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lunedì 4 luglio 2022

Latebra

 

 Ho uno strano ricordo di mia nonna. Dovevo avere circa quattro anni, forse anche meno. (...)  abbiamo mangiato nella veranda, seduti a tavola uno di fronte all'altro. Non ricordo che cosa stessimo mangiando, ma ricordo noi due seduti a un tavolo dipinto di rosso, e il quadrato scintillante di sole che entrava dal vetro e colpiva il tavolo e me. E mi ricordo  mia nonna che mi chiedeva perchè non mi spostavo più in là, così non mi prendevo un'insolazione. E l'ho fatto (...). Non so quanto tempo è  passato (...) quando all'improvviso un pannello di vetro è uscito dalle guide e si è schiantato sul tavolo e sulla panca, proprio dove prima ero seduto io. (...). Ho sempre voluto chiederglielo. Se lo ricordava anche lei? Era successo davvero? Si era presa uno spavento micidiale, oppure, come me bambino, credeva che l'amore portasse naturalmente alla chiaroveggenza? Però non gliene ho mai parlato. Forse temevo che parlandone, trasformando il ricordo in parole, potesse svanire o decomporsi come certi fragili e preziosi oggetti antichi che si sbriciolano appena tornano alla luce.

da "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron


fotogramma di "Roma" di F. Fellini   (clicca qui )

 qui e qui uno scritto di Giuliano sulla sequenza di "Roma" di F. Fellini, relativa al ritrovamento di una antica abitazione romana ipogea 



sabato 20 luglio 2019

Carillon ( I )


Qui


In "La doppia vita di Veronica " di Krzysztof Kieślowski  ( info )


lunedì 23 ottobre 2017

L'invenzione di Morel

( fonte )


Scomporre e ricomporre : è quello che fa la natura o un binomio di divinità capricciose, all'infinito ;
o che fa chi vuol scoprire i segreti di un meccanismo 
o  quello che ho fatto io per capire qualcosa de "L'invenzione di Morel", un romanzo del 1940 di Adolfo Bioy Casares, scrittore argentino legato  da un rapporto di amicizia e collaborazione al più noto connazionale J.L. Borges


Gli elementi in gioco non sono molti. 
C'è un'isola. Vi approda il protagonista, un uomo in fuga; sta cercando di sottrarsi all'ergastolo a cui è stato condannato. E' questo un primo elemento di cui tener conto.


 Approdando sull'isola, l'uomo si libera da qualcosa che lo avrebbe limitato, una prigione, uno spazio buio, chiuso (la caverna di Platone o, più semplicemente la materia, il corpo?). L'isola è un grande spazio aperto, bagnato dalla luce e dall'acqua (il mondo delle idee o un  paradiso?)


L'acqua è un elemento ricorrente nel romanzo; è la via attraverso cui l'uomo approda sull'isola; avvolge il protagonista che più volte al suo risveglio vi si ritrova immerso ( il grembo ? );
il suo movimento ciclico ( le maree ) costituisce l'energia propulsiva necessaria ad azionare l'invenzione di Morel;


l'acqua è in una delle tre costruzioni che stazionano solitarie sull'isola : una piscina, una cappella, un museo ( chiamato così, è in realtà una residenza ).
Il numero tre è ricorrente nel romanzo, così come il numero otto. Sono cifre che rimandano al trascendente, a ciò che supera la materia, all'infinito, all'eterno.
L'8 è il numero della resurrezione, della rinascita.  Ruotato di 90° è il simbolo dell'infinito.


Castel del Monte


Alla rinascita fanno pensare l'approdo sull'isola del protagonista, la presenza della piscina ( una fonte battesimale? ).
Al continuo ritorno rimandano le maree e il ripetersi di situazioni, di cui il protagonista è spettatore,  che hanno tutta l'apparenza della realtà e che costituiscono invece il prodotto di una invenzione, "l'invenzione di Morel", appunto.


Tra le "scene" ricorrenti a cui l'uomo assiste c'è quella di una donna, vestita in modo elegante ma antiquato, il cui incarnato ricorda quello di una zingara ( un riferimento ai tarocchi, al destino ? ), che  assorta, con un libro fra le mani,  guarda il tramonto, il termine del giorno. 
Il motivo  della fine  è presente nel romanzo tanto quanto quello dell'inizio. Per rinascere bisogna morire. L'immagine più forte in questo senso è quella della partenza degli "intrusi" dell'isola, ovvero delle  persone che figurano nelle scene realizzate da  Morel  attraverso il congegno che ha ideato; partono con una imbarcazione, consapevoli di andare incontro alla morte; ricordano il pallido carico di altri "legni" letterari, da Dante a Coleridge, a  Shiel.


Anche la morte è momento ineludibile, necessario per garantire l'eternità, la riproduzione del ciclo ( anche in senso cinematografico... ed è una riproduzione , questa, a cui il protagonista assiste ). 
Per non rovinare il piacere della lettura non dico altro. Aggiungo solo che, leggendo il romanzo, ho intravisto altre possibilità interpretative. Una di queste è suggerita dal binomio illusione/realtà : ciò che consideriamo concreto ha invece la sostanza dei sogni, delle visioni, visioni di qualcuno che, più in alto di noi,  ( ci ) sogna :  Morel?




p.s
Borges, parlando de l'invenzione di Morel, fornisce un  suggerimento:
"Bioy  rinnova letterariamente un' idea che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:


Sono già stato qui,
ma quando o come non so dire:
conosco quest'erba davanti alla mia porta,
quel dolce intenso odore,
quel rumore sospirante, quelle luci attorno alla costa...  "








p.p.s.

Ci sarebbe anche un'altra chiave di lettura,   più...sentimentale, più segreta 

 ( cito da pag. 109 della mia edizione ) :


Forse abbiamo sempre voluto che la persona amata avesse un'esistenza di fantasma


La frase, nel romanzo,  è in sordina: è riportata tra parentesi, quasi a confessare la verità inconfessabile.



Le  linee interpretative non si negano vicendevolmente. Un punto di vista più celeste ( o più terrestre ? ) del mio saprebbe come ricomporle. Io non ancora...ma mi sto attrezzando.


.

 Qui il trailer del film  "L'invenzione di Morel" di Emidio Greco


p.p.p.s.

Ho dato al post l'etichetta  "refrain"  non solo perchè nel libro c'è una situazione che si ripete: ho già pubblicato queste mie considerazioni sul romanzo di Bioy Casares nel mio precedente blog, Giac.ynta, quello che gestivo senza Giuliano ( che ha parlato del film tratto dal libro in una serie di post nel suo blog, giulianocinema  )  (qui ).

domenica 10 settembre 2017

Les adieux, l'absence, le retour



La stazioncina era deserta, a quell'ora. Uscii nel piccolo spazio che la fronteggiava. Era un giardinetto con due palme e due panchine, limitato da una siepe di pitosfori che mandavano un forte profumo. Oltre la siepe si intuiva il mare. Il terreno era cosparso di sabbia e di ciottoli di mare. Era proprio una stazioncina della Riviera come l'avevo sempre immaginata. Vidi passare un treno a tutta velocità. Era diretto in Francia, non c'era dubbio, e la Francia era oltre le luci del golfo. (...) 

Mi sedetti su una panchina di legno, proprio sotto una palma, e guardai in alto. C'era una luna all'ultimo quarto, ed era bianca come il latte. Cercai in un altro angolo del cielo, e vidi una stella che mi era cara. Allungai le gambe, appoggiai la testa allo schienale e rimasi a fissare il cielo.
La musica arrivò dal fondo della piccola discesa costeggiata dai pitosfori. La riconobbi, era una melodia di Beethoven intitolata Les adieux, l'absence, le retour ( qui ).

Vidi venire avanti uno strano individuo. Portava una marsina spiegazzata, un cilindro bianco, e imbracciava un violino. Era scalzo. Arrivò davanti a me e si tolse educatamente il cappello. Buonasera, disse, benvenuto in questa stazioncina della Riviera dove forse lei sognava di arrivare un giorno. Mi chiese il permesso e si sedette accanto a me.

Antonio Tabucchi, Per Isabel , ed. Feltrinelli
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