martedì 15 agosto 2017

Isole ( I )


C'è stato un tempo in cui si mandavano le cartoline. Oggi si fa tutto on line, mi dicono.



 CUBA

Sulla spiaggia dell'Avana
c'è una pendola che suona;
forse è un'ombra che mi chiama
forse è il tempo che cammina -
passa il tempo anche all'Avana... 


AZZORRE

L'azzurro delle Azzorre è un azzardo
lo guardo e mi si sperde lo sguardo
e ancora un poco e il cuor mi si spaura
con questo cielo che invita all'avventura
e l'infinito nel quale mi perdo.



CARTOLINA
(DAL VECCHIO QFWFQ)

Ricordo un giorno all'isola di Giava
Ricordo ancora del caldo che faceva
Correva il tempo in cui Berta filava
Noi si cantava e il pitecantropo stonava
Ricordo ancora infine che pioveva.



MALDIVE

Una mappina delle Maldive
per ricordare il mio atollo dov'è:
è là che un dolce ricordo vive...
Di quell'atollo vicino a Malè
adesso la mia matita scrive.


Emilio Gauna (Giuliano Bovo), da Golem n.39, aprile 2004 (isole)
(il disegno è di Moebius; il terzo limerick è un piccolo omaggio a Italo Calvino)

sabato 12 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( VII )


Infine, Snoopy da cucciolo. Chissà se sentiva già nostalgia dei suoi fratelli e sorella. Gli è andata comunque bene, il bambino con la testa rotonda è stato molto affettuoso.



PS: da wikipedia apprendo che il cane di casa Schulz, prima di iniziare con i Peanuts, si chiamava Spike.

venerdì 11 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( VI )

Snoopy contro il Barone Rosso, la cuccia trasformata in un biplano della Grande Guerra: anche il fratello Pallino, appena ritrovato, viene coinvolto nel gioco; ma è un tantino perplesso. Capitava anche a me, da bambino, che gli altri non capissero i miei giochi; da parte mia, ho trovato spesso noiosi i giochi degli altri (ma gli altri sono la maggioranza...). Confesso comunque che ogni volta che ritrovo queste strisce, anche dopo tanti anni, continuo a divertirmi molto.





(6-continua)

mercoledì 9 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( V )

Snoopy contro il Barone Rosso, e la cuccia trasformata in biplano: la fantasia preferita di Snoopy. E' la Grande Guerra, quella che poi sarà chiamata prima guerra mondiale. Facile pensare che Charles Monroe Schulz abbia ascoltato da bambino i racconti del papà, o del nonno, o magari di qualche parente o vicino di casa che alla guerra aveva davvero partecipato. E' successo qualcosa di simile anche a me, mio nonno era a Caporetto e Vittorio Veneto (un fante fra tanti altri), e le mie prime notizie sulla "spagnola", l'epidemia che fece più vittime della guerra stessa (una guerra terribile) mi sono arrivate da un vicino di casa, che nel 1918 era bambino ma si ricordava nitidamente di tutto. Et pour cause, come direbbe Snoopy. E poi, più vicini a me, ho avuto tante testimonianze in prima persona da tutti i fronti: da El Alamein all'Albania ("spezzeremo le reni alla Grecia!" e invece fu il contrario...), dall'Armir ai campi di lavoro in Germania, da Cassino alla Resistenza... Per quelli della mia generazione era facile trovare qualcuno che parlava di cos'era successo. A patto di aver voglia di ascoltare, s'intende.
Comunque sia, Snoopy è solo un bambino che gioca alla guerra ("un buffo bambino", come direbbe Piperita Patty), e nei suoi giochi coinvolge anche i fratelli. Oggi porto qui Belle e Spike, domani toccherà a Pallino.



(Le vignette sono del 1981, sempre dal mensile "Linus")
(5-continua)

lunedì 7 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( IV )


Ecco dunque Pallino (non sono riuscito a trovare il nome originale, peccato): facendo i conti, Snoopy compreso, siamo arrivati a sei: Snoppy, Belle, Spike, Pallino, Olaf il brutto, e il peloso rimasto senza nome (forse per colpa mia che non ho recuperato la strip giusta). Sei cuccioli, insomma una cucciolata normale se sei una femmina di cane. Sappiamo anche il luogo dove sono nati i cuccioli, l'allevamento della Quercia. Pallino è stato pubblicato da noi nel 1983, sempre sul mensile "Linus"; a me spiace che non sia stato più ripreso da Schulz, perché vederlo in coppia con Snoopy è molto divertente. Con la famiglia di Snoopy avrei finito, ma mi prendo ancora un paio di puntate: perché mi piace, e perchè ce ne è motivo.



PS: l'espressione di Snoopy, "il bambino con la testa rotonda", mi è sempre piaciuta moltissimo. Io direi che è da vero osservatore di animali: di sicuro anche loro ci danno dei nomi, ma noi non lo sapremo mai. (E' probabile che le gatte del mio giardino, quando parlano tra di loro, mi chiamino più o meno così, "bambino" a parte). 
PPS: facendo clic sull'immagine si legge tutto molto meglio.
(4-continua)

sabato 5 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( III )


La sorella di Snoopy risale al 1976, quindi è da considerare come la prima "variazione sul tema" proposta da Charles Schulz ai suoi lettori. Si chiama Belle, e - sorpresa - ha anche un figlio; quindi Snoopy si ritrova ad essere zio. Belle è molto graziosa e vorremmo saperne di più, ma Schulz la lascia qui e le dedica poco spazio. La ritroveremo però più avanti, nelle fantasie belliche di Snoopy (quelle sul Barone Rosso, la prima guerra mondiale), e stavolta insieme a Spike. Ne porterò qui qualcosa, ma, prima, c'è da presentare un altro fratello di Snoopy: Pallino.


(3-continua)
(le strips vengono dal mensile "Linus", anni 70-80-90)

giovedì 3 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( II )


Dopo aver ritrovato Spike, Snoopy scopre di avere altri due fratelli, uno con il pelo lungo e l'altro grosso e grasso. Charles Schulz dedica loro poco spazio, al di là del divertimento di averli disegnati non rimane molto: giusto il tempo per far vincere a Olaf (quello grasso) un premio per il cane più brutto. Le sorprese però non sono finite qui, Snoopy ha in giro un altro fratello, e anche una sorella.
(le vignette sono datate 1998).

 
(2-continua)

martedì 1 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( I )


Un cane non nasce mai da solo, non esistono figli unici tra i cani. Anche Snoopy non fa eccezione alla regola, e anzi ha molti fratelli e perfino una sorella; Charles Schulz lo sapeva ed è andato a cercarli uno per uno (ma a volte anche in coppia). Quello che ha avuto più spazio è Spike, probabilmente uno dei personaggi meglio definiti degli ultimi anni dei Peanuts. Spike è una parola inglese che significa (più o meno) chiodo, qualcosa fatto a punta: di conseguenza, chi si chiama Spike deve essere un tipo magro e affilato. Spike ha lunghi baffi spioventi (da messicano?) e vive nel deserto, da solo; la conseguenza di questo vivere da solo è che parla con i cactus. Si ritrova con suo fratello Snoopy dopo molto tempo, si trovano bene insieme ma poi Spike decide che nel deserto sta meglio. Si rivedono spesso, e ritroveremo Spike anche in altre strips con riunioni di famiglia.
(1-continua)

sabato 29 luglio 2017

Rane misteriose


Persikov non leggeva giornali e non frequentava i teatri. Sua moglie era fuggita nel 1913 con il tenore Zimin lasciandogli un biglietto del seguente tenore: « Le tue rane suscitano in me insopportabili brividi di disgusto. Per causa loro sarò infelice per tutta la vita.»

Mikhail Bulgakov, Uova fatali, pag.6 ed. Bompiani 1974, trad. Maria Olsoufieva

(Eugen Klimsch, 1882)
(ma non saranno le rane il vero problema, come ben sa chi ha letto il libro: altro che Jurassic Park...)

(Basil Wolverton, 1951)

giovedì 27 luglio 2017

Tempesta di foglie

E' un pezzo che Pel di Carota, assorto, tien d’occhio la foglia più alta del pioppo grande. Fantastica, aspettando che si muova. Pare staccata dall’albero, si direbbe che viva a sé, sola, senza gambo, libera. Ogni giorno si indora al primo e all’ultimo raggio di sole. Da mezzogiorno sta lì immobile, come morta, pare una macchia piuttosto che una foglia, e Pel di Carota si spazientisce, a disagio, quando finalmente la foglia fa un segno. Sotto di lei, una foglia vicina fa lo stesso segno. Altre foglie lo ripetono, lo comunicano alle foglie vicine, che lo trasmettono rapidamente. E' un segno d’allarme, perché all’orizzonte compare l'orlo d’una calotta bruna.
Il pioppo rabbrividisce già! Tenta di muoversi, di smuovere i grevi strati d’aria che lo impacciano.
La sua inquietudine contagia il faggio, una quercia, gli ippocastani, tutti gli alberi del giardino avvertono a gesti che nel cielo la calotta si allarga, spinge innanzi il suo orlo netto e cupo.
Prima agitano le rame sottili, zittiscono gli uccelli, il merlo che gettava qualche nota a casaccio, come un pisello verde, la tortorella che Pel di Carota un momento fa vedeva versare a scatti il suo tubare dalla gola variopinta, la gazza intollerabile con quella sua coda da gazza. Poi mettono in moto i grossi tentacoli, per spaventare il nemico. La calotta livida continue la sua lenta invasione. Soffitta a poco a poco il cielo. Ricaccia il sereno, tura i buchi che potrebbero lasciar entrare l’aria, si prepara a soffocare Pel di Carota. A volte si direbbe che cede sotto il suo stesso peso, sta per cadere sul villaggio ma si ferma sopra la punta del campanile, teme di stracciarvisi.
Eccola così vicina che, senz’altra provocazione, il panico si scatena, s’alzano fragori. Gli alberi confondono le masse scure e corrucciate in fondo alle quali Pel di Carota immagina nidi pieni d’occhi tondi e di becchi bianchi. Le vette si tuffano e raddrizzano come teste svegliate di soprassalto. Le foglie scappano a branchi, tornan subito, impaurite, ammansite, e tentano di riappiccarsi. Quelle fini dell’acacia sospirano, quelle della betulla scorticata si lagnano; quelle dell'ippocastano fischiano, e le aristolochie rampicanti gorgogliano inseguendosi sul muro.
Più giù i meli tozzi scuoton le mele, fan suonare il terreno di tonfi sordi. Più giù i ribes sanguinano gocce rosse, i ribes neri gocce d’inchiostro. E più giù i cavoli ubriachi agitano le orecchie di asino e le cipolle si urtano tra loro, spaccano le palle gonfie di semi. Perché mai? Cos’hanno mai? E che cosa vuol dire tutto questo? Non tuona. Non grandina. Né un lampo né una goccia d’acqua. E' quel nero tempestoso lassù, quella notte silenziosa in pieno giorno che li fa impazzire, che spaventa Pel di Carota.
Ora la calotta è completamente spiegata sotto il cielo nascosto. Si muove. Pel di Carota lo sa; scivola, fatta di mobili nubi; lei scomparirà, lui rivedrà il sole. Tuttavia, benché soffitti del tutto il cielo, la calotta gli stringe la testa. Lui chiude gli occhi e lei gli benda le palpebre, dolorosamente.
Lui si caccia le dita nelle orecchie. Ma la tempesta entra in lui, dal di fuori, coi suoi gridi, il suo turbine. Gli afferra il cuore come una cartaccia sulla strada. Lo spiegazza, lo gualcisce, lo accartoccia, lo appallottola. E Pel di Carota non ha ormai più che un cuoricino da nulla, una pallottola di cuore.

(Jules Renard, Pel di Carota, pag.149 ed. BUR 1951, traduzione Piero Bianconi)
(dipinto di Pieter Kluyver, 1816-1900)

martedì 25 luglio 2017

Quack quack quack


L'etologo, quando è alle prese con gli animali superiori, fa spesso una figura incredibilmente buffa, ed è inevitabile che sia così, ed è altrettanto inevitabile che egli venga considerato matto dalle persone più o meno immediatamente circostanti. Se non sono stato ancora internato in un manicomio lo devo al fatto che ad Altenberg io godo la fama di persona sicuramente innocua, fama che condivido con l'altro idiota del villaggio. A giustificazione dei miei concittadini racconterò un paio di aneddoti: una volta stavo cercando di scoprire perché le anitre selvatiche (germani reali), se sono state covate artificialmente, appena uscite dall’uovo si mostrano così paurose e inavvicinabili, a differenza delle oche selvatiche covate nelle stesse condizioni. Queste ultime, infatti, si attaccano senz’altro alla prima persona che incontrano nella vita e la considerano come loro mamma, seguendola fiduciosamente. Invece gli anatroccoli selvatici non ne volevano sapere di me. Io li prendevo dall’incubatrice quando erano appena usciti dall’uovo, ancora totalmente digiuni di esperienza, ma essi avevano paura di me e mi fuggivano, andando a rintanarsi nel primo angolino scuro che trovavano. Perché?
Mi venne in mente che una volta avevo fatto covare da un'altra specie di anitra delle uova di anitra selvatica, e che i piccoli non avevano accettato neppure quella balia come sostituto materno: appena asciugatisi, erano fuggiti via da lei, e io avevo fatto abbastanza fatica ad acciuffare e salvare i piccoli che fuggivano qua e là piangendo. D’altro canto però, una volta, avevo fatto covare una nidiata di anatroccoli selvatici da una grossa anitra domestica, e i piccoli avevano seguito bravamente questa madre adottiva come se fosse stata la loro vera madre. Tutto doveva dipendere dal verso di richiamo, perché nell’aspetto esteriore l’anitra domestica era più dissimile da un'anitra selvatica che non la specie usata quell'altra volta. Aveva cioè in comune con l'anitra selvatica, che costituisce la forma originaria della nostra anitra domestica, quelle espressioni vocali che non hanno subìto quasi alcuna alterazione nel processo di addomesticamento. La conclusione era chiara: per ottenere che i piccoli mi seguissero io avrei dovuto fare "qua qua" come un'anitra selvatica. (...)
Detto fatto. Il sabato di Pentecoste sarebbe dovuta venire alla luce una covata di anatroccoli puro sangue; io misi le uova nell'incubatrice, e quando i piccoli furono asciutti li presi sotto la mia custodia e cominciai a far loro quel verso materno nel mio migliore accento di anitra selvatica. Per alcune ore, per una mezza giornata. Il mio “qua qua" ebbe successo: gli anatroccoli guardavan su confidenti verso di me; evidentemente, questa volta, non avevano paura; e quando, continuando a fare “qua qua” incominciai ad allontanarmi lentamente, anch'essi ubbidienti si misero in moto e mi seguirono in un piccolo gruppo compatto, proprio come di solito gli anatroccoli seguono la madre. La mia teoria aveva ricevuto una conferma irrefutabile: gli anatroccoli appena usciti dall’uovo hanno una reazione innata al verso di richiamo, ma non all’immagine ottica della madre. Qualsiasi cosa che emetta il giusto verso di richiamo viene considerata come madre, si tratti di una grossa e bianca anitra pechinese o di una ancor più grossa figura umana. Però l'oggetto sostitutivo non deve essere troppo alto! All’inizio di questo esperimento io mi ero seduto sull'erba e, per ottenere che gli anatroccoli mi seguissero, avevo incominciato a spostarmi rimanendo accucciato.
Ma appena mi rizzai in piedi e tentai di precederli in posizione eretta, essi non mi seguirono e cominciarono a guardarsi intorno, cercandomi evidentemente da tutte le parti, ma senza volgere lo sguardo in alto, verso di me, e incominciarono subito a emettere quel lamentoso pigolio dell'abbandono che usiamo in genere chiamare semplicemente “pianto”: non riuscivano ad abituarsi al fatto che la mamma sostitutiva fosse divenuta così alta. Per farmi seguire fui quindi costretto ad avanzare tutto accucciato, in posizione assai poco comoda; e ancor meno comodo era il fatto che una vera madre anitra continua a fare ininterrottamente “qua qua”. Se smettevo anche solo per mezzo minuto il mio verso melodioso, il collo degli anatroccoli cominciava ad allungarsi, il che corrisponde esattamente all’allungarsi del viso di un bambino, e se io non ricominciavo subito essi scoppiavano in un pianto violento. A quanto pare, dunque, appena io tacevo, essi credevano che fossi morto o che non li amassi più, motivo più che sufficiente per piangere. A differenza delle piccole oche, gli anatroccoli selvatici erano dunque pieni di pretese e assai faticosi da allevare. Provatevi un po’ a immaginare due ore di passeggiata con quei piccoli, sempre accucciato per terra e con quell'ininterrotto “qua qua qua”... Per amore della scienza mi sottoposi per ore e ore a questo supplizio. Dunque, quella domenica di Pentecoste io avanzavo tutto accucciato alla testa dei miei anatroccoli appena nati sopra un bel prato verde del nostro giardino, ed ero molto compiaciuto dei piccoli che ubbidienti e precisi seguivano trotterellando il mio “qua qua”. A un certo momento alzai gli occhi e vidi una fila di volti allibiti affacciati sopra la siepe del giardino: un’intera comitiva di turisti mi guardava stupefatta. E non avevano tutti i torti, dato che vedevano un grosso signore con tanto di barba strisciare accoccolato per il prato tracciando degli otto, continuando a guardarsi indietro e facendo ininterrottamente "‘qua qua qua”... ma gli anatroccoli, i soli che avrebbero potuto chiarire tutto il mistero, quelli, purtroppo, non li potevano vedere gli sbalorditi osservatori, perché erano nascosti nell’alta erba primaverile!
(Konrad Lorenz, da "L'anello di Re Salomone"
pagine 160-165 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz
 
 
 

domenica 23 luglio 2017

La verità su Re Mida

A livello scientifico, talvolta si attribuisce a Re Mida la scoperta dello stagno (falso, anche se è vero che nel suo regno c’erano miniere di questo metallo) e quella dei minerali detti «piombo nero » (la grafite) e «piombo bianco» (un pigmento a base di piombo tanto luccicante e gradevole alla vista quanto tossico). Ma oggi non é certo ricordato per questi motivi, bensì per la sua capacità di tramutare in oro tutto quel che toccava. L'acquistò per essersi preso cura del satiro Sileno, che una notte si era addormentato, ubriaco fradicio, nel suo roseto. Sileno apprezzò a tal punto l'ospitalità del sovrano che gli offrì una ricompensa a sua scelta. Mida chiese, per l'appunto, di trasformare in oro tutto ciò che toccava - potere che gli causò guai e dolori, come quando uccise la figlia abbracciandola, o come quando si accorse che non riusciva a mangiare più nulla perché ogni alimento che toccava le sue labbra diventava d'oro.

Naturalmente nulla di tutto ciò è davvero accaduto al vero re Mida, ma é probabile che la sua fama di grande metallurgo fosse meritata. L’Età del Bronzo iniziò in quella zona attorno al 3000 a.C. La fusione del bronzo, una lega di stagno e rame, era allora il settore tecnologico di punta; e benché questo metallo fosse sempre costoso, ai tempi di re Mida la tecnica della fusione in bronzo era già penetrata in molte zone dell’Asia Minore. Quando in quella che era un tempo la Frigia fu trovata una tomba con le spoglie di un re comunemente chiamato Mida (ma che poi si rivelò essere suo padre Gordia) , lo scheletro era circondato di manufatti in bronzo, tra cui coppe con iscrizioni di buona fattura, e aveva come unico ornamento una cintura dello stesso materiale. Devo però entrare nei dettagli: il bronzo non é come l'acqua, che è sempre formata combinando due parti di idrogeno con una di ossigeno, ma si può realizzare con ricette diverse e metalli in varie proporzioni. Nel mondo antico lo si produceva in vari colori, a seconda delle percentuali di stagno, rame e altri metalli presenti nella lega. Una caratteristica peculiare dei giacimenti di metalli nei paraggi della Frigia era l'abbondanza di minerali di zinco. Lo zinco e lo stagno si trovano spesso frammisti in natura ed è facile confonderli. La cosa interessante é che mescolando zinco e rame non si ottiene bronzo, ma un metallo giallo: l'ottone. E in effetti le fonderie di ottone più antiche di cui si abbia notizia si trovavano precisamente nella regione dell'Asia Minore in cui un tempo regnava Mida.

Ci siete arrivati? Provate a confrontare un oggetto di bronzo con uno di ottone. Il primo é scintillante, con chiari riflessi ramati, ed é difficile scambiarlo per qualcos’altro. Il secondo è più seducente, più complesso, più... dorato. Il tocco di Mida, con buona probabilità, era solo dovuto a un tocco di zinco,metallo che gli accidenti della geografia gli avevano fatto trovare nel suo angolo di Asia Minore.
Per verificare questa teoria, nel 2007 un professore di metallurgia dell’Università di Ankara e alcuni storici ricostruirono una fornace primitiva dell’epoca di re Mida e la caricarono di minerali locali. Li fusero, fecero colare il liquido risultante negli stampi e lo fecero raffreddare. Meraviglia delle meraviglie, il metallo si solidificò in lingotti di un incredibile colore dorato. Ovviamente non c'è modo di sapere se i contemporanei di re Mida credessero davvero che queste preziose coppe, statuette e cinture in lega di zinco fossero d’oro, ma non furono necessariamente loro a creare le leggende sul suo conto. Più probabilmente, i coloni greci che si stabilirono poi sulle coste dell’Asia Minore furono affascinati dai «bronzi» della Frigia, tanto più belli e scintillanti dei loro. Le storie che si raccontavano in Grecia potrebbero essersi gonfiate di generazione in generazione fino a tramutare la lega dal colore dorato in oro tout court. Il potere molto terreno di un eroe locale diventò così il potere soprannaturale di creare metalli preziosi. Parecchi secoli più tardi il genio di Ovidio abbellì la storia per inserirla nelle sue Metamorfosi, ed ecco fatto: un mito con un'origine assai plausibile.
(Sam Kean, Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi, pag.230-231 ed. Adelphi 2014 trad. Luigi Civalleri)
 
(il cartoon su Re Mida è un Walt Disney dei tempi d'oro; l'illustrazione è di John Cecil Clay, anno 1911)

giovedì 20 luglio 2017

La spada di Tutankhamon


"Gli antichi Egizi facevano monili con le meteoriti", titolava Repubblica nel ritaglio che porto qui sotto. In realtà, io avevo già letto Mircea Eliade ed ero quindi ben informato: sidereo, siderale, siderurgico hanno la stessa radice etimologica. Ci avevate mai pensato?

Noi non intendiamo affrontare il complesso problema della metallurgia del ferro nell’antico Egitto. Per molto tempo, gli Egiziani conobbero solamente il ferro meteoritico. Pare che il ferro dei giacimenti non sia stato utilizzato, in Egitto, prima della diciottesima dinastia e del Nuovo Impero. E' vero che oggetti in ferro terrestre sono stati rinvenuti tra i massi della Grande Piramide (2900 a.C.) e in una piramide della sesta dinastia, ad Abido, ma la provenienza egizia di questi oggetti non è stata ancora stabilita con certezza. Il termine biz-n.pt, “ferro del cielo”, o, più esattameme, “metallo del cielo”, rinvia chiaramente a un’origine meteoritica. E' d’altronde possibile che il termine sia stato originariamente applicato al rame. Identica la situazione presso gli Ittiti: un testo del quattordicesimo seeolo precisa che i re ittiti utilizzavano “il ferro nero del cielo”."
Il ferro meteoritico era noto a Creta fin dall’epoca minoica (2000 a.C.), e oggetti di ferro sono stati rinvenuti nelle tombe di Cnosso. L'origine “celeste” del ferro è, forse, attestata dal vocabolo greco sideros, che è messo in rapporto con il latino sidus, -eris, “stella”, e con il lituano svidu, “brillare”, svideti, “brillante”.
L‘impiego delle meteoriti non era, tuttavia, in grado di promuovete una “età del ferro” propriamente detta. Per tutto il tempo che esso continuò, il metallo rimase raro, prezioso quanto l’oro, e il suo impiego fu soprattutto rituale. Solo dopo la scoperta della fusione dei metalli fu possibile inaugurare un nuovo ciclo nella vita dell’umanità, l'età dei metalli. Questo é vero specialmente per il ferro. A differenza di quella del rame e del bronzo, la metallurgia del ferro assunse ben presto un carattere industriale. Una volta scoperto, o appreso, il segreto per fondere la magnetite o l’ematite, si poté disporre senza difficoltà di grandi quantità di metallo, in quanto i giacimenti erano ricchissimi e molto facilmente sfruttabili. Ma il trattamento del minerale terrestre differiva da quello del ferro meteoritico, come pure dal procedimento di fusione del rame e del bronzo. Soltanto dopo la scoperta dei forni e soprattutto dopo la messa a punto della tecnica di “indurimento” del metallo portato al rosso-bianco il ferro acquisì la propria posizione dominante. Si possono datare intorno al 1200-1000 a.C. , nelle montagne del1’Armenia, gli esordi di questa metallurgia su scala industriale. Di qui il segreto della fusione si diffuse in tutto il Vicino Oriente, il Mediterraneo e 1’Europa centrale, sebbene, come abbiamo appena visto, il ferro, sia quello di origine meteoritica che quello estratto da giacimenti di superficie, fosse conosciuto in Mesopotamia (Tell Asmar, Tell Chagar Bazar, Mari), in Asia Minore (Alaca Huyuk) e, probabilmente, in Egitto fin dal terzo millennio. La lavorazione del ferro restò a lungo fedele ai modelli e agli stili del bronzo, esattamente come quest’ultima aveva inizialmente ripreso la morfologia stilistica dell’età della pietra. Il ferro fece la sua comparsa sotto forma di ornamenti, di amuleti e di statuine, e conservò a lungo un valore sacro, che sopravvive, d’altronde, ancora presso molti “primitivi”.
Qui non analizzeremo le tappe della metallurgia antica, né mostreremo l’influsso che essa esercitò sul corso della storia. La nostra intenzione è unicamente quella di portare alla luce i simbolismi e i complessi magico-religiosi attualizzati e diffusi durante l'età dei metalli, soprattutto dopo il trionfo industriale del ferro. Prima di imporsi nella storia militare e politica dell'umanità, l'età del ferro ha infatti dato vita a creazioni spirituali. Come spesso accade, il simbolo, l’immagine, il rito anticipano e talvolta addirittura, si può dire, rendono possibili le applicazioni utilitaristiche di una scoperta.
Ancor prima di costituire un mezzo di trasporto, il carro fu un veicolo nelle processioni rituali: portava il simbolo del Sole o l'immagine del dio solare. D’altronde, non si é potuto “scoprire” il carro se non dopo aver compreso il simbolismo della ruota solare. Prima di modificare la faccia del mondo, l'età del ferro ha generato un grandissimo numero di riti, di miti e di simboli che hanno avuto notevole risonanza nella storia spirituale dell’umanità. Come abbiamo detto, solo dopo il successo industriale del ferro si può parlare di una tappa metallurgica dell'umanità. La scoperta della fusione del ferro e i progressi ulteriori di questa tecnica hanno infatti conferito un nuovo valore a tutte le tecniche metallurgiche tradizionali. La metallurgia del ferro terrestre ha reso questo metallo di uso quotidiano. Ora, questo fatto ha avuto conseguenze di notevole importanza. Accanto alla sacralità celeste, immanente alle meteoriti, abbiamo una sacralità tellurica, cui partecipano le miniere e i minerali. La metallurgia del ferro ha, naturalmente, tratto profitto dalle scoperte tecniche della metallurgia del rame e del bronzo. Si sa che fin dal Neolitico (sesto e quinto millennio), l’uomo impiegava sporadicamente il rame che poteva trovare sulla superficie della terra, ma lo trattava come la pietra o l’osso: ignorava, cioè, ancora le qualità specifiche del metallo. Più tardi si é cominciato a lavorare il rame riscaldandolo, e intorno al 4000-3500 a.C. (nei periodi Al Ubeid e Uruk) si é iniziato a praticare la fusione propriamente detta, ma anche in questo caso non si può parlare ancora di una “età del rame”, poiché si producevano piccolissime quantità di metallo.
L’apparizione tarda del ferro, seguita dalla sua diffusione su scala industriale, ha fortemente influenzato i riti e i simboli metallurgici. Tutta una serie di tabù e di impieghi magici del ferro derivano dalla sua vittoria sul rame e sul bronzo, che rappresentano altre “età" e altre mitologie. Il fabbro é, prima di tutto, un artigiano del ferro, e la sua condizione di nomade (egli suole spostarsi continuamente alla ricerca di metallo grezzo e di ordinazioni) lo pone a contatto con popolazioni differenti. Il fabbro é il principale agente di diffusione delle mitologie, dei riti e dei misteri legati alla metallurgia. Questo complesso di fatti ci introduce in un prodigioso universo spirituale, che ci proponiamo di descrivere nelle pagine seguenti.
Mircea Eliade, "Arti del metallo e alchimia", ed. Boringhieri 1980, capitolo primo, traduzione di Francesco Sircana.

 
(il profilo è quello della maschera di Tutankhamon;
il dipinto del meteorite è di Charles Piazzi Smyth, 1843;
l'articolo viene dal Venerdì di Repubblica)

martedì 18 luglio 2017

L'eterna domanda


Era una mattinata calda, subito prima della Pentecoste. Nell’orto di Ester apparivano già verdi germogli. Yasha aprì la porta della stalla ed entrò. (...) A volte gli accadeva di tornare da un viaggio e di constatare che uno dei suoi beniamini se n’era andato, ma questa volta nessun animale era morto. Si sentiva di buon umore e si aggirò senza meta per la sua proprietà. L’erba nell’aia era verde e vi crescevano molti fiori: boccioli gialli, bianchi, variegati, e fiori piumati che si disperdevano ad ogni brezza. Arbusti e cardi arrivavano sin quasi al tetto della capanna. Farfalle svolazzavano qua e la, e api ronzavano di fiore in fiore. Ogni foglia ed ogni stelo avevano i loro abitatori: un bruco, un insetto, un moscerino, creature a malapena discernibili ad occhio nudo. Come sempre, Yasha si meravigliò della loro presenza. Da dove venivano? In che modo esistevano? Che cosa facevano durante la notte? In inverno morivano, ma con l’estate gli sciami tornavano, Come accadeva tutto ciò?


 Quando si trovava nella taverna, Yasha recitava la parte dell’ateo, ma in realtà credeva in Dio. La mano di Dio appariva evidente ovunque. Ogni frutto, ogni ciottolo, ogni granello di sabbia ne proclamavano l’esistenza. Le foglie dei meli erano roride di rugiada e scintillavano come candeline alla luce mattutina. La sua casa si trovava ai margini della città, ed egli vedeva vasti campi di frumento, per il momento verdi, ma che di lì a sei settimane sarebbero stati di un giallo dorato, pronti per la mietitura. Chi creava tutto ciò? si domandava Yasha. Il sole, forse? In questo caso, chissà, il sole era Dio. Yasha aveva letto in qualche sacro testo come Abramo avesse adorato il sole prima di credere all’esistenza di Jehova. No, non era ignorante, Suo padre era stato un uomo dotto, e Yasha aveva studiato persino il Talmud da ragazzo. Dopo la morte del padre gli avevano consigliato di continuare gli studi, e invece era entrato a far parte di un circo viaggiante. Per metà ebreo, per metà gentile... non si considerava né ebreo né gentile. Aveva elaborato una propria religione: esisteva un Creatore, che però non si rivelava a nessuno e non lasciava capire in alcun modo che cosa fosse permesso o proibito. Coloro i quali parlavano in suo nome erano mentitori.
(Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, pag.11-12 ed. TEA-Longanesi, trad.Bruno Oddera)
(quando voglio farmi del bene, leggo Isaac B. Singer)

 
(i due dipinti sono di Marc Chagall)

domenica 16 luglio 2017

Cavalli


Aprì la porta della stalla. I cavalli si profilarono misteriosamente, ammantati nell'oscurità. Gli occhi riempiti dalle pupille erano maculati d'oro e di fuoco. Yasha ricordò quel che suo padre, benedetta la sua memoria, gli aveva detto: che gli animali riuscivano a vedere le potenze del male. Kara fece ondeggiare la coda e battè gli zoccoli sul terreno. Una vischiosa devozione animalesca trasudò dalla giumenta al padrone.
(Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, pag.22 ed. TEA-Longanesi, trad.Bruno Oddera)


 
(i cavalli presitorici vengono dalla grotta di Chauvet, in Francia;
la foto della bambina è stata scattata a Londra nel 1950 da Werner Bischof)

venerdì 14 luglio 2017

Star fermo, farsi ramo


IL MARTIN PESCATORE
Nessun pesce, oggi, ha abboccato; ma io rincaso con una rara commozione nel cuore. Mentre reggevo la canna della mia lenza, un martin pescatore é venuto a posarvisi sopra. Uccello più sfolgorante da noi non esiste. Sembrava un gran fiore azzurro in cima a un lungo stelo. La canna si piegava sotto quel peso. Io non respiravo neppure, fiero d’essere scambiato per un albero da un martin pescatore. E quando é volato via, non l’ha fatto, vi dico, per paura, ma perché ha creduto di passare, semplicemente, da un ramo a un altro ramo.
(Jules Renard, Storie naturali, pag.81 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)
 
El tenpo no se misura,
eternamente el score,
e duto nasse e duto more
nel lume alegro che l'aria inasùra.
Xe ben savê che passa duto,
l'ora de zogia, el momento de luto;
e spetâ calmi,
ben intonai,
cantando salmi.
Stâ fermi e fasse palo
quando vien la tormenta,
quando el più grando ben se piega al calo;
e la luse del sol in noltri stenta.
Sol tramontao
senpre el ritorna
e senpre azorna
nel cuor più tormentao.
(Biagio Marin , da "Nel silenzio più teso" ed. BUR 1981)
 
 
 
(il martin pescatore è di Ohara Koson, intorno all'anno 1900)

mercoledì 12 luglio 2017

L'usignolo (Elisabeth Schumann)



Ogni usignolo canta alla sua maniera, ogni usignolo ha il suo motivo differente che - per di più - muta con il tempo, aggiungendo sempre qualcosa di nuovo alla sua canzone. Io non capivo, pensavo che tutti gli uccelli fossero come il canarino che avevo in casa; i canarini cantano bene ma sono tutti uguali, sempre ben riconoscibili. E dunque sentivo dire "canta come un usignolo", ma io non capivo: pensavo che il mondo finisse lì, con i canarini. Invece poi - per mia fortuna - vennero per diversi anni gli usignoli a fare il nido vicino alle mie finestre. (Oggi non più, ruspe camion e cantieri li hanno spaventati).






 

Un usignolo decisamente spettacolare è Elisabeth Schumann: l'ho ascoltata tante volte, e ogni volta rimango senza parole. Da non crederci. Ma come faceva? Che fosse davvero un po' usignolo anche lei?



Elisabeth Schumann, l'usignolo, musica di Carl Zeller, anno 1930  ( un clic qui per ascoltarla )

lunedì 10 luglio 2017

Tutta colpa del diavolo


Ho già detto che le taccole serbano una profonda memoria delle persone che hanno provocato la loro rumorosa reazione aggressiva, cioè delle persone che le hanno prese in mano; ciò mi fu di grave ostacolo quando volli mettere l’anello alla gamba delle giovani taccole della mia colonia; se provavo a prenderle dal nido per contrassegnarle con gli anelli della stazione ornitologica, non potevo evitare che le vecchie taccole, vedendomi, intonassero subito un furioso e rumorosissimo concerto.
Come potevo dunque impedire che la causa di questa operazione imprimesse negli uccelli una permanente paura della mia persona, che avrebbe enormemente ostacolato le mie ricerche? La soluzione era semplice: dovevo travestirmi. Ma come? Anche per questo c’era una soluzione assai semplice e a portata di mano in una cesta su in soffitta, una soluzione che si prestava assai bene allo scopo, anche se di solito vi si ricorreva solo per carnevale: un magnifico costume da Belzebù, con fitto pelo e una maschera che copriva tutta la testa, con corna e lingua e con un'imponente coda a ciuffo che sporgeva fuori abbondantemente. Che cosa avreste pensato una bella mattina di giugno udendo improvvisamente un selvaggio gracchiare proveniente dal tetto di una casa, e scorgendo lassù un diavolo con corna, coda e artigli, la lingua penzoloni, certo per il caldo, che scalava un camino dopo l’altro circondato da uccelli neri che strillavano in modo assordante? Credo che l'impressione generale facesse passare inosservato il fatto che il diavolo saldava con una pinza anelli di alluminio intorno alle zampe delle giovani taccole, riponendole poi delicatamente nel nido. Solo a operazione finita mi accorsi che giù in strada si era addensata una folla di persone che mi guardavano non memo allibite di quei turisti che a Pentecoste si erano fermati al di là della siepe. Ma se mi fossi fatto riconoscere sarebbe fallito in pieno lo scopo della mia operazione, e quindi mi limitai a scodinzolare amichevolmente prima di scomparire nella finestrella della soffitta.
(Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone, pagine 160-165 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz)
(la taccola, un uccello piuttosto piccolo, è una variante del corvo e della cornacchia; la foto viene da Wikipedia) (è probabile che il costume a cui fa riferimento Lorenz sia quello da "krampus", lo spaventabambini dei paesi di lingua e cultura tedesca; come questo qui sotto)


sabato 8 luglio 2017

Isola Ascensiòn

isola di Ascensiòn, 1838
(...) L’isola è completamente senz’alberi e per questo, e per qualsiasi altro aspetto, è molto inferiore a Sant’Elena. Una delle mie escursioni mi portò verso la sua estremità sud occidentale. La giornata era limpida e calda e vidi l’isola non sorridente di bellezza ma immobile nella sua nuda bruttezza. Le colate di lava sono coperte da monticelli e sono scabre in modo tale che, geologicamente parlando, la spiegazione non ne è facile. Gli spazi intermedi sono nascosti da strati di pomice, ceneri e tufo vulcanico. Mentre con la nave passavo davanti a questa punta dell'isola, non potevo immaginare che cosa fossero quelle chiazze bianche che screziavano tutto il piano; trovai ora che erano uccelli marini, che dormivano così fiduciosamente che persino in pieno giorno un uomo avrebbe potuto avvicinarli e impadronirsene. Questi uccelli furono le uniche creature viventi che vedessi in tutto il giorno. Sulla costa, benché il vento fosse leggero, grandi ondate si rovesciavano sulle rotte rocce di lava.
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.604 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)


L'isola Ascensiòn è in mezzo all'Oceano, tra Sud America ed Europa, in questo senso gemella della più famosa Sant'Elena. Il giovane Darwin le visita entrambe, sulla via del ritorno a casa, al termine della navigazione con il Beagle. (l'immagine di Ascensiòn viene dal sito del National Geographic)


 

giovedì 6 luglio 2017

Rondini


LE RONDINI
M’insegnano la lezione, tutti i giorni. Punteggiano l'aria di piccole strida. Tracciano una riga dritta, segnano una virgola, e subito vanno da capo. Chiudono tra vertiginose parentesi la casa dove abito.
Troppo veloci perché lo specchio d'acqua del mio giardino possa ricopiare il loro volo, schizzano dalla cantina al granaio. Con la leggera penna dell’ala ghirigorano svolazzi inimitabili. Poi, a due a due, come abbracciate, si congiungono, si mescolano, e sull’azzurro del cielo spruzzano macchie d'inchiostro. Ma soltanto l’occhio d'un amico può seguirle; e se voi sapete di greco e di latino, io so legger l'ebraico che traccian nell'aria le rondini dei camini.
(Jules Renard, Storie naturali, pag.77 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)

 
(disegno di Clemens Brosch, 1913)

martedì 4 luglio 2017

Allodola


1.
Non ho mai visto un’allodola, e inutilmente mi alzo con l'aurora. L'allodola non è un uccello terreno. Calpesto da stamane le zolle e le erbe secche. Stormi di grigi passeri e di cardellini dipinti a vivi colori fluttuano sulle siepi spinose. La ghiandaia passa in rivista gli alberi nella sua tenuta ufficiale. Una quaglia sfiora l'erba medica e traccia col cordino la linea retta del suo volo. Dietro al pastore, che sferruzza meglio d’una donna, le pecore si susseguono l'una identica all'altra. E tutto s’imbeve di una luce così nuova che il corvo, che non presagisce mai nulla di buono, ora fa sorridere. Ma ascoltate come ascolto io. Non sentite lassù, in qualche parte, pestare in una coppa d’oro dei pezzi di cristallo? Chi può dirmi dove l’allodola canti? Se guardo in alto, il sole mi abbacina le pupille. Devo rinunciare a vederla. L’allodola vive in cielo ed é il solo uccello celeste che canti fino a noi.
2
Ricasca giù, briaca fradicia, per essersi ancora cacciata nell'occhio del sole.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.80 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)


(dipinto di Henriette Brown, 1860-1880)

domenica 2 luglio 2017

Il pappagallo di Mahler


Porlok - Mahler- 1902



Accadono prodigi. Nient’altro che questo voleva dire il dottor Pollak: Ogni tanto accadono prodigi. Come adesso nel suo caso. In un soffio era stato elevato a capufficio nelle ferrovie imperiali. Un prodigio. I prodigi, osservò, non accadono mai senza fondamento. Taluni accadono per necessità, perché il prodigio appare come l’unica soluzione naturale. Altri accadono per pura coincidenza, il prodigio e il caso sono allora esattamente la stessa cosa. Ma i prodigi più grandi accadono perché qualcuno li vuole, qualcuno li mette in moto, qualcuno utilizza una qualche forza misteriosa e il prodigio accade.


Nel racconto di Torgny Lindgren ( qui ), la forza misteriosa che rende possibile il prodigio ha un nome e un cognome, è Jacob Emil Schindler, padre di Alma - allora una ragazzina - destinata  anni più tardi a sposare Gustav Mahler. Jacob Schindler ottiene, insieme alla riconoscenza di Pollak, un pappagallo. E’ lo stesso Schindler ad averlo chiesto per poterne studiare il piumaggio e dipingerlo.


Però mi piacerebbe avere un’ara per poterne studiare il piumaggio! Una settimana dopo, Theobald Pollak arrivò con l’ara. Il pappagallo era chiuso dentro un’alta gabbia di filo metallico laccato di verde. Aveva il becco nero, era blu sul dorso e giallo aranciato sul petto e aveva le guance bianche. Ma di parlare non era capace. Si chiama Quelle, disse Pollak. Non ne ho trovato altri nel tempo che avevo a disposizione. Però canta. E cantare, cantava per davvero. O forse piuttosto fischiava. Cinque note che ripeteva in continuazione, una melodia lamentosa, densa di faunistica esperienza della vita. Mi dispiace, disse Pollak. Sì, disse Schindler. Un canto molto singolare. Il signor Kohn, che me l’ha venduto, affermava che è stato l’uccello stesso a inventare questo piccolo brano, disse Pollak. Non mi stupirebbe, disse Schindler.



Alma passa intanto ore e ore seduta al pianoforte; si esercita, compone.


Brani per pianoforte semplici e puliti, forse un tantino romantici. A Pollak aveva detto una volta (nel ringraziarlo per un cestino di rafia pieno di dolcetti di marzapane): Io diventerò la donna più grande e influente della storia della musica. Adesso, negli ultimi giorni prima della partenza per Sylt, aveva trascritto la melodia senza pretese e tuttavia commovente dell’ara. L’ aveva anche sviluppata così che riempiva un’intera pagina del suo quaderno di musica segreto. Do – re – mi – sol – la. In alto alla pagina aveva scritto: Lied eines gefangenhaltenen Vogels.


disegno del musicista Paul Hindemith



Molti molti anni più tardi in un libro di poesie cinesi, Die Chinesische Flöte che la moglie Alma aveva ricevuto in dono da Pollak, Mahler troverà la pagina con la melodia dell’ara che Alma aveva strappato dal suo quaderno di musica segreto e usato come segnalibro.



Prima di andare a letto, Mahler rimase un lungo momento assorto a riflettere su quel pezzo di carta. Il mattino seguente, mentre era in cammino verso il suo quaderno di musica e il suo pianoforte, Mahler s’imbattè in uno dei contadini del villaggio. Grüss Gott dissero entrambi. Poi Mahler sentì il contadino fischiettare un motivetto dall’angolo della bocca. Si fermò ad ascoltare. Curioso, disse tra sé, Curioso.

Il contadino spiega a Mahler che il motivetto era quello cantato da un uccello variopinto che dei signori di Vienna gli avevano regalato, stanchi di averlo.

Grazie, disse Mahler. Vi sono infinitamente grato. Oh fece il contadino. Di niente.
Fu ciò che diede l’avvio al lavoro.



Lindgren, l’autore del racconto, mette quindi Mahler all’opera e gli fa trovare nella melodia dell’ara l’inizio necessario di una composizione che aveva in buona parte già realizzato, Das Lied von Erde, Il canto della terra
Questa la versione dei  fatti di Torgny Lindgren. Se sia attendibile proprio non so :-)






Goding -Mahler al tempo della composizione del Canto della terra-
Per saperne di più sul Canto della terra fai clic qui

Per l’ascolto qui


I brani in corsivo sono tratti dalla raccolta di racconti "Il pappagallo di Mahler" di Torgny Lindgren

venerdì 30 giugno 2017

Rane


Le rane nello stagno, furiose, si chiamavano a perdifiato; si potevano perfino distinguere chiaramente le loro parole, "i ty takovà! i ty takovà!".
Che strepito! Pareva che tutti quegli esseri gridassero e cantassero perché nessuno, quella sera di primavera, potesse dormire; perché tutti, e anche le rane furiose, godessero di ciascun minuto e lo amassero: la vita infatti è data una volta sola.

Anton Cecov, "Nella bassura" pag.1243 dei Racconti nell'edizione Garzanti
 ("anche tu sei così!")


(disegno di Jan van Rysselberghe)

mercoledì 28 giugno 2017

Un vortice di nulla



"...Nel cuore dell’Orlando Furioso c'è un trabocchetto, una specie di vortice che inghiotte a uno a uno i principali personaggi (...) Un vortice di nulla."
 
Italo Calvino





Ariosto allontana diversi cavalieri dal campo di battaglia e dunque da Parigi, assediata dai Mori, e li manda in cerca di qualcosa che hanno perduto: la persona amata, il proprio antagonista, il cavallo o un semplice oggetto; ognuno di loro ha l'impressione di poter riafferrare ciò che ha smarrito all'interno di un magico castello in cui gli  capita di entrare e del quale resta prigioniero.

                                    ....e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti a quest'inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.





Nel dodicesimo canto dell’Orlando Furioso si materializza il più illusorio dei luoghi, il castello del mago Atlante. I cavalieri che ne varcano la soglia finiscono per dimenticare ogni cosa meno che l'oggetto del loro desiderio e il  desiderio, osserva Italo Calvino "è una corsa verso il nulla".



Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch’andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia.



"... il palazzo è deserto di quel che si cerca, e popolato solo di cercatori. Atlante ha dato forma al regno dell’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo.
Questi che vagano per androni e sottoscala, che frugano sotto arazzi e baldacchini sono i più famosi cavalieri cristiani e mori: tutti sono stati attratti nel palazzo dalla visione d’una donna amata, d’un nemico irraggiungibile, d’un cavallo rubato, d’un oggetto perduto. Non possono più staccarsi da quelle mura: se uno fa per allontanarsene, si sente richiamare, si volta e l’apparizione invano inseguita è là, affacciata a una finestra, che implora soccorso.
Lo stesso grido d’aiuto, la stessa visione che a Ruggiero parve di Bradamante e a Orlando parve Angelica, a Bradamante parrà Ruggiero. Il desiderio è una corsa verso il nulla, l’incantesimo di

Atlante concentra tutte le brame inappagate nel chiuso d’un labirinto, ma non muta le regole che governano i movimenti degli uomini nello spazio aperto del poema e del mondo.
Anche Astolfo capita da quelle parti. Nel suo veloce giro del mondo è passato un momento a casa, in

Inghilterra, e adesso è di ritorno in Francia. Mentre sta bevendo a una fontana, un contadinello gli ruba il cavallo Rabicano: o almeno, così pare. Fatto sta che, inseguendo il ladruncolo e il cavallo, anche Astolfo finisce nel palazzo incantato.
Ma con Astolfo non c’è incantesimo che valga. Nel libro magico che gli ha regalato la fata Logistilla è spiegato tutto sui palazzi di quel tipo. Astolfo va dritto alla lastra di marmo della soglia: basta sollevarla perché tutto il palazzo vada in fumo. In quel momento viene raggiunto da una folla di cavalieri: sono quasi tutti amici suoi, ma invece di dargli il benvenuto gli si parano contro come se volessero passarlo a fil di spada. – Ehi, sono Astolfo, non mi riconoscete? Macché: quelli gridavano: – Ecco il gigante! Dàgli al rapitore! Al ladro, al ladro! – Ognuno un’accusa diversa ma tutte piene d’accanimento e d’ira.
Cos’era successo? Atlante, vedendosi a mal partito, era ricorso a un ultimo incantesimo: far apparire Astolfo ai vari prigionieri del palazzo come l’avversario inseguendo il quale ciascuno di loro era entrato là dentro. Ma ad Astolfo basta dar fiato al suo corno per disperdere mago e magia e vittime della magia. Il palazzo, ragnatela di sogni e desideri e invidie si disfa: ossia cessa d’essere uno spazio esterno a noi, con porte e scale e mura, per ritornare a celarsi nelle nostre menti, nel labirinto dei pensieri."


Italo Calvino racconta l’Orlando Furioso, ed. Einaudi



Questa e le immagini sopra pubblicate sono dipinti di Raffaele De Rosa


Italo Calvino non è l'unico ad aver  rimarcato il tema dell'illusione sotteso all' Orlando furioso. Jim Jarmusch  fa di "Mistery train", la riscrittura in chiave moderna del XII canto , così Il castello del mago Atlante diviene un hotel di Menphis, l'Arcade ( qui  un post sull'argomento  pubblicato in un mio  blog). 

Nel film la coppietta del primo episodio proviene dal lontano Oriente come Angelica e Argalìa; tutti i personaggi compiono dei " giri perduti" a piedi o in macchina, uno dei personaggi dell'ultimo episodio viene abbandonato da una ragazza "in fuga" e come Orlando "impazzisce"..


Nicoletta Braschi in "Mistery train" ; sul comodino una copia dell'Orlando furioso

lunedì 26 giugno 2017

Mosquitoes


« Ho acceso una candela verde e sottile, per renderti gelosa di me; ma la stanza si è riempita subito di zanzare, hanno sentito che il mio corpo era libero....»

Inizia così una delle canzoni più belle di Leonard Cohen, ballata sarcastica sull'amore perduto con forte insistenza sulla freddezza di lei che lo ha lasciato. Si sa, in amore capita. Essere lasciati non è mai bello, i dettagli li lascio a chi conosce l'inglese ma Cohen commette un errore e come entomologo (sia pur dilettante) sono costretto a rimarcarlo: le zanzare non sono attirate dalla luce. Con la luce accesa entrano nella stanza tanti insetti di tutti le specie, ma le zanzare (mosquitos) cercano proprio noi, e sanno come trovarci anche al buio. Purtroppo.


One Of Us Cannot Be Wrong 
 ( un clic qui )

I lit a thin green candle, to make you jealous of me.
But the room just filled up with mosquitos,
they heard that my body was free.

Then I took the dust of a long sleepless night
and I put it in your little shoe.
And then I confess
that I tortured the dress
that you wore for the world to look through.
I showed my heart to the doctor:
 he said I just have to quit.
Then he wrote himself a prescription,
and your name was mentioned in it!
Then he locked himself in a library shelf
with the details of our honeymoon,
and I hear from the nurse
that he's gotten much worse
and his practice is all in a ruin.
I heard of a saint who had loved you,
so I studied all night in his school.
He taught that the duty of lovers
is to tarnish the golden rule.
And just when I was sure
that his teachings were pure
he drowned himself in the pool.
His body is gone
but back here on the lawn
his spirit continues to drool.
An Eskimo showed me a movie
he'd recently taken of you:
the poor man could hardly stop shivering,
his lips and his fingers were blue.
I suppose that he froze
when the wind took your clothes
and I guess he just never got warm.
But you stand there so nice,
in your blizzard of ice,
oh please let me come into the storm.


 qui qualcosa sulla genesi della canzone                                   (disegno di Waldemar Bonsels)

sabato 24 giugno 2017

Campanella


Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico; ed io imparo più dall’anatomia d’una formica o d’una erba (lascio quella del mondo mirabilissima) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mo’, dopo ch’imparai a filosofare e legger il libro di Dio: al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati ad a capriccio, e non secondo sta nell'universo libro originale. E questo m’ha fatto legger tutti autori con facilità e tenerli a memoria, della quale assai dono mi fe’ l'Altissimo; ma più insegnandomi a giudicarli col riscontro del suo originale.

Tommaso Campanella, lettera a monsignor Antonio Quarengo, pag.187 di "La città del sole e altri scritti", ed. Oscar Mondadori 1991


(disegno di Joris Hofnägel)

giovedì 22 giugno 2017

Annunciazione


" L'Annunciazione di Lorenzo Lotto era la mia preferita, con la Madonnina provinciale che abbandona il libro sul leggio e volta le spalle all'angelo, quasi volesse scappare, impaurita al pari del gatto. Non era solo il registro intimistico ad attrarmi, era soprattutto la paura delle responsabilità, ciò in cui mi identificavo e contro cui lottavo. "

Sergio Garufi, Il nome giusto, ed. Ponte alle Grazie



martedì 20 giugno 2017

Dino Buzzati

Un cane. Ha il pelo lungo. E' nero. Ha un aspetto mite e pensieroso. Assomiglia stranamente a Spartaco, il barbone che avevo una quindicina d'anni fa. La stessa sagoma, la medesima andatura, l'identico volto rassegnato. Assomiglia? Altro che assomigliare. E' lui in persona, Spartaco, vivo simbolo di stagioni lontane che adesso sembrano felici.
Mi viene proprio incontro, mi fissa con il profondo pesante sguardo che hanno i cani, pieno di ansie e di rimproveri. Fra poco, già lo immagino, mi salterà addosso con mugolii di gioia. Invece, quando è a due metri e io allungo la mano per accarezzarlo, lui scivola via, estraneo, e si allontana.
- Spartaco! - grido - Spartaco!
Ma il cane non risponde, non si ferma, non volta neanche il muso. Lo vedo, pecorella nera, rimpicciolire, dietro e fuori i successivi aloni dei fanali. «Spartaco!» chiamo ancora. Niente. Troc troc. Adesso non lo si vede più.

(Dino Buzzati, da "La città personale", numero 41 dei "Sessanta racconti")


(disegno di Dino Buzzati: è uno dei suoi cani)

domenica 18 giugno 2017

come i ricci fanno scorta di mele





Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele.

Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa.
Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.

Antonio Gramsci ( da una lettera al figlio Delio )
in Antonio Gramsci, Fiabe, ed Clichy