domenica 8 dicembre 2019

Salto


salto

Se di inizio si può parlare
è quello del pigro fiume.
Ma quello che c’era
adesso non c’è più
e quello che sarà
è ancora lontano
(Pekka Halonen, 1890circa)
giù nel fondo, indecifrabile.
Certo, continuerà a scavare,
a prendere
dal mondo, a donare.
Certo quelle rocce,
quell'ultimo, sordo, gorgogliare,
erano già un intuibile destino.
Certo il mare, amico,
lo attende.
Il fiume, però, ancora non sa
ogni cosa e
precipita
e già qualche schizzo,
lo sorprende. Un misterioso ribollire.
Aria e acqua, intorno,
gelida roccia tagliente,qualche cangiante
arcobaleno.

(Dario D'Angelo, 24 settembre 2019)

qui il blog di Dario




venerdì 6 dicembre 2019

Toporagno


L'altra mattina ho trovato in giardino un toporagno, vittima di Ciccetta. L'ho raccolto con cura e l'ho appoggiato sul tavolo; Ciccetta è venuta a pavoneggiarsi: "Visto che bel regalo?"
"Ma non è un topo..." ho detto io allargando le braccia. Però, a lei cosa vuoi che importi: per un gatto, qualsiasi cosa si muova è preda. Che fare, la accarezzo lo stesso (brava, bel colpo) e poi mi organizzo per le esequie (molto veloci, il toporagno è piccolo...).
Il toporagno sembra davvero un topo, ma con il topo non ha nessuna parentela; è piuttosto parente delle talpe, e ancora più alla lontana anche dei ricci. Non è un roditore, insomma, ed è davvero difficile distinguerlo da un topo: la differenza principale sta nel musetto, che nel toporagno è lungo e affilato, quasi una punta di matita. Una piccola proboscide, che nel nostro toporagno non si nota quasi, ma che è invece evidente nel suo parente africano (che è un po' più grosso).
Le caratteristiche principali del toporagno sono due: la frenesia con cui si muove e l'appetito insaziabile. E' quasi impossibile riconoscere un toporagno in movimento, distinguerlo da un topo insomma; e poi il toporagno fa strage di insetti e quindi ci è molto utile. Di entrare in casa nostra, poi, il toporagno proprio non ha nessuna intenzione; questa povera vittima si è avvicinato solo perché in questa stagione di insetti non ce ne sono più, e anche le briciole dei croccantini dei gatti diventano un cibo prezioso. Purtroppo per lui, anche molto pericoloso.

(foto trovata on line, senza fonte)




mercoledì 4 dicembre 2019

lunedì 2 dicembre 2019

Barbara Regina Dietzsch















Barbara Regina Dietzsch (1706 -1783, bavarese di Norimberga) nasce in una famiglia di pittori e di artisti; sposò il pittore Nikolaus Matthes e vissero insieme ad Amburgo. Realizzò dipinti di botanica e anche incisioni, che realizzava da sola. Wikipedia in tedesco conclude così: Uno dei suoi recensori si meraviglia di questo perfezionismo poco dopo la sua morte, perché "raramente è uscita dalla città con i suoi fratelli e ha condotto una vita sedentaria, a casa, curando il suo lavoro." (Johann Meusel, Hg., Miscellaneen artistischen Inhalts, 23 H., Erfurt 1785, S. 304). Non c'è molto di più su di lei, peccato; non si finirebbe mai di guardare le meraviglie che ci ha lasciato.




sabato 30 novembre 2019

Maria Sybilla Merian






















Maria Sybilla Merian (Francoforte sul Meno 1647- Amsterdam 1717) è figlia di un incisore ed editore svizzero, Matthaeus Merian, e di Johanna Sybilla Heim, sua seconda moglie. Rimane orfana di padre a tre anni, e sua madre si risposa con il pittore Jakob Marell. Si sposa a 18 anni, anche lei con un pittore, nel 1665. Diventa una valente botanica ed entomologa iniziando a disegnare i bachi da seta e via via appassionandosi alle scienze naturali in un'epoca in cui anche le persone colte seguivano ancora Aristotele secondo il quale i bruchi nascevano dalla putrefazione ed erano bestie immonde. Maria Sybilla Merian pubblica prima un libro di botanica e poi uno sui bruchi, dove nelle tavole mette il bruco, la pianta di cui si nutre, e l'adulto. I libri sono dei capolavori, molto accurati anche da un punto di vista scientifico. Ha due figlie e una vita molto ricca, da romanzo (fate un giro su ww.wikipedia.it, meriterebbe un film o uno sceneggiato tv) che la porterà fino in Suriname dopo aver conosciuto Federico Ruysch, nel 1699. Dalla fauna e dalla flora del Suriname nasce un altro libro, un altro capolavoro ancora oggi molto consultato. In Suriname però si ammala, ed è costretta a tornare in Europa. Il suo ritratto ( qui ) era sulla banconota da 500 marchi, nella Repubblica Federale Tedesca. Qui metto un piccolo campionario delle sue infinite meraviglie.









giovedì 28 novembre 2019

Mary Vaux Walcott
















Mary Morris Vaux (americana 1860-1940) prima che pittrice era una naturalista, botanica e geologa; nata a Philadelphia in Pennsylvania da ricca famiglia quacchera, fin da giovane comincia a fare escursioni e scalate sulle Montagne Rocciose; in Canada una montagna ha il suo nome (Mount Mary Vaux). Pittrice e anche fotografa, collabora con lo Smithsonian Institute e pubblica libri molto belli e molto dettagliati, di grande valore scientifico. Nel 1914, a 54 anni, già famosa, sposa il paleontologo Charles Doolittle Walcott dello Smithsonian Institute. Mary viaggia molto negli Usa e in Canada, e a 75 anni va in Giappone per trovare un'amica che aveva sposato un diplomatico giapponese. Una biografia notevole, per una donna di quel periodo storico; da non perdere i suoi disegni e le tavole dai suoi libri, ne porto qui qualcuna come esempio. (notizie da wikipedia in inglese)





(la foto di Mary Vaux è del 1914, l'anno del suo matrimonio)














martedì 26 novembre 2019

Jesce Sole


In questi giorni un'invocazione al Sole l'abbiamo fatta tutti, anche se è autunno e il sole non sarà certo così "scagliento". Il testo è quasi comprensibile anche a chi non è napoletano, soprattutto se ascoltate e non leggete soltanto. Dedicato a tutti quelli che sono in ansia o che stanno soffrendo in questi giorni di alluvione, dal Piemonte a Matera, da Sarno a Venezia, alla Liguria tutta e a tutti gli altri. Spero che funzioni, magari se lo recitiamo insieme funziona.
(Una sola cosa ancora: masto Giuliano non sono io, ma questo penso che fosse già chiaro fin dall'inizio)
 
 
Jesce, jesce, jesce Sole
scagliento imperatore
scaniello mio d'argento
che vale quattuciento
Cento cinquanta tutta la notte canta
canta viola lu masto de scola
masto masto mannancienne presto
ca scenne masto Tieste
cu lanza cu spada
cu l'auciello accumpagnata
Sona sona zampugnella
ca t'accatta la vunnella
la vunnella de scarlato
si nun sona te rompo la capa
Nun chiovere
nun chiovere
ca aggia ire a movere
a movere lu grano
de masto Giuliano
Masto Giuliano
manname na lanza
ca aggia ire in Franza
da Franza a Lombardia
dove sta madama Lucia
Nun chiovere
nun chiovere
Jesce, jesce Sole
(dal primo lp della Nuova Compagnia di Canto Popolare, anno 1973)
 
qui per l'ascolto
 
(il sole del disegno viene da un libro del 1905, non meglio definito, trovato in rete)

domenica 24 novembre 2019

La colonna sonora di Milano


(la foto è mia: le colonne di san Lorenzo, 8 febbraio 2017)
Raffaele Calzini, scrittore e giornalista del «Corriere della Sera», scrisse un libro molto bello su Milano: angoli, gente, mestieri e rumori. Il libro è purtroppo esaurito e nessuno lo ristampa.
I suoi rumori si sono perduti, non c'è nemmeno l’ombrellaio, le pianole sono senza asino. Nessuno lancia nella strada un cento lire fasciato in un pezzo di giornale, l’arrotino non serve perché il coltello non più affilato lo ricomperi per pigrizia e ricchezza alla Rinascente.
Un tempo si sentiva il treno la notte e il suono del treno ti faceva dormire. Era come sapere che Milano era circondata da mura, da massicciate imprendibili perché c’era il treno che ci difendeva. Le mura di Lucca fanno ridere se uno pensa ai cavalcavia di Milano.
In cielo c'erano le luci dell’aeroplano, senza suoni, pattuglie stellari che ci proteggevano perché visitavano la notte con fanalini rossi che garantivano il silenzio. Oggi la città è sempre fantastica, anche se le luci e i rumori sono cambiati. Catalogo gli strilli delle ambulanze e delle macchine della polizia. Le croce rosse-bianche fanno uàu-dùm, uàu-dùm, uàu-dùm, le crocerosse-rosse fanno pìufit, pìufit, pìufit, le macchine della polizia uàng-uàng-uàng. Ho anche un autobus triste che passa qui sotto, il 43, sempre solo alle undici di sera, che mi scruta con le sue luci vuote di gente all’interno e mi prega di salire. Io lo guardo, lui aspetta. Non salgo, e allora tristemente, poiché l’orario é l’orario, si alza e si mette in moto con un gràu-toff e prosegue impacciato.
Quando c'è la neve i rumori sono più morbidi e lenti, se c'è il vento gli strilli delle moto che vanno a messa a S. Angelo sono accelerazioni insopportabili. Ma per fortuna a quest'ora non ci sono moto perché hanno paura della strada e rimane soltanto qualche vùm che passa. Una Panda, forse la Uno turbo, o una vecchia Ardea ristrutturata.
Io non posso dormire in campagna. Ho bisogno la mattina dei cigolii delle gru e delle raffiche del martello pneumatico, di un muratore che pesta una lamiera e di un corteo che grida. Anche se da casa mia non sento lo zing di una bicicletta non m’importa. Se lo sento vuol dire che c’è tramontana e che alzandomi vedrò il Monte Rosa.

(Giovanni Gandini, "Caffè Milano", Edizioni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987 pag.68-70)

venerdì 22 novembre 2019

Paura del buio


(Borowski 1897 Berlino)
Se ogni neonato ha il desiderio di muoversi in avanti, il passo successivo è scoprire come mai non gli piace star fermo. Dopo aver ulteriormente approfondito le cause di ansietà e di collera nei bambini piccoli, il dottor Bowlby è arrivato alla conclusione che il complesso legame istintivo fra madre e figlio, gli strilli di allarme del bambino (molto diversi dai piagnucolii di freddo, fame o malessere), la 'misteriosa' capacità della madre di udirli, la paura che il bambino ha del buio e degli estranei, il suo terrore per gli oggetti che si avvicinano rapidamente, le sue invenzioni di mostri da incubo dove non ce ne sono - insomma tutte le sconcertanti "fobie" che Freud cercò senza successo di spiegare - si potevano in realtà motivare con la costante presenza di predatori nella casa primordiale dell'uomo. Bowlby cita i Principi di psicologia di William James: «Nell'infanzia la maggiore fonte di terrore è la solitudine». Un bambino solo, che scalcia e strilla nel suo lettino, non sta necessariamente mostrando i primi segni della Pulsione di Morte o della Volontà di Potenza o dell’«impulso aggressivo» a rompere i denti al fratello; queste sono cose che magari si sviluppano in un secondo tempo. No. Il bambino strilla perché - se trasferiamo il lettino in mezzo ai rovi dell'Africa - o la madre torna entro pochi minuti o una iena lo mangerà.
Sembra che ogni bambino abbia un’immagine mentale innata della "cosa" che potrebbe attaccarlo: al punto che qualunque "cosa" lo minacci, anche se non è la "cosa" reale, innescherà una sequenza prevedibile di comportamenti difensivi. La prima tattica difensiva sono gli strilli e i calci; così la madre deve esser preparata a combattere per il figlio, e il padre a lottare per entrambi. Di notte il pericolo raddoppia, perché di notte l'uomo non ci vede ed è proprio di notte che i grandi felini vanno a caccia. E sicuramente questo grande dramma manicheo - la luce, le tenebre e la Bestia - è il nocciolo della condizione umana.
Chi visita il nido di un ospedale è spesso stupito dal silenzio. Eppure, se la madre ha davvero abbandonato il figlio, l'unica possibilità che lui ha di sopravvivere è di tenere la bocca chiusa.

(Bruce Chatwin, Le vie dei canti, pag.244 traduzione di Silvia Gariglio, ed.Adelphi 1991)




mercoledì 20 novembre 2019

Nei boschi

illustrazione di A.Sanna

...Mi colpì specialmente il viaggio di Chris McCandless, raccontato da Jon Krakauer in Into the Wild. Forse perché Chris non era un filosofo dell’Ottocento ma un ragazzo della mia epoca, che a ventidue anni aveva lasciato la città, la famiglia, gli studi, un futuro brillante concepito secondo i canoni della società occidentale, ed era partito per un vagabondaggio solitario che sarebbe terminato in Alaska, con la morte per fame. Quando la storia divenne nota molte persone giudicarono la sua scelta idealistica, una fuga dalla realtà se non proprio una pulsione suicida. Io sentivo di capirla e dentro di me la ammiravo. Chris non fece in tempo a scrivere un libro, forse non ne aveva nemmeno l’intenzione, così non sapremo mai come la pensava lui. Ma amava Thoreau e ne aveva adottato il manifesto: «Andai nei boschi perché volevo vivere secondo i miei principi, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, né fare pratica di rassegnazione prima del necessario. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo vigoroso e spartano e distruggere tutto ciò che non era vita, falciarlo via con ampie bracciate radenti al suolo, chiudere la vita in un angolo e ridurla ai suoi minimi termini. E se si fosse rivelata miserabile, volevo trarne tutta la genuina miseria e mostrarla al mondo; se invece fosse stata sublime, volevo conoscerla con l’esperienza e renderne conto nella mia narrazione»

P. Cognetti, Il ragazzo selvatico, ed. Terre di Mezzo

lunedì 18 novembre 2019

Ricky

«Ricky!» grida la gazza (o era un merlo indiano?) e Ricky accorre subito, povera anima, ma dov'è il suo padrone? La gazza (o il merlo indiano) era così brava che aveva imparato perfino il fischio per chiamare il cane, e anche il fischio era così perfetto che Ricky accorreva ma non trovava nessuno. 
E' un ricordo di tanti anni fa, metà anni '60: io ero un bambino e Ricky era un cane molto bello, un setter tricolore di proprietà di un amico di famiglia, una persona che mi ha insegnato tante cose e che ho poi colpevolmente trascurato nella mia adolescenza. Si sa, quando hai quattordici o quindici anni ti insegnano che interessarsi alla vita degli animali e delle piante è una scemenza, che sono cose da bambini: e invece non era vero, ma quando me ne sono accorto erano passati tanti anni (troppi) ed era ormai tardi per rimediare.
Il padrone di Ricky era un ex cacciatore (a pesca sul lago ci andava ancora, negli anni '60 aveva ancora un senso andarci), con grande competenza in fatto di animali e di natura, come erano i cacciatori di una volta; per questo e per altri motivi Ricky era un cane buono e affidabile, impossibile da dimenticare. Il padrone di Ricky era anche un allevatore di canarini, che teneva quasi come liberi in un grande spazio sotto l'appartamento dove abitava; e anche questo era uno spettacolo da sogno, per un bambino. La gazza (o il merlo indiano?) era in una grande voliera vicina all'ingresso di casa, e anch'io ho ascoltato quel "Ricky" e quel fischio. La mia confusione tra gazza e merlo indiano dipende non tanto dal tempo che è passato, ma dal fatto che ci sono stati entrambi, e sia il merlo indiano che la gazza sono capaci di imparare e ripetere parole e suoni, ancora meglio dei pappagalli. Non c'è nemmeno bisogno di perdere tempo a insegnarglielo, imparano tutto da soli e in fretta - anche se voi magari preferireste di no, perché a questo mondo, noi umani, non è che diciamo ad alta voce soltanto il nome del nostro cane; ma su questo preferirei sorvolare, nessuno è perfetto.




Ho cercato a lungo su internet una foto adatta, ho fatto fatica a trovarla e cercandola ho scoperto che il concetto di "setter" è in realtà molto vago: digitando "setter", o anche "setter tricolore", escono foto di cani molto diversi tra di loro, spesso così diversi da far dubitare dell'attribuzione del nome. Mi è già capitato altre volte, e a dirla tutta ormai sulle razze canine e feline comincio a nutrire serissimi dubbi. La foto qui sopra, comunque, si avvicina molto al mio ricordo di Ricky; è il più bel setter che ho trovato in rete, e l'immagine viene dal sito www.tuttogreen.it


sabato 16 novembre 2019

Nell'infanzia di Pablo



( fonte )
Ode alla lucertola                                                                         qui il testo in lingua originale 

Presso l’arena
una
lucertola
dalla coda coperta di sabbia.

Sotto
una foglia
la sua testa
di foglia.

Da qual pianeta
o bragia
fredda e verde,
sei caduta?
Dalla luna?
Dal freddo più lontano?
O dallo
smeraldo
accesero i tuoi colori
in un rampicante?

Del tronco
tarlato
sei
vivissimo
germoglio,
freccia
del suo fogliame.
( fonte )

Nella pietra
sei pietra
con due piccoli occhi
antichi:
gli occhi della pietra.

Vicino
all’acqua
sei
fango taciturno
che scivola.
Vicino
alla mosca
sei il dardo
del dragone
che annichila.

E per me,
l’infanzia,
la primavera
presso
il fiume
pigro,
sei
tu!

Lucertola
fredda, piccola
e verde;
( fonte )

sei una remota
siesta
vicino alla frescura,
con i libri chiusi.

L’acqua corre e canta.
Il cielo, in alto, è una
corolla di calore.

Pablo Neruda

da Poesie, a cura di G. Bellini,
Nuova Accademia, Milano, 1960

giovedì 14 novembre 2019

La luna di Bilbao


Quella vecchia luna di Bilbao, non la dimenticherò presto: proprio come un grande palla, quella vecchia luna di Bilbao, che sorgeva presso le dune mentre nel saloon della spiaggia ci si cullava con un ritmo dei tempi andati. Avremmo potuto cantare tutta la notte, e io posso ancora ricordare che erano le più belle, le più belle, le più belle notti di tutti i tempi. Non c'era vernice sulla porta, l'erba cresceva sul pavimento, ma c'era tanta amicizia su quella spiaggia di Bilbao, quella vecchia spiaggia di Bilbao...


(Karel Zeman, Il barone di Munchhausen, 1962)

Questa famosa canzone viene da "Happy end", 1929, testo di Bertolt Brecht, musica di Kurt Weill, soggetto di Elisabeth Hauptmann (con lo pseudonimo Dorothy Lane). Scritta dopo il successo di "L'opera da tre soldi", è sempre una storia di gangsters che wikipedia in inglese paragona a "Guys and dolls"; la trama è molto complicata e l'opera ebbe poco successo, il che è strano perchè contiene molta bella musica. Bella e famosa: oltre a "Bilbao song", troviamo "Surabaya Johnny", "Matrosen tango" (tango dei marinai), e molto altro. "Happy end" fu comunque ripresa più volte, nel dopoguerra, ed ebbe successo anche a Broadway. (quello che riporto qua sopra è un mio riassunto del testo, chiedo venia per la scarsa qualità).
qui e qui per gli ascolti
(nel primo link, Christopher Lloyd prima dello zio Fester e di "Ritorno al futuro"; nel secondo, Gisela May nell'originale in tedesco)

martedì 12 novembre 2019

Mondo bagnato


- Mondo bagnato! - dice Ciccetta, e accetta di farsi un po' asciugare.
- Mondo bagnato! - dice Aramis, e se ne torna a casa, al caldo.
- Miao - dice Mamma Gatta, e non aggiunge altro perché lei è abituata e l'inverno non le fa paura.
Eh sì, piove. Piove da tre giorni, e Ciccetta sembra volermi chiedere di farla smettere; ma io non sono così potente da far smettere di piovere. Forse lei lo credeva, o lo sperava, vedendomi così grande e grosso. Chissà. Per intanto, lascio un po' aperta la porta del garage: a misura di gatto, quel tanto che basta.

 

domenica 10 novembre 2019

Indian summer


Quello che per noi è l'estate di san Martino, per gli americani è l'estate indiana, "Indian summer". E' già autunno inoltrato e fa freddo, ma arriva comunque una bella giornata di sole; nel tempo ci ho fatto caso, e capita spesso. Non sempre, si sa: ma anche questo fa parte della normalità.

"Indian summer" è anche il titolo di una bella canzone dei Doors, da "Morrison Hotel". Il testo non dice niente di speciale, una semplice dichiarazione d'amore che sottintende un ricordo; ma è comunque un bell'ascolto, che scalda l'anima.  (qui)
 Indian Summer
(Jim Morrison, Robby Krieger)
I love you the best
Better than all the rest
I love you the best
Better than all the rest
That I meet in the summer
Indian summer
That I meet in the summer
Indian summer
I love you the best
Better than all the rest
(da "Morrison Hotel")

(l'immagine è degli anni '30, non ho trovato indicazioni sull'autore)

venerdì 8 novembre 2019

Nel retino di Nabokov


Con esche fatte di melassa e birra svaporata, un retino delicato e un barattolo con fondo di ovatta imbevuto d'etere, lo scrittore russo-americano Vladimir Nabokov andò come un bambino a caccia di farfalle per tutta la vita.


"Come una farfallina, ho svolazzato, svolazzato un po' e sono morto" diceva il protagonista del romanzo Bambocciata di Konstantin K. Vaginov.
 Una passione profonda, e anche, in alcuni periodi, un divertente modo per guadagnarsi il pane. Nel 1941, trasferitosi da poco con la famiglia negli Stati Uniti, ricevette dapprima l'incarico di riordinare la collezione di lepidotteri del Museo di Storia naturale di New York e, l'anno successivo, dopo un incontro con il professor Nathan Banks, direttore del dipartimento di Entomologia del Museo di Zoologia comparata di Harvard, ricevette l'incarico come "research fellow", sia pure a tempo parziale, presso quell'Università, di risistemare le collezioni esistenti.
(...)

Nabokov diviene un "cacciatore" anche in letteratura, attira nella sua rete così come le farfalle colorate lo catturano e si fanno catturare: " ciò che davvero conta in letteratura è samanstvo, vale a dire la capacità che l'oggetto letterario ha di incantare, di sedurre a sé il proprio lettore, di catturarlo all'interno dei labirinti del processo stesso della scrittura". Nel momento in cui Nabokov si apprestava a esordire nel campo della prosa, aveva compreso che "nell'arte, come nella scienza pura, il particolare è tutto".
Quando negli anni Cinquanta, Nabokov abbandonò il Museo di Zoologia e si dedicò all'insegnamento della letteratura, le farfalle entrarono anche lì:
" Nel mio corso di letteratura cerco di identificare la farfalla notturna che volteggia intorno alla lampada nella scena del bordello nell' Ulisse. E ci sono tre farfalle in Madame Bovary, una nera, una gialla e una bianca".
 Ma la scoperta più sensazionale di Nabokov è quella che la farfallina nel trittico di Bosch , Il giardino delle delizie, è un esemplare femminile della specie, comune in Europa, denominata Manila jurtina, "classificata da Linneo 250 anni dopo che il nostro pittore l'acchiappò in un prato fiammingo per collocarla nel suo Inferno..."

F.M. Cataluccio; Immaturità, ed. Einaudi ( qui )

( I disegni sono di Vladimir Nabokov )





mercoledì 6 novembre 2019

Orchidea


Da S. Remo il grossista Garibaldi rifornisce di fiori Felice detto «orchidea». Felice questa sera aveva i baffi, il cappellino da partigiano finlandese. «Scrivi orchidea perché tutti sanno che offrivo le orchidee, mai mi sono presentato a una festa senza orchidee. Hai scritto orchidea? fai vedere se l’hai scritto... ». Gran ballerino, cliente dell’Apollo Dancing voce bassa, gentiluomo lombardo (mai sentito parlare dei Brioschi di Ascanio Sforza, famiglia di lavandé quando il bucato profumava di campagna?) il Felice intercala il suo parlare con «guarda». Guarda, se ho la gastofobia è perché sono rimasto chiuso in ascensore e l’ultima volta che sono stato per monti e al rifugio Brioschi che si chiama come me, sopra S. Pellegrino.
 Ho sempre lavorato intorno ai fiori per esempio la Clatea, l’orchidea vera che metti in quelle scatole trasparenti che vedi al cinema quando Bogart le regala alla sua donna del « ganster» e lei toglie il nastro e dice «oh, che meravigliosa orchidea!». Ecco, quella lì è una Clatea! Pero mi interessano il Cinvicium cioè l’orchidea a grappoli e il Deudronium delle isole del Brasile, che è uno stelo con tutti i fiori violacci. Nella mia vita una bella scopa d`assi e poi dopo vado a ballare, ma lasciami almeno i miei fiori! Vieni in Corso Garibaldi dal Piccin Elio che è il re dei bonsai perché i giapponesi sono più bravi degli olandesi, come dire gli spaghetti inventati dai cinesi. Dei bonsai ci si innamora: il «Kiro-Kiro» del Giappone ne ha uno di almeno 700 anni e dicono che il suo nonno dei nonni l’ha preso piccino dove c'è il vulcano. Ah, beh, se parliamo di rose è diverso, guarda, a me le rose mi piacciono però ti dico, guarda, che la Gloria di Roma non c'è più e neanche la Mayland. Rimane la Regina Rossa come la mamma cattiva di Biancaneve che però ha la testa grossa e lo stelo non la tiene più. D’accordo, dopo se vuoi ci metti dei fili di ferro ma non è come quando sta su da sola. Dopu me piàsen i «Spaider», una specie di margherite a spicchi, e gli Indianapolis con i pon-pon. Il Delfinum el me pias perché ha la pannocchia e l'Agerpantis sembra un bastone verde con un fiore bianco azzurro (ciuffo di fiori a stellette). No, il Fior di Loto no! è quello che per farlo aprire in negozio devi tirar giù i petali che così la gente controlla se ci sono tutti. Neanche la Bocca-di-leone con quella spiga rossiccia che dopo due giorni cade. Guarda, ti dico io cosa devi prendere per far contento a chi gliela regali. Sai cosa? Una bella Pianta-del-fumo larga più di un metro e vien giù con le foglie a forma di lingue che assorbono gli odori, ti dico io, credici se fumi. Il Felice è un mio amico romantico di piante tropicali e di fiori recisi, ed è bravissimo. L’ho visto allestire un terrazzo in una sola mattinata fumando come un dannato e «guarda, alla svelta perché poi, ore sei, c'è il liscio all'Apollo! ».
(Giovanni Gandini, da "Caffè Milano", Edizioni Scheiwiller / All'insegna del pesce d'oro, 1987, pag.124)

(Giovanni Gandini, libraio ed editore milanese, fondatore della Milano Libri, ideatore e direttore del mensile Linus)
 

domenica 3 novembre 2019

Gatti e bambini


I due fratellini, che vanno già a scuola, entrano di corsa in giardino; e le gatte scappano. Ci restano male, perché erano proprio i gatti (e le gatte) che volevano vedere.
- Ma perché sono scappati? - mi chiedono.
- Perché non vi conoscono - rispondo io - e poi perché siete entrati di corsa.
Beh, i gatti ormai sono andati (torneranno), i due fratellini corrono avanti e indietro, calpestano qui e là, raccolgono da terra il coltello per tagliare l'insalata, toccano il lumachicida (ahimè, ne farei volentieri a meno ma mi tocca metterlo), poi via di corsa.
 
Stessa scena, stavolta con un fratellino e una sorellina, più piccoli (al completo sono tre: il maggiore ha solo otto anni ma sembra di parlare con un adulto), e ancora una volta le gatte scappano.
- E' perché siete entrati di corsa - gli dico - per fare amicizia con i gatti bisogna muoversi piano.
Non toccano niente, sono solo un po' vivaci, e d'altra parte sono ancora piccoli per capire dove sono i pericoli. Arriva la mamma, si scusa (non ce n'era bisogno), li riporta via.
Passa un po' di tempo, stessa scena; mi accorgo che c'è qualcuno perché Mamma Gatta sgattaiola via - pardon, si allontana.
- Non devi entrare di corsa, i gatti si spaventano.
- Lo so, - dice l'ometto di cinque anni - e infatti si ferma e guarda. I gatti rimangono lì, tranne Mamma Gatta che è la più selvatica. Arriva di soppiatto anche la sorellina (quattro anni da compiere), chiedo permesso alla mamma e poi la prendo in braccio, perché Ciccetta è in alto sul tetto del garage, vicino al pesco dell'amaca, e lei non la vedrebbe. Ciccetta mi guarda un po' perplessa, ma non scappa e anzi riprende a mangiare; la bambina è contenta e la rendo alla mamma.
 
Poi arrivano anche i due fratellini di prima, quelli più grandi che vanno già a scuola, sempre di corsa.
- Perché il gatto è scappato? Ormai mi conosce...
- Non devi correre, si spaventano - dico per l'ennesima volta (mai che ascoltino...) e mi trattengo dal dire quello che vorrei dire: "è proprio perché ti conoscono che scappano via". Vorrei scappare via anch'io, ma non posso: io non sono un gatto, mi tocca stare qui e stare attento che i piccoli energumeni non si facciano male. La mamma non c'è, è alla finestra, sta parlando con qualcun altro, e io non sono così antipatico da mandarli via con le brutte maniere, ma insomma.
 
 

mercoledì 30 ottobre 2019

Ingemisco

Ingemisco, tamquam reus...


 
(Bernardino Luini, Milano chiesa di san Maurizio)


qui

Giovanna Garzoni






Giovanna Garzoni (1600-1670) nata ad Ascoli ma di famiglia veneziana, viene dalla scuola di Fede Galizia. Visse a Napoli, Torino, Firenze, Roma; non ne so molto di più ma a parlare per lei bastano i suoi disegni. Buona visione.







lunedì 28 ottobre 2019

Fede Galizia






Fede Galizia (1578-1630) era milanese, figlia di un pittore trentino (miniaturista). Della sua vita non si sa molto; muore nella Milano del 1630, a causa della peste di cui racconta Manzoni nei Promessi Sposi. I suoi dipinti, una meraviglia continua: non si smetterebbe mai di guardarli.









sabato 26 ottobre 2019

Rosa Bonheur


(Edouard Dubufe, ritratto di Rosa Bonheur)



Rosa Bonheur (1822-1899), figlia di un pittore, nasce a Bordeaux e vive quasi sempre in Francia, ma con molti viaggi in America e in Europa. Non l'avevo mai sentita nominare, e pensavo che quel nome e cognome curioso fosse uno pseudonimo; difficilmente la troverete in un libro sulla Storia dell'Arte ma ogni volta che vedo un suo dipinto rimango ammirato. E' uno dei vantaggi di internet, poter conoscere anche autori di cui non si parla mai. Autrici, in questo caso; ed è solo la prima puntata.


 








giovedì 24 ottobre 2019

Il carcere infinito


(fonte)
Si, è il tramonto. Sbocco sulla foce di Rua da Alfandega, neghittoso e disperso, e quando mi rischiara il Terreiro do Paco, vedo, nitida la luminosità senza sole del cielo occidentale. E' un cielo di un azzurro verdino che sfuma nel grigio bianco, dove, dalla parte sinistra, sui monti dell'altra riva, si accovaccia in un cumulo una nebbia brunita da un rosa vecchio. C'è una grande pace dispersa freddamente nell'autunnale aria distratta: una grande pace che io non ho.

(...)

Ah , chi mi salverà dall'esistere? Non è la morte che voglio, nè la vita: è quel qualcosa che brilla nel fondo dell'inquietudine come un diamante possibile nel fondo di un pozzo in cui non si può scendere.

(...)

Carcere infinito: perchè sei infinito non si può evadere da te!

Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine ( 16-17.10.1931 )



martedì 22 ottobre 2019

Il corvo sulla culla

All'inizio sembra una ninna nanna, o una filastrocca per bambini: gli animali nei prati, le rime baciate, una melodia dolce. Ma a cantare è un corvo che si è appoggiato sopra la culla di un bambino, o di una bambina (in inglese, "child" non dà indicazioni precise). Il corvo si appoggia sulla culla e dice la sua opinione: se è un maschio, potrà andare a combattere; se è una femmina, potrà generare altri soldati da mandare in guerra. La voce del corvo sembra una voce profetica, è dolce e rassicurante, sembra descrivere qualcosa di naturale e di inevitabile; invece bisogna interrompere quella catena. La conclusione di chi lo ascolta è infatti che sarà meglio ammazzarlo, questo genere di corvo. Senza le guerre viviamo molto meglio: noi europei viviamo in pace da settantacinque anni, non era mai successo prima. Ce ne scordiamo troppo spesso, e le nuove generazioni non hanno nemmeno un'idea di cosa sia stata la guerra: e per questo dobbiamo averne paura. I "corvi" come quello descritto nella canzone ti costringono a fare ciò che vogliono loro (vale prima di tutto per le armi, la guerra), anche con la violenza; ma si può porre fine a tutto questo. La fine della coscrizione obbligatoria è stata una di queste cose positive, ma la guerra e le armi ormai hanno contagiato anche le donne, e questo viene presentato come un progresso. Purtroppo, il discorso del corvo è qualcosa che si riforma sempre, e sotto forme diverse: un'idra, un drago (in tedesco "wurm", verme), una metastasi.
(Eugène Grasset, 1883)

Ancora un'immagine negativa per il povero corvo, ma la canzone è molto bella e molto profonda; l'autore è Sydney Carter, inglese, 1915-2004. Il testo viene da un sito che si chiama www.antiwarsongs.org
qui per Judy Collins
qui per Pete Seeger
The crow on the cradle
(Sydney Carter)
The sheep's in the meadow
The cow's in the corn
Now is the time for a child to be born
He'll laugh at the moon
And cry for the sun
And if it's a boy he can carry a gun
Sang the crow on the cradle.
And if it should be that this baby's a girl
Never you mind if her hair doesn't curl
With rings on her fingers
And bells on her toes
And a bomber above her wherever she goes
Sang the crow on the cradle.
The crow on the cradle
The black and the white
Somebody's baby is born for a fight
The crow on the cradle
The white and the black
Somebody's baby is not coming back
Sang the crow on the cradle.
Your mother and father will sweat and they'll slave
To build you a coffin and dig you a grave
Hush-a-bye little one, never you weep
For we've got a toy that can put you to sleep
Sang the crow on the cradle.
Bring me my gun, and I'll shoot that bird dead
That's what your mother and father once said
The crow on the cradle, what can we do
Ah, this is a thing that I'll leave up to you
Sang the crow on the cradle
Sang the crow on the cradle

domenica 20 ottobre 2019

Storia del cane scemo


- Che cos'ha sempre da abbaiare, quel cane scemo! - dice il mio vicino di pianerottolo - Mi ha tenuto sveglio tutta la notte...
Per la verità io ho dormito senza problemi, ma capisco che soffrire di insonnia deve essere una cosa pesante. Il cane è qui, a cinquanta metri in linea d'aria, nel giardino di una villetta. Per essere precisi non è una villetta, ma qualcosa di più grande, quasi una villa. Il giardino è ben tenuto, ma il cane no. E' un bel cane, un golden retriever di quelli diventati di moda negli ultimi decenni, ma è tenuto chiuso in poco spazio, quasi una gabbia da leone dei circhi di una volta. Tutto il giorno così, più che logico che si senta triste e che si metta ad abbaiare - o meglio, a piangere.
Lo spiego al mio vicino di casa, lo dico anche ad altri che se ne lamentano (in effetti, dà fastidio), lo spiego anche a mia sorella che passandogli vicino si è spaventata, perché la "gabbia" è di fianco alla strada e se ci passi a piedi sembra che il cane ti venga addosso. Le sbarre sono molto fitte e non c'è pericolo, ma quando non ci si aspetta il cane e il cane salta fuori, è più che normale spaventarsi.
Questa storia è durata molto tempo, ma ha un lieto fine a sorpresa.

(Alexander Averin, 2009)
 
Il lieto fine è questo: la villa è di un ergastolano, o quasi: almeno trent'anni di carcere, roba di 'ndrangheta. Quando, vicino a fine pena, l'uomo ottiene un permesso e torna a casa dalla sua famiglia, libera il cane. Adesso il cane è libero di correre nel suo bel giardino (il giardino è tenuto davvero bene), non è più un "cane scemo", è felice e non abbaia se non per fare festa al suo padrone. Invecchieranno insieme, immagino...

venerdì 18 ottobre 2019

Fonti nascoste





Gurdjieff , grazie alla conoscenza di composizioni sacre e di melodie tradizionali, acquisita durante i suoi viaggi in Asia, concorse a comporre, negli anni Venti del secolo scorso, brani musicali volti a favorire l’evoluzione interiore dell’uomo. 

Gurdjieff, in virtù della sua straordinaria memoria, cantava, talvolta fischiettava, i motivi delle melodie ascoltate nel corso della sua ricerca e De Hartmann  ne traeva spunto per l’elaborazione di brani musicali che conservassero e rivelassero il patrimonio di conoscenza non verbale nascosto nelle composizioni di una tradizione musicale remota.
Ricorda De Hartmann: “ …mentre ascoltavo mi toccava scarabbocchiare in modo febbrile i complessi movimenti della melodia. Lui non ripeteva che due note, ma qual era il ritmo? Come segnare gli accenti? Spesso non era possibile un ricorso ad una tecnica occidentale…il torrente melodico non poteva essere costretto entro le battute. Quanto all’armonia, quella capace di sostenere la tonalità orientale della melodia, veniva messa a punto solo gradualmente.”( fonte )

Qui due dei numerosi brani composti da De Hartmann con la collaborazione di Gurdjieff.

mercoledì 16 ottobre 2019

Zemirka


(Manet, 1876)

Liza: - (...) mamma, sentite, suonano le dodici, per voi è ora di prendere la medicina.
- E' venuto il dottore - annunciò una cameriera comparendo sulla soglia.
La vecchia si sollevò e si mise a chiamare il cagnolino: « Zemirka, Zemirka, vieni almeno tu con me». L'orribile vecchio piccolo cagnuzzo che era Zemirka non obbediva, e si ficcò sotto il divano dov'era seduta Liza.
- Non vuoi? Allora anch'io non ti voglio. Addio, padre mio, non so il vostro nome e patronimico, - disse rivolgendosi a me.
- Anton Lavrentevic...
- Be', fa lo stesso, mi entra in un orecchio e mi esce dall'altro. (...)

(I demoni, Dostoevskij, traduzione Alfredo Polledro, pagina 116 edizione Einaudi 1976)



lunedì 14 ottobre 2019

Sette topolini



(Beatrix Potter, 1902)
Nel suo girovagare lungo i corridoi e le stanze vuote, Mary non aveva incontrato nessuno; ma, dopo aver chiuso l'anta dell'armadietto, le parve di udire un lieve fruscio. Fece un balzo e guardò verso il divano accanto al caminetto, dal quale sembrava fosse venuto il rumore. In un angolo del divano c'era un cuscino e nel velluto che lo ricopriva c'era un buco da cui faceva capolino un musino con un paio d'occhietti spaventati. Mary si avvicinò piano piano per vedere che cosa fosse. Gli occhietti scintillanti appartenevano a un topolino grigio, che aveva fatto dentro il cuscino un comodo nido. Sei topini vi dormivano, rannicchiati accanto alla madre. Se non c'era nessun altro essere vivente nelle cento stanze, c'erano almeno sette topini che non sembravano affatto soli.
- Se non avessero tanta paura di me, li porterei via - disse Mary.

(Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto, pag.50 ed. Einaudi 2010, traduzione di Luca Lamberti.)


sabato 12 ottobre 2019

Giaguari e alberi



(Herman Rountree, 1932)
Il Paranà è pieno di isole che vanno soggette a un ciclo costante di distruzione e di rinnovamento. A memoria del capitano, ne erano scomparse parecchie grandi e altre se ne erano formate, coperte di vegetazione. Esse sono composte di sabbia fangosa, senza nemmeno il più piccolo ciottolo, ed erano alte allora circa un metro e venti sul livello del fiume. Durante le inondazioni periodiche peraltro vengono completamente sommerse. Tutte hanno un carattere comune: numerosi salici e alcuni altri alberi sono legati fra di loro da una grande varietà di piante rampicanti, in modo da formare una densa giungla; e queste macchie offrono un riparo ai capibara e ai giaguari. Il timore di quest’ultimo animale toglie completamente qualsiasi piacere di passeggiare attraverso i boschi. Quella sera non avevo fatto cento metri che trovai segni indubbi della presenza della tigre e fui costretto a tornarmene indietro. Su ogni isola vi erano tracce e come nell’escursione precedente «el rastro de los Indios» era stato il soggetto della conversazione, in questa lo fu «el rastro del tigre».
 
Le rive boscose dei grandi fiumi sembrano essere il luogo di soggiorno preferito dai giaguari, ma mi fu detto che a Sud della Plata essi frequentano i canneti che bordano i laghi; ma ovunque siano sembrano aver necessità dell'acqua. La loro vittima usuale é il capibara, tanto che si dice generalmente che dove i capibara sono numerosi vi è poco pericolo da parte del giaguaro. Il Falconer asserisce che sul versante meridionale dell’estuario della Plata vi sono molti giaguari e che essi si nutrono soprattutto di pesci e anch’io ho avuto più volte questa informazione. Sul Paranà essi hanno ucciso parecchi boscaioli e sono persino saliti sulle navi durante la notte. Vi è un uomo, che vive ora a Bajada, che salendo in coperta quando era buio, fu afferrato alle spalle; riuscì tuttavia a salvarsi perdendo l'uso di un braccio. Quando le inondazioni scacciano dalle isole questi animali, essi diventano molto più pericolosi. Mi fu raccontato che pochi anni fa un grande giaguaro entrò nella chiesa di Santa Fè; i due sacerdoti, entrando uno dopo l'altro, furono uccisi e un terzo che veniva per vedere di che cosa si trattasse, riuscì a fuggire con difficoltà. La bestia fu uccisa a fucilate da un angolo del fabbricato, che non aveva tetto. Nel caso d’inondazioni essi compiono anche grandi stragi fra il bestiame e i cavalli e si dice che uccidano la vittima spezzandole il collo. Se sono scacciati da una carcassa raramente vi ritornano. I gauchos dicono che quando il giaguaro gira di notte è molto tormentato dalle volpi che lo seguono guaendo. Ciò coincide stranamente con l’usanza, generalmente riscontrata, degli sciacalli che accompagnano in simile modo regolare la tigre delle Indie orientali. Il giaguaro é un animale rumoroso, che ruggisce molto di notte, specialmente prima del cattivo tempo.

Un giorno, mentre cacciavo sulle rive dell'Uruguay, mi furono mostrati certi alberi sotto i quali questi animali vanno regolarmente allo scopo, come mi fu detto, di affilare i loro artigli ai tronchi.
Vidi tre notissimi alberi; anteriormente la corteccia era diventata liscia come se fosse stata sfregata dal petto dell’animale e da entrambi i lati vi erano profonde scalfitture, o meglio solchi, che si estendevano in direzione obliqua ed erano lunghi circa un metro. Queste scalfitture erano di diverse età. Un mezzo abituale per assicurarsi se vi sia un giaguaro nelle vicinanze è quello di esaminare questi alberi. Immagino che questa abitudine del giaguaro sia esattamente simile a quella che si può osservare ogni giorno nel gatto comune quando con le zampe tese e le unghie aperte graffia le gambe di una seggiola. Ho sentito inoltre parlare di un giovane albero da frutto in un frutteto in Inghilterra, che era stato molto danneggiato in modo analogo. Un’abitudine quasi simile deve essere comune al puma, perché sul terreno nudo e duro della Patagonia ho visto frequentemence dei solchi così profondi che non potevano essere stati fatti da nessun altro animale. Credo che lo scopo di questa pratica sia quello di eliminate i punti scheggiati dei loro artigli e non, come credono i gauchos, di affilarli. Il giaguaro viene ucciso senza molta difficolta con l’aiuto di cani, che abbbaiando lo spingono su un albero, dove viene spacciato a fucilate.
 
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.171 ed.Giunti 2002, traduzione Mario Magistretti)

giovedì 10 ottobre 2019

martedì 8 ottobre 2019

Il mondo è un'arancia


(Rafael Romero Barros, 1863)

La signora Medlock sorrise. Era orgogliosa di Susan Sowerby.
- Susan sa il fatto suo, - proseguì con entusiasmo - ho pensato tutta la mattina a una cosa che mi ha raccontato ieri, e precisamente a una predica che ha fatto ai suoi figli perché avevano litigato. Ha detto loro che quando andava a scuola il suo libro di geografia diceva che la terra aveva la forma di un'arancia, e che si rese conto prima di avere dieci anni che l'arancia intera non appartiene a nessuno. Nessuno possiede più del proprio spicchio, e qualche volta sembra che non ci siano abbastanza spicchi per tutti. Nessuno deve pensare di possedere tutta l'arancia, o scoprirà a sue spese che si è sbagliato. Ciò che i bambini imparano dagli altri bambini, mi ha detto, è che non ha senso voler avere l'intera arancia, buccia e tutto. Altrimenti, è probabile che non si avranno neppure i semi, che sono amari da mangiare.
- E' una donna saggia, - replicò il dottor Craven mentre indossava il cappotto.
- Beh, ha un suo modo di dire le cose - concluse la signora Medlock compiaciuta (...)

(Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto, capitolo 19, pag.166 ed. Einaudi 2010, traduzione di Luca Lamberti.)