sabato 24 giugno 2017

Campanella


Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico; ed io imparo più dall’anatomia d’una formica o d’una erba (lascio quella del mondo mirabilissima) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mo’, dopo ch’imparai a filosofare e legger il libro di Dio: al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati ad a capriccio, e non secondo sta nell'universo libro originale. E questo m’ha fatto legger tutti autori con facilità e tenerli a memoria, della quale assai dono mi fe’ l'Altissimo; ma più insegnandomi a giudicarli col riscontro del suo originale.

Tommaso Campanella, lettera a monsignor Antonio Quarengo, pag.187 di "La città del sole e altri scritti", ed. Oscar Mondadori 1991


(disegno di Joris Hofnägel)

giovedì 22 giugno 2017

Annunciazione


" L'Annunciazione di Lorenzo Lotto era la mia preferita, con la Madonnina provinciale che abbandona il libro sul leggio e volta le spalle all'angelo, quasi volesse scappare, impaurita al pari del gatto. Non era solo il registro intimistico ad attrarmi, era soprattutto la paura delle responsabilità, ciò in cui mi identificavo e contro cui lottavo. "

Sergio Garufi, Il nome giusto, ed. Ponte alle Grazie



martedì 20 giugno 2017

Dino Buzzati

Un cane. Ha il pelo lungo. E' nero. Ha un aspetto mite e pensieroso. Assomiglia stranamente a Spartaco, il barbone che avevo una quindicina d'anni fa. La stessa sagoma, la medesima andatura, l'identico volto rassegnato. Assomiglia? Altro che assomigliare. E' lui in persona, Spartaco, vivo simbolo di stagioni lontane che adesso sembrano felici.
Mi viene proprio incontro, mi fissa con il profondo pesante sguardo che hanno i cani, pieno di ansie e di rimproveri. Fra poco, già lo immagino, mi salterà addosso con mugolii di gioia. Invece, quando è a due metri e io allungo la mano per accarezzarlo, lui scivola via, estraneo, e si allontana.
- Spartaco! - grido - Spartaco!
Ma il cane non risponde, non si ferma, non volta neanche il muso. Lo vedo, pecorella nera, rimpicciolire, dietro e fuori i successivi aloni dei fanali. «Spartaco!» chiamo ancora. Niente. Troc troc. Adesso non lo si vede più.

(Dino Buzzati, da "La città personale", numero 41 dei "Sessanta racconti")


(disegno di Dino Buzzati: è uno dei suoi cani)

domenica 18 giugno 2017

come i ricci fanno scorta di mele





Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele.

Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa.
Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.

Antonio Gramsci ( da una lettera al figlio Delio )
in Antonio Gramsci, Fiabe, ed Clichy

venerdì 16 giugno 2017

Mkrgnao


(...) Un'altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava lì, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta impettita girò attorno a una gamba dei tavolo con la coda ritta. - Mkgnao! 
- Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco.La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr.
Mr. Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia. - Latte per la miciolina, disse. - Mrkgnao! piagnucolò la gatta.
 Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche. Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre? No, mi salta benissimo.
- Ha paura dei polli, lei, - disse canzonatorio. Paura dei pìopìo. Mai vista una miciolina così sciocchína. Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia. - Mrkrgnao! disse forte la gatta.Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti biancolatte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l'avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s'avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.- Grr! esclamò lei e corse a lambire. Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse. Tese l'orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca pura. Giovedi: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzìno di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l'acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi.



Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No. Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito. Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina. Forse però: una volta tanto. Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:- Vado qui all'angolo, torno tra un minuto. Udita la sua voce dir questo soggiunse:- Vuoi niente per colazione?  Un debole grugnito assonnato rispose:- Mn.No.
Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d'ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po' di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l'ha pagato suo padre. (...)

( James Joyce, "Ulisse"; nella traduzione di Giulio de Angelis, ed. Mondadori, a cura di Giorgio Melchiori. )



Questo è il primo momento in cui incontriamo Mr.Bloom. Leopold Bloom è a casa sua, è mattino presto e sta preparando la colazione per la moglie: che si chiama Molly, è a letto e dorme ancora.


( Le immagini vengono da "The long goodbye" di Robert Altman, con Elliott Gould )

(la foto della gattina nostra contemporanea è mia) (in esterni, non viene in casa)




mercoledì 14 giugno 2017

Bucoliche


BUCOLICHE
(Virgilio Gauna?)
da "Golem L'indispensabile", on line 2001-2003...

1.
Il soffio dell'oca
fa rima col gatto:
quell'oca boriosa
infuriare ho fatto.
Si gonfia e la temo:
non è che son scemo,
è un'oca assai grossa,
da rabbia commossa.
Apre le ali e soffia
s'avanza con grande sdegno
teme che il mio disegno
la porti giù nella fossa.
Non sa che non lei cercavo;
e chi cercavo non trovo
suono e risuono invano
mi siedo e di qui non mi muovo.



2.
Il tacchino impettito s'avanza,
fa la ruota, che questa è l'usanza,
o in terra raspa e borbotta glu glu.
E' una pita che ruota e gloglotta,
che ti guarda curiosa e rimbrotta,
non capisce quel tuo portamento:
chi ti credi, il padrone del mondo?
E' perplesso il pennuto, e sbadiglia;
poi col becco una piuma assottiglia
e i bargigli gli vanno su e giù.
Questa porta, in campagna, m'aprite,
che continuo ad andare su e giù?
Che già l'aia tre volte ho percorsa,
che tre volte già il cane m'abbaia,
quante bestie ci son qui nell'aia.



3.
La gallina. E quello lì è il gallo.
Di pulcini ne vedo una frotta,
questo è nero e quello lì è giallo.
Il tacchino, quell'oca boriosa,
che ora tace e ormai più non m'assale;
di lontano grugnisce il maiale
e le vacche son giù nella stalla.
Oramai la conosco a memoria,
questa casa colonica gialla.
Chi vi abita è cara persona,
e che sempre più spesso mi manca.
Io son stato assai tempo lontano,
ora torno e ci porto pazienza.
(saran fuori a comprar la semenza?)
(sono forse già andati a Piacenza?)


4.
Passavo il mio tempo seduto nel prato,
vedevo le cose perdute, pensavo al passato.
Sapevo, dovevo, seduto nel prato,
pensavo, guardavo, sentivo, volevo.
Il buco d'un grillo, là presso un batrace
pian piano li vedo, ne sono capace,
ci vuole pazienza e poi il mondo appare.
E le cavallette, le mille formiche,
le piante ben verdi, le tante lumache,
un'ape che vola e si posa pian piano.
Mi sveglio, mi desto, cos'è che mi chiama?
La voce è lontana ma poi s'avvicina -
che bello, è arrivata, è lei che mi chiama.
Che faccio nel prato, mi chiede e sorride:
anch'io son perplesso, m'abbraccia e mi bacia...
allargo le braccia e insieme a me ride.
(Il sole, là in alto, fa finta ma vede)
(statistica su Palomar di Calvino, cds 12.11.01)

(l'oca è di Jan Asselyn, 1650; i tacchini sono di Charles Courtney Curran; le galline sono di Hans Thoma; il disegnino infantile è mio)

lunedì 12 giugno 2017

Il filtro di Puck e la ninna nanna di Benjamin







Sono tante le citazioni e le riscritture teatrali , cinematografiche  qui ) e musicali di Sogno di una notte di mezza estate. Per fare un solo esempio, la marcia nuziale a tutti familiare non è altro che uno dei momenti dell' Ein Sommernachtstraum di Felix Mendelssohn Bartholdy . Anche Benjamin Britten ha scritto una meravigliosa versione della celebre opera shakespeariana. Mi è ritornata in mente leggendo le pagine che Alex Ross dedica al compositore inglese nel suo Il resto è rumore

sabato 10 giugno 2017

Orso


Basilea, 7 ottobre 1934
E' tempo di mettere insieme le impressioni lasciate in me dalla personalità di Jung in questi pochi giorni, tempo di tirare le somme, di scoprire il ritratto. Ed é un ritratto in piedi, nel modo più assoluto, perché è in piedi che lo rivedo, mentre parla e insegna. Viene subito alla mente la parola "statura", oppure il tedesco "Gestalt ". Jung non è uomo da tavolino, da studio: è una forza.
Spicca nella mia memoria uno degli aneddoti dei quali costella le sue lezioni. Spero di non rovinarglielo citandolo a memoria.  Risale al suo soggiorno presso una tribù di indiani pueblo, i quali, per identificare uno straniero, anziché chiedergli il passaporto si pongono la domanda: «Che animale è? ». Come a dire: «Quale è il suo totem?», e si mettono a osservarlo, perché appartenere a un totem equivale a essere quell’animale totemico: talmente forte é la "partecipazione", talmente pervaso é un uomo dal suo animale sacro, che basta guardarlo muoversi e agire e vivere per riconoscerlo. Quando lo straniero proviene da qualche tribù vicina, il gioco è abbastanza facile, a quanto pare; ma nel caso dell’uomo bianco, che è così estraneo alla loro esperienza, la faccenda è molto più complicata. Jung era al corrente, attraverso l'interprete, dell'imbarazzo dei suoi ospiti per non essere riusciti a identificarlo. Comunque, poiché aveva saputo meritarsi la loro fiducia, un giorno fu invitato a visitare il piano superiore della casa, un segno di stima e di benvenuto.

mercoledì 7 giugno 2017

The cuckoo

La prima sorpresa, per noi che non siamo inglesi, è di trovare il cuculo come femmina: "she is a pretty bird". Non è un errore perché la dizione è nitidissima, impossibile sbagliare, e poi si continua: "she sings as she flies", eccetera. Capita spesso, saltando da una lingua all'altra, di trovare di queste sorprese, che ci spiazzano e non poco: in inglese la volpe è maschio (nelle traduzioni poi si fanno i salti mortali per trasportare qui da noi volpi maschio come Robin Hood o come i calciatori del Leicester, "The Foxes"), in tedesco il Sole è femminile e la Luna è maschile, e chissà quanti altri esempi si potrebbero fare. Il cuculo, pardon: "the cuckoo", di questa canzone inglese è un altro degli avvertimenti alle giovani trasmessi attraverso la musica e la storia è quella di una ragazza riempita di promesse da un uomo, che poi se ne è andato. L'inglese è più o meno quello di Shakespeare (notare la terza persona dei verbi: draweth, singeth...), e la ragazza di questa canzone è parente stretta della Ninfa di Monteverdi, "Lamento della Ninfa", dal Libro Ottavo dei Madrigali:

un clic qui per l'ascolto

« Amor, » dicea, (...)
« Dove, dov'è la fe'
che 'l traditor giurò ?
Fa' che ritorni il mio
amor com'ei pur fu,
o tu m'ancidi,
ch'io non mi tormenti più.
Non vo' più ch'ei sospiri
se non lontan da me,
no, no, che i martiri
più non darammi affè.
Perchè di lui mi struggo,
tutt'orgoglioso sta,
che sì, che sì se 'l fuggo                                                                
ancor mi pregherà ?
Se ciglio ha più sereno
colei che 'l mio non è,
già non rinchiude in seno
amor si bella fè.
Nè mai si dolci baci
da quella bocca havrai,
nè più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai. »
(testo di Ottavio Rinuccini)

"The cuckoo" è affidato ai Pentangle, da "Basket of Light": accanto alla voce infallibile di Jacqui Mc Shee, questa volta spiccano le percussioni di Terry Cox e soprattutto il basso (contrabbasso) di Danny Thompson.
Un clic qui per l'ascolto

The cuckoo
(traditional)
The Cuckoo she is a pretty bird,
she sings as she flies.
She bringeth good tidings,
she telleth no lies
She sucketh white flowers
for to keep her voice clear
And she never sings "cuckoo"
till summer draweth near.
As I was a-walking
and talking one day
I met my own true love
as he came that way
Though the meeting was pleasure,
though the courting was a woe
for I've found him false hearted,
he'd kiss me, and then he'd go.
I wish I was a scholar
and could handle the pen.
I'd write to my lover
and to all roving men
I would tell them of the grief and woe
that attend on their lies
I would wish them have pity
on the flower, when it dies.
I wish I was a scholar
and could handle the pen.
I'd write to my lover
and to all roving men
I would tell them of the grief and woe
that attend on their lies
I would wish them have pity
on the flower, when it dies.
As I was a-walking
and talking one day
I met my own true love
as he came that way
Though the meeting was pleasure,
though the courting was a woe
For I've found him false hearted,
he'd kiss me, and then he'd go.
The Cuckoo is a pretty bird,
she sings as she flies.
She bringeth good tidings,
she telleth no lies
She sucketh white flowers
for to keep her voice clear
And she never sings "cuckoo"
till summer draweth near.

(il dipinto è di Botticelli ) ( qui )

lunedì 5 giugno 2017

Fedora



disegno di Moebius


Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginando di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.

Italo Calvino, Le città invisibili

sabato 3 giugno 2017

Cecov


Discendemmo, mia moglie e io, verso la gora del mulino e ritirammo la rete che Stepàn aveva messo il giorno prima in nostra presenza. Vi si dibatteva un grosso pesce persico e, drizzando le sue chele in aria, si ergeva un gambero.
- Ributtali nell'acqua, - disse Mascia - che siano felici anche loro!

(Anton Cecov, I racconti, secondo volume  ed. Garzanti, pag.1037 - La mia vita)

giovedì 1 giugno 2017

la voce degli alberi

fotogramma di “Fitzcarraldo” di Werner Herzog ( fonte )


Per gli abitanti del bosco quasi ogni specie di albero possiede, accanto al proprio aspetto, una sua propria voce. Al passaggio della brezza, gli abeti singhiozzano e gemono dondolandosi; l'agrifoglio sibila battendo contro se stesso; il frassino fischia e rabbrividisce; il faggio stormisce mentre i suoi rami lisci si alzano e si abbassano. E l'inverno, pur modificando la voce d'ogni singolo albero facendone cadere le foglie, non ne distrugge l'individualità.

Thomas Hardy, Sotto gli alberi

un clic qui




martedì 30 maggio 2017

Silence, and deeper silence


 Silence, and deeper silence,
when the cricket hesitate.
(Leonard Cohen, summer haiku da "The spice box of earth", Virgin Press 1965)

silenzio, e più profondo silenzio,
quando anche il grillo esita.
(haiku d'estate, da un libro di Leonard Cohen, trovato on line)

(dipinto di Winslow Homer, 1865)

domenica 28 maggio 2017

Saltapicchio e Trottalemme



Saltapicchio (nell'originale "Jolly Jumper") è il cavallo di Lucky Luke, Trottalemme è il cavallo di Cocco Bill. Si sa che i cavalli degli eroi dell'epica hanno sempre un nome: Bucefalo, Baiardo, Ronzinante, fate voi l'elenco completo.
Sono due cavalli sapienti, pensanti e parlanti: o, quanto meno, con noi lettori parlano eccome. Saltapicchio è belga, autori Morris e Goscinny; Trottalemme è invece completamente di mano di Benitone Jacovitti, disegni e parole.

venerdì 26 maggio 2017

Pulcino bagnato

Era giunto il grande momento: per ventinove giorni avevo covato le mie venti preziose uova di oca selvatica; o meglio, io stesso le avevo covate solo negli ultimi due giorni, affidandole per quelli precedenti a una grossa oca domestica bianca e a un’altrettanto grossa e bianca tacchina che avevano assolto il compito molto più affettuosamente e adeguatamente di me. Solo negli ultimi due giorni io avevo tolto alla tacchina le dieci uova biancastre, ponendole nella mia incubatrice (mentre l'oca domestica doveva covare fino alla fine le sue dieci uova). Io volevo spiare ben bene il momento in cui sarebbero sgusciati fuori i piccoli, e ora quel momento fatidico era arrivato.

mercoledì 24 maggio 2017

Una corsa mozzafiato

I postiglioni ce la misero tutta con fruste e speroni; i camerieri gridarono, gli stallieri li incitarono e schizzarono via a tutta velocità.
«Bella situazione, - si mise a pensare Mr.Pickwick non appena ebbe un attimo di tempo per pensare - Bella situazione per il presidente generale del Circolo Pickwick. Carrozza umida, cavalli bizzarri, quindici miglia all'ora... e tutto questo a mezzanotte!»
Durante le prime tre o quattro miglia, troppo intenti a riflettere ciascuno per proprio conto per aver voglia di rivolgersi al compagno, i due non fiatarono. Ma, percorso quel bel tratto di strada, con i cavalli che ormai ben riscaldati cominciavano ad andare davvero di ottima lena, Mr. Pickwick, eccitato dalla velocità della corsa, si sentiva troppo su di giri per restarsene ancora muto come un pesce.
«Li prenderemo di sicuro» esordì.
«Lo spero» rispose l'altro.
«Bella notte» continuò Mr.Pickwick guardando la luna che riluceva splendente.
«Un guaio per noi! Hanno tutto il vantaggio della luna piena per staccarci e noi lo perderemo: fra un'ora tramonterà.»
«Brutto affare correre a questa velocità nel buio!»
«Direi proprio di sì», rispose l’altro in tono secco.
Nel riflettere sui guai e i pericoli di quella spedizione nella quale si era imbarcato in modo tanto precipitoso, Mr. Pickwick sentì smorzarsi l’esaltazione che per un po’ lo aveva eccitato. A distoglierlo dai suoi pensieri venne l’urlo del cocchiere di testa.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il primo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il secondo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», strepitò Mr Wardle sporgendosi con la testa e mezzo corpo fuori del finestrino per unirsi al coro con quanto fiato aveva in gola.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», incalzò Mr. Pickwick accollandosi l’onere di quell’urlo di cui peraltro ignorava finalità e significato. E nel bel mezzo degli iuùiuù di tutti e quattro la carrozza venne a fermarsi.
«Che succede?», si informò Mr Pickwick.
«Il casello del dazio -, spiegò il vecchio Wardle - Ci diranno qualcosa dei due fuggitivi».
(Charles Dickens, Il circolo Pickwick, pag.150 ed. Garzanti 2003, traduzione di Gianna Lonza.)

 

lunedì 22 maggio 2017

Dio salvi i corvi della regina





" ... Come gli sentirono dire queste cose, lo presero tutti per pazzo; e per meglio sincerarsene, e rendersi conto di che genere di pazzia fosse il suo, Vivaldo tornò a chiedergli che cosa s'intendesse in realtà per cavalieri erranti.  - Non hanno letto  lor signori - rispose don Chisciotte - gli annali e le storie d'Inghilterra in cui sono trattate le gesta del re Arturo, che noi comunemente nel nostro volgare castigliano chiamamo il re Artù, intorno al quale esiste in tutto il regno di Gran Bretagna l'antica leggenda che quel re non sia morto, ma che per virtù di incantesimo si sia convertito in corvo, e che col volgere degli anni dovrà ritornare a regnare, riconquistando il suo regno e lo scettro? Tant'è vero che da quel tempo ad oggi non si troverà un solo inglese che abbia ucciso mai un corvo."    


da  Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes  Ed. Einaudi

sabato 20 maggio 2017

Lepre marzolina

(...) nel mezzo della radura c'è una lepre grande e grossa che se ne sta lì ferma, voltandoci le spalle, con le orecchie ritte che formano una grossa V, evidentemente tutta tesa nella vista e nell'ascolto di qualcosa che è lì, non molto lontano, al margine opposto del bosco. Poco dopo infatti si scorge da quella parte un'altra lepre, non meno grossa, che lenta e dignitosa avanza a grandi salti verso la prima. Segue allora una specie di contegnosa presentazione reciproca, non dissimile dal cerimonioso incontro di due cani che non si conoscono ancora.
 Ben presto però ha inizio una scena singolare: le due lepri incominciano a inseguirsi in un cerchio strettissimo, la testa dell’una contro la coda dell’altra. Poi, d’un tratto, tutta questa tensione accumulata sfocia nella lotta; e, come quando scoppia una guerra fra gli uomini, accade anche qui che le ostilità si scatenino proprio quando l’osservatore, dopo aver assistito tanto a lungo alle reciproche minacce delle due parti, era giunto alla conclusione che nessuna delle due avrebbe osato passare ai fatti.  Le due lepri si fronteggiano erette sulle zampe posteriori, e con quelle anteriori se le danno di santa ragione. Poi spiccano dei salti altissimi, e fra squittii e brontolii tirano dei calci spaventosi con le zampe posteriori, con tale velocità che senza una ripresa al rallentatore non si può afferrare il meccanismo di questi movimenti. Ora per il momento ne hanno abbastanza, e ricominciano a rincorrersi, solo assai più rapidamente di prima. Seguono poi nuove azioni belliche, ancora più aspre. I due avversari sono talmente immersi nel duello che io con la mia figlioletta posso farmi ancora più vicino, pur non riuscendo a evitare qualche rumore. Qualsiasi lepre normale e ragionevole ci avrebbe già uditi da un pezzo, ma notoriamente a marzo la lepre è pazza, e in inglese c’è addirittura la locuzione "mad as a March hare". Il torneo delle lepri è talmente comico che, nonostante sia stata severamente educata a mantenere il silenzio più assoluto durante l'osservazione degli animali, la mia figlioletta non riesce a reprimere un piccolo scoppio di risa. Questo naturalmente è troppo, anche per le lepri marzoline: due guizzi in due diverse direzioni e la radura é di nuovo deserta, ma al suo centro ondeggia ancora, lieve come semi di salice, un grosso fiocco di lana di lepre.


(Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone, pag.132 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz)


(il disegno è di John Tenniel; la foto delle lepri non portava indicazioni)

giovedì 18 maggio 2017

Serenate maledette



In musica, la serenata all'amata sotto il balcone è tra le situazioni più frequenti. La luna, in cielo, fa da testimone o da complice; quasi sempre è la luna piena. Non occorre scomodare Giulietta e Romeo per sapere che non sempre va a finire bene; anzi, alle volte la serenata è inopportuna e importuna. Ce ne sono tanti esempi, e tutti sostenuti da canzoni molto belle, alle volte clamorosamente belle. Qualche esempio, tra le mie preferite:
"Te voglio bene assaje", datata 1839, ma forse anche prima. E' di autore ignoto, qualcuno la attribuisce a Raffaele Sacco ma a me piace di più un'altra ipotesi, e cioè che l'autore sia Donizetti. Donizetti era di casa a Napoli proprio in quegli anni, e vale poco dire che era impegnato in altre opere o che era a Parigi: non sappiamo la data esatta di nascita della melodia, e - soprattutto - la domanda migliore potrebbe essere "quanto ha dato e quanto ha preso Napoli da Donizetti, e viceversa?". La mia impressione è che il conto sia in pareggio, o che forse il bergamasco Donizetti abbia dato a Napoli più di quanto ha preso. La mia versione preferita è quella di Roberto Murolo, da qui non mi smuove nessuno. qui  )
Lo stesso soggetto, ma volto al comico, è "La luna è una lampadina", scritta e pensata da Dario Fo con Enzo Jannacci. L'anno è il 1958 circa, vale a dire il Premio Nobel quando nessuno ancora ci avrebbe mai pensato ( qui  e qui ).

martedì 16 maggio 2017

I trulli di Alghero



Una città irlandese piuttosto importante, Limerick, ha dato il suo nome a piccole poesie senza senso, scritte per divertimento. Il limerick "classico" nasce in Gran Bretagna all'inizio dell'800, ed è di solito composto da 5 versi in rima che dovrebbero partire da una località geografica, un punto di inizio per giocare con ritmi e parole. Il tempo d'oro dei limericks, prevalentemente composti in lingua inglese,  è quello di Lewis Carrroll e di Edward Lear. I tre limericks che pubblico sono di Emilio Gauna ( pseudonimo e anagramma di "ma è Giuliano"  ). L'autore  ne ha pubblicati molti altri sulla storica rivista online "Golem, l'indispensabile".     


                   








E così questa è Alberobello e non è Alghero,
dunque la strada io l'ho perduta per davvero;
però mi adatto, ne son felice e fiero;
forse domani riparto per Alghero,
ma intanto qui tra i trulli io tento un trallallero.










                           


                             

     Tre tristi trulli senza un trave interno 
     corrono intanto il rischio di crollare; 
     ed ecco accorre il carpentiere attento,
     che sa sia il dove sia il cosa deve fare;
     e per i trulli è finito ormai l'inferno,
     e il Paradiso è il non dover crollare.
















Qualcosa si frappone
fra me e il lontan Giappone;
e non è il mare, credo,
né cosa ch'io non vedo:
è proprio che è lontana, 'sta nazione.








Le illustrazioni pubblicate sono di David Merveille e sono ispirate al mimo  Jacques Tati ( Giuliano non fuma la pipa ma è alto come Jacques e, come lui, è perplesso dinanzi alle palesi-  e proprio per questo rimosse-  contraddizioni della cosiddetta modernità ) 



domenica 14 maggio 2017

La toccata in do maggiore


Da  La toccata in do maggiore di Antoni Libera ( info )
Traduzione dal polacco di Vera Verdiani


"- (...) Anzi,  professore ...a questo proposito vorrei chiederle un grosso piacere, e cioè che mi risparmiasse di suonare la Toccata permettendomi di sostituirla con un pezzo più facile. Magari l'improptu, che più o meno so già suonare.
- Se è per questo, sai già suonare la Toccata, come hai appena dimostrato.
- Può darsi, ma... mi costa troppa fatica. Non mi ci vedo a eseguirla a fine repertorio.
- E tu cerca di vedertici.
- Lei scherza, professore...
- No, no, non scherzo affatto. E' che non riesco a capire il motivo di tanta opposizione.
- Quella Toccata mi fa paura! - strillai con voce isterica.
Il professore scoppiò a ridere.
- Paura della Toccata in do maggiore? Ma se è il pezzo più sereno mai composto! La massima espressione della fiducia in se stessi, della giovanile audacia, dell'amore per la  musica e della gioia di esercitarcisi!
- Non è di questo che si tratta , e lei lo sa.
- Se vuoi presentarti al diploma - disse il profesore, fattosi serio e con voce improvvisamente più dura - suonerai la Toccata. "

                                                                          


(...)

"Le ultime due settimane prima dell'esame finale furono snervanti e faticose. Praticamente non facevamo altro che esercitarci. (...) 
Dopo quelle quotidiane corvée che ci lasciavano tramortiti, ci buttavamo a occhi chiusi sul letto o, tempo permettendo, andavamo a fare una passeggiata. Ma neanche in quello stato di stordimento, smettevamo di pensare al nostro immediato e più lontano futuro. Ci chiedevamo soprattutto come sarebbe andato l'esame, ma il pensiero volava anche a quello che sarebbe successo se fosse andato bene, ossia agli studi successivi e alla carriera musicale. Ne avremmo avuta una? E se sì, di quale entità? Ci sarebbe andata bene, saremmo stati fortunati? In quel campo ci voleva infatti anche una buona dose di fortuna: quanti ottimi allievi si erano persi per strada per colpa di una sorte avversa! Perchè al momento giusto qualcuno non li aveva notati, perchè qualcosa aveva sbatto loro il cammino, perchè non erano stati"baciati dal destino". Mentre altri, meno bravi di loro, avevano sfondato in base allo stesso principio. Fino a che punto potevano bastare il talento e il lavoro?"



un clic qui per l'ascolto della Toccata in do maggiore di Robert Schumann

( il pianista dell'immagine pubblicata è Glenn Gould )

venerdì 12 maggio 2017

L'unicorno

La prima versione dell’unicorno quasi coincide con le ultime. Quattrocento anni prima di Cristo,
 il greco Ctesia, medico di Artaserse Mnemone, riferisce che nei regni dell’Indostan ci sono velocissimi asini selvatici, di pelo bianco, testa purpurea, occhi azzurri, e provvisti in mezzo alla fronte di un acuminato corno che alla base è bianco, rosso in punta, e in mezzo perfettamente nero. Plinio aggiunge altri particolari (VIII, 31): «In India si caccia anche un’altra fiera, l’unicorno, che per il corpo somiglia al cavallo, ma per la testa al cervo, per le zampe all’elefante, e per la coda al cinghiale. Il suo muggito é profondo. Un corno lungo e nero s’erge in mezzo alla sua fronte. Dicono che sia impossibile prenderlo vivo ».

L’orientalista Schrader, nel 1892, avanzò l’ipotesi che l’unicorno fosse stato suggerito ai greci da certi bassorilievi persiani, che rappresentano tori di profilo e perciò con un corno solo. Nell'enciclopedia di Isidoro di Siviglia, redatta al principio del secolo VII, si legge che una sola cornata dell’unicorno basta di solito per uccidere l’elefante; il che ricorda l’analoga vittoria del karkadàn (rinoceronte), nel secondo viaggio di Sindbad.
Altro avversario dell’unicorno era il leone, e un'ottava del secondo libro dell’inestricabile epopea The Faerie Queene ci conserva il modo del loro combattimento. Il leone si colloca davanti a un albero; l'unicorno, a fronte bassa, l’investe; il leone si scosta, e l’unicorno rimane inchiodato al tronco. Questa ottava data dal secolo XVI; al principio del XVIII, l’unione dei regni d’Inghilterra e di Scozia metterà di fronte, nello stemma di Gran Bretagna, il leopardo (leone) inglese e l’unicorno scozzese. Nell’Età di Mezzo, i bestiari insegnano che l’unicorno può essere catturato da una bambina; nel Physiologus Graecus si legge: «Come lo prendono. Gli mettono davanti una vergine e lui salta in grembo alla vergine e la vergine l'abbraccia con amore e lo porta a palazzo dal re ». Una medaglia di Pisanello e molti e famosi arazzi illustrano questo trionfo, le cui applicazioni allegoriche sono note. Lo Spirito Santo, Gesù Cristo, il mercurio e il male sono stati simboleggiati dall'unicorno.
Nell’opera Psychologie und Alchemie (Zurigo 1944), Jung narra la storia di questi simboli e li analizza. Un cavallino bianco con zampe posteriori d’antilope, barba di capra e un lungo e ritorto corno sulla fronte, è la rappresentazione abituale di quest’animale fantastico.
Leonardo da Vinci attribuisce la cattura dell’unicorno alla sua sensualità:
per questa, dimenticata la fierezza, si raccoglie al grembo della donzella; e così lo prendono.

(Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica, pag.150 ed. Einaudi 1991, trad. F.Lucentini)


(incisione di autore ignoto del 1520 circa,
e Krazy Kat di George Herriman, 1930 circa)

mercoledì 10 maggio 2017

Les jardins d'oiseaux


E' probabile che l'importanza accordata ai giardini nel Tardo Medioevo sia un'eredità delle crociate, che portarono in Europa anche la poesia lirica e le canzoni del Medio Oriente. E' quindi all'interno di questa campagna in miniatura, protetta dalle mura del castello, che fiorì l'arte dei trovatori, e spesso alle loro canzoni s'intrecciavano i voli degli uccelli. E' quella stessa atmosfera , dolce e piacevole, che Nicola Gombert e Clémente Janequin ricrearono nei loro Chants des Oiseaux (...), tale canto si presenta, in musica, in deliberato contrasto con la brutalità e le disgrazie dlla vita che si svolge all'esterno.

R. Murray Shafer, Il paesaggio sonoro



un clic sul'immagine per l'ascolto

martedì 9 maggio 2017

La lauzeta di Bernart

Trovatori e trovieri, autori di poesie in lingua d'oc e d'oil, operarono in Francia tra l'XI e il XIII secolo. Nelle corti feudali  che li accoglievano,  intrattenevano il loro pubblico con eleganti  liriche d'amore accompagnate da musica. Fin'amors è definito il sentimento  che il poeta esprime per la donna di cui è innamorato, raffinato quanto la creazione poetica che lo veicola.

Bernart de Ventadorn, nella canzone Can vei la lauzeta mover, assimila l'amata a una lauzeta, un' allodola che, dimentica di tutto, si abbandona al piacere del volo. Il poeta  confessa di aver perso ogni potere su di sè e sulla donna. L'amore gli ha sottratto forza, lucidità: da quando l'amata gli ha consentito di  specchiarsi nei suoi occhi, è smarrito, come Narciso alla fonte

                                       



                                 Un clic sull'immagine per ascoltare la canzone della lauzeta


                                          qui il testo e la traduzione di Can vei la lauzeta mover

domenica 7 maggio 2017

La fedeltà della tortora

Salomè e Giuditta, ma prima ancora Giuditta, sono tra i soggetti più rappresentati nella Storia dell'Arte; Dario Fo ne spiegò bene il motivo nel suo spettacolo su Caravaggio, in tempo di esecuzioni capitali le decapitazioni erano molto frequenti e avvenivano sulla pubblica piazza. Oggi a noi fa orrore, ma una testa mozzata (anche di un innocente, come capita con Salome) era qualcosa di tutt'altro che inconsueto da vedere.


Anche Antonio Vivaldi, nel 1716, sceglie Giuditta come soggetto. La sua "Giuditta trionfante" (Juditha triumphans, in latino), un oratorio, è scritta per le ragazze che studiavano musica all'Ospedale della Pietà, a Venezia; una Giuditta tutta al femminile, quindi anche Oloferne è interpretato da una voce femminile. Il dramma c'è, Vivaldi era uomo di teatro e sapeva dosare bene gli effetti, ma è tutto sublimato dalla musica, che è piacevolissima. "Juditha triumphans" scorre via veloce, in concerto quasi non ci si accorge del tempo che passa.

Ma, di tutto questo, oggi mi interessa portare in primo piano la tortora. Simbolo di fedeltà coniugale, la tortora è evocata da Giuditta nell'aria dal primo atto, in un colloquio con l'amica Abra.

venerdì 5 maggio 2017

Vampiro

Continuando il cammino, attraversammo zone a pascolo, molto danneggiato dagli enormi formicai conici alti circa quattro metri. Essi davano al paesaggio esattamente lo stesso aspetto dei vulcani di fango a Jorullo, così come sono disegnati da Humboldt. Arrivammo a Engenhodo che era già buio, dopo essere rimasti a cavallo per dieci ore. Durante tutto il viaggio non cessai di meravigliarmi per le fatiche che i cavalli erano capaci di sopportare; essi sembrano anche rimettersi da qualche incidente più presto di quelli delle nostre razze inglesi. Il vampiro è spesso causa di gravi disturbi quando li morde al garrese. Il danno non è tanto grave per la perdita di sangue quanto per l'infiammazione che la pressione della sella produce loro in seguito. Questo fatto è stato recentemente messo in dubbio in Inghilterra, ma io ebbi la fortuna di essere presente quando un vampiro (Desmodus d'Orbigny, Wat) fu realmente preso sulla groppa di un cavallo. Stavamo bivaccando una sera tardi presso Coquimbo, nel Cile, quando il mio servo accorgendosi che uno dei cavalli era molto inquieto andò a vedere di che cosa si trattasse; e sembrandogli di scorgere qualcosa allungò rapidamente la mano sul garrese dell'animale e si impadronì del vampiro. Il mattino seguente il punto della morsicatura era facilmente distinguibile per essere leggermente gonfio e sanguinante, ma tre giorni dopo cavalcammo nuovamente l'animale che non aveva avuto nessuna conseguenza dannosa.
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.37 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)
I pipistrelli che si nutrono di sangue sono soltanto di tre specie, e vivono tutti in America. Nel dettaglio: Desmodus rotundus, Diphylla ecaudata e Diaemus youngi, che probabilmente è quello colto sul fatto da Darwin, perché è l'unica delle tre specie che vive anche in Cile e in Argentina. Ci sono anche altre specie di pipistrelli che si supponevano fossero vampiri, ma poi si è dimostrato che così non era. (I nostri pipistrelli mangiano insetti e frutta).
 

(il dipinto è di Yasho, 1782-1825)

mercoledì 3 maggio 2017

Un'altra giovinezza


"I miei amici Vairat e Abadie sono partiti in automobile, questa mattina, per Parigi. Ho di nuovo avvertito la malinconia della separazione e la nostalgia delle partenze. Fra alcuni giorni li avrò dimenticati ed essi mi avranno dimenticato. Tutto passa. Ecco la mia immensa sofferenza. Perché le cose non restano, almeno fino a quando ce ne stanchiamo, fin quando non siamo noi stessi pronti a partire?
E' un'ossessione intima e incoffessata: il sentimento che tutto è passeggero. Tutto, nel mondo che io accetto oggi.
Quando arriverà l'altra ora?"

Mircea Eliade, Diario d'India


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"Tutto sommato cos'è il tempo? E' un contenitore pieno di cose che non si adattano ad altro. "


Francis Ford Coppola

lunedì 1 maggio 2017

diavolo d'un cane

Sul cavallo di Brunilde può salire anche Faust. Tanti sono gli animali o gli elementi naturali menzionati nella tragedia, sin dalle prime battute. Nella II scena della I parte dell'opera, Mefistofele assume le sembianze di un cane che, il giorno di Pasqua, segue Faust. 


La notte  precedente Faust aveva attraversato un momento di profondo sconforto che lo aveva portato a desiderare la morte.  Pur avendo fama di dotto, pur essendo considerato un maestro,  aveva avvertito che, tutto sommato, il suo sapere era  inutile, insufficiente. 

(…) Come? Ancora qui io carcerato? / Cerchiato da questo cumulo di libri /che ti rodono i tarli, la polvere copre,/ che carte annerite circondano (…)

Già, quel che si chiama sapere. Ma chi /Si rischia a dire pane al pane?/ I pochi che ne hanno saputo qualcosa, /Che hanno dato corso, pazzi, alla piena dell’anima /E fatte palesi alle plebi le proprie passioni e i pensieri,/ Li hanno sempre messi in croce o sul rogo. (…)


Mentre sta per portare alla bocca un calice in cui aveva versato del veleno,  un suono di campane a festa gli ricorda l’infanzia, l’età dell’innocenza e lo trattiene dal compiere il gesto estremo. 

Nella serena atmosfera della domenica di Pasqua, Faust,  rinfrancato, esce e passeggia per le strade in compagnia del suo discepolo Wagner, ricevendo il saluto di chi lo incontra. Il dottore è considerato un sapiente, un uomo generoso ma Faust sente di non meritare niente.

Il dottore torna quindi nel suo studio seguito da un cane: è Mefistofele che subito si trasforma, sbarazzandosi  della forma provvisoria assunta.

sabato 29 aprile 2017

Bassotto


Arrivato a Godesberg, mi sedetti di nuovo ai piedi della mia bella amica; vicino a me si accucciò il bassotto marrone, ed entrambi la guardavamo negli occhi.

Heinrich Heine, da "Idee - Libro Le Grand" (1826), pag.114 di "Impressioni di viaggio" ed. De Agostini 1981, traduzione Vanda Perretta


(dipinto di Carl Reichert)

mercoledì 26 aprile 2017

Il volo del calabrone (ma forse no)


"Il volo del calabrone", brano musicale scritto da Nikolaj Rimskij-Korsakov, è molto conosciuto e ha avuto infinite versioni e arrangiamenti, dai grandi violinisti e pianisti fino a Nini Rosso (tromba, anni '60) e Bobby Mc Ferrin (voce, di oggi). L'originale viene da un'opera lirica del 1899, "La fiaba dello zar Saltan", ma oggi (sarà la primavera) in me è l'entomologo che prevale, e quindi qualcosa non mi torna: all'ascolto è evidente, questo non è il volo di un calabrone. Il calabrone infatti non ronza intorno a qualcosa, ma va diretto al suo scopo. Mi vengono in aiuto i dischi e i programmi di sala in inglese: "The flight of the bumble-bee". In inglese, il calabrone è "hornet". Nell'errore cade anche il mio dizionario, evidentemente la confusione è grande ed è ora che qualcuno provi a guardarci dentro (tocca a me, disdetta).
Bumble-bee è il bombo, Bombus terrestris, Bombus occidentalis, perfino Bombus arctica (e molte altre specie), cioè una grossa ape piuttosto pacifica ma, come tutte le api, provvista di pungiglione. Non è ben organizzato come le api e quindi non lo si può allevare per il miele (fa il nido sottoterra), ma è comunissimo e lo si incontra un po' dappertutto. Il calabrone, "hornet", è una vespa: vespa crabro. Come vespa, il calabrone si nutre di frutta e di altri insetti; non va svolazzando sui fiori ma si muove invece diritto e veloce, come un piccolo aereoplano super efficiente. Insomma, se va sui fiori e svolazza ronzando, è un bombo. Probabilmente è la parola bombo che non piace, a noi italiani sembra uno scherzo, un dolcetto farcito, un tipo tondo e grasso, un gioco di bambini piccoli; e invece è proprio il suo nome scientifico.


A proposito del bombo circola da sempre una storiella, che sia stato studiato a lungo e che gli ingegneri aeronautici non abbiano capito come faccia a volare, con quel peso e con quelle alette: dal canto suo il bombo, all'oscuro dei dubbi degli ingegneri, vola quieto ed efficiente senza alcun problema. 

lunedì 24 aprile 2017

Le palme in Piazza Duomo


...Ma nulla la città odia quanto il verde, le piante, il respiro degli alberi e dei fiori.
(Dino Buzzati, Il tiranno malato, numero 46 dei "Sessanta racconti")

Le palme e i banani in Piazza del Duomo a Milano, qualsiasi cosa se ne pensi, dimostrano con certezza una cosa sola: che per gli architetti e per gli urbanisti gli alberi sono solo elementi d'arredo. Un albero vale un lampione, nei rendering degli architetti e degli esperti di arredo urbano: un lampione, una fioriera, un portaombrelli, un tavolo, un armadio, una poltrona. Lo prendi di qui e lo sposti di là, e quando sei stufo lo butti via e ci metti qualcos'altro. E' il destino di una generazione (anche più di una, ormai) che non è abituata a vedere la linea dell'orizzonte. L'orizzonte, e ormai non solo a Milano ma anche nei paesi più distanti, è il palazzo davanti. O quello di fianco, o quello che trovi appena svoltato l'angolo; si comincia così da bambini e poi si trova naturale tutto questo, ma la scomparsa dell'orizzonte non è una cosa naturale, è il risultato di una modificazione profonda e artificiale. Vale anche per gli olivi centenari espiantati per il gasdotto in Puglia, per la Tav in Val di Susa, per tante altre cose ancora. Si perde anche il significato delle parole: "olivo centenario" significa che ci ha messo cento anni per diventare così, o magari anche di più di cento anni; invece, da come lo dicono, sembra che sia solo un pezzo d'arredo come un altro. Lo prendi di qui, lo sposti di là, "poi si abituano e smettono di rompere" (eh sì, è il modo più veloce per far tacere chi non è d'accordo, dare del "polemico", o peggio, a chi muove anche solo una piccola obiezione...).

(foto di Arthur Prentiss, 1915)

Il racconto successivo, nel libro di Buzzati, si intitola "Il problema dei parcheggi": viene proprio da pensare che li abbia messi in sequenza lui uno per uno, questi racconti, e non un editor qualsiasi. Buzzati sapeva e vedeva, anche perchè era cresciuto fra le montagne, a Belluno. A Milano, nell'orizzonte di cemento, ci abitava e ci lavorava soltanto.

venerdì 21 aprile 2017

Kira e Cucciolo


Kira era milanese, Cucciolo viveva in Liguria; si incontravano durante le vacanze (di Kira) ed erano molto amici. Erano contenti di stare insieme, diventavano tristi (soprattutto Cucciolo) quando finivano le vacanze e Kira doveva tornare a Milano. Una bella amicizia, un po' rude ma di quelle vere, durata tanti anni. Da parte mia, ho conosciuto di persona Kira ed era proprio così, invece Cucciolo l'ho visto solo in fotografia e un po' me ne dispiace.



 
(disegni e testi di Monica Rainer, dal sito www.mazzate.com/fumetti   )
(per vedere le foto dei veri Kira e Cucciolo, questo sito  )

mercoledì 19 aprile 2017

Armadillo

La canzone è famosa: eterea, sognante, bellissima. Non finirei mai di ascoltarla.
Non so da dove salti fuori, a un certo punto, l'armadillo ("the scaly armadillo", in rima con "weeping willow", il salice) ma l'immaginario di Roger Waters, di Syd Barrett, e di tutti i Pink Floyd di quel periodo era davvero qualcosa di fuori dal comune.
Ignoravo anche l'esistenza della parola "eiderdown", piumino: pillow è il cuscino, weeping willow è il salice piangente, che agita intorno i suoi rami. Intendersi di rime e di metrica è sempre una bella cosa: qui siamo dalle parti del nonsense, ma del resto l'Inghilterra è il paese di Lewis Carroll...
Direi che è qualcosa che non si può tradurre, è una canzone tutta costruita su rime e assonanze, quasi come James Joyce in Finnegans Wake. Bisognerà proprio studiarsi l'inglese; altrimenti, basta e avanza la musica. Siamo comunque nel reame dei sogni, come spiega bene il titolo.

Julia Dream
(Roger Waters)
Sunlight bright upon my pillow
Lighter than an eiderdown  
Will she let the weeping willow
Wind his branches round
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams...
Every night I turn the light out
Waiting for the velvet bride
Will the scaly armadillo 
Find me where I'm hiding...
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams
Will the misty master break me
Will the key unlock my mind
Will the following footsteps catch me
Am I really dying
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams

                                                                                                                ( un clic qui per l'ascolto )

lunedì 17 aprile 2017

Il gatto di nonno Joyce


A Trieste ci sono belle librerie e sezioni nutrite con scritti di autori che hanno stabilito un legame
con la città o perchè ci sono nati ( sono tanti! ) o perchè ci sono capitati e restati per lunghi periodi di tempo. In via San Nicolò ci sono due librerie; una è quella antiquaria, legata a Umberto Saba che ne fu proprietario per diversi anni ; l'altra, moderna, colpisce non meno della prima per la qualità e il numero dei libri esposti. Impossibile uscire con meno di tre, quattro volumi in busta. Io ne ho trovati cinque da portar via e tra questi un delizioso librino contenente una fiaba di James Joyce, corredata di raffinate illustrazioni di Cristiano Coppi. La fiaba, contenuta in una lettera inviata nel '36, era destinata al nipotino dello scrittore, Stephen. Non la  racconto. Dico solo che di mezzo ci sono un ponte, un sindaco, la città di Beaugency, un secchio d'acqua, un gatto, e infine un diavolo che passa il tempo a sfogliare i giornali e che parla uno strano francese..

illustrazioni di Cristiano Coppi





Il prezioso libricino si intitola "Il gatto e il diavolo"; la traduzione è di Franco Marucci; la casa editrice è la ETS