che poco si conciliava con la funzione e l'idea di arte del regime comunista. Malevič, pur con infinite difficoltà, testardamente continuerà a rimanere fedele alla sua ricerca. Riporto un passo del saggio di Todorov che riguarda proprio la concezione estetica di Malevič e lascia intendere quale valore superiore l'artista attribuisse alla creazione e alla ricerca pittorica.

L'esigenza di praticare una pittura "pura", di eliminare progressivamente dall'arte ogni elemento che non le appartiene esclusivamente, caratterizza tutto l'inizio del Novecento. L'dea si basa inizialmente su una tradizione occidentale molto antica, secondo cui all'attività che non rimanda a nulla al di là di se stessa è legato un valore superiore (...). E' Platone che definisce il bene superiore con il fatto che basta a se stesso: " l'essere vivente in cui esso ( il bene ) è presente sino alla fine completamente e in ogni modo, non ha più bisogno di nient'altro, ma possiede la più perfetta sufficienza". (...) L'estetica romantica, l'arte per l'arte e i movimenti artistici di fine Ottocento, come il simbolismo, si richiameranno a loro volta alla separazione tra pratiche utilitarie e pratiche a finalità estetica.  Malevič ritrova la concezione platonica del bene, che adesso però è incarnato dall'arte. Scrive:" L'arte è immobile, perchè è perfetta. L'arte non ha scopo e non deve averne, perchè è assoluta. Al contrario, può essere lo scopo di tutto ciò che si muove, perchè si muove ciò che è imperfetto."
Malevič, Suprematismo, 1916
Tzetan Todorov, L'arte nella tempesta, ed. Garzanti
Traduzione di Emanuele Lana

Significativo quanto Todorov afferma, a chiusura del saggio,  a proposito della ricerca artistica e dei valori assoluti che esprime: 
Quanto pesa l'individuo isolato di fronte all'enorme macchina che lo schiaccia? Gli artisti sono maciullati, perseguitati, deportati, addirittura fucilati, e sono i carnefici a trionfare. (...) I detentori del potere sono capaci di annientare quelli che vogliono sottomettere, ma non hanno alcuna presa sui valori estetici, etici, spirituali, provenienti dalle opere prodotte da questi artisti ( o da altre fonti ). Senza queste opere l'umanità non potrebbe sopravvivere, né ora né oggi. E' qui il trionfo dei fragili eroi del nostro racconto
Tzetan Todorov, L'arte nella tempesta, ed. Garzanti
Traduzione di Emanuele Lana


sabato 16 dicembre 2017

Fungo


La scena si svolge in un bosco, ai giorni nostri. All’a1zarsi del sipario si vedono il fungo e il fiorellino, che è nato proprio accanto alla radice del fungo.
IL FIORELLINO (al fungo): Che bella cosa esser nato vicino a te. Così tu mi ripari dalla pioggia. Ma dimmi, sei un vero ombrello o fungi semplicemente da ombrello?
FUNGO: Fungo.
(Sipario)

(Achille Campanile, Tragedie in due battute, pag.49 edizione BUR 1989)


(Lipsia, 1918)

giovedì 14 dicembre 2017

L'attesa



"... L'importante è che due più due fa quattro, il resto sono tutte sciocchezze"
"Anche la natura è una sciocchezza?" fece Arkàdij, guardando pensieroso in lontananza i campi variopinti, illuminati soavemente e dolcemente dal sole ormai basso.
" Anche la natura è una sciocchezza nel senso in cui la intendi tu. La natura non è un tempio, ma un'officina in cui l'uomo è un operaio."
In quello stesso istante dalla casa volarono fino a loro le lente note di un violoncello. Qualcuno stava suonando con sentimento, anche se con mano inesperta, L'attesa di Schubert e nell'aria si diffondeva una dolce melodia.
" Cos'è?" fece stupito Bazarov.
"E' mio padre."
"Tuo padre suona il violoncello ?"
" Si."
dipinto di C. Lorraine

TurgenevPadri e figli




La sonata D960 ( "L'attesa" è il secondo movlmento- andante sostenuto- ) 
Il secondo movimento  ( video )
Il secondo movimento  ( video )  nella versione per violoncello

martedì 12 dicembre 2017

Vento del Nord


"Qual buon convento ti porta", diceva spesso un mio compagno di lavoro; e non ho mai capito se diceva per scherzo o se invece fosse davvero convinto che fossero le parole giuste. Sta di fatto che quel "convento" con tutti i suoi frati dentro mi era simpatico e mi è rimasto attaccato, con il risultato che devo stare attento ogni volta che mi viene in mente quella frase, altrimenti sembra che la sbaglio anch'io e non è vero. Un vento buono che ti porta, perché c'è anche un vento cattivo e in questi giorni anche noi ne sappiamo qualcosa.


Tiepolo, angelo della fama


Nell'elenco dei venti buoni metto anche "Les Boréades" di Rameau, le Boreadi sono le figlie del vento, il vento del Nord per la precisione. L'opera viene rappresentata raramente, oggi, ma la suite da concerto è spettacolare ed è sempre molto eseguita. Buon ascolto, e buon - buon vento, e anche buon convento, perché no.
PS: qui per la suite intera.


domenica 10 dicembre 2017

Il Gelo, in musica


Nel "King Arthur" di Henry Purcell (1659-1695) re Artù si vede poco o niente; il testo, di John Dryden, è invece ricchissimo di situazioni e personaggi non usuali, oltre che di musica bella e piacevole. Qui a prendere la parola è nientemeno che il Gelo, lo Spirito del Freddo, evocato e sconfitto dall'Amore (Cupid). "Quale potere hai tu, che dal di sotto, contro la mia volontà e con lentezza, mi hai fatto alzare dal mio letto di neve perenne?"
"Riesco appena a muovermi" dice il Gelo, e riconosce la vittoria del dio più antico di tutti.
In musica, Purcell imita il gelo e i brividi di freddo; i lenti movimenti del Genio del Freddo sono chiaramente riconoscibili anche senza leggere il testo - sempre che ci sia un bravo cantante, s'intende, e anche un bravo direttore d'orchestra (non è sempre così, purtroppo). L'esecuzione che preferisco è quella del Deller Consort, il basso è Nigel Beavan (o forse Maurice Beavan)
PS: se vi sembra di aver già ascoltato questa musica, anche non conoscendo Purcell, probabilmente vi siete imbattuti in Michael Nyman, che ha arrangiato questa scena (e altre) senza avvertire che l'autore era in realtà un'altra persona.

(Robert Doisneau, 1960, New York)


4- atto terzo scena seconda -
THE FROST SCENE
Prelude
Osmond strikes the ground with his wand, the scene changes to a prospect of winter in frozen countries. Cupid descends.

CUPID

What ho! thou genius of this isle, what ho!
Liest thou asleep beneath those hills of snow?
Stretch out thy lazy limbs. Awake, awake!
And winter from thy furry mantle shake.


Prelude
Genius arises.

COLD GENIUS

What power art thou, who from below
Hast made me rise unwillingly and slow
From beds of everlasting snow?
See'st thou not how stiff and wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold,
I can scarcely move or draw my breath?
Let me, let me freeze again to death.
(Grant Wood, 1938)


CUPID

Thou doting fool forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?
At Love's appearing,
All the sky clearing,
The stormy winds their fury spare.
Winter subduing,
And Spring renewing,
My beams create a more glorious year.
Thou doting fool, forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?


COLD GENIUS

Great Love, I know thee now:
Eldest of the gods art thou.
Heav'n and earth by thee were made.
Human nature is thy creature,
Ev'rywhere thou art obey'd.

venerdì 8 dicembre 2017

Il segreto di Miss Doolittle


La mia amica Nela San che ho conosciuto anni fa visitando il suo bel  blog,  Gialli e geografie, giorni fa mi ha gentilmente spedito un libro di Gianni Clerici; il titolo, "Zoo", le sembrava in linea con i contenuti del cavallo di Brunilde e in grado dunque di alimentare il quadrupede blog mio e di Giuliano.
Ho trovato i racconti di Clerici vivaci, divertenti e ho preso atto che a essere oggetto di ironia è più che altro il bestiario umano
Tra le figure protagoniste dei racconti c'è Miss Doolittle, presidentessa degli Amici degli Animali , " una presidentessa ideale" dice Clerici," tanto che giungeva a sacrificare il bridge per dedicarsi ai suoi doveri". Miss Doolittle , quando non si occupava di animali o non giocava a tennis - era presidentessa anche del Club tenniste appassionate -, sostava in un piccolo cimitero che aveva ricavato " da un francobollo di terra, chiuso tra la Club House, il muro del palleggio e una siepe di cipressi. Li, " si ergevano alcune lapidi di legno, dipinte di bianco, quotidianamente ornate di fiori freschissimi, che accarezzavano le targhette dei cari estinti. Spesso in ginocchio, visitata da qualche lacrima, Miss Doolittle recitava versi di Ossian, scorrendo con uno sguardo rapito da una lapide all'altra. Una ce n'era di un pappagallo, dipinto su una sorta d'icona a vivi colori: " Uso a baciare sul labbro la sua padrona". 
Una di una cagna: " Che allevò due orfanelli insieme a due gattini".
Una semplice croce in legno, con la scritta " My baby", si ergeva sopra un praticello ben curato.
E c'erano poi i canarini " Cantori migliori del coro di Covent Garden", e la piccolissima lapide di un grillo: " Domestico come un micino, schiacciato dalla racchetta di un crudele ball-boy."
Fuori dal recinto campeggiava un cartello: "Vietato entrare"."

Venne la guerra; Miss Doolittle allestì un ospedale per gli animali feriti durante i bombardamenti ma anche il piccolo ricovero venne colpito e distrutto e Miss Doolittle morì di dolore.Non le sopravvisse neanche il piccolo cimitero; l'area in cui sorgeva rientrò nei piani di un ampliamento del Club e  la " mascella d'acciaio" di un bulldozer azzannò le croci di legno, i sepolcri del pappagallo e del grillo e inaspettatamente  rivelò cosa si celasse sotto la scritta " My baby", portando alla luce, in un solo istante, il segreto di Miss Doolittle... 


mercoledì 6 dicembre 2017

Due oche di Ostenda


Due oche di Ostenda,
in guanti e mutande,
pedalano in tandem
all'ombra dei dolmen
e in meno di un amen
imboccano un tunnel.

(Toti Scialoja, versi del senso perso)
(disegno di Frances Beem, 1913)

lunedì 4 dicembre 2017

The lake

Antony Hegarty, ora noto come Anonhi, è un artista inglese residente negli States, anni fa  lead singer della band Antony and the Johnson.  Il brano che me l'ha fatto conoscere  è The lakeIl testo  della composizione è una rielaborazione di una poesia di Edgar Allan Poe. 

Il lago di Poe e di Antony, sebbene di notte generi inquietudine, se non vero e proprio orrore,  rimane un luogo caro, dove il pensiero e l'immaginazione possono riposare, leopardianamente annegare, e una vita tormentata  trovare uno stato di quiete...

sabato 2 dicembre 2017

I simboli degli Apostoli


Matteo comincia a scrivere come di un uomo, Marco inizia dalla profezia di Malachia e da Isaia: il leone. Luca dal sacerdozio di Zaccaria: il toro. Giovanni parte dal Verbo, quindi vola alto come un'aquila. 
Matteo dalla genealogia; il toro per il sacerdozio cioè i sacrifici a Dio; il leone è la voce che grida nel deserto. Viene da San Gerolamo, contra jovinarum. (20.5.1999)



In Babilonia, Ezechiele vide in una visione quattro animali o angeli, «e avevano ciascuno quattro facce, e quattro ali » e «quanto alla sembianza delle loro facce, tutti e quattro avevano una faccia d’uomo, e una faccia di leone, a destra; e parimente tutti e quattro avevano una faccia di bue, e una faccia d’aquila, a sinistra». Camminavano dove li portava lo spirito, «ciascuno diritto davanti alla sua faccia», o alle sue quattro facce, talvolta crescendo magicamente nelle quattro direzioni. Quattro ruote «alte spaventevolmente» seguivano gli angeli, ed erano gremite d’occhi tutt'intorno

giovedì 30 novembre 2017

l'ora incerta



dipinto di Lucien Levy-Dhurmer



La sola ora poetica, al Liviano, era il tardo pomeriggio, in autunno o in inverno, quando fuori era già buio. 
Terminavano le ultime lezioni, le piccole filologie slave, c'era poca gente che sostava qua e là, un senso di rumori attutiti e luci soffici; si formava un'ora vuota, incerta, interessante. Si guardavano le compagne con altri occhi, i loro nomi si mettevano a splendere.


Luigi Meneghello, Fiori italiani, ed.Rizzoli 





martedì 28 novembre 2017

Voci nella notte


Il vecchio parroco di Huskirchen, Kolb, conversava a bassa voce con le sue parrocchiane, la vedova Wermelskirchen, che era la più giovane, e la suocera di Gruhl, una vedova Leuffen nata Leuffen, più attempata. I tre stavano dibattendo su un tema che non poteva interessare nessun altro dei presenti: quale fosse il cane che la notte prima aveva abbaiato a Huskirchen. La signora Wermelskirchen sosteneva che poteva essere stato solo “ Bello ", il cane da pastore di Grabel, quello della trattoria; invece la signora Leuffen puntava su “ Nora ”, barbone dei Berghausen, mentre il parroco sosteneva tenacemente la tesi che era stato “ Pitt ”, il collie di Leuffen il carrozziere; fece bonariamente notare che a causa dell’età passava qualche notte insonne sicché riconosceva tutti i cani di Huskirchen da come abbaiavano: “ Pitt ”, per esempio, il collie del carrozziere Leuffen, era una bestia molto intelligente e sensibile, sempre attenta, entrava in azione al minimo fruscio; incominciava ad abbaiare perfino quando lui, il parroco, qualche volta in piena notte apriva la finestra per far uscire il fumo del tabacco. “ Bello ” invece, il cane da pastore dei Grabel, non si svegliava nemmeno quando lui, come spesso capitava, faceva una passeggiata notturna per prendere un po’ d’aria fresca, attraverso “ il suo paese addormentato ”, dalla parrocchia fino al tiglio e sempre lo stesso tratto, avanti e indietro. Quanto al barboncino dei Berghausen, quello era troppo pauroso per abbaiare anche ammesso che si svegliasse.

domenica 26 novembre 2017

Paul Auster, 4321




Combinare lo strano con il familiare: a questo ambiva Ferguson, , osservare il mondo da vicino come il realista più coscienzioso creando però un modo di vedere il mondo con un'ottica diversa, lievemente distorta, perché a leggere i libri che si soffermavano solo su ciò che è familiare imparavi cose che già conoscevi, e a leggere libri che si soffermavano solo su ciò che era strano imparavi cose che non avevi bisogno di conoscere, invece Ferguson desiderava più di tutto scrivere storie che dessero spazio non solo al mondo visibile degli esseri senzienti e degli oggetti inanimati ma anche alle vaste e misteriose forze inosservate che si celavano dentro quel mondo. Voleva disturbare e disorientare, far ridere a crepapelle o tremare di paura, spezzare i cuori e sabotare le menti e far ballare la danza demenziale dei ragazzi lanciati nel loro duetto tra sosia. Sì, Tolstoy era così commovente, Flaubert scriveva le più belle frasi del creato, ma per quanto gli piacesse seguire le svolte drammatiche e sempre più drastiche della vita di Anna K. ed Emma B., in quel momento della sua vita i personaggi che gli parlavano con più forza erano il K. di Kafka, Gulliver di Swift, Pym di Poe, Prospero di Shakespeare, Bartleby di Melville, Kovalèv di Gogol e il mostro di Mary Shelley.

(...)

Hemingway gli insegnò a guardare le sue frasi con più attenzione, a misurare il peso di ogni parola e sillaba  che entravano nella costruzione di un capoverso, ma per quanto mirabile fosse la scrittura di Hemingway quando era al meglio, le sue opere non gli dicevano granché, tutto quello sfoggio di virilità e lo stoicismo a denti stretti gli sembravano un tantino ridicoli, così lasciò perdere Hemingway per il più profondo e impegnativo Joyce, e poi, quando compì sedici anni, ricevette un altro pacco di tascabili da zio Don, tra cui i libri di Isaac Babel,, sconosciuto fino ad allora, che diventò subito il suo autore di racconti numero uno, e di Heinrich von Kleist ( ...) che diventò subito il suo autore di racconti numero due, ma ancor più utile per lui, per non dire preziosa e fondamentale, fu l'edizione Signer a quarantacinque centesimi di Walden e Disobbedienza civile che trovò posto sullo scaffale tra la narrativa e la poesia perché, pur non essendo un autore di romanzi o di racconti, Thoreau era un autore sublime per chiarezza e precisione, costruiva frasi di una tale bellezza che Ferguson quella bellezza la sentiva come uno sente un pugno al mento o la febbre nel cervello. (...) in ogni capoverso che  scriveva Thoreau combinava due impulsi opposti e inconciliabili che Ferguson definì l'impulso a controllare e l'impulso a rischiare. Era quello il segreto per lui. Il controllo da solo avrebbe prodotto risultati asfittici, soffocanti. Il rischio da solo avrebbe prodotto caos e incomprensibilità. (...)
Ma Thourea non era solo lo stile. Era il bisogno selvaggio di essere se stessi, solo e unicamente se stessi (...), un animo testardo che affascinava il sempre più testardo Ferguson, l'adolescente Ferguson...

Paul Auster, 4321, Torino, Einaudi, 2017, pp.495-497
traduzione di Cristiana Mennella


venerdì 24 novembre 2017

Who has Seen the Wind?




disegno di Leonardo da Vinci
Il vento è stato la mia ninna nanna: non le impetuose correnti d'aria che soffiavano dall'Appennino su Firenze, incuneandosi dietro il Monte Ceceri, dal quale Leonardo da Vinci gettava quel malcapitato del suo servo dopo averlo imbracato con inefficaci ali artificiali ( il vento lo portava su e lo schiantava poi al suolo, come un Icaro spennato ), ma una vezzosa poesiola, Who has Seen the Wind? ( 1962 ), della preraffaellita Christina Rossetti ( 1830-1894 ), che la mamma ci recitava, in inglese, come una filastrocca, per farci addormentare:






Chi ha visto il vento?
né io né te;
ma quando le foglie tremano
è il vento che le attraversa

Chi ha visto il vento?
né tu né io;
ma quando gli albero piegano la testa
è il vento che passa

(...)



un clic qui
Il vento è l'esito di moti convettivi ( verticali ) e adduttivi ( orizzontali ) di masse d'aria in atmosfera. L'intensità del vento aumenta in media con la quota, per via della diminuizione dell'attrito con la superficie terrestre e la mancanza di ostacoli fisici ( vegetazione, edifici, rilievi e montagne ).
(...)
Nella Terra del Fuoco il vento soffia costantemente tutto l'anno: in quei rari momenti in cui si calma, la gente impazzisce.


Francesco M. Cataluccio, L'ambaradam delle quisquiglie,  ed. Sellerio

martedì 21 novembre 2017

Quando i cavalli avevano le ali


un clic qui per l'ascolto
 ( a circa 15 minuti dall'inizio del film )


In seguito, Kathy Bates non avrebbe fatto la cantante ma l'attrice (attrice famosa, molto brava e molto ben riconoscibile ancora oggi); ascoltandola in "Taking off" di Milos Forman un po' dispiace che non abbia continuato come cantautrice, la canzone è bella e l'interprete è ottima.









I was born into a world full of angels and kings
And there was some place to grow and someone to be
And even in the darkest of storms you knew that the sun was still there
And even the horses had wings...
It was that special kind of world with its heart set on laughter
And a star was meant to be touched and a dream to be after
And at the end of each day was the wonder of each night
And even the horses had wings...
That was the world that I knew as a child
And it can't be me that's changed, it's got to be the world
And somehow we can mend it, we can make it as it was
We can make it like it was before
When even the horses had wings...
I'm dying in a world that will die before death
Because angels don't exist and kings never laugh
And I'm afraid I've forgotten I believe that there really was a world
Where even the horses had wings.
Here am I, alone now
And there was something that I meant to do
But it was so long ago that I really can't remember what it was...
...horses?


(sono nata in un mondo pieno di angeli e di re, e c'era qualche posto in cui crescere e qualche cosa da diventare, e anche nella tempesta più scura sapevi che il sole era sempre lì, e che anche i cavalli avevano le ali... Era quel mondo speciale sempre volto al sorriso, le stelle si potevano toccare e un sogno si poteva realizzare, e alla fine di ogni giorno c'era la meraviglia di ogni notte, e anche i cavalli avevano le ali... Quello era il mondo che conoscevo da bambina, e forse sono io che sono cambiata, forse è cambiato il mondo, e in qualche modo potremmo ripararlo, potremmo farlo com'era, potremmo farlo come era prima, quando anche i cavalli avevano le ali... Sto morendo in un mondo che morrà prima d'esser morto, perché gli angeli non esistono e i re non sorridono mai, e temo d'aver dimenticato che io credevo che ci fosse veramente un mondo dove anche i cavalli avevano le ali. Eccomi qui, ora, da sola, e c'era qualcosa che volevo fare, ma è stato tanto tempo fa e veramente non ricordo più che cos'era... cavalli?)

sabato 18 novembre 2017

Sirene romaniche


Al colmo della gloria Pio II Piccolomini, il papa senese, volle che una città ideale, Pienza, sostituisse il suo villaggio nativo di Corsignano. Nei palazzi e nel duomo di Pienza s'incarnò il nitore, l'ordine mentale per cui Georg Voigt nel 1859 doveva escogitare il nome di "umanesimo". Quelle architetture espongono il sogno di una Chiesa conciliata al paganesimo, alla cui testa un pontefice rivaleggi con il re filosofo vagheggiato da Platone. Non figura Platone tra le statue che gremiscono la facciata del duomo di Siena, nella cui navata non si è forse accolti dal "ritratto" di Ermete Trismegisto? Quanto remoto da tutto ciò parrebbe la vecchia barbarica Corsignano! Ne rimane intatto, sotto il colle di Pienza, celata nel verde, la pieve del secolo XI, sulla quale furono scolpite rudi grottesche, i cui intenti sembrano agli antipodi della soprastante serenità umanistica. Questa è tuttavia una falsa impressione.

giovedì 16 novembre 2017

madrigali


Il madrigale è un breve componimento solitamente destinato ad essere messo in musica. Si fa risalire la sua denominazione al termine matricalis per la grazia semplice e ingenua della composizione oppure a matrix ( chiesa madre, cattedrale ) dove si cantava la musica polifonica o ancora al provenzale mandra gal, ‘canto pastorale’ . E' Petrarca a canonizzarne la struttura, precedentemente invece molto varia. Nel Cinquecento lo schema cambia sostanzialmente ma il soggetto rimane di tipo idillico-amoroso almeno fino al secolo successivo, quando inizia a veicolare contenuti morali, religiosi, filosofici e persino satirici.

Il genere ha avuto una certa fortuna come dimostra la mia piccola selezione. Ho scelto madrigali in linea con i soggetti ricorrenti nel blog: c'è un faggio nel componimento di Petrarca, un'ape in quello, bellissimo, di Tasso, una stagione in quello di Giosuè Carducci, un pettiroso e un passero saputo in quello di Giovanni Pascoli, un lupo in quello di Attilio Bertolucci. C'è infine un video  per ascoltare il canto di una ninfa:-)


particolare di un dipinto di Vermeer



Perch’al viso d’Amor portava insegna,
mosse una pellegrina il mio cor vano,
ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

Et lei seguendo su per l’erbe verdi,
udí’ dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi!

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
tutto pensoso; et rimirando intorno,
vidi assai periglioso il mio vïaggio;

et tornai indietro quasi a mezzo ’l giorno.


(Francesco Petrarca, RVF LIV )


martedì 14 novembre 2017

Cuculo e tarabuso


Il sole si era coricato, coprendosi di un broccato d'oro e di porpora, e dei lunghi nuvoli rossi e viola si stendevano sul cielo a custodire il suo riposo. Lontano, chissà dove, un tarabuso gridava come una vacca chiusa dentro la stalla, con una voce malinconica e sorda. Ogni primavera si udiva il grido di quest'uccello misterioso, ma nessuno sapeva come esso fosse né dove vivesse. In alto, sull'ospedale, fra gli arbusti dello stagno, fra i casolari e dappertutto nei campi, i rosignoli cantavano. Un cuculo contava l'età di qualcuno, si sbagliava nei suoi conti e ricominciava.

(Anton Cecov, Nella bassura, dai Racconti, editore Garzanti, due volumi)


un clic  qui

domenica 12 novembre 2017

Sotto i rami del vecchio noce


E l'appagamento che tale occupazione gli procurava era del tutto simile a quella che egli godeva quando, imbracciando il violino ( poichè suonava il violino )  andava su e giù per la sua stanza, e ascoltava i suoni  – che si studiava di trarre i più dolci possibile dallo strumento –  confondersi allo scroscio del getto d’acqua che giù nel giardino, sotto i rami del vecchio noce, saliva zampillando… Lo zampillo, il vecchio noce, il suo violino e il mare in lontananza -il mar Baltico del quale, nelle vacanze, poteva spiare i sogni estivi - queste erano le cose che egli amava, che trovava subito intorno a sè, e tra esse si svolgeva la sua intima vita. 


Karl Schmidt-Rottluff , Mar Baltico
Thomas Mann, Tonio Kröger









p.s.
che musica assocereste al passo di Thomas Mann?

                                                                                                                                                        

venerdì 10 novembre 2017

Mein lieber Schwan

Accusata ingiustamente di stregoneria, Elsa di Brabante ha una sola possibilità di salvezza: che un cavaliere da lei scelto si offra di combattere per lei contro il suo accusatore. E qui succede qualcosa di straordinario: Elsa invoca in sua difesa un cavaliere che ha visto in sogno, e il cavaliere arriva. Giunge su una navicella trainata da un cigno, vincerà la sfida, non dirà il suo nome e chiederà a Elsa di non domandargli mai chi è e da dove viene.
Le prime parole di Lohengrin sono però di ringraziamento per il cigno, che - si scoprirà solo alla fine - è il fratello di Elsa, vittima di un sortilegio da parte delle stesse persone che la accusano. La trasformazione in cigno, o in corvo, dei fratelli di una ragazza è tema ricorrente nelle fiabe di tutti i paesi (per esempio nei Grimm, ma anche nelle Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino); il tema dell'amato misterioso a cui non si deve domandare il nome è ispirato al mito di Eros e Psiche. Richard Wagner, autore anche del testo, ha collegato con grande abilità narrativa questi due temi fiabeschi e mitologici con il mito del Graal (Lohengrin è figlio di Parsifal).



(il disegno è firmato Gemi)

Questo è il testo originale:

Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!
Zieh durch die weite Flut zurück,
dahin, woher mich trug dein Kahn,
kehr wieder nur zu unsrem Glück!
Drun sei getreu dein Dienst getan!
Leb wohl, leb wohl, mein lieber Schwan!


che Manacorda traduce così:
Siano grazie a te, mio caro cigno!
Ritorna a traverso l'ampio flutto,
là onde mi portò la tua navicella.
Sia il tuo ritorno solo per il nostro bene!
Per il nostro bene il tuo servigio fedelmente adempi!
Addio, addio, mio caro cigno!


un clic qui o qui per l'ascolto


La versione ritmica italiana, ottocentesca e ancora molto in uso, è piuttosto goffa; si confonde il "merci" francese con il "mercè" italiano, e quindi sembra che Lohengrin chieda pietà al cigno: «Mercè, mercè, cigno gentil...» Non aggiungo altro perché nell'esecuzione di Aureliano Pertile le parole si capiscono tutte, ed è un Lohengrin sempre emozionante anche dopo così tanti anni. (Se non capite qualche parola, è tutta colpa dell'italiano aulico usato dal versificatore ottocentesco).

mercoledì 8 novembre 2017

Nudo come un bruco






Il  gusto per i libri era nato presto in lui. Fanciullo, un paggio lo trovava talvolta a mezzanotte ancora intento a leggere. Gli toglievano il candeliere, ed egli allevava delle lucciole per sostituirlo. Gli toglievano le lucciole, ed egli per poco non metteva a fuoco la casa con una esca. Per dirla in nuce, lasciando al novelliere la cura di spianare le infinite pieghe della seta delle anime, Orlando era un aristocratico malato d'amore per la letteratura. Parecchi contemporanei suoi, e più ancora parecchi del suo rango, sfuggirono a quella peste, rimanendo così liberi di correre la cavallina, scatenarsi o fare all'amore a piacimento loro. Ma alcuni si infettarono di buon'ora di  un germe che si diceva nato dal polline dell'asfodelo, e portato dai venti di Grecia o d'Italia; germe di  natura così fatale da far tremare la mano pronta a colpire, da velare l'occhio intento a mirare la preda, da far balbettare la lingua mentre profferiva parole d'amore. Era nella natura funesta di questo male il sostituire un fantasma alla realtà, cosicchè ad Orlando, ill quale tutto aveva in dono dalla fortuna - vasellame, lingeria, case, servitori, tappeti, letti a profusione- bastava aprire un libro perché tanto ben di Dio dileguasse in fumo. I nove acri di pietra che formavano la sua casa svanivano; sparivano i centocinquanta valletti: invisibilidiventavano gli ottanta palafreni; e troppo ci vorrebbe a enumerare i tappeti, i divani, i finimenti, le porcellane di Cina, le argenterie, le ampolle, gli scaldavivande e gli altri beni mobili, non di rado d'oro battuto, i quali, sotto l'influsso del miasma svaporavano come bruma sul mare. Dopo di che, Orlando rimaneva solo a leggere, nudo come un bruco.

Virginia Woolf, Orlando, ed. Mondadori
Traduzione di Alessandra Scalero

L'immagine è un fotogramma del film di Sally Potter, ispirato al romanzo della Woolf ( qui una sequenza )

lunedì 6 novembre 2017

Tyger, tyger, burning bright...


Tyger, tyger, burning bright
in the forests of the night,
what immortal hand or eye
could frame thy fearful symmetry?
(William Blake, the Tyger)


Questa di William Blake, a guardarla bene, soprattutto se si prende il ritmo giusto, è una conta: di quelle che si fanno da bambini per stabilire chi "sta sotto". Una volta che si è cominciato a leggerla così, in tono felicemente infantile, si va avanti con leggerezza quasi fino alla fine ma, poi, quel "fearful symmetry" rende d'improvviso tutto molto serio. Una simmetria che fa paura, troppo perfetta, spaventosa. (Succede anche per la vita, la vita su questa Terra: le molecole legate alla vita sono quasi tutte asimmetriche - ma è un discorso complicato, bisogna sapere un po' di chimica organica, e quindi posso solo consigliare di leggere Primo Levi, "L'asimmetria e la vita", Einaudi, scritti 1955-1987)



(tigre, tigre, che bruci e splendi / nella foresta della notte / quale immortale mano o occhio / ha potuto forgiare la tua spaventosa simmetria?) (Blake continua, questa è la prima di sei strofe; il disegno della tigre è suo)

sabato 4 novembre 2017

Quello che succede quando non succede nulla




Tutto comincia con un libro, diceva Cortázar e anche la mia scelta di venire qui, oggi, in questo bar, nasce da un libro. Il Café de la Marie in place Saint-Sulpice è famoso per quello, la gente ci va perché Georges Perec vi scrisse un classico del Novecento: il Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Come tutti i classici, anche questo libro si crede di conoscerlo senza averlo letto. Ne han parlato talmente tanti, e il titolo è così eloquente, che sembra inutile sobbarcarsi la fatica di leggerlo. La vulgata corrente lo spaccia per un semplice catalogo di cose e persone presenti in questa piazza del sesto arrondissement, steso in modo asettico dall'autore durante tre sedute di qualche ora ciascuna. Sfogliandolo distrattamente ci si può convincere che è proprio così, che non è altro che un monotono transito di piccioni, turisti, passanti e autobus. Pure il fatto che l'autore vivesse in via Linné suona come una conferma della natura tassonomica della sua opera, quasi fosse un predestinato. Che poteva scrivere, se non un catalogo, uno che abitava in quella strada?

(...)


George Perec


E invece  bastava aprirlo, e scorrere le prime righe, per scoprire che c'era molto di più. La sorpresa è dietro l'angolo, se si ha la pazienza di prestarvi attenzione.
     Perec esordisce così:


Ci sono molte cose a place Saint-Sulpice, ad esempio: il municipio, un ufficio del Ministero delle finanze, un commissariato, tre caffè....

e poco dopo sterza bruscamente avvertendo:


Molte, se non la maggioranza, di queste cose sono state descritte, inventariate, foografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto, delle nuvole.


Poco più avanti s'annoia da solo, e comincia a descrivere ciò che esiste solo nella sua testa, e s'inventa che d'un tratto in piazza sfili un immaginario corteo di novantuno motociclisti che scortano la Rolls Royce verde mela dell'imperatore del Giappone. Anche la conclusione è meno scontata di quanto ci si possa aspettare. Sembra quasi che il tentativo denunci il proprio fallimento, e l'autore si arrenda all'eterna e inarrestabile mutevolezza del mondo, che non se ne sta mai fermo, come le modelle riottose dei pittori, mostrando infine il sagrato vuoto, i piccioni che si alzano in volo tutti insieme: come a dire: basta così.
  Ma il punto cruciale è nella frase che Perec scrisse all'inizio. Quello che succede quando non succede nulla.
Sergio Garufi
Ecco, se dovessi raccontare il mio periodo di convalescenza a Bevagna, da quando Stella se ne andò, dicendomi che voleva stare per conto suo, fino a fine agosto, quando firmai il rogito della casa e tornai a Roma,  dovrei ricorrere a quella frase, parlare appunto di ciò che succede quando non succede nulla. Gli incubi ricorrenti di morire soffocato. I risvegli senza più Tito da portare fuori. Le serrande abbassate. I cartelli di "Chiuso per ferie". I vicoli deserti e così stretti che nemmeno il sole di mezzogiorno riesce ad entrare. 
Il passaggio di una donna in piazza Silvestri. Due bambini che si rincorrono sul corso. Un piccione che plana per abbeverarsi. Il barista del Tropical che mi chiede di una rapina. Un turista che fotografa il rosone della chiesa. Un auto che parcheggia. I rintocchi delle campane. Le suore che raccolgono i pomodori. E ancora altri piccioni. E altri turisti. E il pensiero costante di Stella come un groppo in gola che non se ne va, un astro lontano anni luce, invisibile a occhio nudo, irraggiungibile, la mia Dafne.


Sergio Garufi, Il superlativo di amare, ed. Ponte alle Grazie


Qui un video in cui l'autore, Sergio Garufi,  parla del suo romanzo, Il superlativo d'amare

giovedì 2 novembre 2017

un cavallo veloce


...Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. 
Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda." 

Oriana Fallaci, Il sole muore
foto di Josef Koudelka  ( qui )

martedì 31 ottobre 2017

La vipera di Cleopatra


( Artemisia Gentileschi )
Si dice che Cleopatra morì per il morso di una vipera, e fin qui ci si limita a prendere atto: se così è andata, non resta molto altro da dire. Però girando per i musei (va bene anche uno virtuale) qualche curiosità viene. Nelle rappresentazioni dei grandi pittori ci sono infatti tante Cleopatre diverse (come nella verità storica: quella di Giulio Cesare era Cleopatra VII, la settima), tante quante sono le diverse modelle, ma ci sono anche tante vipere diverse, enormi o minuscole.


Quale sarà dunque la vera vipera di Cleopatra? Provo a fare una piccola ricerca: in Europa c'è la "Vipera aspis", con molte sottospecie; il genere "vipera" esiste anche in Africa, e anche i crotali americani sono viperidi. In Egitto, nella zona desertica e in Arabia, vive "Cerastes vipera"; nel Sahara esistono anche "Bitis arietans" e "Macrovipera mauritanica". Variano anche le dimensioni: si va da 28 cm a 3,6 metri (ma solo in Sud e Centro America!). Difficile quindi stabilire con certezza che tipo di vipera abbia ucciso Cleopatra; non serve a molto nemmeno chiedere soccorso a William Shakespeare (Antonio e Cleopatra, atto V scena II) dove si parla solo di "serpente", un serpente qualsiasi però rapido e possibilmente indolore.



( Guido Cagnacci )




( Guido Reni )
( Michelangelo )

Alla fine della mia ricerca torno a guardare i quadri di Cleopatra e mi accorgo che, in fondo, non è che della vipera importi poi molto. I più espliciti sono soprattutto Guido Reni e Guido Cagnacci: nei loro dipinti la vipera è così piccola che quasi non si nota, una vipera neonata o di pochi giorni di vita, si direbbe. Reni ne dipinse almeno tre versioni (immagino che lo pagassero bene, per questo soggetto), sempre con la vipera quasi invisibile, e con la Cleopatra di Cagnacci Guido, bionda e nordica, la vipera è relegata in un angolo, piccolissima. Non è dunque la vipera quella che interessa, mi sembra ben chiaro, e io con le mie ricerche erpetologiche sono stato qui a perdere tempo e a farlo perdere anche a voi che mi avete letto fin qui. Ne chiedo scusa, ma del resto, si sa, come dissero i fratelli Goncourt: «Nessuno ascolta più fesserie di un quadro da museo». Per una volta, i quadri da museo sono salvi: le mie fesserie sono rimaste soltanto qui, sul blog.