lunedì 31 ottobre 2016

I cigni di Bruges


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" Ma il volto della Città è soprattutto quello di una Credente. Da Lei, dai muri dei suoi ospizi e dei conventi, come dalle tante chiese inginocchiate nelle loro tuniche di pietra, emanano consigli di fede e di rinunzia.(...) Per le strade vuote, dove di tanto in tanto sopravvive un lampione, si muoveva in lontananza qualche rara figura; donne del popolo con lunghe mantelle, quelle mantelle di panno, nere come le campane di bronzo e ugualmente oscillanti. (...)
Ma fra tutti i suoi pellegrinaggi attraverso la città, Hugues amava in particolare l'ospedale Saint-Jean, dove era stato il divino Memling (...). Hugues pure vi si recava con la speranza di guarire, di lenire la sua retina in fiamme lungo quelle pareti bianche...
Il grande Catechismo della Quiete!
I giardini interni, circondati di bosso; le stanze dei malati, tutte distanti, dove si parla a voce bassa. Passano delle religiose, turbando appena il silenzio, come i cigni dei canali muovono impercettibilmente la superficie dell'acqua. Nell'aria fluttua un odore di panni umidi, di cuffie sgualcite dalla pioggia, di tovaglie d'altare appena tolte dagli armadi antichi...
 (...)
Quella sera, tornandosene lungo i quais, si sentì inquieto, minacciato da un pericolo sconosciuto. (...) Nel canale che stava costeggiando si agitarono i cigni, quei bei cigni secolari, discesi, secondo la leggenda, da un antico blasone... Cigni dell'espiazione, che la città fu condannata a mantenere in eterno, per aver messo a morte ingiustamente il nobile alle cui insegne appartenevano. Essi, di solito così bianchi e calmi, a un tratto si spaventarono: impressionati e febbrili, graffiando la superficie screziata del canale, si mossero attorno a uno di loro, che batteva le ali e si sollevava sull'acqua... "

Geoges Robenbach, Bruges la morta, Fazi editore

sabato 29 ottobre 2016

Il cagnolino del Barocci


               Del Barocci, l'enciclopedia narra che era di Urbino, dove nacque in un anno imprecisato tra il 1528 e il 1535; e che il suo vero nome era Francesco Fiori. Dice anche che si ispirò a Raffaello e a    Correggio, e che  "avviò un manierismo prebarocco".
Non m'intendo di queste cose, e la storia dell'Arte non è il mio forte (ammesso che io ne abbia uno). Però mi piace girare per le mostre, e in una di queste, anni fa, mi sono imbattuto nel Barocci, o meglio in un suo dipinto di dimensioni molto grandi. In un angolino, in basso, c'era un cagnolino; ho dimenticato tutto il resto e mi sono fermato a guardarlo.

giovedì 27 ottobre 2016

Cocorita


Entrò in un bar - una casa verde, una specie di castelletto con i merli - all'angolo di via Meliàn con via Olazabàl. Dietro il banco c'era un individuo malaticcio e molto sporco. (...) Gauna ordinò una grappa. Dopo il terzo bicchiere sentì una voce gutturale, stridula e, secondo quanto gli sembrò, diabolica, che ripeteva: "La fortuna". Si voltò a destra e vide avanzare verso di lui, sull'orlo del banco, una cocorita. Più indietro, più in basso, rigidamente allungato su una piccola sedia, quasi sdraiato per terra, un uomo riposava, con la faccia rivolta al soffitto; accanto all'uomo, appoggiata alla spalliera di una sedia identica, c'era una cassetta che aveva nel mezzo, a modo di piede, un lungo palo. La cocorita insisteva: "la fortuna, la fortuna"; continuava ad avanzare e ormai era vicinissima. Gauna voleva pagare e andarsene, ma il barista era scomparso da una porta aperta sulla penombra del retrobottega. L'animale agitò le ali, aprì il becco, rizzò le sue piume verdi e, subito, recuperò la sua liscezza; poi fece un altro passo verso Gauna. Questi si rivolse all'uomo coricato sulla sedia.
- Signore, - gli disse - il suo pappagallino vuole qualcosa.
L'altro, immobile, rispose:
- Vuole indovinare la sua fortuna.

lunedì 24 ottobre 2016

Il giardino di Barbablù


illustrazione di Arthur Rackham
Nella favola di Perrault, Barbablù chiede in sposa una tra due bellissime sorelle e, aprendo la sua dimora a parenti e amici delle fanciulle, riesce a far dimenticare il colore della sua barba e la sua cattiva reputazione: offre ai suoi ospiti otto giorni di perfetto svago.
E’ la più giovane delle sorelle a decidere di accettare la proposta di matrimonio.

A un mese dalle nozze, Barbablù, dovendo partire, affida alla sua sposa le chiavi delle stanze della dimora, vietandole però di aprire la porta di un salottino. Barbablù si allontana e la donna, pur temendo la collera del marito, si dirige verso la stanza cui le è precluso l’accesso e, senza indugiare, apre la porta. Sulle prime non vede niente, poi, pian piano, scorge sul pavimento sangue rappreso e, lungo le pareti, i cadaveri allineati di tutte le donne che Barbablù aveva sposato e poi ucciso. Sgomenta, la sposa lascia cadere le chiavi sul pavimento sporco di sangue. Barbablù torna prima del previsto; la moglie cerca di non far trapelare la sua agitazione ma Barbablù non tarda ad accorgersi che il suo divieto è stato infranto: le chiavi del salottino, sebbene ripulite, sono sporche di sangue. La sposa sa adesso cosa l’aspetta e chiede a Barbablù di darle modo di prepararsi a morire ritirandosi in preghiera; chiede una dilazione perché sa che i suoi fratelli stanno per giungere alla villa, sa che può salvarsi, è una questione di tempo. I fratelli giungeranno proprio quando Barbablu starà per colpire la fanciulla. Ad essere ucciso sarà Barbablù e non l’ultima delle sue spose. E’ il due ( le due sorelle, i due fratelli ) a prendere il sopravvento sull’uno; Barbablù dopo ogni matrimonio uccide per tornare ad essere “uno” ma nella favola di Perrault è il numero dell’unione a vincere, il numero della coppia.

sabato 22 ottobre 2016

Piero della Francesca e le vespe di Jean Fabre



Il dipinto, datato 1474, è uno dei più famosi, e si trova a Brera: come sempre in Piero della Francesca ci si trova davanti a qualcosa di meraviglioso, e di spiazzante. Vengono sempre i brividi davanti a Piero della Francesca, non solo per la bellezza delle sue composizioni. E' come se Piero avesse accesso a qualcosa di soprannaturale, penso che sia l'impressione di molti di noi davanti alla Madonna del Parto, o ai capolavori conservati a Urbino. Piero della Francesca è tutto così, ma questo dipinto fa nascere più di un interrogativo anche allo sguardo più distratto. Prendo allora un libro, il primo che mi capita sotto mano, e cerco una descrizione fatta come si deve:

«... Nella "Pala Brera" ritroviamo immagini e motivi familiari in un'impaginazione di eccezionale grandiosità: il profilo di Federico di Montefeltro sull'armatura rutilante di riflessi in primo piano e l'architettura dipinta entro la quale sono situate le figure richiamano la perfetta prospettiva della Flagellazione. Dieci figure di santi sono disposte a semicerchio intorno all'immagine della Vergine con il Bambino e riecheggiante, sottolineandolo, l'andamento della nicchia, che conclude l'abside a specchiature marmoree e lesene classiche sullo sfondo; dalla conchiglia nel catino absidale pende un guscio di uovo di struzzo, simbolo della Creazione e dei quattro elementi secondo la letteratura medievale, ovvero dello spazio centrico, armonico e perfetto, secondo l'ideale rinascimentale; si tratta comunque di un efficace elemento di definizione spaziale nella complessa geometria della composizione, guidata da princìpi di rapporti e rispondenze armoniche. (...) »
(pag.217 volume V Storia dell'Arte ed.De Agostini, autore non specificato)

giovedì 20 ottobre 2016

Foca

(James Thurber, da Linus ottobre 1965)

martedì 18 ottobre 2016

Licheni


Quando il mare era già mare, la terra non era altro che nuda roccia. I licheni, venuti dal mare, fecero le praterie. Loro invasero, conquistarono e inverdirono il regno della pietra. Questo accadde nella notte dei tempi, e continua ancora ad accadere. Dove non vive nulla, vivono i licheni: nelle steppe gelate, nei deserti ardenti, nella parte più alta delle montagne più alte. I licheni vivono fintanto che dura il matrimonio fra le alghe e i loro figli, i funghi. Se il matrimonio si disfa, si disfano i licheni. Talvolta le alghe e i funghi divorziano, per liti e discussioni. A detta delle alghe, i funghi le tengono al chiuso e non gli lasciano vedere la luce. A detta dei funghi, le alghe li nauseano con tutto lo zucchero che gli danno giorno e notte.
( Eduardo Galeano, da "Le labbra del tempo" pag.4 ed. Sperling & Kupfer 2004, traduzione di Marcella Trambaioli )

Gli incospicui e negletti licheni, a salutarli a vista per nome, pare di aiutarli ad esistere...
Così dichiarava Camillo Sbarbaro, che visse tutta la vita studiandoli. E ne scoprì nuove specie diventando uno specialista di fama internazionale. Questo suo amore segreto e scabro, che riesce a vivere nell'aridità più totale e nell'indifferenza della roccia, è anche il paesaggio della sua terra; il deserto - poi - della sua poesia tesa e aspra. Il distacco e il disaccordo col mondo costituiscono il trucco di cui si veste la sua opera (che per i temi mi è così tanto cara...). Così la sua vita tanto ricca di energia e di pathos si fa tanto più essenziale e dimessa nel suo linguaggio lirico.

domenica 16 ottobre 2016

Soia


« Perchè dovrei chiamarmi fuori? no, io mi chiamo dentro, this land is my land. (...) ...ogni tanto, oltre il bordo della strada, due campi spelacchiati di granturco o di soia. Ma quanto è brutta, la soia! quando si seccano i campi, la soia ti scarica vagoni di cimici in casa. Dicevo, due campi spelacchiati di granturco e di soia ti illudono di essere in campagna, fuori porta: no, c'è una linea di villette e capannoni che ti corre parallela alla strada e ti trovi più o meno invischiato nella stessa area industriale artigianale centrodirezionale che avevi appena mollato. (...) »
(Marco Paolini, minuto 22 da Bestiario italiano, anno 2000)

"Bestiario italiano" è il più bello in assoluto tra gli spettacoli di Marco Paolini (parere personale, ma è ricco di poesia vera e ha musiche molto belle e molto ben eseguite). Qui Paolini, nel suo giro d'Italia, sta descrivendo la Padania (che è sua, ma anche mia): la Padania, "una secessione cantonale ogni pissàda de can" (purtroppo ormai è vero in ogni parte d'Europa dove si tiran su i muri...)

sabato 15 ottobre 2016

L'orologio della lumaca




illustrazione di E. Luzzati
— Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi vedrà?… Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?… Scommetto che non me la perdona!… oh! non me la perdona di certo!… E mi sta il dovere: perchè io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo mai!… ―
 Arrivò al paese che era già notte buia; e perchè faceva tempaccio e l’acqua veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata, coll’animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire.
Ma quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e invece di bussare, si allontanò, correndo, una ventina di passi. Poi tornò una seconda volta alla porta, e non concluse nulla: poi si avvicinò una terza volta e nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e bussò un piccolo colpettino.

Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz’ora si aprì una finestra dell’ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse:

giovedì 13 ottobre 2016

Il topo che andò in campagna


Una bella domenica un topo di città volle andare a trovare un topo di campagna. Si mise sul treno che il topo di campagna gli aveva detto di prendere, ma scoprì ben presto che il treno, di domenica, non si fermava a Beddington. Così il topo di città non potè scendere a Beddington e prendere l'autobus per Sibert's Junction, dove lo aspettava il topo di campagna. Il topo di città, purtroppo, dovette arrivare fino a Middleburg, dove aspettò tre ore un treno che lo riportasse indietro. Quando fu tornato a Beddington scoprì che l'ultimo autobus per Sibert's Junction era appena partito, così cominciò a correre, a correre e a correre, finché non riuscì a raggiungere l'autobus e a salirci sopra, scoprendo subito che non era l'autobus per Sibert's Junction ma quello che andava nella direzione opposta, attraverso Pell's Hollow e Grumm, fino a un posto che si chiamava Winsherby. Quando finalmente l'autobus si fermò, il topo di città ne discese, sotto una pioggia fitta, e scoprì che non c'erano più autobus, quella notte, per nessuna direzione. «Porco diavolo!» disse il topo di città, e si incamminò verso la città.

(James Thurber aggiunge una morale, che io metto a parte perchè il racconto mi piace già molto anche senza la morale, che è questa: "state dove siete che ci state comodi")

Testo e disegno sono di James Thurber, presi da Linus ottobre 1965; l'originale è facile da trovare, basta cercare su un motore di ricerca Sibert Junction's... (due anticipazioni: "stay where you are, you're sitting pretty" e "to the hell with it!")

martedì 11 ottobre 2016

Il minuscolo piumino

Tra i nostri compagni di pianeta c’è anche un certo animalino il cui nome, francamente, ignoro e con tutta probabilità ignorerei quando pure mi fossi dato la pena di consultare i più minuziosi repertori zoologici. Per darne un’idea alla svelta, dirò che le sue dimensioni appaiono estremamente ridotte ( sui quattro o al massimo cinque millimetri ) ; che la sua forma è all’incirca quella tra rotondeggiante ed oblonga di molti insetti; che il suo colore è di un bianco abbagliante; che il suo aspetto generale è quello di un minuscolo piumino.

domenica 9 ottobre 2016

Conigli a Milano


Questo racconto in realtà contiene una storia d'amore molto bella e molto delicata, al livello del Joyce dei Dubliners per intenderci; ma io qui mi devo limitare alla fuga dei conigli, e quindi si perde tutta la parte portante. Pazienza, vuol dire che chi legge provvederà a completare la lettura con i propri mezzi: in fin dei conti, è questo lo scopo che ci eravamo prefissi nel momento di aprire il blog. Siamo in tempo di guerra, il ventiduenne chimico neolaureato Primo Levi ha trovato lavoro a Milano. Durerà poco: il futuro di Primo Levi, come sappiamo, sarà molto drammatico.

I conigli non sono animali simpatici. Sono fra i mammiferi più lontani dall’uomo, forse perché le loro qualità sono quelle dell’umanità avvilita e reietta: sono timidi, silenziosi e fuggitivi, e non conoscono che il cibo ed il sesso.
Se si eccettua qualche gatto di campagna nell’infanzia più remota, io non avevo mai toccato un animale, e davanti ai conigli provavo repulsione; cosi anche Giulia. Per fortuna, la Varisco aveva invece grande confidenza sia con le bestiole sia con l’Ambrogio che le amministrava. Ci fece vedere che, in un cassetto, esisteva un piccolo assortimento di strumenti adatti; c’era una cassetta stretta ed alta, senza coperchio: ci spiegò che ai conigli piace intanarsi, e se uno li prende per gli orecchi ("che sono il loro manico naturale") e li infila in una cassetta, si sentono più sicuri e non si muovono più. C’era una sonda di gomma e un piccolo fuso di legno con un foro trasversale: bisogna forzarlo fra i denti dell’animale, e poi, attraverso il foro, infilare la sonda in gola senza tanti complimenti, spingendola giù finché si sente che tocca il fondo dello stomaco; se non si mette il legno, il coniglio taglia la sonda coi denti, la inghiotte e muore. Attraverso la sonda e facile spedire gli estratti nello stomaco con una comune siringa. Poi bisogna misurare la glicemia. Quello che per i topi è la coda, per i conigli sono le orecchie, anche in questo caso: hanno vene grosse e rilevate, che si congestionano subito se l’orecchio viene strofinato. Da queste vene, perforate con un ago, si preleva una goccia di sangue, e senza domandarsi il perché delle varie manipolazioni si procede poi secondo Crecelius-Seifert.
I conigli, o sono stoici, o sono poco sensibili al dolore: nessuno di questi abusi sembrava farli soffrire, appena lasciati liberi e rimessi in gabbia si rimettevano tranquilli a brucare il fieno, e la volta successiva non mostravano alcuna paura. Dopo un mese avrei potuto fare glicemie ad occhi chiusi, ma non sembrava che il nostro fosforo facesse alcun effetto; solo uno dei conigli reagiva all’estratto di chelidonia con un abbassamento della glicemia, ma dopo poche settimane gli venne un grosso tumore al collo. Il Commendatore mi disse di operarlo, io lo operai con acre senso di colpa e veemente ribrezzo, e lui morì.
Quei conigli, per ordine del Commendatore, vivevano ciascuno nella sua gabbia, maschi e femmine, in stretto celibato. Ma venne un bombardamento notturno che, senza fare molti altri danni, sfondò tutte le gabbie, ed al mattino trovammo i conigli intenti ad una meticolosa e generale campagna copulatoria: le bombe non li avevano spaventati per nulla. Appena liberati, avevano subito scavato nelle aiuole i cunicoli da cui traggono il nome, ed al minimo allarme abbandonavano a mezzo le loro nozze e ci si rifugiavano. L’Ambrogio ebbe pena a recuperarli ed a richiuderli in gabbie nuove; il lavoro delle glicemie dovette essere interrotto, perché solo le gabbie erano contrassegnate e non gli animali, e dopo la dispersione non fu più possibile identificarli.

Venne Giulia tra un coniglio e l’altro, e mi disse a bruciapelo che aveva bisogno di me. Ero venuto in fabbrica in bicicletta, non è vero? Ebbene, lei quella stessa sera doveva andare subito fino a Porta Genova, c’erano da cambiare tre tram, lei aveva fretta, era una faccenda importante: che per favore la portassi in canna, d’accordo? Io, che secondo il maniaco orario sfalsato del Commendatore uscivo dodici minuti prima di lei, l’attesi girato l’angolo, la caricai sulla canna della bicicletta e partimmo. Circolare per Milano in bicicletta non aveva allora nulla di temerario, e portare un passeggero in canna, in tempi di bombe e di sfollamenti, era poco meno che normale: qualche volta, specie se di notte, accadeva che estranei domandassero questo servizio, e che per un trasporto da un capo all’altro della città ti ricompensassero con quattro o cinque lire. Ma Giulia, già di regola piuttosto irrequieta, quella sera comprometteva la stabilità dell'equipaggio: stringeva convulsamente il manubrio contrastando la guida, cambiava di scatto posizione, illustrava il suo discorso con gesti violenti delle mani e del capo che spostavano in modo imprevedibile il nostro comune baricentro. Il suo discorso era in principio un po’ generico, ma Giulia non era il tipo che si tiene i segreti in corpo ad intossicarlo; a metà di via Imbonati usciva già dal vago, e a Porta Volta era in termini espliciti: era furiosa perché i genitori di lui avevano detto di no, e volava al contrattacco. Perché lo avevano detto?
- Per loro non sono abbastanza bella, capisci? - ringhiò, scuotendo il manubrio con ira.
- Che stupidi. A me sembri abbastanza bella, - dissi io con serietà.
- Fatti furbo. Non ti rendi conto.  (...)
(Primo Levi, il racconto intitolato "Fosforo" da "Il sistema periodico)

venerdì 7 ottobre 2016

Lepri

Al calar della sera arrivai in un fienile. Era diviso da un soppalco a circa due metri dell'altezza e per fortuna ci avevano lasciato la scala a pioli. In un attimo fui di sopra, a scartare i panini imburrati con prosciutto affumicato e pere che mi avevano dato a ó- Kígyós. Poi finii il vino che avevo stappato a mezzogiorno. (...)

Avvolto nel cappotto, la testa sullo zaino, rimasi sveglio a fumare (...) e mi abbandonai a pensieri euforici. Era come nella prima notte all'addiaccio sul Danubio: provavo la medesima sensazione quasi estatica all'idea che nessuno sapesse dov'ero (...).

Punteggiate di papaveri, le onde verde oro dei campi di grano scolorirono. Come in una bilancia a due piatti, il sole rosso si inabissò sotto l'orizzonte e simultaneamente salì una luna arancione. A due giorni soltanto dal plenilunio, la luna sorse dietro un bosco, perdendo velocemente colore man mano che fluttuava verso l'alto, finchè il frumento non apparve indistinto nella semioscurità come un mare metallico e puntuto.
Un gufo si svegliò tra gli alberi e, qualche istante dopo, un fruscio mi strappò dal torpore che precede il sonno. Uno sfregamento di steli e di spighe, e due sagome pallide sgambettarono allo scoperto, si rincorsero tra le stoppie, poi si bloccarono, fissandosi estatiche. Erano due lepri. Più grosse del vero, immobili come in preda a un incantesimo lunare, sedevano erette, con le orecchie drizzate.


Patrick Leigh Fermor, Fra i boschi e l'acqua, ed. Adelphi

Traduzione di Adriana Bottini e Jacopo M. Colucci
acquarello di Jackie Morris

mercoledì 5 ottobre 2016

Zeno e la mosca


Italo Svevo, da La Coscienza di Zeno (capitolo quinto)

Qualche segno su un foglio di carta che conservai, mi ricorda un’altra strana avventura di quei giorni. Oltre all’annotazione di un’ultima sigaretta accompagnata dall’espressione della fiducia di poter guarire della malattia dei cinquantaquattro movimenti, v’è un tentativo di poesia... su una mosca. Se non sapessi altrimenti, crederei che quei versi provengano da una signorina dabbene che dà del tu agl’insetti di cui canta, ma visto che sono stati stesi da me, devo credere che poiché io sono passato per di là, tutti possano capitare dappertutto. Ecco come quei versi nacquero. A tarda notte ero ritornato a casa e invece che coricarmi m’ero recato nel mio studiolo ove avevo acceso il gas. Alla luce una mosca si mise a tormentarmi. Riuscii a darle un colpo, lieve però per non insudiciarmi. La dimenticai, ma poi la rividi in mezzo al tavolo come lentamente si rimetteva. Era ferma, eretta e pareva più alta di prima perché una delle sue zampine era stata anchilosata e non poteva flettersi. Con le due zampine posteriori si lisciava assiduamente le ali. Tentò di moversi, ma si ribaltò sulla schiena. Si rizzò e ritornò ostinata al suo assiduo lavoro. Scrissi allora quei versi, stupito di aver scoperto che quel piccolo organismo pervaso da tanto dolore, fosse diretto nel suo sforzo immane da due errori: prima di tutto lisciando con tanta ostinazione le ali che non erano lese, l’insetto rivelava di non sapere da quale organo venisse il suo dolore; poi l’assiduità del suo sforzo dimostrava che c’era nella sua minuscola mente la fede fondamentale che la salute spetti a tutti e che debba certamente ritornare quando ci ha lasciato. Erano errori che si possono facilmente scusare in un insetto che non vive che la vita di una sola stagione, e non ha tempo di far dell’esperienza.




(Petrus Christus, pittore fiammingo, anno 1446, ritratto di certosino: il dipinto intero e un dettaglio)


lunedì 3 ottobre 2016

Professor Einstein


Il 3 agosto 1946 l'ingegnere capo di una nave mercantile americana scrisse una lettera divertita ad Einstein, raccontandogli un episodio successo a bordo. Il nostromo e il carpentiere avevano trovato un gattino mezzo morto di fame in un porto tedesco e lo avevano adottato, portandolo a bordo e dandogli da mangiare in abbondanza, così che il gattino si riprese, crebbe, e si affezionò ai genitori adottivi. Poi un giorno graffiò un marinaio che voleva giocare con lui; e il marinaio, lanciando un urlo, disse che il gatto era matto. Il nostromo difese l'animale affermando che era matto come Einstein, il quale aveva avuto l'intelligenza di lasciare la Germania per emigrare negli USA. Da qui in avanti in gatto venne ribattezzato dai marinai "Professor Einstein" (i marinai non sapevano distinguere tra "relatività" e "relazione").

Il 10 agosto 1946 Einstein rispose così, in inglese:
« La ringrazio per la sua cortese lettera e per le interessanti informazioni che mi manda. Invio i più cordiali saluti al mio omonimo, anche da parte del nostro gatto che era molto preso dal racconto e perfino un po' geloso, per il semplice motivo che il suo nome, "Tigre", non esprime, come nel vostro caso, una stretta relazione con la famiglia Einstein. Con i migliori saluti ai genitori adottivi del mio omonimo e al mio omonimo stesso....
(pag.91 di "Albert Einstein, il lato umano", ed. Einaudi 1973, traduzione A.M.Gilberti)

sabato 1 ottobre 2016

Spulciare i porcospini salva la vita

Maria Christine guardò per qualche tempo, senza il minimo timore, le due lacere figure, poi tirò di nuovo il padre per il giustacuore e domandò:
" Babbo che gente è? Son brava gente? Io non li conosco ".
" E' gente che cerca lavoro qui alla tenuta " le spiegò il cavaliere svedese.
Il Collotorto s'accovacciò a terra dinanzi alla figlia del suo antico capitano e incominciò a parlare con lei.
" Piccola principessina! " disse, " Sei bianca e rossa in volto come il più bello dei tulipani. Dimmi, cos'altro sai fare oltre a saltellar da una gamba all'altra? ".
" So leggere nel sillabario " disse  Maria Christine, salendo su un ciottolo per sembrare più alta. " So ballare la courante e la sarabanda, e so anche suonare il clavicordio, ma solo un poco, ho appena cominciato, e tu che sai fare? ".
" Io conosco mille arti " si vantò il Collotorto. " So spulciare un porcospino e ferrare un'oca. Alle cavallette faccio dei grembiulini colorati, e mi basta fischiare perchè i pesci vengan fuori dalla peschiera tutti in fila. "
Maria Christine rimase a bocca aperta e guardò il Collotorto con gli occhioni sgranati. Poi indicò il Mammola.
" E quello là? Che cosa sa fare? ".
" In un amen lui sa trasformare le salsicce lunghe in salsicce corte, questa è l'arte che conosce meglio " rise il Collotorto. " Però sa anche ragliare come un asino e sibilare come un'oca. E con la bocca ti fa sentire come fanno un cane e un gatto quando litigano ".
" Lo voglio sentire, come fanno un cane e un gatto quando litigano " implorò Maria Christine.
Il Mammola non si fece pregare. Si diede a ronfare e abbaiare e soffiare, e poi ringhiare e latrare e ululare, sempre continuando a soffiare rabbiosamente, e quand'ebbe finito, e il cane se la fu squagliata con alti guaiti, Maria Chistine congiunse le manine estasiata, saltellò da una gamba all'altra ed esclamò giubilante: " Non potete andar via, non voglio che ve ne andiate, il cane e il gatto non sanno fare meglio di lui, dovete rimanere qui alla tenuta. E ricordatevi bene, la servitù va a tavola alle dodici in punto e la sera alle sei, ci sono regole severe, chi a quell'ora non è lì col suo boccale, resta senza la birra ".
Il cavaliere svedese guardava con stupore alla confidente amicizia che così in fretta era sorta tra sua
illustrazione di Roberta Angeletti
figlia e i suoi due cenciosi compagni. Il cuore gli s'allegerì. Quei due uomini che avevano fatto tanto i buffoni dinanzi a Maria Christine per farla ridere, quei due non lo avrebbero tradito, di questo era sicuro. E ora li vide per quello che veramente erano : due miseri fratelli di sventura in balia della strada maestra, venuti non per distruggere la sua felicità ma perchè speravano di aver miglior fortuna lì da lui che non andando a elemosinare un boccone di pane in casa di estranei. E i pensieri omicidi, fugati da una risata infantile, sgomberarono il suo animo.

Leo Perutz, Il cavaliere svedese, ed. Adelphi  ( info )
traduzione di Elisabetta Dell'Anna Ciancia