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martedì 1 settembre 2026

sabato 2 maggio 2026

Facce

 

Siamo in una città per le cui strade si incontrano sempre le stesse persone; le facce portano su di sé un peso d'abitudine che si comunica anche a chi come me, pur senza essere mai stato qui prima, capisce che queste sono le solite facce, lineamenti che lo specchio del bar ha visto inspessirsi o afflosciarsi, espressioni che sera per sera si sono gualcite o gonfiate. Questa donna forse è stata la bellezza della città; ancora adesso per me che la vedo per la prima volta può dirsi una donna attraente; ma se immagino di guardarla con gli occhi degli altri avventori del bar ecco che su di lei si deposita una specie di stanchezza, forse solo l'ombra della loro stanchezza (o della mia stanchezza, o della tua). Loro la conoscono da quand'era ragazza, ne sanno vita e miracoli, qualcuno di loro magari ci avrà avuto una storia, acqua passata, dimenticata, insomma c'è un velo d'altre immagini che si deposita sulla sua immagine e la rende sfocata, un peso di ricordi che m'impediscono di vederla come una persona vista per la prima volta, ricordi altrui che restano sospesi come il fumo sotto le lampade.


fonte

da " Se una notte
d'inverno un viaggiatore " di Italo Calvino

martedì 6 gennaio 2026

La canzone del domani






 "... Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse : - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo?

La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: - Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita.

La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.

Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.

La nutrice le dava da mangiare in silenzio.

La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere."


da  La canzone del domani di R.L.Stevenson   in "Favola crudele" ed. Fiabesca

L'immagine del barcone è di Felice Casorati


sabato 29 marzo 2025

Passavo il mio tempo seduto nel prato

 




Passavo il mio tempo seduto nel prato,

vedevo le cose perdute, pensavo al passato.

Sapevo, dovevo, seduto nel prato,

pensavo, guardavo, sentivo, volevo.

Il buco d'un grillo, là presso un batrace

pian piano li vedo, ne sono capace,

ci vuole pazienza e poi il mondo appare.

E le cavallette, le mille formiche,

le piante ben verdi, le tante lumache,

un'ape che vola e si posa pian piano.

Mi sveglio, mi desto, cos'è che mi chiama?

La voce è lontana ma poi s'avvicina -

che bello, è arrivata, è lei che mi chiama.

Che faccio nel prato, mi chiede e sorride:

anch'io son perplesso, m'abbraccia e mi bacia...

allargo le braccia e insieme a me ride.

(Il sole, là in alto, fa finta ma vede)







( l'immagine è di Maxime-Morin )



domenica 22 ottobre 2023

Antiquario

dipinto di Felice Casorati
 








E quel gomitolo di lana rosa,

rosa dal tarlo;

E quello scialle di seta bianca,

roso dal tempo;

E queste scarpe con cui convergo,

lisce le suole;

E questa musica dolce e sensibile,

che mi commuove:

Verrà la luce, luce del sole,

ed in cantina dovrò tornare.







domenica 1 ottobre 2023

Dalla superficie delle cose


da Pastorale americana di Philp Roth

foto di Carter ( NY 1963 )


 Il quartiere, forse per definizione, è il luogo cui il bambino dedica spontaneamente tutta la sua attenzione; è il modo non filtrato in cui il mondo acquista per lui un significato, un significato che passa al bambino direttamente dalla superficie delle cose. 


foto di Pawel Trocha


Ciononostante, cinquant’anni dopo, io vi domando: l’immersione è mai più stata così completa come lo fu in quelle strade, dove ogni isolato, ogni cortile, ogni casa, ogni piano di di ogni casa - i muri, i soffitti, le porte e le finestre di ogni appartamento della famiglia dell’ultimo amico - era stato individuato con tanta esattezza? Saremmo mai stati, ancora, strumenti di registrazione così precisi della microscopica superficie delle cose, delle minime varianti della condizione sociale trasmesse dal linoleum e dalla tela cerata, dalle candele dello yahrzeit e dagli odori di cucina, dagli accendini da tavolo Romson e alle veneziane? 


foto di Anders Petersen


Tra noi, sapevamo chi aveva una certa merenda nella borsa che teneva nell’armadietto e cosa avevo ordinato un altro sul suo hot dog da Syd; conoscevamo tutti i nostri attributi fisici: chi camminava con i piedi in dentro e chi aveva le tette, chi puzzava di brillantina e chi sputava parlando; sapevamo chi tra noi era bellicoso e chi pacifico, chi era intelligente e chi sciocco; sapevamo che la madre di quello parlava con un forte accento straniero e che  il padre di questo aveva i baffi, che la madre di questo lavorava e che il padre di quello era morto; in qualche modo capivamo persino, vagamente, che il diverso complesso di circostanze di ogni famiglia poneva a ogni famiglia un difficile e particolare problema umano.


giovedì 25 maggio 2023

Riso amaro


E io sorrido quando si dice che siamo in democrazia.

E' democrazia quella in cui cui non viene imposto un pensiero unico attraverso la propaganda, la reiterazione fino allo sfinimento di ciò che si vuole dare per vero e certo, la demonizzazione e il boicottaggio delle voci dissenzienti. 

E' democrazia quella in cui i cittadini sono tutelati nel loro diritto alla pace.

E' democrazia quella in cui le istituzioni politiche sono realmente autonome e svincolate dai diktat provenienti da Paesi terzi.

E' democrazia quella in cui gli organi istituzionali preposti si fanno garanti della Costituzione.

E' democrazia quella in cui il cittadino vede tutelato e garantito il diritto alla salute e a cure tempestive.

E' democrazia quella in cui  trova possibilità di diffusione l'appello a referendum popolari. 
Ma quanti sanno che entro il 23 luglio si raccolgono firme per  questi tre referendum?





Qui un video informativo

venerdì 19 maggio 2023

Del sentirsi soli

 

il castello di Isabella Morra a Valsinni (qui )



" Confessò di amare profondamente Isabella, o almeno la sua leggenda. E come Isabella prima di lui, Rosario era una sorta di prigioniero di questo castello.

Ci spiegò che Isabella di Morra fu la prima femminista italiana, una delle scrittrici più famose di tutti i tempi e una poetessa e studiosa del XV secolo, il cui padre le aveva insegnato a leggere Dante e Plutarco all'età di sei anni. Purtroppo, però, aveva un branco di fratelli ignoranti e orribili (...).

Quando suo padre fu esiliato a Parigi dai sovrani aragonesi della Basilicata, Isabella rimase triste e sola nella sua bella prigione, in quella campagna lussureggiante e, nelle giornate più limpide, contemplava il mar Ionio. (...) Rosario recitò a memoria la descrizione di Isabella.


D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento. " *


*( Isabella Morra, D’un alto monte onde si scorge il mare )


Il passo che ho riportato è tratto da " Mistero a Matera" un romanzo di Helene Stapinski, una scrittrice americana tornata a più riprese in Lucania per chiarire un mistero che riguarda una sua antenata lucana  emigrata in USA. Il lavoro di ricognizione consente a Helene di percorrere luoghi appartati della Lucania e di imbattersi in storie e racconti suggestivi, come quello che riguarda Isabella Morra, la poetessa lucana che, innamorata di un barone spagnolo locale, riuscì a intrattenere con quest'ultimo una relazione, anche se solo epistolare. I fratelli di Isabella, non ammettendo tale rapporto, pugnalarono la sorella e ne scagliarono il corpo oltre le mura del castello. L'autrice del romanzo, fa dire a Rosario, la guida del castello, che " nelle giornate più ventose, il fantasma di Isabella (...) andava in giro per il castello. Giacché era un fantasma, era finalmente libera di vagare dove voleva, dalla montagna fino al mare. Ma, la maggior parte dei giorni, la sentiva qui, all'interno delle mura".

Ho trascritto qualcosa di " Mistero a Matera" ( lo sto leggendo in questi giorni ) perché nella storia di Isabella e nei suoi versi è possibile ritrovare il senso di costrizione e di solitudine di cui, magari in altre forme e in altra misura, siamo succubi un po' tutti.

venerdì 17 febbraio 2023

In penombra

 

(fonte dell'immagine)


Una minuscola stanza in penombra può diventare un mondo. C'è un'infinità di pensieri che possono nascere guardando un soffitto di cartone o una conduttura d'acqua che passa in alto, da una parete all'altra. Più che pensieri sono immagini, e sembrano generare dalle cose presenti, anche se le cose presenti non
hanno niente a che fare. E ciò che è meraviglioso è che esse riempiono del tutto la mente, e sempre una nuova immagine fantasticamente fa dimenticare quella di prima, di modo che non ne rimane angoscia o rimpianto.

Da "Il seme tra le spine" in " Tutti i racconti" di Giuseppe Berto, ed. Bur






giovedì 5 maggio 2022

Sotto il sole

dipinto di Filippo Palizzi




E tu anche, Sicilia, isola mia, ti davi il rosso alle labbra, tornavi a civettare con la vita di nuovo. Sotto il sole che non s’è mai accorto di niente, non sa d’invasioni, grandini, mafie, alleva solo imparzialmente vespe su questa cesta di fichi e mosche su quell’ucciso, sotto un ulivo sciancato.

da "Argo il cieco" di Gesualdo Bufalino

lunedì 13 dicembre 2021

Nick Cave, Nature boy

 



"Nel primo verso della canzone (..) " Nature boy", ( qui il testo ) ricordo un incidente capitato quando avevo quattordici anni a casa di mia nonna a Melbourne. Vidi un servizio al telegiornale che mostrava il filmato del tentato omicidio di un candidato alla presidenza americano, George Wallace. Ricordo che mi colpiva il fatto che fosse reale, non una messa in scena come nei film e di essere stato molto disturbato dalle immagini. Semplicemente non avevo mai visto niente di simile (...). Mio padre, che stava guardando la tv con me, si accorse della mia angoscia (...). Mi disse che sì, succedevano cose terribili come quella, decise anche di mostrarmi la roba che lui riteneva bella – leggendomi spesso qualcosa e incoraggiandomi a seguire una direzione artistica nella mia vita. Fu un’azione semplice, ma efficace, un ribilanciamento di bene e male e a suo modo mi cambiò la vita.

venerdì 10 dicembre 2021

La consistenza dei sogni

Da "Ottaedro" di Julio Cortázar ed. Einaudi


Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che comincia in un sogno e che torna in molti sogni ma non è quello, non è solamente un sogno? Qualcosa che è lì, ma dove, come; qualcosa che capita sognando, certo, puramente sogno ma dopo anche lì, in altro modo perché morbido e pieno di buchi ma lì mentre ti lavi i denti, nel fondo della coppa del lavabo, continui a vederlo mentre sputi il dentifricio o metti la faccia sotto l’acqua fredda, e già assottigliandosi ma ancora lo senti afferrato al tuo pigiama, alla base della lingua mentre scaldi il caffè, lì, ma dove, come, incollato al mattino, con il suo silenzio nel quale già entrano i rumori del giorno, il radiogiornale perché abbiamo acceso l’apparecchio e siamo svegli e alzati e la vita continua. Maledizione, maledizione, ma com’è possibile, che cos’è questa cosa che fu, che fummo in sogno ma che è altro, torna ogni tanto ed è lì, ma dove, come è lì e dove è lì?






giovedì 18 novembre 2021

Strategie dell'untore

Da "Diceria dell'untore" di Gesualdo Bufalino




" Sì, era questo il segreto: scappare dentro il sonno e allogarcisi dentro, farci nido dentro, come chi indossa un vecchio maglione. Fuori ne restassero gli altri, e la loro salute, e le loro gengive rosse, i passi che vanno non si sa dove e vogliono non si sa che. E smettesse una buona volta il cuore di suonare a martello, il metronomo della goccia di torturare nel lavandino la mosca cavallina a zampe in su, precipitata dalla cornice di porcellana. Insomma, che vogliono gli altri, la luce, che vuole? Io ho la mia parete, lì avanti, con una fandonia dipinta. E i miei sogni d'oro zecchino, prima di chiudere gli occhi. E il sonno, infine: sepolcro sprangato, placenta di madre antica, nave solare per andarmene come un re."







"Io col passato ho rapporti di tipo vizioso, e lo imbalsamo in me, lo accarezzo senza posa, come taluno fa coi cadaveri amati. Le strategie per possederlo sono le solite, e le adopero tutte e due. Dapprincipio mi visito da forestiero turista, con agio, sostando davanti a ogni cocciopesto, a ogni anticaglia regale; bracconiere di ricordi, non voglio spaventare la selvaggina. Poi metto da parte le lusinghe, l'educazione, lancio a ritroso dentro me stesso occhi crudeli di Parto, lesti a cogliere e fuggire. Dagli attimi che dissotterro - quanti ne ho vissuti apposta per potermeli ricordare! - non so cavare pensieri, io non ho una testa forte, e il pensiero o mi spaventa o mi stanca. Ma bagliori, invece... bagliori di luce ed ombra, e quell'odore di accaduto, rimasto nascosto con milioni d'altri per anni e anni in un castone invisibile, quassopra, dietro la fronte... Sento a volte che basterebbe un niente, un filo di forza in più o un demone suggeritore... e sforzerei il muro, otterrei, io che il Non Essere indigna e l'Essere intimidisce, il miracolo del Bis, il bellissimo Riessere..."

domenica 10 gennaio 2021

Libri e malattia

  Una cosa che mi hanno insegnato, per sempre, i fratelli, entrambi medici, dei miei genitori, è che le malattie vanno assecondate e, salvo i casi più gravi, lasciate libere di fare il loro corso, senza scorciatoie e e dosi massicce di farmaci. Così, quando da ragazzi la febbre si impossessava di noi, ci dovevamo disporre con pazienza a un lungo periodo di letto e riposo. Non disponendo della televisione, ma avendo tutte le pareti di casa foderate di libri, la lettura fu l’antidoto migliore contro la noia e l’esasperantemente lento trascorrere del tempo. E lo è, per me, ancora oggi. 

Come, da bambini, dopo una malattia, ci si scopre fisicamente cresciuti ( non sono stato un ragazzo sano: infatti sono alto un metro e novantuno ), così, dopo la lettura di un grosso libro, la nostra personalità si allarga e approfondisce.  A 9 anni divenni improvvisamente tutto blu, mi ammalai gravemente e dovetti sopportare una lunga convalescenza. Passata l’emergenza sopravvenne la noia. Non potevo alzarmi dal letto ed ero debolissimo. Così, alle quattro del pomeriggio, mio padre prese a rincasare anticipatamente e a

leggermi a puntate il Don Chisciotte. Quello fu probabilmente il mio battesimo con la letteratura e la vita. Era anzitutto piacevole che quel severo papà, sempre con il naso immerso in libri e giornali, dedicasse un po’ di tempo a leggermi un libro. Era un lettore caldo e appassionato. Gli piaceva raccontare e vedere sul mio volto le reazioni. Si sentiva che i suoi antenati siciliani avevano avuto familiarità, tra pupi e carretti, con le storie dei cavalieri antichi. Parteggiava apertamente per il cavaliere della Mancia e riservava a Sancho Panza una voce tignosetta, decisamente antipatica. Amava e si identificava con il "malato" Don Chisciotte. Il ritorno del reale era anche per lui sempre fonte di tristezza.

Così, da piccolo, ho scoperto che ci sono dei libri che possono essere veramente letti e gustati soltanto se si ha un lungo tempo a disposizione, senza eccessive interruzioni. 


Francesco Maria Cataluccio, In occasione dell'epidemia, Ed. Casagrande                                                                                                                                                     

 fonte immagine

sabato 2 gennaio 2021

Icaro

                                                                                                           Dal blog deladelmur di Giuliano

Sabato 15 febbraio 2020

Alle volte capitano delle sorprese, cose felici o comunque inaspettate, a cui non si sarebbe mai arrivati da soli; capita leggendo, guardando un film, parlando con qualcuno. Per esempio, "The man who fell to Earth" di Nicholas Roeg è un film che non ho mai amato molto e che ho guardato solo per non aver niente di meglio da fare; guardandolo ho scoperto che contiene questi versi di W. H. Auden a commento di un dipinto di Pieter Brueghel, "Icarus". E' un dipinto molto particolare, perché ci si aspetterebbe che il volo di Icaro, o comunque Icaro con le sue ali, sia in primo piano; ma questo accade in altri dipinti, non in Brueghel. In Brueghel (Pieter Brueghel il vecchio, il dipinto è del 1558 circa ) si vede in primo piano un contadino che ara la sua terra, e solo cercando bene si arriva a vedere un dettaglio (le gambe, in fondo a destra) di Icaro caduto in mare; sullo sfondo, una nave veleggia. E' il minuto 20, quando un libro viene sfogliato; la copertina del libro dice "Auden - Musée de Beaux Arts"

In Brueghel's Icarus, for instance, how everything turns away
quite leisurely from the disaster; the ploughman may
have heard the splash, the forsaken cry,
but for him it was not an important failure; the sun shone
as it had to on white legs disappearing into the green
water; and the expensive delicate ship that must have seen
something amazing, a boy falling out of the sky,
had somewhere to get to and sailed calmly on.

(Nell'Icaro di Brueghel, per esempio, come tutto si volta via comodamente dal disastro; l'uomo che sta arando ha sentito il rumore della caduta in mare, il grido di rinuncia, ma per lui non è stata una caduta importante; il sole splende come deve sulle bianche gambe che scompaiono nell'acqua verde; e la costosa delicata nave che deve aver visto qualcosa di sorprendente, un ragazzo caduto dal cielo, ha un qualche posto dove andare e naviga tranquillamente verso la sua meta.)
(Wystan Hugh Auden, 1907-1973)


venerdì 2 ottobre 2020

Gandalfo


Non sono mai stato un fan del Signore degli Anelli, però ho voluto ugualmente guardare i film e quando il vecchio Gandalf (non ricordo più in quale episodio) si rivolge alla bella Elfa, ancora giovane, ricordando i bei tempi in cui erano giovani insieme, non ho potuto non pensare al rapporto che esiste tra noi e gli animali. Forse Tolkien ha avuto un cane, ho pensato, e ha scritto questa pagina pensando a lui. Capita anche a me in questi giorni con la gatta Ciccetta, "se tu sapessi quanto sono vecchio io..." mi capita di dirle, soprattutto quando l'artrosi si fa sentire, e lei ovviamente non capisce, magari socchiude un po' gli occhi (è il sorriso dei gatti, fateci caso se non ci avete mai pensato), ma per lei è davvero come se uno di noi stesse chiacchierando con Garibaldi, o con Napoleone. Il tempo scorre in maniera differente: per un cane o per un gatto il primo anno di vita corrisponde a venti dei nostri, poi per un po' è come se si fermasse, poi inevitabilmente torna a farsi sentire e vedere. Quando prendiamo un cane o un gatto in casa, sappiamo già che avremo molti anni felici, ma non tanti come con un umano; ed è una riflessione triste, da bambini si correva insieme, poi a un certo punto non è più possibile. Ma questa è la nostra vita, che ci riserva comunque dei momenti meravigliosi, sia con gli animali che con le persone. Il tempo, per qualche momento, scorre dunque uguale per noi e per loro.


(la vignetta viene da La Settimana Enigmistica)


mercoledì 16 settembre 2020

Rinascere


Mettiamo questo momento. Fuori qualcuno fa gli auguri. Amici che si parlano da un marciapiede all'altro. Quel piccolo fiume di pietre che li separa sembra insormontabile, un muro più vero di ogni altro reale. Sono auguri semplici: buona Pasqua, buona Pasqua, che faremo, che farete, come state.
Alfredo non può fare a meno di sentire eppure il suo ascoltare è già lontano e nella sua testa le immagini sono diverse: donne, fiori, strisce di mare che brillano al sole. Capita sempre più spesso che si faccia trasportare dalle sue fantasie e che si interessi poco al presente.
Le voci si esauriscono, rumore di passi che si allontanano. Alfredo ha ancora in testa altro.
La campagna ha i colori più ricchi e un vento leggero lo accompagna tra l'erba già alta. Sa che dopo l'ultimo ciliegio troverà i primi meli. Ha fatto tante volte quel piccolo percorso. Sul muro a secco, che segnava gli antichi confini, si è posato uno strano uccello, Alfredo non ne ha mai visto uno così ricco di riflessi, di colori. Lo osserva approfittando della distrazione di quello e improvvisa, senza ragione, gli monta in testa una strana gioia e, contemporaneamente, la soluzione del dilemma: "Sei una cinciallegra, ecco. Non ti avevo mai vista"
Vorrebbe avvicinarsi a lei per osservarla meglio, ma rimane immobile per paura che quella si allontani. Alfredo però inizia a pensare che ancora qualcosa gli sfugga e in effetti riaffiora un ricordo vecchio di decenni.
Lui, da ragazzino, collezionava scatole di fiammiferi. Portavano tutte la foto di un animale sull'apertura e sul retro, invece, il nome di quello e alcune delle caratteristiche. Ne aveva tante di quelle scatole, Alfredo. Le chiedeva al padre, ai parenti, ai vicini. Fumavano tutti a quei tempi. "Cinciallegra, ecco". Ora ricordava e dalle sue parti ne viveva una particolarissima che portava il nome di una dea Aphrodite.
Non poteva essere che lei pensava Alfredo mentre il piccolo animale iniziava ad allontanarsi da lui e però, dopo un breve volo, fermarsi quasi ad attenderlo. "Dove mi porti?" chiede Alfredo ma quello non risponde e prosegue e lui lo sa che, dopo un piccola fila di gradini che superano un ripido dislivello, c'è uno spazio dove vivono da sempre i castagni.
Lì lei lo attende, Alfredo non sa chi sia, non riesce neanche a distinguerne bene il corpo, il viso. Sulle labbra però ne percepisce il sapore, sulle dita il morbido contatto della pelle. Alfredo si lascia trasportare dal vento, dalle foglie, dal sole, dall'ombra, dal gracile canto della cinciallegra. Sa che ora è il momento di rinascere.
(Dario D'Angelo, dal suo blog "Solo Testo", marzo-aprile 2020)



lunedì 14 settembre 2020

This mortal coil


Ho trovato in giardino una mantide, quasi adulta, che si è aggrappata ai miei capelli (quei pochi che restano) e mi ha fatto solletico sul collo. Stavo sistemando un po' una siepe, e dopo aver pensato, come sempre, che è una fortuna che lei sia così piccola e io così grande (se fossimo grandi uguali lei mi mangerebbe senza dubbio), l'ho presa con delicatezza e l'ho appoggiata sempre sulla siepe, ma da un'altra parte. In fin dei conti, dato che mangia altri insetti anche nocivi (ahimè, non solo quelli nocivi) è una mia potenziale alleata. Dopo qualche giorno ho trovato la sua pelle, ormai inutile e abbandonata: le mantidi, come le cavallette, non hanno il bruco ma crescono lentamente cambiando pelle; è la grande divisione nella classe degli Insetti, i nomi esatti sono olometaboli (farfalle e coleotteri, che hanno il bruco e la metamorfosi) ed eterometaboli, come mantidi e cavallette. Forse, la mia mantide adesso è adulta e ha già messo le ali; qui rimane la sua spoglia intatta. Per i nostri avi, queste metamorfosi e questi cambiamenti di pelle erano simboli, o metafore, di immortalità e di eterna giovinezza, forse anche di rinascita o di reincarnazione. La vita non finisce qui, insomma: dal punto di vista scientifico il ragionamento non torna del tutto, ma l'immagine è comunque suggestiva. In passato era infatti frequente trovare immagini di farfalle sulle lapidi; e l'idea del cambiamento di pelle come rigenerazione (anche nei serpenti) era già nell'epopea di Gilgamesh, il poema più antico dell'umanità che sia mai giunto fino a noi, o in Tiresia ed Asclepio nella cultura greca e poi romana. Oggi sono rimasti in pochi a fare attenzione a queste cose, quasi sempre davanti a queste apparizioni nelle nostre case ci sarebbero grida d'orrore e profluvio di insetticidi, ma per chi vuole riflettere, almeno per un istante, su come funziona davvero il mondo in cui viviamo, queste occasioni andrebbero raccolte con cura.

To die, to sleep -
to sleep, perchance to dream, ay there's the rub,
for in that sleep of death what dreams may come
when we have shuffled off this mortal coil,
must give us pause (...)
(William Shakespeare, Hamlet)
(alla lettera, secondo il mio dizionario, "coil" è una spirale, un rotolo, una serpentina, un rocchetto di filo: l'immagine antica delle Parche, verrebbe da dire.) ("to shuffle off" è "liberarsi di", e "rub" indica strofinare, sfregare fra le dita)



(la foto è mia, e mostra una mantide adulta, o meglio anziana: 
non più verde, si mimetizza meglio in autunno)

venerdì 24 luglio 2020

Sulle rive della baia di Chesapeake



" Quello che mi piacerebbe fare", spiegò Mr Williams, "è proseguire a nord, verso la Groenlandia, e finalmente scoprire se il pemmican è veramente buono per i denti come la leggenda vuole".
" Lei però non sopporterebbe il ghiaccio", spiegò Mr Pecket.
Stavano riposando sulle rive della baia di Chesapeake. Alle loro spalle c'era la Sarah Pecket, con la biancheria, appesa sulle corde, che si asciugava al sole. Mary dormiva in cabina, prima di andare di vedetta nel pomeriggio; sotto di loro si stendevano le acque blu della baia, increspate dal vento, luminose nella luce del mezzogiorno. I pini della riva riempivano il naso di profumo, che si mescolava agli odori fumosi della terra e al fresco sentore dell'acqua. Mr Pecket stava pensando a sua moglie Sarah; non si pentì di essere andato via , ma gli sarebbe piaciuto che la sua consorte fosse stata lì per vedere quanto si stava divertendo. Durante il giorno era impegnato a tracciare la rotta della nave, a tagliare la vela, o a fare le numerose riparazioni necessarie perché l'imbarcazione mantenesse la giusta rotta; di notte si addormentava come un uomo d'azione, senza pensare alla morte o a qualsiasi altra cosa di spiacevole. Quando fu il suo turno di montare la vedetta notturna, guardò in alto, verso le stelle, lasciando che la sua mente fluttuasse in pace tra le gelide correnti del cielo, o che esplorasse con l'immaginazione le silenziose profondità dei cieli, come un sub negli oscuri abissi dell'oceano.
" Com'è bella la vita", sospirò, " se solo a un uomo viene concesso di viverla. Ognuno per sé e tutti per Dio, è così che dovrebbe andare. Ma non è affatto questo, quello che accade. O mediocre, fugace mondo... Ciò di cui le persone hanno bisogno è rispettarsi di più e lasciare che ognuno sia ciò che desidera. Che ogni uomo possieda la sua nave, e navighi dove più gli piace".
" Sì", riflettè ancora, " tutti gli uomini dovrebbero essere marinai, perché è l'unico modo per non essere soli nel mondo. Forse ci sono alcuni che restano nelle loro case senza provare amore; ma poi, deve essere per forza il sentimento a tenerli lì".


un clic qui
Robert Nathan, Viaggio incantato, ed. Atlantide    

domenica 12 luglio 2020

Il lago di Erlaf


(Isaac Levitan, 1894)

Mi sento bene, e provo dolore, nella quiete del lago di Erlaf. C'è un sacro silenzio tra i rami dei pini, è immobile il grembo azzurro; solo le ombre delle nuvole volano sopra lo specchio scuro. Venti freschi increspano appena le acque, e la corona dorata del sole trema di pallore. Mi sento bene, e provo dolore, nella quiete del lago di Erlaf.

Agli inizi dell'800, intorno al 1815, Johann Mayrhofer va a fare una gita al lago di Erlaf, in Austria, non lontano da Vienna; nel ricordo di quel giorno scrive questa poesia, che è molto bella ma sarebbe probabilmente stata dimenticata se un suo amico, Franz Schubert, non l'avesse messa in musica e pubblicata nel 1817. Schubert riprenderà alcuni temi di questo Lied anche nella sua Sonata n.8 in fa diesis minore, rimasta incompiuta.
Per trovare il lago di Erlaf sui motori di ricerca bisognerà usare un'altra grafia, Erlauf. Non so se Mayrhofer usi una pronuncia dialettale, me lo sono chiesto ma non so rispondere; magari qualcuno che passa di qui mi può aiutare nel risolvere questo piccolo dubbio. Nel frattempo, buon ascolto: è una delle melodie più belle di Schubert.  ( qui per il Lied, qui per la Sonata )



ERLAFSEE
(Johann Mayrhofer, 1787-1836)
(messa in musica da Franz Schubert, 1817)
Mir ist so wohl, so weh
am stillen Erlafsee.
Heilig Schweigen in Fichtenzweigen.
Regungslos der blaue Schoss,
nur der Wolken Schatten fliehn
überm dunklen Spiegel hin,
Frische Winde kräuseln linde das Gewässer,
und der Sonne güldne Krone
flimmert blässer.
Mir ist so wohl, so weh
am stillen Erlafsee.