mercoledì 21 agosto 2019

Formiche volanti


E' successo tanto tempo fa, ma me lo ricordo ancora: era sera tardi, stavo leggendo con la luce accesa, ed ecco arrivare un mostriciattolo alato. Che sia una vespa? Punge? Poi un altro, poi un altro, poi un altro ancora: uno sciame intero di formiche alate. Formiche volanti, attirate dalla luce: smetto di leggere, metto giù il libro, provo a raccapezzarmi in tutto quel formicolare.

Parlandone mi sono accorto che non lo sa quasi nessuno, molti non ci credono neppure se glielo spieghi, ma le formiche volanti non sono una razza a sè stante. Sono formiche, e basta; le formiche sono imenotteri come le api, e come le api sciamano. Una regina nuova lascia il formicaio, i maschi alati la seguono, perderanno le ali e fonderanno una nuova colonia - non certo sulla mia lampada del comodino, ma in un bosco o in un orto di spazio ne troveranno di sicuro. In seguito, lo avrei visto molte altre volte; bisogna anche essere un po' fortunati, essere lì nel momento giusto (le formiche sono più discrete delle api), ma uno sciame di formiche alate è un evento ancora molto comune. Le ricordo sul pesco, due o tre anni fa: sembravano non finire mai, uscivano dalla terra e si fermavano lì, in attesa del segnale di partenza. Durò un quarto d'ora, poi a un segnale preciso se ne andarono via tutte, volando. Le ho ritrovate in questi giorni, sullo stesso pesco; sono meno numerose, qualcosa deve essere successo nel frattempo, ma devono essere sempre loro, formiche nere alate.

Anche la somiglianza con le vespe non è casuale: sono tutti imenotteri, e il confine fra vespe, api e formiche è molto sottile e molto frequentato. Se avete un po' di tempo libero e provate a guardare sui fiori di un prato troverete di tutto, una enorme varietà di forme e di razze, api che sembrano vespe, formiche che sembrano api, api che sembrano formiche, vespe che sembrano formiche, c'è di tutto, perfino mosche che sembrano api (o vespe: ne ho parlato qui).

Di sicuro una cosa la posso dire: le nostre formiche non sono pericolose, non pungono, non mordono, non sceglierebbero mai un comodino per fare il loro nido. Era stata la luce ad attirarle, la luce e la finestra aperta d'estate. Oggi (sono passati tanti anni) ne raccolgo una, una sola, e la porto con delicatezza sul balcone. Cosa succederà dopo, non mi è dato saperlo.

 
(immagini da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Franco Muzzio)
 

lunedì 19 agosto 2019

Carillon ( IV )





qui

Celestial carillon della Compagnia Trans Express

( esibizione del 19 gennaio 2019 a Matera )

sabato 17 agosto 2019

Tuona


(Pierre Delvaux, 1935)
"Tuona," mi dicono; e io ogni volta aggiungo (ma dentro di me, mentalmente) "...e pioverà tra poco". Per fortuna vostra, io non canto: ma certe precise parole mi risvegliano subito la musica, e poi è difficile che la musica se ne vada via, mi tiene compagnia per tutta la giornata e magari anche l'indomani. E' una bella compagnia, s'intende: Giuseppe Verdi in uno dei suoi momenti più grandi.
E' l'ultimo atto del Rigoletto: a dire queste parole sono Maddalena e Sparafucile, sorella e fratello. Lui è un killer a pagamento, lei adesca le vittime con la sua bellezza. Ad assoldare il killer è stato proprio Rigoletto, che sarà poi beffato dal destino. Siamo subito dopo il famoso quartetto, e sta arrivando un temporale dentro una notte già molto cupa.
Una parte della critica ha da ridire su questa musica di Verdi, e anche su altri suoi momenti: anche a me verrebbe da dire "sì, ma" però poi dentro a quel temporale ci finisco anch'io, sembra un temporale vero anche se fatto con pochi mezzi. Quando ci si sposta all'aperto, alla fine dell'opera, ed è ancora notte fonda, sembra di sentirsi cadere addosso le ultime gocce di pioggia.
E' anche un'occasione per ascoltare, o riascoltare, uno dei capolavori del teatro e della musica. Ho scelto l'edizione diretta da Arturo Toscanini (qui)per me ancora inarrivabile.




giovedì 15 agosto 2019

Un caldo inelegante


(Kate Greenaway, 1897)


What dreadful hot we have! It keeps me in a continual state of inelegance.
(Jane Austen, lettera alla sorella datata 18.9.1796; trovato on line)
(Che caldo terribile abbiamo! Mi tiene in un continuo stato di ineleganza)




martedì 13 agosto 2019

I soffi esitanti



Così, con tutte le luci spente, la luna tramontata e una pioggerellina che tamburellava sul tetto, cominciò un diluvio di tenebra immensa. Sembrava che niente potesse sopravvivere all'inondazione, alla profusione di tenebra che, insinuandosi nelle serrature e nelle fessure, penetrava attraverso le persiane, entrava nelle camere, inghiottiva qui una brocca e un catino, là un vaso di dalie rosse e
gialle, lì gli angoli vivi e la struttura massiccia di un cassettone. Non solo i mobili erano scomparsi: non era rimasto quasi più nulla del corpo e della mente da cui si potesse dire «E' lui» oppure «E' lei». A volte una mano si levava come per afferrare qualcosa o difendersi da qualcosa, oppure qualcuno gemeva, o rideva forte come scherzando con il nulla. Niente si muoveva in salotto o nella sala da pranzo o sulle scale. Solo attraverso i cardini arrugginiti e il legno gonfio di salsedine, certi soffi, staccati dal corpo del vento (dopo tutto la casa cadeva a pezzi), si insinuavano dagli angoli e si avventuravano all'interno.



Quasi si potevano immaginare, mentre entravano in salotto e si chiedevano, stupiti, giocherellando con un pezzo di carta da parati, resisterà ancora per molto, quando si staccherà? Poi sfiorando leggeri le pareti, passavano oltre pensosi come se chiedessero alle rose rosse e gialle sulla carta da parati se sarebbero appassite, e interrogando (con calma, perché avevano tempo a disposizione) le lettere strappate nel cestino della carta straccia, i fiori, i libri, che ora erano aperti e chiedendo loro Erano amici? Erano nemici? Quanto avrebbero resistito? Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave vagante, o dal Faro stesso, con l‟impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire e scomparire, quello che c'è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto stanco, sarebbero scomparsi.

 (...)


E così, facendosi strada, frugando, andarono alla finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e soffiarono un po‟ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.
Così, con la casa vuota e le porte chiuse e i materassi arrotolati, quei soffi dispersi, avanguardie di grandi eserciti, irruppero, spazzarono nude tavole, morsero e soffiarono, senza incontrare niente in camera da letto o in salotto che resistesse loro validamente, ma solo brandelli che si staccavano, legno che scricchiolava, nude gambe di tavoli, pentole e porcellane già incrostate, annerite, spaccate.
Quello che era stato usato e poi lasciato —un paio di scarpe, un berretto da caccia, qualche gonna scolorita e le giacche nell'armadio —solo quello manteneva la forma umana e nel vuoto indicava come un tempo era stato pieno e animato; come un tempo le mani si erano date da fare con ganci e bottoni; come un tempo lo specchio aveva ospitato un volto; aveva ospitato un mondo cavo nel quale una figura si era voltata, una mano era comparsa, la porta si era aperta, i bambini erano entrati di corsa scontrandosi; ed erano tornati nuovamente fuori. Ora, giorno dopo giorno, la luce proiettava, come un fiore riflesso nell'acqua, la sua immagine chiara nel muro di fronte. Solo le ombre degli alberi, volteggiando nel vento, rendevano omaggio sulla parete, e per un momento offuscavano lo stagno in cui si rifletteva la luce; oppure gli uccelli, volando, facevano muovere una macchia vellutata sul pavimento della camera.Così regnavano bellezza e quiete, e insieme plasmavano la forma della bellezza stessa, una forma da cui la vita si era staccata; solitaria come uno stagno di sera, lontano, visto dal finestrino del treno, che svanisce così in fretta che lo stagno, pallido nella notte, a malapena viene privato della sua solitudine, anche se visto. La bellezza e la quiete si dettero la mano nella camera, e tra le brocche velate e le sedie coperte da lenzuola, perfino l'intrusione del vento e il naso soffice delle brezze marine appiccicose, che frusciavano, trapestavano, chiedendo e richiedendo —«Svanirete? Morirete?» —disturbava appena la pace, l'indifferenza, l'aria di vera integrità, come se la domanda che ponevano non necessitasse della risposta: rimarremo.



Niente sembrava in grado di rompere quell'immagine, corrompere quell'innocenza o disturbare il manto fluente di silenzio che, settimana dopo settimana, nella stanza vuota, tesseva nella sua trama le grida cadenti degli uccelli, le navi che suonavano le sirene, il ronzio e il brusio dei campi, l‟abbaiare di un cane, il grido di un uomo, e li ripiegava intorno alla casa in silenzio. Solo una volta un‟asse si ruppe sul pianerottolo; una volta nel mezzo della notte con un boato, con uno strappo —come dopo secoli di sottomissione una pietra si stacca dalla montagna e precipita di schianto a valle —una piega dello scialle si allentò e oscillò avanti e indietro. Poi la pace calò di nuovo; e l‟ombra tremò; la luce si chinò alla sua stessa immagine in adorazione sulla parete della camera; quand'ecco che la signora McNab, squarciando il velo del silenzio con mani che erano state nel catino del bucato, frantumandolo con scarponi che avevano calpestato la ghiaia, entrò, come le avevano detto di fare, per aprire tutte le finestre e spolverare le stanze.

Virginia Woolf, Gita al faro, ed. Bompiani
traduzione di Luciana Bianciardi

Le immagini rappresentano ambienti della Monk's house di Virginia Woolf

domenica 11 agosto 2019

Carillon ( III )



In Fanny e Alexander di Ingmar Bergman  ( info )




Qui


venerdì 9 agosto 2019

Passacaglia


Se l'Amore non recasse che pena, perché allora gli uccelli innamorati canterebbero così tanto?
(dall'Armida di Lully, atto quinto)

(Annibale Carracci, da Wikipedia)
Il mito di Rinaldo e Armida (che diventa Alcina nell'Orlando Furioso) ha ispirato molti dipinti e molta musica. Nella Gerusalemme Liberata, la maga Armida sottrae con le sue arti amorose l'eroe Rinaldo dalla battaglia; Rinaldo per lei depone le armi e dimentica ogni altra cosa. Vengono allora inviati due cavalieri per risvegliare Rinaldo, che riescono nel loro scopo. Al suo risveglio, Rinaldo scoprirà che Armida non è come l'aveva vista fin lì: è meno bella, più vecchia, un incanto che è anche una truffa. Riflettendo su Armida e Rinaldo, e forse anche invecchiando e avendo più pratica della vita, più che una storia di magia mi sembra la storia della fine di un amore: quando un amore finisce, si cominciano a vedere i difetti dell'altra persona. Difetti che c'erano anche prima, ma è l'amore la magia che ce li aveva nascosti. Può essere anche la storia di due innamorati di età diversa: l'età è impietosa, prima o poi i segni dell'invecchiamento arrivano (sia per i maschi che per le femmine) e ci vuole proprio un grande amore per non vederli.

Filosofia a parte, e terminando qui i miei sproloqui, questa è anche una bella occasione per ascoltare o riascoltare la Grande Passacaglia dall'Armida di Lully. Siamo nel quinto atto, verso il finale; è il momento che precede il risveglio di Rinaldo e la disillusione di Armida.
  (qui : il passo cantato è al minuto 6 dall'inizio)

C'est l'amour qui retient dans ses chaines
mille oiseaux qu'en nos bois nuit et jour on entend;
si l'amour ne causait que de peines,
les oiseaux amoureux ne chanteraient pas tant.
(atto V, Armida di Lully, anno 1686, versi di Philippe Quinault)

(è l'amore che tiene nelle sue catene i mille uccelli che nei nostri boschi notte e giorno ascoltiamo; se l'amore non causasse che pene, gli uccelli innamorati non canterebbero così tanto.)




mercoledì 7 agosto 2019

Rubini e smeraldi


(Werner Herzog, Cuore di vetro)
 
Vauquelin aveva scoperto il brillante cromo per caso, in un modesto (anche se raro) campione di carbonato di piombo rosso proveniente dalla Siberia. Come gli altri scienziati dell'epoca, era molto interessato a comprendere cosa conferisse alle pietre preziose i loro caratteristici colori: nella vasta enciclopedia chimica da lui composta assieme al suo mentore Antoine-François de Fourcroy fra il 1786 e il 1815, convenne che il rubino era «la più stimata delle pietre preziose» e notò che i berilli, una classe di gemme che includeva gli smeraldi, potevano presentare tutta una gamma di colori che spaziavano dal blu-verde al « giallo ruggine del miele», aggiungendo che «gli smeraldi migliori vengono dal Perù».
Poco dopo la sua scoperta del cromo, Vauquelin, appena promosso all’incarico ufficiale di saggiatore di metalli preziosi, si sarebbe trovato a frantumare uno smeraldo peruviano con pestello e mortaio e a sciogliere la sua polvere in acido nitrico, nel tentativo di svelare il segreto dell’arcobaleno delle pietre preziose. Riuscì a convertire il residuo in quella stessa sostanza che aveva ottenuto dal minerale siberiano, dimostrando così che l'agente colorante nello smeraldo era il cromo; quindi, procedette evidenziando come anche il rosso del rubino fosse dovuto al cromo. Un’analisi più esauriente, che sarebbe stata possibile soltanto di lì a un secolo, avrebbe infine spiegato il motivo per cui queste gemme sono apprezzate fin dall’antichità. Il rosso profondo dei rubini e il limpido verde degli smeraldi costituisce solo una parte della ragione del loro fascino: l’altra è che il cromo presente in entrambe le pietre brilla di una fluorescenza rossa, così che al loro interno sembra guizzare una fiamma.

(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)




lunedì 5 agosto 2019

Smeraldi e berillio


(Werner Herzog, Cuore di vetro)

Vauquelin tornò quindi ad analizzare i berilli più nel dettaglio, scoprendo che erano composti da un certo numero di sostanze minerali basiche; il costituente fondamentale era la silice, o diossido di silicio, presente nella sabbia, nel quarzo e nell’ametista; l’allumina costituiva gran parte del resto. Questa forma cristallina di ossido di alluminio è l’ingrediente principale del corindone, di cui sono fatti rubini e zaffiri. A questo punto Vauquelin si rese conto che c’era anche un nuovo ossido che prima era sfuggito all'individuazione per via della sua somiglianza agli altri; una volta isolato e purificato questo ossido rivelò di fatto una proprietà singolare: era dolce al gusto, ragion per cui Vauquelin decise di chiamarlo «glucina». Il nuovo elemento metallico che questo ossido doveva contenere venne pertanto designato come «glucinio», anche se ci sarebbero voluti altri trent'anni prima che qualcuno riuscisse di fatto a produrlo. (Anche lo zirconio, un altro nuovo elemento scoperto in modo simile nelle pietre di zircone da un amico tedesco di Vauquelin, Martin Klaproth, nel 1789, dovette attendere più di trent’anni prima di essere isolato da Berzelius nel 1824.) In seguito, emerse che la glucina non era l’unico composto metallico ad avere un gusto dolce: venne così ribattezzata berillia, e l’elemento a essa associato ricevette il nuovo nome di berillio.

Chi era in cerca di tesori avrà accolto con disappunto le notizie di questi esperimenti che, contrariamente a quanto lasciava sperare una certa mentalità alchimistica, avevano dimostrato che anche le gemme più preziose non contenevano nessuna essenza dalla natura straordinaria. A differenza degli sporchi minerali, da cui si potevano trarre metalli splendenti, questi cristalli perdevano tutto il loro valore quando venivano trattati in laboratorio: solo due anni prima degli esperimenti di Vauquelin con smeraldi e rubini, il chimico inglese Smithson Tennant aveva bruciato un diamante fino a ridurlo a nulla, dimostrando così che non era costituito da qualche elemento esotico ma solo di comune carbonio.

(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)

(una piccola nota a margine: Berillo è il minerale da cui si estraggono gli smeraldi, Berillio è invece l'elemento chimico identificato successivamente in quel minerale)

per la natura dei diamanti, magari può interessare qui


sabato 3 agosto 2019

Coccinelle


Il vero problema, a guardar bene, sono le vespe. Per il resto, stare qui sotto il pesco (il pesco dell'amaca di Ciccetta) è un ottimo punto d'osservazione. Per esempio, adesso è pieno di coccinelle e di larve di coccinella (vedi qui), le coccinelle adulte le soffio via e se ne vanno volando, le larve bisogna togliersele di dosso con cautela, non perchè siano pericolose ma per evitare di romperle (posso dire però che sono molto robuste e flessibili). Le larve di coccinella, carnivore come gli adulti (nel senso che si nutrono di altri insetti) mangiano anche i resti del pranzo delle gatte; sono talmente piccole che anche una gocciolina basta e avanza, e per questo le trovo sempre sul piatto o sulla ciotola. Detto en passant, fare l'elenco delle specie animali che apprezzano il cibo per gatti può essere divertente: mosche, lumache, chiocciole, larve di coccinella, formiche, vespe... Basta un minuscolo frammento, o una goccia, per radunare tanti appetiti inattesi.

L'elenco di tutte le specie presenti su questo pesco sarebbe un'ottima tesi di laurea in Scienze Naturali, e non solo per l'entomologia. Ci sono tutti i tipi di coccinella: rosse, gialle, brune; con tanti puntini, con pochi puntini, senza puntini; grosse, medie, piccole, piccolissime. Mancano solo, come fanno notare gli entomologi, le nostre care e antiche coccinelle a sette punti, soppiantate da specie esotiche importate dagli agricoltori per ridurre almeno un po' l'uso degli insetticidi.


Adesso sento un leggero solletico sul collo: che sia una vespa? No, mi avrebbe già punto. Forse non era niente, penso, invece con la coda dell'occhio (il destro) vedo una giovane mantide. E' già piuttosto grande, ma non ha ancora le ali. La prendo con la maggior delicatezza possibile, anzi la aiuto a salirmi sulle dita, e l'appoggio sul rosmarino; ringrazia e accetta la destinazione. Fine del viaggio, almeno per oggi. Chissà se ci incontreremo ancora, e se saremo capaci di riconoscerci (ma probabilmente, conoscendo le mantidi, avrà pensato: me lo mangerei volentieri, ma è troppo troppo grosso...)

PS: appena finito di mettere quanto sopra nelle bozze, scendo in giardino e sento un solletico sul braccio: è una coccinella dai sette puntini! (forse qualcuno, o Qualcuno, legge i miei post e sa cosa sto pensando?) Il tempo di contare i puntini, ed ecco che vola via. Buona fortuna!



(immagine da "Guida agli insetti d'Europa" di Michael Chinery, ed. Franco Muzzio 1998)

giovedì 1 agosto 2019

Buchanan mette in riga

illustrazione
di Louis Wain
Sir Edmund e lady Gosse abitavano con le loro due deliziose figlie dai capelli d'oro ( una delle quali è la pittrice, Sylvia Gosse ) in una casa su uno spiazzato di Regent's Park. Le tappezzerie, e in genere tutta la casa, erano un po' scure, tipo 1870. Il salotto risuonava del lieto rumore dei cucchiaini da tè, che sembrava indugiarvi anche quando il tè era finito o non era ancora cominciato; e la casa era piena di tesori d'ogni sorta, ma il tesoro più grande era la conversazione di sir Edmund, e mai caccia al tesoro fu più pericolosa.
La casa era in parte governata dalla Parker, la cameriera di sala, un personaggio famosissimo; e ancor più da Buchanan, un gattone bianco e nero. Buchanan, a quanto pare, era di provenienza ignota, ma una volta entrato in casa si era assunto il compito di governarla. Non scendeva a mangiare finchè tutta la famiglia non era radunata nella sala da pranzo, e, sistemato questo punto, insisteva perchè sir Edmund salisse le scale e suonasse la campanella del pranzo. Allora Buchanan scendeva pieno di sussiego e pranzava col resto della famiglia. All'ora del tè Buchanan, con fermezza e senza alcun segno di resa, ricusava di bere il latte se lady Gosse non si inginocchiava a reggergli il piattino davanti. Se, come qualche volta accadeva, si impermaliva per una qualsiasi ragione, usciva subito dalla stanza, che piombava in un atterrito silenzio. Mi ricordo di una volta che pranzavo là, e che Buchanan dopo pranzo lasciò la sala con ostentato disprezzo: sir Edmund e lady Gosse discussero in un bisbiglio spaventato tutte le possibili cause del suo sdegno. Aveva la sua carta da lettere intestata, con apposite buste, non troppo grandi, e quando sir Edmund stava via, Buchanan dettava ogni giorno una lettera per lui ( lady Gosse mi disse sottovoce che aveva paura che Buchanan fosse un gran pettegolo ) e sir Edmund gli rispondeva.

Edith Sitwell, Autobiografia, ed. Rizzoli  ( pp. 89-90 )

martedì 30 luglio 2019

A iatta


Dario D'Angelo, dal suo blog



A iatta

Appena avi vogghia di iucari
a iatta
sattisa tutta e sallicca,
salliscia,
si intrufulia ammenzu a li iammi comu
fussi un desiderio,
na vogghia
ca ti veni a truvari.
(Arthur Heyer, 1915)
Iu fazzu finta di nenti
che a darle attenzione poi
non ta scuddurii chiù,
su idda non voli.
Continuo a scrivere e a santificari.
Ad ammuttari u tempo, l'anni.
Continuo.


(La Gatta. Appena ha voglia di giocare la gatta si prepara tutta e si lecca, si liscia, si intrufola in mezzo alle gambe come fosse un desiderio, una voglia che ti viene a trovare. Io faccio finta di niente, che poi a darle retta non te la togli più di torno, se lei non vuole. Continuo a scrivere e a imprecare. A spingere avanti il tempo, gli anni. Continuo.)


note di Dario D'Angelo: 
1) "sattisa": si prepara - ma non è una traduzione precisa 2) santificari: quasi bestemmiare 3) "ammuttari". spingere, fare andare avanti.
(per chi fosse curioso, è il dialetto di Catania; Dario lo definisce "catanese maccheronico")



domenica 28 luglio 2019

Carillon ( II )


Di The Musical Box dei Genesis ho parlato qui







venerdì 26 luglio 2019

Vitino di vespa



(Putnam, 1918, New York)
- Prego, faccia pure come se fosse a casa sua, - dico alla vespa che mi svolazza per casa: sarà la decima volta che la incontro, ben dentro casa, nel corridoio o in cucina, mica soltanto nelle stanze con le finestre sul giardino. E' una vespa del tutto innocua, elegante, sottile, solitaria: ne esistono di molte specie (Sceliphron spirifex, per esempio, come quella nella foto qui sotto)  ma io mi sono affezionato al nome Eumenes, che mi rimanda ai classici greci e anche (soprattutto) all'Orfeo di Gluck, "le fiere Eumenidi". Ne ho già scritto anni fa qui , sono insetti del tutto innocui e ben diversi dalle più pericolose vespe e calabroni che fanno grandi nidi e che possono pungere. La mia Eumenide, in modo particolare, sta cercando con cura maniacale il posto dove costruire il suo vaso di terra che conterrà un uovo - uno solo - e dove alleverà con ammirevole cura materna la sua discendenza. E' estate, fa caldo, tenere chiuse le finestre è impossibile, che fare. Mi tocca convivere con l'elegante vespa, e non solo con lei.

mercoledì 24 luglio 2019

Un parto assistito


" Verso il primo doppopranzo del 20 giugno del 1670, mentre stava a spaccare ligna con l'accetta, Filònia, da una fitta più forte delle altre, capì che il mumentu era arrivato. La gnà Gesuina Palillo, una della truppa, matre di quattordici figli, le aveva spiegato quello che c'era da fare nell'occasioni. Non volle trasire in casa, che la teneva pulita come uno specchio, avrebbe allordato tutto. Perciò radunò tanticchia di paglia vicino al pozzo, si spogliò nuda, vi si stese sopra. Era sula: Gisuè era andato a Vigàta con l'asino, lo scecco, e aveva voluto portarsi appresso Pippìno, che ora aveva tre anni passati e dava già una mano al patre. 
Tutt'insemmula, a una spinta più forte, si vagnò in mezzo alle gambe, erano le acque che ora aiutavano la criatura, la sua testa, a nesciri fora. Il dolori era forte e Filònia si mise a fare voci, tanto era sola. A questo punto a lei s'avvicinò tutto l'armalume che consisteva in un cane randagio che s'era allocato in casa e che tutti chiamavano, senza fantasia, u cani, in una capra girgentana, alta e grossa, di lungo pelame marrò, con due corna di liocorno e grandi minne scure, in quattro galline bianche. Il gallo nero invece si mise a passiare nervosamente davanti e narrè. Quando finalmente la criatura niscì tutta, Filònia vide che aveva fatto un figlio màscolo, un altro doppo Pippìno, e se ne arricreò. Ah li figli màscoli, fortuna di la famiglia, ricchizza della casa! Ah petti forti, spalle larghe, vrazza nerborute, minchie per fare figli e figli! 


lunedì 22 luglio 2019

Skylark


(scultura di Sylvia Shaw Judson)

Allodola, hai qualcosa da dirmi? Non vorresti dirmi dove può essere il mio amore? C'è un prato nella bruma dove qualcuno aspetta di essere baciato? Allodola, hai visto una valle verde con una sorgente, dove il mio cuore può andare in viaggio sopra le ombre e la pioggia fino a un viottolo coperto di boccioli? E, nel tuo volo solitario, non hai sentito la musica della notte? Una musica meravigliosa, debole come un fuoco fatuo, pazza come un lunatico, triste come una serenata gitana alla luna? Allodola, io non so se tu potrai trovare queste cose, ma il mio cuore corre sulle tue ali; così, se le vedi da qualche parte, non potresti guidarmi là?


sabato 20 luglio 2019

Carillon ( I )


Qui


In "La doppia vita di Veronica " di Krzysztof Kieślowski  ( info )


giovedì 18 luglio 2019

Beau soir

Beau soir, una lirica di Paul Bourget messa in musica da Claude Debussy. ( qui )



Lorsque au soleil couchant les rivières sont roses,
et qu’un tiède frisson court sur les champs de blé,
un conseil d’être heureux semble sortir des choses
et monter vers le coeur troublé;
Un conseil de goûter le charme d'être au monde,
cependant qu’on est jeune et que le soir est beau,
car nous nous en allons comme s’en va cette onde :
elle à la mer, -- nous au tombeau !



Caspar David Friedrich, Paesaggio serale con due uomini

Quando il sole tramonta, i fiumi si tingono di rosa e i campi di grano si animano, mossi da un brivido caldo. L'invito per il cuore inquieto è quello di apprezzare e gustare ogni attimo perchè niente è per sempre.





martedì 16 luglio 2019

Lucertola !


Stamattina ho visto una lucertola in cortile, e voi vi chiederete cosa c'è di strano: le lucertole sono animali comunissimi. C'è di strano che le lucertole nel mio cortile, e nel mio giardino, pensavo che fossero ormai estinte. I gatti qui intorno sono spietati, di gatti ce ne è più d'uno, e sono cacciatori terribili. Topi e lucertole non hanno speranze, quando si fanno scoprire.
Questa è la vera natura del gatto, topi e lucertole se la passano male da quando è arrivata Mamma Gatta (la Gatta con la G maiuscola) che ha fatto una eccellente scuola di gatto in questi ultimi anni; e la caccia fa parte consistente di quella scuola. Anche la mia Ciccetta (degna figlia di Mamma Gatta, parte della sua numerosa discendenza) è una cacciatrice implacabile. Una volta una lucertola mi ha detto sottovoce, forse temendo di essere udita, che si tratta di «...un mostro orribile e sanguinario, tutto coperto di peli, con zanne e unghie, implacabile »: cosa ben strana da dire di Ciccetta, che dagli umani viene inevitabilmente travolta da cori di "che bel musino, che bella coda, una principessa, un batuffolo di pelo, posso carezzarla?».

domenica 14 luglio 2019

deladelmur



illustrazione di Dino Buzzati





" Revenant, più o meno "colui che ritorna", è una parola francese che indica i fantasmi. E un po' fantasma mi sento anch'io nel riaprire - non so per quanto - questo blog chiuso da sei anni abbondanti... " 


Giuliano ricomincia a pubblicare su deladelmur ( qui )



( ma continua anche su Il cavallo di Brunilde )

sabato 13 luglio 2019

Perché la luna cambia aspetto


In Hijo de la luna,  ( qui )  una canzone dei Mecano, si racconta che una zingara, per riavere il suo uomo dalla pelle scura come il fumo, chiese aiuto alla bianca luna e le 
fonte
promise di darle in cambio il suo primogenito. 
L’uomo tornò e a primavera nacque un bimbo con l’ incarnato chiaro come quello della luna; il padre non lo riconobbe come proprio e, ritendosi disonorato, uccise il bambino. Fu così che la luna potè prendere il piccolo con sé e diventare madre. 
La luna è piena, cala o assume la forma di una falce ( o di un dondolo/culla ) a seconda che il bimbo abbia più o meno bisogno delle sue cure.

giovedì 11 luglio 2019

Zivago, temporale ( II )











 
Gli ospiti si accinsero a uscire. Avevano tutti il viso segnato dalla stanchezza e, aprendo la bocca negli sbadigli, facevano pensare a dei cavalli. Mentre si salutavano, qualcuno alzò la tenda della finestra. La spalancarono. 
Apparve un'alba giallastra, un cielo umido pieno di nuvole sporche d'un verde terreo. "Mentre si chiacchierava dev'esserci stato un temporale," disse uno. "Per strada, mentre venivo, mi ha sorpreso la pioggia, ho fatto appena in tempo", confermò Shura Schlesinger.
Nel vicolo deserto e ancora buio si udiva il ticchettio delle gocce che cadevano dagli alberi e l'insistente cinguettare dei passeri bagnati. Rotolò un tuono come un aratro che tracciasse un solco attraverso il cielo, e tutto tacque di nuovo. Poi echeggiarono, sonori, tardivi, quattro tonfi, come grosse patate, scagliate via in autunno dalla zolla rimossa dalla vanga. Il tuono rinfrescò la stanza polverosa, impregnata di fumo. 


(immagini da "L'ultima onda" di Peter Weir)
A un tratto, come elementi elettrici, divennero percepibili i principi costitutivi dell'esistenza, l'acqua e l'aria, il desiderio di gioia, la terra e il cielo. Le voci degli invitati che si allontanavano, continuando a discutere, riempirono il vicolo. Si andarono attutendo e affievolendo, fino a spegnersi. "Come è tardi," disse Jurij Andreevic, "andiamo a dormire" (...)




(Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.149 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate)




martedì 9 luglio 2019

Zivago, temporale ( I )


Quella mattina faceva caldo, si preparava un temporale. Le finestre della classe erano aperte. Lontano, la città ronzava, sempre sulla medesima nota, come api nell'alveare.




Dal cortile giungevano grida di bambini che giocavano. L’odore d'erba della terra e dei virgulti novelli appesantiva la testa, come il giovedì grasso l'aroma di vodka e di frittelle. L'insegnante di storia parlava della spedizione di Napoleone in Egitto. Quando arrivò allo sbarco a Fréjus, il cielo si oscurò e, squarciandosi, ruppe in fulmini e tuoni; insieme all'odore fresco di terra, invasero l'aula nugoli di sabbia e di polvere. 




Due alunni zelanti si lanciarono servizievolmente nel corridoio a chiamare il bidello perché chiudesse le finestre, e, quando spalancarono la porta, una corrente d'aria sollevò e fece volar via dai banchi le carte assorbenti dei quaderni. Le finestre furono chiuse. Venne giù uno sporco acquazzone cittadino, mischiato di polvere. Lara strappò un foglio dal taccuino e scrisse alla sua vicina di banco, Nadja Kologrivov (...)


(immagini da "L'ultima onda" di Peter Weir)
(Boris Pasternak, Il dottor Zivago, pag.63 ed. Feltrinelli 1998, traduzione Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva, Mario Socrate)








domenica 7 luglio 2019

Un fiume straordinariamente reale


Non c'era che il fiume freddo, ora, e Montag che vi galleggiava improvvisamente in pace, lontano dalla città, dalle luci, dalla caccia all'uomo, lontano da tutto.
Gli sembrava di essersi lasciato alle spalle un palcoscenico gremito di attori. 
(...)
La nera sponda del fiume scivolava via a misura che il fiume lo trasportava per la campagna, tra le alture. Per la prima volta da una dozzina d'anni a quella parte,  le stelle spuntarono sopra il suo capo, in grandi processioni di fuoco ruotante. Vedeva un'imensa forza distruttrice di stelle formarsi nel cielo e minacciar di piombargli sopra e stritolarlo.
Galleggiava supino, facendo il morto (...).
Il fiume era straordinariamente reale (...).
Sentì il cuore rallentare i suoi battiti. I suoi pensieri cessarono di essere affannosi col ritmo del sangue. 
(...)


(immagine reperita in rete )














Il sole ardeva ogni giorno. Bruciava il Tempo. Il mondo correva frenetico in un circolo e girava sul suo asse e il tempo era occupatissimo a consumare, bruciandoli, gli anni e la gente, ad ogni modo, senza aver bisogno del suo aiuto. Cosicché, se lui bruciava le cose con i militi del fuoco e il sole bruciava il Tempo, ciò voleva dire che tutto ardeva!

Uno di loro doveva cessare di ardere. E non sarebbe stato il sole. (...) doveva pur esserci qualcuno che accumulasse e mettesse da parte, in un modo o nell'altro, in libri, registri, nella memoria degli uomini, in qualunque altro modo, purchè sicuro o al riparo da tarme, pesciolini d'argento, ruggini e tarli e uomini armati di fiammiferi.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451 ed. Oscar Mondadori

Qui un mio post sul romanzo di Bradbury


venerdì 5 luglio 2019

Miracoli reversibili


(Henri Rousseau, 1897)


















Ulisse lascia la natura com'è, Giosuè la modifica secondo il suo bisogno, perché il Dio dei suoi padri ha creato l'uomo signore della terra. Gliene ha dato governo, ma essa non gli appartiene: gli è affidata perché la custodisca. “E Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino Eden perché lo lavorasse e lo conservasse,” insegna il libro della Genesi. “Lo conservasse”: vuol dire che ne è responsabile, deve risponderne. Il primato dell'uomo sulla natura esclude qui ogni diritto di sopraffazione.
Giosuè ferma sole e luna, Mosè divide le acque, altri profeti compiranno prodigi soprannaturali. Saranno sempre eccezioni che sospenderanno le leggi fisiche per poi ristabilirle. Il sole si rimetterà in moto, le acque del mar Rosso si riuniranno: nella Scrittura gli interventi dell'uomo sul creato sono tutti reversibili.

(Erri De Luca, Una nuvola come tappeto, pag.75 ed. Feltrinelli 1994)





mercoledì 3 luglio 2019

La rosa di Silesio

(Cornelis Spaendonck, 1756-1839)

"La rosa è senza perché,
fiorisce perché fiorisce,
Non bada a sé, non chiede,
se c'è qualcuno che la vede."

(Angelus Silesius, 1624-1677)



(segnalato da Elena Grammann: grazie Elena!)


lunedì 1 luglio 2019

Il vento ( Khayyam)

(Waterhouse, 1903, Boreas)




Al mondo io venni ed il perché non so.
Da dove? Sa l'acqua quale origine abbia?
Per andar dove?... Il vento nella sabbia
soffiar pur deve, ch'egli voglia, o no.


(Omar Khayyam, quartina trovata on line da Giacinta)











Quello che abbiamo fatto oggi è "trascriver quartine a Khayyam", come diceva il buon Francesco nel 1976 (il disco è "Via Paolo Fabbri 43"), cioè mettersi umilmente al servizio di un grande poeta di quelli veri. Devo dire che con Omar Khayyam non ho mai avuto una gran frequentazione, ma poi chissà chi legge ancora da noi Khayyam (1048-1131, persiano, matematico e astronomo oltre che poeta). Da noi non ha mai avuto una grande fortuna, ma è stato molto popolare nei paesi di lingua inglese, e forse lo è ancora. Andrò a vedere se trovo qualche copia del Rubayyat, ma intanto di quartine ne abbiamo ritrovata una molto bella, questa, sul vento e sul nostro destino.





sabato 29 giugno 2019

Il vecchio e il cane

(lo spaniel è di Andrew Loomis)
Salendo le scale buie, ho urtato il vecchio Salamano, il mio vicino di pianerottolo. Era col suo cane. Sono otto anni che li si vede insieme. Lo spaniel ha una malattia della pelle, la rogna, credo, che gli fa perdere quasi tutto il pelo e lo copre di placche e di croste scure. A forza di vivere con lui, tutt’e due insieme in una stanzetta, il vecchio Salamano ha finito per somigliargli. Ha delle croste rossastre sul viso e pelo giallo e rado. Il cane, da parte sua, ha preso dal padrone un modo di camminare tutto curvo, col muso in avanti e il collo teso. Sembrano della stessa razza e tuttavia si detestano. Due volte al giorno, alle undici e alle sei, il vecchio porta il suo cane a passeggio. Da otto anni non cambiano il loro itinerario. Si può vederli lungo la rue di Lyon, il cane che tira l’uomo fino a che Salamano inciampa; allora il vecchio bastona il cane e lo insulta. Il cane s’accovaccia per il terrore e si impunta. A questo punto tocca al vecchio tirarlo. Quando il cane non se ne ricorda più, ricomincia a tirare il padrone e di nuovo é battuto e insultato. Allora restano tutt’e due fermi sul marciapiede e si stanno a guardare, il cane pieno di terrore, l’uomo di odio. E' così tutti i giorni. Quando il cane vuole orinare, il vecchio non gliene lascia il tempo e lo tira, e lo spaniel semina dietro di sé una scia di goccioline. Se per caso il cane sporca nella camera, é bastonato di nuovo. Sono otto anni che dura questa storia. Celeste dice sempre che "è una disgrazia", ma in fondo chi può saperlo? Quando l’ho incontrato per le scale, Salamano stava insultando il cane. Gli diceva: “Maledetto! Carogna!” e il cane gemeva, Io ho detto: “Buongiorno”, ma il vecchio ha continuato a insultarlo. Allora gli ho chiesto cosa aveva fatto il cane. Lui non mi ha risposto. Diceva soltanto: “Maledetto! Carogna!” Era chino sul cane e doveva essere occupato a sistemargli qualcosa nel collare. Ho parlato più forte. Allora, senza voltarsi, mi ha risposto con una specie di furia repressa: “E' sempre qui.” Poi se n'è andato tirando la bestia che si lasciava trascinare sulle quattro zampe e piangeva. (...)
Mi sono alzato, Raimondo mi ha stretto la mano molto forte e mi ha detto che fra uomini ci si capisce sempre. Uscendo ho richiuso la porta e sono rimasto un momento sul pianerottolo, al buio. La casa era calma e dal profondo della tromba delle scale veniva un soffio umido e oscuro. Non sentivo che i colpi del mio sangue che mi ronzava alle orecchie e sono rimasto immobile. Ma nella stanza del vecchio Salamano il cane ha dato un lamento sordo. Nel cuore di quella casa piena di sonno, il gemito è salito lentamente, come un fiore nato dal silenzio.


(Albert Camus, Lo straniero, capitolo III; ed. Bompiani 1987, traduzione Alberto Zevi)

giovedì 27 giugno 2019

Moonchild


La solitaria figlia della Luna che viene ritratta nella quarta traccia di In the court of Crimson King  -  l'album d'esordio dei King Crimson - ha gli alberi come interlocutori , muove passi di danza nel letto dei fiumi, si riposa nei pressi delle fonti e con una bacchetta argentea dirige l’orchestra dei  notturni volatili. Vestita di bianco, si lascia trasportare dal vento e attende, infine,  il sorriso di un figlio del sole.
Qui per l'ascolto.



Call her Moonchild
Dancing in the shallows of a river

fonte

Lonely Moonchild
Dreaming in the
shadows of a willow

Talking to the trees of the
Cobweb strange
Sleeping on the steps of a fountain
Waving silver wands to the
Night-birds song
Waiting for the sun
on the mountain

She’s a Moonchild
Gathering the flowers in a garden
Lovely Moonchild
Drifting in the echoes of the hours

Sailing on the wind
In a milk white gown
Dropping circle stones on a sun dial
Playing hide and seek
With the ghosts of dawn
Waiting for a smile from a Sunchild…

(testo di Pete Sinfield)


Chiamala Bambina di Luna,
danza nelle acque basse di un fiume.
Solitaria Bambina di Luna,
sogna nell'ombra di un salice
parla agli alberi della Ragnatela Strana
dorme sui gradini di una fontana
fa fluttuare bacchette d'argento
alle canzoni degli uccelli notturni;
aspetta per il sole sulla montagna.
Lei è una Bambina della Luna
raccoglie i fiori in un giardino.
Amorevole Bambina della Luna,
naufraga negli echi delle ore.
Veleggia sul vento
in un abito bianco come il latte;
fa cadere pietre rotonde su una meridiana,
gioca a nascondino con i fantasmi dell'alba,
aspetta un sorriso da un Bambino del Sole.
 
(una traduzione alla lettera di Giuliano , che , dice lui, serve solo per non andare a prendere il dizionario) 






martedì 25 giugno 2019

Gregor Mendel e il DNA dei piselli


A fine maggio spuntano finalmente i fiori dei piselli; durano poco, pochissimo, e diventano subito baccelli. Meno di un mese e sarà ora di raccogliere. E' una specie di bosco (a misura di micetto, s'intende) con tanti fiori bianchi e, sorpresa, alcuni fiori colorati. Molto pochi, due o tre fiori a colori vivaci, ma mi bastano per ricordare Mendel e la nascita della genetica. Dato che di queste cose non si parla mai abbastanza, porto qui qualche appunto dal mio libro (Le leggi dell'ereditarietà, Gregor Mendel, edizione Bur 1984 a cura di Brunetto Chiarelli): la prima cosa da dire è che gli scritti di Mendel sono davvero un trattato scientifico, difficili da leggere. La seconda cosa è che Mendel non studiò solo i piselli, ma tante altre piante comprese quelle da frutto, meli, peri, pruni, ed anche erbe officinali, viole, insomma un lavoro davvero importante.

Questi i dati essenziali: «Gregor Mendel scoprì le leggi dell'ereditarietà studiando a lungo nel piccolo giardino del monastero di Brno, dove era entrato nel 1843 come monaco agostiniano. La sua attività scientifica terminò nel 1868 quando fu nominato abate del convento e, forse, questo fu dovuto non solo alla quantità di impegni che lo distolsero dall'attività nell'orto, ma anche allo scoraggiamento che lo assalì vedendo l'indifferenza con la quale erano stati accolti i suoi lavori sugli incroci delle diverse varietà di piselli. Solo quarant'anni dopo la loro pubblicazione, nel 1900, gli scienziati Hugo De Vries, Karl Correns ed Erich von Tschermak, l'uno all'insaputa dell'altro, riscoprirono i lavori di Mendel e gli diedero la fama che non aveva avuto in vita.» Il termine "genetica" nascerà nel 1906, proposto dall'inglese William Bateson, ma le basi della genetica come la conosciamo oggi erano già tutte ben presenti nella pubblicazione di Gregor Mendel a metà Ottocento. Una data, 1868, colpisce: un anno esatto prima della pubblicazione della Tavola Periodica del suo quasi omonimo Mendeleev (russo). Anche la scoperta del DNA risale alla stessa data, 1869, ad opera del medico svizzero Friedrich Miescher; però una volta scoperto quel filamento nessuno seppe bene cosa fosse, anche il lavoro di Miescher fu dimenticato e ci volle quasi un secolo per arrivare, lentamente, al 1953 con la formula definitiva e la struttura del DNA come la conosciamo oggi.
Nel 1868-69 il premio Nobel non esisteva ancora, peccato: Mendel e Mendeleev lo avrebbero ben meritato, e probabilmente anche Miescher. Per intanto, mi consolo con i miei piselli: sono venuti bene, li abbiamo sgusciati uno a uno, chiacchierando, come ai bei tempi. Mendel ragionava anche sulla forma dei piselli: ne esistono di tondi e di spigolosi, chi ci aveva mai fatto caso. Quanto a capire quali sono nati dai fiori colorati, vallo a sapere: come giardiniere valgo pochissimo (i piselli crescono quasi da soli) e come biologo e genetista sono una frana. Non mi resta che progettare qualche ricetta di cucina, risi e bisi per quest'inverno, magari: prima o poi l'inverno arriva, per oggi faccio scorta nel freezer.



domenica 23 giugno 2019

William Basinski



Ho conosciuto William Basinski ascoltando, diversi anni fa,  una trasmissione di radiotre. Rimasi incantata da una musica fatta di piccole addizioni di suoni e un loop avvolgente.




“L’opera di Basinski è seguace del tempo e con esso si trasforma. La sua formazione classica,
protagonista di un lungo periodo nella sua composizione è caratterizzata da influenze jazz ed è il
punto di partenza per la sua comprensione. Abilmente, dopo i suoi studi alla North Texas State University Department of Music, si allontana dall’ ambiente accademico, giudicando spenti sia
l’ambiente che il tipo di insegnamento e porta con sé ciò che di meglio c’è da considerare; i riferimenti. William porta con sé, infatti, nel suo percorso noti riferimenti a compositori come Terry Riley, John Cage e Brian Eno. Ponendosi sempre in una condizione di volontario isolamento, coltiva quelli che poi saranno i caratteri delle sue composizioni di musica concreta e sperimentale grazie anche alla collezione di dischi del suo compagno/ artista James Elaine, che a suo dire è stata una preziosa fonte.”
 fonte ( qui

La trascendenza, l’intangibile e le possibilità che la musica offre di dare loro forma è uno dei principali interessi di Basinski. Nell’intervista rilasciata a Claudia di Giuseppe, il musicista ricorda che la prima musica che lo ha ispirato è stata quella ascoltata nella grande cattedrale di Sacred Heart Cathedral a Huston, per lui misteriosa; una cattedrale cattolica dallo stile europeo.

Qui  Melancholia

Qui On time out of time   ( info )

venerdì 21 giugno 2019

Gemme e gioielli


I chimici moderni avevano però ottenuto la ricompensa per i loro sforzi: Vauquelin il suo cromo e il suo berillio, Sefström e Berzelius il loro vanadio e Klaproth il suo zirconio. Il loro lavoro spazzò via gran parte della confusione che imperava nel mercato delle gemme: le storie di preziosi artefatti visti in terre remote da esploratori un po’ troppo impressionabili potevano ora essere confutate con maggior scetticismo. Per esempio, divenne evidente che molte pietre ritenute smeraldi erano troppo grosse per essere autentiche gemme e che, in questi casi, il termine veniva adoperato solo come similitudine per indicare oggetti verdi fatti in realtà di giada, o magari anche di vetro.
Oggi, con tutti i progressi compiuti nel campo della produzione di pietre artificiali, il termine «gemma» viene di solito riservato agli esemplari naturali. La classificazione in base ai colori è una questione più complicata: dato che il colore delle gemme dipende dalle impurità in esse presenti, non esiste nessuna definizione rigorosa di ciò che rende tale uno smeraldo o un rubino. Un berillo, pertanto, non è nient’altro che una pietra troppo pallida per essere considerata come uno smeraldo su una scala arbitraria delle tonalità di verde.
(Werner Herzog, Cuore di vetro)
 
L’incremento del traffico commerciale con i Paesi coloniali ricchi di questi minerali (come Birmania e Colombia), e le nuove tecniche per tagliare a macchina le pietre, fecero sì che la popolarità delle gemme colorate continuasse a crescere per tutto il XIX secolo. In un’epoca in cui il rigorismo morale si accompagnava alla sontuosità degli ornamenti, i gioielli esercitavano un fascino ambiguo. Solo le donne virtuose e la saggezza sono più rare dei rubini, dice la Bibbia. Indossare dei gioielli era un’indicazione di virtù, ma anche una forma di seduzione; le pietre preziose sono belle per natura, ma c'è qualcosa di diabolico nell’arte con cui vengono tagliate, e non ci sorprende affatto vedere - nel Faust di Goethe - Mefistofele che offre a Margherita un allettante scrigno di gioielli. Nella versione operistica della storia, con la famosa «canzone del gioiello» Gounod enfatizza la situazione rappresentando la casta eroina mentre, ridendo, si immagina trasformata in principessa mondana (nella maliziosa e mordace parodia di quest’aria fatta da Bernstein nel Candide, Cunegonda riflette tra sè e sè pensando che, se non è pura lei, lo sono almeno i gioielli).
Il legame con la purezza è senza dubbio uno dei motivi per cui Ruby e Beryl divennero nomi di battesimo popolari in epoca vittoriana, restando tali fino agli anni Trenta del Novecento. Oggi assistiamo forse a un revival di Ruby, ma non ci sono molti altri nomi ispirati alle gemme; Esmeralda è comunque di moda tra le ragazze, Jasper (diaspro) tra i ragazzi.
(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)

(l'attrice Barbara Stanwyck, all'anagrafe Ruby Catherine Stevens)
 
un po' di musica: Ruby Tuesday dei Rolling Stones  (qui)

mercoledì 19 giugno 2019

Le scarpette d'argento


La diffusione delle pietre preziose come beni di consumo di lusso ha fatto fiorire nella letteratura altre sagaci allusioni. Gli smeraldi a cui fa riferimento Edmund Spenser in "La regina delle fate", o quelli nel "Paradiso perduto" di Milton potrebbero anche essere generiche gemme verdi: non conta tanto la loro precisa sfumatura di colore, quanto piuttosto la loro rarità. Ma possiamo invece immaginare che la città di Esmeralda nella favola del Meraviglioso Mago di Oz, del 1900, sia fatta proprio di queste pietre; e, in tal caso, il colore potrebbe essere significativo.
Alcuni studiosi di economia dotati di spiccata fantasia hanno interpretato la storia come un’allegoria della politica monetaria degli Stati Uniti di fine Ottocento: la strada di mattoni gialli rappresenta il sistema aureo che conduce a Esmeralda, la città dal colore dei dollari, governata da un mago incapace che personifica il presidente Grover Cleveland. La costruzione allegorica è giocata sul fatto che Dorothy indossa scarpette d’argento, in cui è da ravvisarsi il simbolo del movimento populista "argento libero" che, in seguito alla scoperta di nuovi depositi nell'Ovest americano, stava facendo pressione sulla zecca degli Stati Uniti perché l’argento venisse adottato come standard monetario al posto dell’oro. Questa curiosa simbologia passò però inosservata all’epoca della prima pubblicazione del libro, quando pure era d'attualità, e finì per essere completamente trascurata nella leggendaria trasposizione cinematografica del 1939, dove le allusioni erano più tecnologiche che non economiche: le scarpette indossate da Dorothy erano infatti di rubino, per celebrare il sistema technicolor in cui il film era stato girato. Lo "schermo argentato" delle vecchie proiezioni era morto.
(da "Favole periodiche" di Hugh Aldersey-Williams, pagine 458-459 edizione BUR 2011)

(edizione 1939 del Mago di Oz: il film è già uscito, ma Dorothy ha ancora le scarpette d'argento)



lunedì 17 giugno 2019

Lucania






Si può ritornare nella propria terra in molti modi, non solo cambiando cinque volte treno per raggiungere Matera, la città in cui sono vissuta per tanti anni, ma anche, più piacevolmente, occupandosi di un libro che è insieme un diario di viaggio, un percorso letterario in prosa e in versi, un documento storico-etnologico, un reportage fotografico sulla mia terra d’origine, la Lucania.

Un libro che è tante cose, dunque; d’altronde, il suo autore, Nicola d’Imperio
è tante persone: è medico, pittore, scrittore, escursionista.

“ La Lucania a piedi dallo Ionio al Tirreno” è il resoconto di un viaggio “lento”, a piedi, che ha impegnato l’autore e alcuni amici per otto giorni, dal 7 al 14 agosto 2010, ma è soprattutto il ricongiungimento con l’ambiente originario e dunque con un paesaggio concreto e mitico allo stesso tempo.




Quest’ultimo aspetto si rivela nei racconti in corsivo che l’autore sapientemente inserisce nell’ordito del libro e che gli consentono di recuperare leggende, figure ancestrali della tradizione lucana, dai briganti che strappano e mordono il cuore delle loro vittime, e le altrettanto feroci brigantesse, ai monacelli, fantasmi bambini, con tanta voglia di giocare, a un’entità che genera ancora oggi inquietudine, il lupomn; il termine “Lucania” deriva, dice l’autore, da lupo e il lupomn altro non è che il lupo mannaro, un uomo che, di notte, subendo il fascino della luna di cui è innamorato, si trasforma.
La luna è una componente importante del paesaggio lucano; si tratta proprio di una luna silenziosa, di leopardiana memoria, una luna che si staglia luminosa in un paesaggio remoto, fatto di distese interrotte da rilievi levigati dal tempo, immoti





In un passo molto bello, Nicola D’Imperio parla anche di un’altra luce, quella dell’alba trattenuta dall’elemento più tipico e caratteristico della Lucania, l’argilla; questa restituisce il colore – che ha conservato – dell’alba quando quel momento è ormai scomparso, trascorso.
Il paesaggio lucano conserva – e forse proprio per questo è antico, enigmatico, silenzioso. E’ un paesaggio malinconico perché del tempo serba memoria.
Il tempo trascorso è palpabile anche nei calanchi fratturati, erosi, scabri ; nei paesi -distanti tra loro anche cento chilometri - arroccati sui rilievi con una torre svettante, quasi il Medioevo non fosse mai finito; nel suono delle fontane e in quello del pascolo, in quello dei campanacci delle secche mucche podoliche che l’autore definisce “ solitarie, silenziose, schive ma con grandi occhi umidi che si fanno leggere dentro”; nei ciottoli dei fiumi che portano il segno delle piene improvvise e ricorrenti.



Qui un' intervista all'autore

( il post  è già comparso qualche anno fa nel mio vecchio blog )