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domenica 11 novembre 2018

Siena


Chiarina e Lola, crescendo, si volevano sempre più bene. Tutte e due bruttine, nàchere e tracagnotte, troppo grasse; e si assomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla buona, cucendo da sè; e di grazioso non avevano niente. Si parlavano sempre sottovoce; anche se erano sole; perché credevano che avessero da dirsi cose troppo insulse; da nascondere. Quando la zia le sorprendeva a parlarsi, facevano una risatina; e, con gli occhi, si raccomandavano di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loro pudore e la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsi più a quel modo; quantunque, specie certi giorni, la loro amicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano contente di pensare a cose eguali; e avevano fatto proponimento, giurando, di essere sempre cosi; non desiderando un’altra fortuna migliore.
A tutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la zia, sebbene non più di due volte la settimana, le portava fuori di città, per una strada solitaria e quieta. Dovevano passare davanti alla loro Scuola Normale; e allora davano un'occhiata dentro la porta; per vedere se ci fosse la direttrice a salutare qualcuna del convitto, che i parenti erano andati a prendere. Dando quell’occhiata, sghignazzavano e camminavano più leste; arrivando a Porta Tufi quando la zia stava ancora a metà della scesa. Si voltavano, tenendosi a braccetto, per guardare il muraglione, a mattoni, del giardino della scuola; in cima al quale s’attacca una pianta d’edera; sbrandellandosi. Di fronte, un muro più basso fatica a reggere un campo; che quasi strabocca. Sopra l’arco della Porta, di fuori, una meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Un arco più alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono l’entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta, cominciano due muraglie; d’un rosso scuro, con qualche chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non c’era mai nessun rumore; ed elle facevano un passo più nel mezzo della strada quando all’improvviso sentivano il fruscio di una scala messa da qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno, coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendio, termina a un caseggiato d’un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinette, dopo averlo domandato alla zia, prendevano sempre la Strada del Mandorlo. E allora, tra gli olivi, dietro un muricciolo basso, sul quale ci si può anche mettere seduti, si ricomincia a vedere Siena.
Quando Chiarina e Lola si soffermarono ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla, tra l'erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su un rialzo alto, separata dalla sua cinta che in quel punto è quasi dritta; mentre, verso la Porta San Marco, stramba a saliscendi. Dalle case della città esce fuori soltanto il campanile del Carmine; a punta.
Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s’appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi.
Giunsero, quasi senza più parlare, ad una villa con la facciata scolorita dall'umidità; con una finestra finta e le persiane verdi; con rappezzature fatte a calce, come patacche bianche. Incontrarono un portalettere sciancato; con la pipa in bocca; volta in giù; con la borsa logora a tracolla ed una fazzolettata di chiocciole in mano. Chiarina e Lola fecero le boccacce. Poi, incontrarono due preti: uno basso, tarpagno; e un altro secco come un nocciolo d’oliva. E alle due sorelle venne da ridere. Poi, giunsero ad un’altra casa, tenuta su, perché non franasse, con certi rinforzi di mattoni a pendio, che arrivavano al tetto. Aveva la facciata gialleggiante di licheni.
Ora, i muri della strada erano tutti storti e piegati; sbilenchi; con rigonfiature che si spaccano come se fossero per sfiancarsi. Elle si misero a canticchiare; ma, stonando e non andando a tempo, dovevano sempre rifarsi da capo. Non pensavano a niente; e la zia disse loro:
- Non camminate troppo, perché sudate.
Lola chiese:
- Non arriviamo fino alla cappella?
- E' troppo lontana; poi, per tornare a dietro, è salita. (...)
Federigo Tozzi, Tre croci, capitolo VI (pubblicato nel 1920)



(il dipinto qui sopra è di Telemaco Signorini;
quello sulla copertina del libro è di G.Abbiati)


mercoledì 29 agosto 2018

Albicocchicidio

Per me le albicocche erano una festa. Quando arrivava la loro stagione rischiavo il mal di pancia, c'era sempre qualcuno che aveva la pianta e quando le piante decidono di dare frutti lo fanno in grande stile, e quindi il proprietario della pianta le regala a chiunque capiti. C'era abbondanza, e in alternativa c'erano pur sempre i negozi di fruttivendolo. Da qualche anno (ormai troppi) succede questo: le albicocche non sono più buone. Non dico "buone come prima", ma proprio insapori, dure, belle a vedersi ma nemmeno lontane parenti delle albicocche vere. Le albicocche sono state cambiate, manipolate: tanto per cominciare non sono più leggeremente pelose, come le pesche, ma liscie come biglie. Non servono nemmeno gli ogm, per questi cambiamenti: bastano gli incroci "old style" per ottenere queste mostruosità, è il marketing che comanda e da quando comanda il marketing (cioè i manager astutissimi che ci sono dietro queste operazioni) sono sparite le cose più buone e proliferano i "mostri", le albicocche lisce e dure, le pesche che marciscono prima di maturare, le angurie senza semi, i pomodori senza sapore, e chissà cos'altro ancora ci aspetta. 

mercoledì 26 aprile 2017

Il volo del calabrone (ma forse no)


"Il volo del calabrone", brano musicale scritto da Nikolaj Rimskij-Korsakov, è molto conosciuto e ha avuto infinite versioni e arrangiamenti, dai grandi violinisti e pianisti fino a Nini Rosso (tromba, anni '60) e Bobby Mc Ferrin (voce, di oggi). L'originale viene da un'opera lirica del 1899, "La fiaba dello zar Saltan", ma oggi (sarà la primavera) in me è l'entomologo che prevale, e quindi qualcosa non mi torna: all'ascolto è evidente, questo non è il volo di un calabrone. Il calabrone infatti non ronza intorno a qualcosa, ma va diretto al suo scopo. Mi vengono in aiuto i dischi e i programmi di sala in inglese: "The flight of the bumble-bee". In inglese, il calabrone è "hornet". Nell'errore cade anche il mio dizionario, evidentemente la confusione è grande ed è ora che qualcuno provi a guardarci dentro (tocca a me, disdetta).
Bumble-bee è il bombo, Bombus terrestris, Bombus occidentalis, perfino Bombus arctica (e molte altre specie), cioè una grossa ape piuttosto pacifica ma, come tutte le api, provvista di pungiglione. Non è ben organizzato come le api e quindi non lo si può allevare per il miele (fa il nido sottoterra), ma è comunissimo e lo si incontra un po' dappertutto. Il calabrone, "hornet", è una vespa: vespa crabro. Come vespa, il calabrone si nutre di frutta e di altri insetti; non va svolazzando sui fiori ma si muove invece diritto e veloce, come un piccolo aereoplano super efficiente. Insomma, se va sui fiori e svolazza ronzando, è un bombo. Probabilmente è la parola bombo che non piace, a noi italiani sembra uno scherzo, un dolcetto farcito, un tipo tondo e grasso, un gioco di bambini piccoli; e invece è proprio il suo nome scientifico.


A proposito del bombo circola da sempre una storiella, che sia stato studiato a lungo e che gli ingegneri aeronautici non abbiano capito come faccia a volare, con quel peso e con quelle alette: dal canto suo il bombo, all'oscuro dei dubbi degli ingegneri, vola quieto ed efficiente senza alcun problema. 

mercoledì 8 febbraio 2017

Rospa


Io andavo da una pianta all'altra senza dir niente, perché sarebbe stato impossibile farli smettere: con il cuore doventato mencio. Ma come mi si empì la bocca di saliva, che pareva bava, quando vidi una rospa che pareva un grande involto ! E poi che ella mi guardava coi suoi occhi di ragazza brutta, forse più acuti dei miei, mi sentii venir male.
(Federigo Tozzi, Bestie, pag.42 ed.Theoria 1987)

(disegno di Hans Hoffmann, 1530-1591) (rana, più che rospa...)

sabato 7 gennaio 2017

Federigo Tozzi ( II )


Una mattina mi alzai con la voglia di uccidermi: dalla finestra pareva che anche il mio campo si travolgesse con me, nel vento; come mi volesse portar via tutti gli olivi. I muri della camera si facevano sempre più stretti, accostandosi insieme, e il mio respiro si mescolava con loro : sentivo il sapore della calcina. Sono certo che piangevo ! Mi pareva di cadere con la testa in giù, senza avere niente a cui sorreggermi. Un tratto, proprio dinanzi alla mia bocca, io vidi un ragnolino, quasi trasparente, attaccato, come un peso, al suo filo.
 (Federigo Tozzi, da "Bestie" pag.56 ed. Theoria 1987)



(disegno firmato Miss Wallflower, da internet)

venerdì 25 novembre 2016

Federigo Tozzi


Che punto sarebbe quello dove s'è fermato l'azzurro ?
Lo sanno le allodole che prima vi spaziano e poi vengono come pazze vicino a me ?
Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d'impaurirsi così, fuggendo.

(Federigo Tozzi, Bestie, pag.17 ed. Theoria 1987)



(dipinto di Caspar David Friedrich)